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www.ildialogo.org E’ necessario l’intervento militare in Libia ?,Di Alain Gresh, giornalista

Le Monde Diplomatique, 24 febbraio 2011
E’ necessario l’intervento militare in Libia ?

Di Alain Gresh, giornalista

(traduzione dal francese di José F. Padova)


Nei confronti del mondo arabo il cosiddetto Occidente sembra stia perdendo tempo e occasioni irripetibili. Forse sono le chilometriche code di paglia di governi cui dei diritti umani importa meno di nulla, forse Berlusconi & C. pensano che Gheddafi sappia fermare meglio i profughi di quanto saprebbero gli insorti, forse... Possibile che, dopo aver fornito tutte le armi immaginabili al tiranno, non si riesca a mandare agli insorti un paio di navi con il necessario? Per la ragion di Stato? Ma quale? Sembra di essere appena prima del 1 settembre 1939. Allora toccò a Polonia e Cecoslovacchia, come antipasto. Chissà se qualcuno che conta ha anche studiato la Storia, oltre all'economia di breve periodo. Le supposizioni sono tante, una sola in me è la certezza: l'Occidente merita il suo nome - da lat. occidere = tramontare. Decadere. Appunto. (J.F.Padova)
Dalla caduta del regime di Ben Ali in Tunisia in poi, un’ondata di sollevazioni ha sommerso il mondo arabo, trasportata dalle immagini di Al Jazeera, che permette all’opinione pubblica di seguire gli avvenimenti in diretta. Dal Marocco al Bahrein, dall’Algeria all’Iraq, i cittadini, per lo più disarmati, scendono nelle strade per chiedere riforme politiche e una maggiore giustizia sociale. Nella maggioranza dei casi le autorità esitano a fare un impiego indiscriminato della forza. In Libia, al contrario, i manifestanti si sono urtati contro la più tremenda delle repressioni.
Le informazioni che provengono dalla Libia sono contraddittorie, parziali, talvolta non confermate. La brutalità del regime non lascia spazio a dubbi e il numero dei morti è ingente: centinaia secondo le ONG, probabilmente di più tenendo conto della violenza messa in atto dalle milizie del regime. Se l’est del Paese, con le città di Bengasi e di Tobruk, è caduto nelle mani degli insorti, cosa che ha permesso l’entrata nel Paese di giornalisti stranieri, la parte ovest, e Tripoli in particolare, rimane inaccessibile. Apparentemente Gheddafi ha ripreso in mano la situazione nella capitale e sembra abbia conservato la fiducia da parte delle tribù (1) della regione. (…) D’altra parte egli si appoggia su mercenari provenienti da Paesi dell’area sub sahariana, rischiando così di sviluppare in Libia il razzismo anti-neri. Il leader libico ha ricordato in un suo discorso del 22 febbraio le conquiste del suo regno – in particolare il ritiro delle basi britanniche e americane e la nazionalizzazione del petrolio – ma ha anche moltiplicato le sue minacce all’Occidente.
La giusta indignazione ora verificatasi [in Occidente] contrasta con il silenzio che prevaleva quando il regime, all’inizio degli anni 2000, quando si delineava la riconciliazione con l’Occidente, schiacciava senza pietà gli islamisti. Detenzione e tortura dei militanti islamici in Libia (come in Egitto e in Tunisia) non indignavano le anime belle.
Comunque sia, i richiami all’intervento militare si moltiplicano.
Marc Lynch, sul suo blog in Foreign Policy, è molto chiaro: «Il paragone deve essere fatto con la Bosnia o il Kosovo, o ancora con il Ruanda: si è scatenato un massacro in diretta alla televisione e il mondo è esortato ad agire. È arrivato il momento per gli Stati Uniti, la NATO, l’ONU e la Lega Araba di agire con forza per cercare di impedire alla situazione già sanguinosa di degenerare in qualcosa di molto peggio».
Questi paragoni sono un poco difficili da capire. In Ruanda si ebbe a che fare con un genocidio, che ha fatto centinaia di migliaia di morti. Quanto al Kosovo è dubbio che l’intervento militare abbia avuto successo. Marc Lynch prosegue: «Dico agire e intendo con questo mediante una forza sufficientemente energica e diretta per impedire al regime libico di utilizzare le sue risorse militari per schiacciare i suoi avversari (…) con l’imposizione di una no-fly zone sulla Libia, da parte senza dubbio della NATO, per impedire l’impiego di aerei militari contro i manifestanti».
Un punto di vista che Justin Raimondo contesta con forza sul sito www.antiwar.com:
«Lo spettro di un intervento americano è proprio quello che Gheddafi si augura, che giocherebbe a suo favore e che, come è sovente il caso negli interventi militari americani, avrebbe effetti esattamente contrari a quelli attesi (…).»
Le immagini che arrivano dalla Libia sono terribili. Ma chi ha chiesto un intervento militare occidentale quando gli aerei israeliani bombardavano Ghaza durante l’operazione Piombo fuso? O durante i bombardamenti della NATO in Afghanistan? O dell’Iraq da parte degli Stati Uniti? (…)
Si può essere soddisfatti per la presa di posizione della Lega Araba, che per la prima volta sospende uno Stato membro per problemi che riguardano la sua «sovranità nazionale» [ndt.: in seguito la Lega Araba ha chiesto la no-fly zone]. Questa posizione, come pure quella dell’Unione africana e del’Organizzazione della conferenza islamica, dovrebbe aggravare le divergenze all’interno del regime, in particolare nell’esercito e fra i diplomatici, molti dei quali hanno già abbandonato Gheddafi. Avrà certo più peso di quella di governi europei e americani sospettati, non senza ragione, di secondi fini, e che negli ultimi anni hanno sviluppato col dittatore libico relazioni molto strette.
Se per gli Stati europei non è possibile fondare ogni loro politica estera sul rispetto dei diritti umani e se è impossibile e non augurabile rompere le relazioni con ogni regime che li violerebbe (con Israele, per esempio), è certo che si possono adottare politiche più equilibrate fra interessi e principî, tanto più che progetti mirifici si sono rivelati puri miraggi:
- nel corso di questi ultimi anni i Paesi europei, fra i quali la Francia, hanno armato le forze libiche, fornito consulenze, e in questo modo hanno dato loro i mezzi per battersi contro il loro stesso popolo (la Francia aveva perfino l’intenzione di vendere alla Libia i Rafale [aerei militari ultimo grido];
- l’appoggio al regime del colonnello Gheddafi nell’Unione Europea, e specialmente in Italia, si è fondato su un ricatto: la capacità libica di fermare il flusso degli immigranti africani verso il Vecchio Continente; questa ossessione migratoria porta Bruxelles ad aiutare tutta una serie di regimi poco rispettosi dei diritti umani a gestire da soli, in condizioni spesso terribili, gli emigranti. A ogni costo bisogna difendere la fortezza Europa e, sotto questo aspetto, Gheddafi era un alleato che a Silvio Berlusconi, in particolare, ripugna abbandonare;
- come nella sua operazione con gli altri Paesi del bacino mediterraneo, l’Unione Europea ha fatto prevalere i principi del libero scambio su quelli dello sviluppo, moltiplicando i rapporti elogiativi su Tunisia ed Egitto; non è ormai l’ora, come invita George Corm, di fare prevalere un altro concetto?
È triste che le preoccupazioni essenziali degli europei di fronte agli avvenimenti in Libia siano innanzitutto il timore per le importazioni di petrolio (2) e la paura di vedere affluire ondate d’immigrati. Questo non presagisce nulla di buono per l’avvenire.
I principi prima ricordati, anziché gli inviti agli interventi militari, dovrebbero guidare la politica europea riguardo a tutti i Paesi arabi, specialmente quelli del Nord Africa toccati dall’onda rivoluzionaria che dilaga sul mondo arabo.


Martedì 15 Marzo,2011 Ore: 14:44
 
 
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