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www.ildialogo.org Domenica 23<sup>a</sup> tempo ordinario – B – 9 settembre 2012 –,di Paolo Farinella, prete

Domenica 23a tempo ordinario – B – 9 settembre 2012 –

di Paolo Farinella, prete

La liturgia odierna è complessa nella sua composizione, ma semplice nel contenuto. In genere in ogni domenica, la 1a lettura fa sempre riferimento al vangelo, secondo il principio biblico-teologico che Gesù, per noi cristiani, è la chiave di lettura dell’unità della Scrittura: la Prima Alleanza trova il suo compimento nella Seconda. Oggi, la 1a lettura tratta dal libro del profeta Isaia (cf Is 35,[1-3].4-7a) è intimamente connessa al vangelo così intimamente che possiamo considerarla come un commento anticipato al racconto della guarigione del sordomuto (cf Mc 7,[24].31-37)1. Gesù infatti si ispira direttamente a Is 35 per il suo intervento. Si può dire che il vangelo è la realizzazione della profezia di Isaia. A sua volta la 2a lettura, tratta dalla lettera di Giacomo2, ne è una attualizzazione morale: se Dio privilegia i poveri, i credenti non possono fare preferenze di persone e non possono valutare con i criteri del mondo che sono la ricchezza e l’apparenza. L’assemblea liturgica di conseguenza deve essere lo specchio di questa nuova prospettiva di vita3. La ricchezza come fine della vita e non come strumento di condivisione porta inevitabilmente al possesso del potere come strumento di difesa del ricco a danno sempre del povero.

L’apparenza a sua volta è l’altra faccia della ricchezza e del potere perché il ricco che non ha sudato il suo guadagno ama ostentarlo per essere accolto nel mondo - egli pensa - di coloro «che contano». Il mondo parla di «alta società» e s’inchina di fronte a coloro che fanno sfoggio di ricchezze quasi sempre accompagnate da vuota e immorale sfrontatezza. Non esiste una ricchezza onesta perché chi vive onestamente non può accumulare in modo spropositato beni spropositati. Chi accumula ricchezza oltre misura ruba. Nessun ricco ha prodotto ricchezza con il sudore della sua fronte, cioè con il proprio lavoro onesto vissuto nella legalità. Ogni ricchezza nasce dalla corruzione, dall’empietà, dalla falsità; dove infatti c’è un ricco, di norma vi sono nove poveri sfruttati e/o vittime. Questo mondo spensierato è dominato da «mammona iniquitàtis» (Lc 16,9) che oggi si chiama mafia, corruzione, uso privato del potere, ruberie, droga, commercio di persone, pedofilia, traffici di lavoro nero, sfruttamento degli operai, conflitti d’interesse, ecc. Dietro i crimini più efferati e le organizzazioni delinquenziali organizzate, di norma, vi sono persone mimetizzate dietro un paravento di perbenismo sociale e ritenute «onorevoli», schierati con la religione ufficiale di cui si servono per mascherare i loro traffici turpi. Di norma fanno anche beneficenza, sfruttando ancora una volta i poveri per farsi pubblicità.

Ciò che conta oggi sono i titoli esibiti come insegne, non il valore delle persone e la qualità dei contenuti da esse espresse. Più le persone sono vuote e ridicole più ostentano titoli e medaglie; più sono malate e più si attribuiscono meriti che non hanno. Questa malattia che dilaga come una piaga ha invaso anche la Chiesa e devasta lo spirito del personale ecclesiastico che spesso e volentieri corre dietro alla vanità della carriera e delle onorificenze, alle vesti sgargianti e ai cappelli impossibili e ridicoli. La Chiesa è devastata dalla mentalità pagana. Il 29 giugno 1972, nell’omelia della Messa per il suo X anniversario di pontificato, Paolo VI disse che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». A distanza di anni oggi non esitiamo a dire che questo fumo di Satana oggi è la piaga del carrierismo ecclesiastico che si nutre di futilità, di mondanità e di apparenze effimere. La seconda piaga è il culto della personalità che spesso prevale sulla verità e si trasforma in cortigianeria ossequiosa senza testa e senza spina dorsale. Queste cose allontanano le persone pensanti dalla Chiesa.

Il brano odierno della 2a lettura è importante non solo per il contenuto lineare, semplice e pungente su cui tutti si soffermano, ma anche per l’espressione che qui c’interessa del v. 1: «nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria»4. L’espressione «Signore della gloria – kýrios thês dòxēs» è molto arcaica e riflette la primitiva teologia della comunità giudeo-cristiana, la stessa che troviamo in Lc 24,26: «Non doveva forse il Cristo patire tutto questo ed entrare nella sua gloria?». Gesù stesso invoca dal Padre la condivisione con i suoi discepoli di questa «gloria – dòxa - kabod» che egli aveva «prima della creazione del mondo» (Gv 17,24)5. L’espressione antica «Signore della gloria» in Gc è connessa al giudizio della fine dei tempi (cf Gc 5,7-8) sulla stessa linea dei Sinottici che guardano al ritorno conclusivo del Cristo alla fine della storia (cf Mt 16,27; 19, 28; 24,34; 25,31; Mc 8,38; 10,37; 13,26), mentre Gv la usa per indicare il rapporto tra la morte e la risurrezione/esaltazione di Gesù la cui «gloria» coincide con la rivelazione della sua «ora» (cf Gv 2,11; 11,40; 17,5; 2,4; 12,27; 13,1; 16,21). Ora siamo sul nuovo Sinai, da cui non discende più la Toràh scolpita nella pietra, ma lo stesso Signore che dona lo Spirito (cf Gv 19,30). L’espressione intera «Gesù Cristo, Signore della gloria» potrebbe essere una formula tecnica di fede molto primitiva (cf Gv 20,28).

Il vangelo ci dice che non dobbiamo, non possiamo farci imprigionare dalle apparenze perché la liturgia deve essere lo spazio dell’uguaglianza dei figli di Dio. Essere uguali non significa essere appiattiti su uno schema o un canovaccio, ma accettarsi e accogliersi nella verità della dignità: ogni persona è unica e irripetibile. Tra credenti non conta il titolo o la funzione, le capacità o il successo, il casato o la dinastia. I credenti accolgono le persone con la verità del cuore: carne e sangue di Dio e quindi sangue e carne propria. Nessuno è estraneo alla nostra umanità, al nostro amore, alla nostra fede. Solo i diversi possono essere uniti nella ricchezza della diversità. Uguali nella dignità, diversi nella funzione, identici nella natura. Vestire tutti allo stesso modo è essere uniformi nell’apparire esteriore, ma essere un cuore solo ed un’anima sola significa dare corpo e visibilità al dono di ciascuno nella condivisione gioiosa e non gelosa, nella comunione dello Spirito che unisce e conforma alla volontà di Dio. Noi partecipiamo all’Eucaristia per imparare a vedere le cose e noi stessi con altri occhi, con lo sguardo profondo di Dio che conosce noi più di noi stessi: «Io, il Signore, scruto la mente (in ebr.: cuore) e saggio i cuori (in ebr.: reni), per dare a ciascuno secondo la sua condotta (in ebr.: sue vie), secondo il frutto delle sue azioni» (Ger 17,10). Anche Sant’Agostino ha sperimentato la pregnanza del rapporto tra le due intimità6.

Convocati dallo Spirito, ci lasciamo radunare in comunità eucaristica, dove ci riconosciamo figli e figlie dello stesso Padre e ci lasciamo condividere in ciò che siamo e in ciò che abbiamo, sapendo che lo Spirito di Dio ci consola e ci rende degni di essere presenti e di celebrare l’Eucaristia, il sacramento della sua gloria, a beneficio del mondo intero. Iniziamo con le parole del salmista (Sal 119/118, 137.124): «Tu sei giusto, Signore, e retto nei tuoi giudizi: agisci con il tuo servo secondo il tuo amore».

Spirito di amore e di verità, consolatore dei cuori smarriti, Veni, sancte Spiritus.

Spirito di vita che dai la luce ai ciechi e la Parola ai sordi, Veni, sancte Spiritus.

Spirito di sapienza e di scienza, che non fai preferenze di persone, Veni, sancte Spiritus.

Spirito di consiglio e di fortezza, che guidi i poveri verso il Regno, Veni, sancte Spiritus.

Spirito di misericordia e di perdono, che apri gli orecchi all’ascolto, Veni, sancte Spiritus.

Spirito di modestia e di innocenza, che abbatti superbi ed orgogliosi,Veni, sancte Spiritus.

Spirito di grazia e di preghiera, che sciogli la lingua alla lode, Veni, sancte Spiritus.

Spirito di pace e di mitezza, che custodisci i costruttori della pace, Veni, sancte Spiritus.

Spirito di consolazione, che consoli i perseguitati per la giustizia,Veni, sancte Spiritus.

Spirito di santificazione, che purifichi i cuori di peccatori e di paurosi,Veni, sancte Spiritus.

Spirito di Dio, che governi la Chiesa, con la Parola, il Pane e l’Agàpe, Veni, sancte Spiritus.

Spirito di Dio altissimo, t’invochiamo come dono del Signore Risorto,Veni, sancte Spiritus.

Spirito di adozione, che chiami tutti i viventi ad essere figli del Padre,Veni, sancte Spiritus.

La logica del mondo è di natura sua discriminante: il forte vince sul debole, il furbo sull’onesto, l’arrogante sull’umile, il malizioso sul benevolo, il ricco sul povero, il politico sul cittadino. Questa logica è diffusa anche tra i cristiani che hanno smarrito la logica del Regno: «sono nel mondo … non sono del mondo» (Gv 17,11.16). La logica mondana è aberrante perché si nutre d’immagine esteriore e superficiale che prevale sulla verità, sostituendo l’interiorità con l’apparenza. San Giacomo ci dice che siamo propensi a dare credibilità ad un ricco piuttosto che ad un povero, ad un letterato piuttosto che ad una persona semplice anche se sapiente, ad un personaggio televisivo piuttosto che ad una persona oscura anche se ricca di vita e sazia di giorni. Noi facciamo preferenze di persone, anche senza accorgercene, perché la mentalità del mondo ci ha infettati. Oggi vogliamo purificare i nostri criteri di valutazione e in questa Eucaristia intendiamo imparare a guardare la vita con gli occhi di Dio che sceglie Davide non perché il primogenito, non perché il più forte o il più appariscente, ma unicamente perché è secondo il suo cuore: «Il Signore replicò a Samuele: “Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”» (1Sa 16,7; cf 1Re 15,3).

(ebraico)

Beshèm

ha’av

vehaBèn

veRuàch

haKodèsh.

Amen.

(italiano)

Nel Nome

del Padre

E del Figlio

e dello Spirito

Santo.

Inchinarsi davanti a Dio per chiedere perdono significa ristabilire la scala della verità di noi stessi, sapendo che colui che ci ha creato e che scruta il cuore e i reni (cf Sal 26/25,2; Ger 11,20; 20,12), non solo è più grande del nostro cuore (cf 1Gv 3,20), ma ci conosce meglio di quanto noi possiamo conoscere noi stessi (v. nota Errore: sorgente del riferimento non trovata precedente). Per questo ogni azione liturgica, dopo la riforma del concilio Vaticano II, inizia sempre con una richiesta di perdono, fondamento e sorgente di libertà interiore.

[Breve esame di coscienza in congruo tempo]

Signore, tu guardi il cuore e le sue intenzioni, ma non l’esteriorità, abbi pietà di noi, Kyrie, elèison.

Cristo, che agisci con criteri contrari alla logica del mondo, abbi pietà di noi, Christe, elèison.

Signore, che ami il culto del cuore e la verità dei segni, abbi pietà di noi, Pnèuma, elèison.

Dio onnipotente abbia misericordia di noi perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna. Amen.

GLORIA A DIO NELL’ALTO DEI CIELI e pace in terra agli uomini di buona volontà. Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa, Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente [breve pausa 1-2-3]

Signore, Figlio Unigenito, Gesù Cristo, Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del padre: tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi; tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica; tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi. [breve pausa 1-2-3]

Perché tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo: [breve pausa 1-2-3]

Gesù Cristo con lo Spirito Santo, nella gloria di Dio Padre. Amen.

Preghiamo [colletta]. O Padre, che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, aiutaci a dire la tua parola di coraggio a tutti gli smarriti di cuore, perché si sciolgano le loro lingue e tanta umanità malata, incapace perfino di pregarti, canti con noi le tue meraviglie. Per il N. S. G. C., tuo Figlio che è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

MENSA DELLA PAROLA

Prima lettura Is 35,4-7a. Il libro del profeta Isaia è opera di tre autori singoli o collettivi vissuti in secoli diversi. Il profeta storico, del sec. VIII a.C. è autore dei primi 39 capitoli. In fase di redazione finale però un discepolo compose un poema, detto anche «piccola apocalisse» (cc. 34-35) e che inserì tra gli scritti del primo Isaia in modo maldestro. Dagli studiosi è detta «piccola apocalisse» per distinguerla dalla «grande apocalisse» dei cc. 24-27. Il testo di oggi appartiene a questa inserzione. Il brano come tutto il poema della «piccola apocalisse» descrive la fine del mondo come un ritorno al paradiso terrestre con conseguente capovolgimento delle situazioni: ciechi/vedenti; sordi/udenti e deserto/sorgente d’acqua. L’Eucaristia è la scuola dove apprendiamo il metodo del capovolgimento del male in bene attraverso la luce della Parola, la forza del Pane, l’energia del Vino, la comunione della Comunità. Dall’Eucaristia riceviamo la forza che Dio ci dà per trasformare il mondo in un nuovo giardino di Eden, dove ogni persona potrà vivere in pienezza la propria vita.

Dal libro del profeta Isaia Is 35,4-7a [+ 1-3, assenti nel lezionario]

[1 Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. 2 Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. 3 Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti.]

4 Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi». 5 Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. 6 Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. 7a La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso sorgenti d'acqua. - Parola di Dio.

Salmo responsoriale 146/145, 6b-7; 8-9a; 9bc-10. Il salmo odierno è il primo degli ultimi cinque che compongono il Salterio. Celebra Dio, sostegno del povero e del giusto e si conclude con una acclamazione alla regalità di Dio (v. 10). L’autore conosce Isaia da cui attinge e per noi che conosciamo il Vangelo, questo salmo ha il sapore del Magnificat di Myriam di Nàzaret, l’inno per eccellenza alla regalità di Dio che viene in soccorso di quanti invocano il suo aiuto, capovolgendo le situazioni e i criteri di giudizio per ristabilire la verità dell’essere contro la futilità dell’apparire. Immaginando che anche Gesù ha pregato con questo salmo, preghiamolo anche noi come un sacramento che ci conduce a lui.

Rit. Loda il Signore, anima mia.

1. 6 Il Signore rimane fedele per sempre
7 rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri. Rit.

2. 8 Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
9 il Signore protegge i forestieri. Rit.

3. Egli sostiene l'orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
10 Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione. Rit.

Seconda lettura Gc 2,1-5. Domenica scorsa Giacomo ci aveva lasciato con il gusto della giustizia di Dio che non fa preferenze di persone, ma vuole essere incontrato in una «religione pura»: assistere chi è nel bisogno come vedove e orfani (1,17). La lettura di oggi estende questa prospettiva alle assemblee liturgiche che devono essere lo specchio della vita e non l’occasione della vanagloria. Il culto che celebriamo è strettamente connesso alla vita che viviamo: l’uno e l’altra camminano insieme. La vita dà contenuto al rito e il rito esprime lo spessore della vita. L’assemblea eucaristica è il sacramento della verità sia della vita che della qualità del rito.

Dalla lettera di Giacomo apostolo 2,1-5

Fratelli miei, 1 la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali. 2 Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d'oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. 3 Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: «Tu siediti qui, comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti là, in piedi», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», 4 non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi? 5 Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano? - Parola di Dio.

Vangelo Mc 7,31-37. Il racconto della guarigione del sordomuto è costruito sullo stesso schema della guarigione del cieco (cf Mc 8,22-26) e tutti e due sono inseriti nella «sezione dei pani»: hanno quindi la stessa lezione morale e la medesima funzione eucaristica. Sono coinvolti tre sensi dell’uomo: l’udito, cioè l’ascolto; la lingua cioè la parola e gli occhi cioè la vista. Secondo la concezione del tempo, sordità e mutismo erano castighi di Dio (cf Mc 4,10-12; 8,18) perché toccano le due funzioni essenziali della vita religiosa: l’ascolto della Toràh e la lode nell’assemblea. La guarigione da questi castighi è segno della salvezza che diventa un modello per la iniziazione alla fede in ogni tempo, di cui una piccola traccia è rimasta nel rito del battesimo. Gesù è colui che viene a spezzare la sordità e a restituire la parola per aprire l’umanità alla visione del volto di Dio che noi ora gustiamo in anticipo nella celebrazione dell’Eucaristia. Ascoltare, parlare e vedere tre conseguenze della fede fondata sul mistero dell’incarnazione, che, a sua volta, si realizza nell’incontro sperimentale, di cui nell’Eucaristia ne sperimentiamo l’intensità. Imparare ad ascoltare, a parlare e a vedere è l’inizio della vita nuova, di ogni vita.

Canto al Vangelo Mc 7,37

Alleluia. Gesù annunciava il vangelo del Regno / e guariva ogni sorta di infermità nel popolo. Alleluia.

Dal Vangelo secondo Marco Mc [ 7,24]. 31-37

[(Gesù si trova in Galilea) 24 Partito di là, andò nella regione di Tiro e di Sidòne… (segue il racconto della guarigione della figlia della donna siro-fenicia: Mc 7,24-31)]

31 In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32 Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. 33 Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34 guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». 35 E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36 E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37 e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!». - Parola del Signore.

Spunti di omelia

Mc colloca il miracolo del sordomuto dentro una cornice geografica molto precisa, evento molto strano nei vangeli che normalmente sono generici. E’ un invito ad una maggiore attenzione. Gesù si trova in territorio pagano, a Tiro, nell’attuale Libano (antica Fenicia) sul mare Mediterraneo. Tiro è a km 50 circa a nord di Hàifa, la più importante città della Galilea ovest. Gesù vuole tornare in Galilea est, a Cafàrnao, nella sua patria sul lago di Tiberiade, detto «mare di Galilea». Per fare questo tragitto, Gesù fa un percorso strano, contro ogni logica: invece di andare a sud-est si dirige a nord verso Sidòne, sempre in Libano, distante circa km 20 da Tiro. Dopo un lungo inspiegabile giro, come dice la versione Cei, giunge «in pieno territorio della Decàpoli» (Mc 7,31). Il testo greco è suscettibile di una variante: «Essendo uscito dai territori di Tiro, attraverso Sidòne, giunse di nuovo al mare della Galilea attraverso il centro dei territori della Decàpoli», nell’attuale Giordania7. Sembra che l’evangelista si voglia preoccupare di dirci che è andato proprio lì: nel «centro dei territori della Decàpoli», cioè nel cuore di una zona pagana, e senza alcun nesso con «la terra d’Israele». Un viaggio strano8 che dietro il non senso logico contiene un significato teologico. La liturgia, come al solito, spezzetta il testo senza tenere conto dei problemi stilistici e letterari per cui facilmente non aiuta a capire, ma confonde di più le idee. Il v. 31 deve essere collegato con il v. 24 con cui fa corpo perché tutti e due fanno riferimento a Tiro e Sidòne, formando così una inclusione che chiude il viaggio con un cerchio.

Il percorso a forma di semicerchio in senso orario (Tiro, Sidòne, Decàpoli, Galilea) che compie Gesù ha lo scopo di comunicare al lettore che Gesù proviene dal territorio pagano, ma non entra nella Terra promessa che invece circumnaviga passando così dalla terra pagana del Libano alla terra pagana della Decàpoli. La Palestina è tagliata fuori. Egli arriva da ovest, dalla costa del Mare Mediterraneo via terra alla sponda orientale del mare di Galilea, nella regione di Geràsa (in Giordania) dove l’indemoniato liberato da Gesù ne aveva divulgato la fama (5,20). Questo lungo viaggio ha un scopo preciso: evitare di entrare nella terra di Israele.

La situazione è capovolta: Gesù che era venuto per le «pecore disperse d’Israele» (Mt 15,24; cf 10,6), ora è fuori i confini d’Israele e percorre le regioni pagane, ed evita accuratamente Eretz Israella terra d’Israele. Il puro diventa impuro e l’impuro puro. E’ un modo per giustificare e spiegare l’universalismo della fede. Troviamo qui in un semplice versetto geografico, apparentemente innocuo e illogico la teologia paolina del vangelo ai Gentili che non hanno bisogno della circoncisione per accedere alla fede in Gesù Cristo (cf 1Cor 7,19). Il versetto è la testimonianza della tensione che vi fu tra i primi cristiani di origine giudaica nell’accettare i nuovi credenti provenienti dal paganesimo. Marco, discepolo di Paolo, ci consegna il mandato missionario di un vangelo aperto ad ogni popolo il quale ha diritto di accesso alla fede senza condizione preliminare. Chiarito questo contesto, il resto è più facile, Gesù compie in territorio pagano gli stessi miracoli che compie in terra d’Israele, con le stesse modalità e alle stesse condizioni. Israele e Pagani per Gesù di Nazaret sono sullo stesso piano e nessuno può vantare diritti superiori a quelli degli altri. A tutti e due chiede solo la fede in Dio e nel Figlio dell’uomo (cf Gv 9,35-37).

Il racconto della guarigione del sordomuto è particolare perché è molto simile a quello del racconto del cieco (cf Mc 8,22-26) con il quale ha una serie di analogie che conviene osservare:

Mc 7: sordomuto

Mc 8: cieco

Analogie

1.

2.

3.

31 …in pieno territorio della Decàpoli

22 Giunsero a Betsàida,

Territorio: 1. pagano; 2. giudaico

gli portarono un sordomuto,

gli condussero un cieco

Stesso movimento della folla

e lo pregarono di imporgli la mano

pregandolo di toccarlo.

Stessa richiesta della folla

33a Lo prese in disparte, lontano dalla folla,

23a Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori del villaggio e,

Stesso comportamento di Gesù: evita la folla

33c e con la saliva gli toccò la lingua

23b dopo avergli messo saliva sugli occhi,

Stesso rituale di esorcismo

33b gli pose le dita negli orecchi

23c gli impose le mani e gli chiese:

 

«Vedi qualcosa?».

 

34a guardando quindi verso il cielo,

 

Gesù si rivolge al Padre

34b emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè «Apriti!».

 

Formula liturgica «tecnica» aramaica.

 

24 Quello, alzando gli occhi, diceva:

Il cieco guarda il cielo

 

«Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano».

 
 

25 Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi

 

35 E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.

ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintam. ogni cosa.

Stesso risultato:

1. sordomuto: udito e lingua

2. cieco: vista

36 E comandò loro

26 E lo rimandò a casa dicendo:

Stesso comando di mantenere il segreto (= messianico).

di non dirlo a nessuno.

«Non entrare nemmeno nel villaggio».

Ma più egli lo raccomandava, più essi lo proclamavano 37 e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

   

Gli elementi comuni sono sette:

  1. partecipazione della folla che porta il malato

  2. Gesù opera in disparte

  3. l’esorcismo dell’insalivazione

  4. contatto fisico con le mani

  5. sguardo al cielo

  6. imposizione del silenzio

  7. guarigione.

Questo schema sembra risentire del substrato di una liturgia di esorcismo e di guarigione consolidata perché si dà importanza a due sensi che sono essenziali per la fede: l’udito con la parola (e la vista in quella del cieco). L’ascolto con la lode e la visione. La Parola e il Volto. La relazione vitale. Non udire, non parlare e non vedere sono castighi di Dio (cf Mc 4,10-12; 8,18), probabili colpe dei padri scontate dai figli, per cui guarire da questi malanni significa ricevere la salvezza da Dio. Chi riceve la salvezza è chiamato a fare una scelta di rottura con il mondo circostante, qui identificato in un soggetto plurale impersonale (gli portarono) con un riferimento indistinto alla « folla» (cf Mc 7,31; 8,22). Non si può servire due padroni. Per udire, parlare e vedere bisogna allontanarsi dalla folla perché questa non solo ne è incapace, ma può essere un impedimento. La folla ama le urla e le «sensazioni», la persona sapiente s’immerge nel silenzio d’ascolto e nella visione.

Nella massa, specialmente se condizionata dai mezzi di comunicazione controllati dal potere o da qualcuno senza scrupoli, l’individuo perde la propria capacità di valutazione e vive attraverso la mediazione di altri che ne determinano la mente, la coscienza e lo riducono a puro esecutore. La Chiesa deve essere lo spazio del disinquinamento, dove la coscienza ritrova la sua lucidità e il pensiero la sua libertà. Se la Chiesa si adegua alla mentalità corrente, viene meno al suo mandato che è quello di difendere «la libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Ascoltare, parlare e vedere sono attività irrinunciabili per ogni persona: si può essere ciechi fisicamente, ma non si può non vedere la realtà che ci circonda; si può essere muti, ma non si può rinunciare alla comunicazione; si può essere sordi per una menomazione, ma non si può venire meno all’esigenza di ascoltare col cuore e con gli occhi i segni della vita e della vita di comunione.

Osserviamo da vicino il racconto. Gesù prima di guarire il sordomuto alza gli occhi al cielo (cf Mc 7,34), compiendo il gesto che nei vangeli sinottici è ricordato solo per la moltiplicazione dei pani (cf Mc 6,41; Mt 14,19; Lc 9,16), quindi in un contesto eucaristico. Potrebbe essere l’indizio che ci troviamo di fronte ad un rito liturgico di esorcismo nell’ambito dell’iniziazione cristiana che è basata sul rapporto «parola-ascolto-fede»9. A ciò si deve aggiungere l’insalivazione che ha un significato proprio perché la saliva è il respiro vitale solidificato e quindi «insalivare» significa trasmettere il soffio vitale (cf Gv 9,6) dello Spirito che genera la creazione e la rinnova (cf Gen 2,7; 7,20; Sap 15,15-16). La parola «Effatà» è un residuo aramaico (Ephphatàh) conservato da Mc (cf Mc 7,34) perché a lui preesistente. Questo testo dovrebbe essere approfondito all’interno di tutto il contesto e potrebbe costituire un buon fondamento dei sacramenti dell’iniziazione cristiana: battesimo, confermazione ed eucaristia. Noi non possiamo farlo qui nello spazio di una meditazione sulla Parola.

Se ci domandiamo qual è il senso della liturgia della Parola di oggi, non sbagliamo a dire che il senso riguarda l’iniziazione alla fede: sappiamo infatti che tutto il vangelo di Mc è scritto per i catecumeni, coloro cioè che per la prima volta si affacciano alla fede attraverso un lungo percorso di formazione, di sperimentazione e di condivisione che, nella Chiesa dei primi secoli, durava anche tre anni. L’iniziazione alla fede nella Scrittura è quasi sempre illustrata come guarigione dal mutismo. Acquistare la parola significa iniziare a credere. Tutti i chiamati da Dio devono fare i conti con la parola e quindi con la loro balbuzie, con la paura di parlare la Parola di Dio (cf Es 4,10-17; Is 6; Ger 1). Se Mosè e Geremia si sentono inadeguati a possedere parole che possano esprimere la Parola, Ezechiele e l’autore dell’Apocalisse addirittura devono mangiare il rotolo/libro della Parola (cf Ez 2,8-3,3; Ap 10,8-11)), cioè identificarsi con la Scrittura per essere «profeti» e non padroni della Parola. Diventare la Parola è l’obiettivo del catecumeno che così entra nella dimensione profetica della sua vita: l’esempio più chiaro e più genuino si ha con Maria di Nàzaret che non solo non si oppone all’irruzione del Lògos/Parola che in lei diventerà carne e sangue umani, ma si offre con slancio abbandonandosi totalmente alla nuova identità e personalità che la Parola opera in lei: «Oh, sì! Eccomi, sono la serva del Signore: che accada a me secondo la tua parola»10.

Gesù resta fuori della Palestina per abbattere il muro della separazione (cf Ef 2,14) tra Israele e gli altri popoli, tra la Chiesa e tutte le nazioni, tra il vangelo e tutte le culture, tra l’Eucaristia e tutte le speranze umane. Quando Israele si allontana da Dio, uno dei castighi più gravi è il mutismo: tacciono i profeti e muore l’ascolto (cf 1Sa 3,1; Is 28,7-13; Lam 2,9-10; Ez 3,22-27; Am 8,11-12; cf Gen 11,1-9). Essere muti significa non avere fede. Al contrario quando abbonda la Parola è segno che lo Spirito di Dio scorre come un fiume in piena perché sono iniziati i tempi del Messia e la fede scorre come un fiume (cf Lc 1,65; 2,17.38). Non a caso l’annuncio che tutto il popolo è un popolo di profeti (cf Gl 3,1-2) si compie nel giorno di Pentecoste il giorno che rivede la riapertura del cielo per mostrare a tutti i popoli il volto di Dio Padre (cf At 2,1-3).

Se dovessimo fare una applicazione alla situazione storica attuale, dobbiamo constatare che assistiamo ad un tempo di decadenza che coinvolge la Chiesa nel suo insieme. Oggi anche il silenzio è stato sostituito dal «tacere» che domina incontrastato, per viltà o opportunismo. A volte si ha la sensazione che il mutismo da cui i cristiani sono colpiti sia quasi un castigo di Dio, una forma di esilio per richiamare alla conversione, al ritorno alla fede. Oggi abbondano forme religiose neopagane, ma langue la fede e la sua essenzialità che trova nel «silenzio orante» la sua massima espressione. Si può stare in silenzio davanti a Dio o davanti ad una tragedia, ad un dolore indicibile, mai e poi mai il cristiano può «tacere» di fronte all’ingiustizia, al sopruso, alla sopraffazione del debole, specialmente se di altre culture e paesi perché è doppiamente povero: in quanto povero e in quanto straniero in terra altrui. Come poi si possa essere stranieri nella terra che è di Dio e che tutti dobbiamo lasciare, al momento della morte, è uno dei drammi della nostra «inciviltà» occidentale e cristiana che mentre con il suo sistema economico perverso crea la povertà e i poveri, li espelle anche e li rifiuta come escrescenze patologiche. Anche nel deserto dell’indifferenza, il credente deve gridare come il Battista: «Voce di uno che grida nel deserto» (cf Is 40,3; Mc 1,3; Gv 1,23). I cristiani sono «afoni» e appiattiti alla logica del mondo, dove regna il caos, dove tutti parlano e nessuno ascolta; intanto i poveri e i non poveri cercano le risposte della vita nell’occultismo, nella magia e nello spiritismo che sono l’emblema osceno del mutismo e della superficialità ignorante11.

Di fronte alle guerre, ai soprusi dell’economia dei forti, allo sfruttamento, alla violenza dei sistemi, all’illegalità scelta come criterio etico, molti cristiani, anche nella gerarchia, non reagiscono perché assuefatti al «sistema mondo». Stare dalla parte della profezia è rischioso e chi vive di fede deve rischiare e pagare di persona compromettendo anche interessi personali legittimi perché il tempo che viviamo è contemporaneamente tempo di silenzio davanti a Dio e tempo di parola davanti agli uomini. «Effatà – Apriti!» è l’invito che facciamo nostro nella coerenza della fede per essere capaci di dire agli smarriti di cuore di non temere i pericoli della vita perché il Signore è vicino attraverso di noi: Siamo noi che dobbiamo dire ai ciechi di vedere, agli zoppi di camminare e ai sordi di udire perché se non siamo capaci di compiere i miracoli della solidarietà, quale fede possiamo testimoniare? Dio con Isaia promette un capovolgimento anche della natura, noi quale capovolgimento della vita offriamo agli occhi del mondo sempre più distratto e più banale?

San Giacomo ci offre un criterio infallibile per verificare se il nostro cammino di credenti è autentico oppure se sta in piedi come un francobollo senza colla: il nostro atteggiamento di fronte ai poveri e ai ricchi che diventa la nostra condanna oppure la nostra salvezza. I cristiani cominciarono già da subito, nel sec. I, a deviare dalla «Via» (cf At 19,9; 24,16; 16,17) e a fare preferenze di persone: è una tentazione sempre in agguato e per questo dobbiamo vigilare per non cadere in tentazione (cf Lc 22,40.46). «Effatà – Apriti!» è l’invito a spalancare il nostro udito e la nostra mente ai pensieri e alle parole di Dio per essere in grado di percepire le parole di vita e i sussurri di aiuto che provengono dal cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo, ai quali dobbiamo parlare di Dio attraverso la nostra testimonianza perché possano ascoltarlo e contemplarlo. Con l’aiuto di Dio vogliamo aprirci all’azione di novità dello Spirito Santo, vogliamo aprirci al mondo che Dio ama, all’amore e alla misericordia per annunciare con la nostra vita che vale la pena vivere, nonostante tutto, perché Dio ci ama e ci manda ad amare. «Effatà – Apriti!» è sconfinamento, immensità: l’opposto esatto e contrario di chiusura e grettezza.

Credo o Simbolo degli Apostoli12

Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra; [Pausa: 1 – 2 – 3]

e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, [Pausa: 1 – 2 – 3]

il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato,

fu crocifisso, morì e fu sepolto; [Pausa: 1 – 2 – 3]

discese agli inferi; il terzo giorno è risuscitato da morte; salì al cielo,

siede alla destra di Dio onnipotente: di là verrà a giudicare i vivi e i morti. [Pausa: 1 – 2 – 3]

Credo nello Spirito santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.

Preghiera universale [intenzioni libere]

MENSA EUCARISTICA

Segno della Pace e presentazione delle offerte. Entriamo nel Santo dei Santi presentando i doni, ma prima, lasciamo la nostra offerta e offriamo la nostra riconciliazione e concediamo il nostro perdono, senza condizioni, senza ragionamenti, senza nulla in cambio: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24). Solo così possiamo essere degni di presentare le offerte e fare un’offerta di condivisione. Riconciliamoci tra di noi con un gesto o un bacio di Pace perché l’annuncio degli angeli non sia vano.

Scambiamoci un vero e autentico gesto di pace nel Nome del Dio della Pace.

[La benedizione sul pane e sul vino è tratta dal rituale ebraico]

Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo; dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane e questo vino, frutto della terra, della vite e del lavoro dell’uomo e della donna; lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna. Benedetto nei secoli il Signore.

Preghiamo perché il nostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente.

Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa.

Preghiamo (sulle offerte). O Dio, sorgente della vera pietà e della pace, salga a te nella celebrazione di questo mistero la giusta adorazione per la tua grandezza e si rafforzi la fedeltà e la concordia dei tuoi figli. Per Cristo nostro Signore. Amen.

PREGHIERA EUCARISTICA

[Messa dei Fanciulli]

Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito.In alto i nostri cuori. Sono rivolti al Signore.

Rendiamo grazie al Signore, nostro Dio.E’ cosa buona e giusta.

O Dio, nostro Padre, tu ci dai la gioia di riunirci nella tua Chiesa per dirti il nostro grazie con Cristo Gesù nostro salvatore. Egli è il Verbo incarnato, luce del mondo in cui tu hai rivelato ai popoli il mistero della salvezza.

Tu vieni a consolare gli smarriti di cuore: «Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio» (cf Is 35,4).

Tu ci hai tanto amato, che in lui apparso nella nostra carne mortale ci hai rinnovati con la gloria dell’immortalità divina.

Santo, Santo, Santo, sei tu, Signore, Dio dell’universo. Kyrie elèison, Christe elèison, Pnèuma elèison.

Tu ci hai tanto amato, che hai dato a noi il tuo Santo Spirito per formare in Cristo una sola famiglia che adora il Dio invisibile venuto in mezzo a noi.

Tu sei il Dio fedele per sempre: rendi giustizia agli oppressi e dai il pane agli affamati (cf Sal 146/145,6-7).

Per questi doni del tuo amore ti rendiamo grazie, o Padre, e uniti agli angeli e ai santi, cantiamo la tua gloria:

I cieli e la terra sono pieni della Tua gloria. Osanna nell’alto dei cieli. Kyrie elèison, Christe elèison, Pnèuma elèison.

Sia benedetto Gesù Cristo, tuo Figlio, che ci hai mandato, amico dei piccoli e dei poveri. Egli ci ha insegnato ad amare te, nostro Padre, e ad amarci tra noi come fratelli.

Nella santa Eucaristia, tu apri gli occhi dei ciechi e schiudi gli orecchi dei sordi per vedere e ascoltare la gloria del Figlio tuo e Signore nostro Gesù Cristo (cf Is 35,5-6).

E’ venuto a togliere il peccato, il male che allontana gli uomini da te e li rende infelici. Ci ha promesso il dono dello Spirito Santo che rimane sempre con noi perché viviamo come tuoi figli.

Benedetto nel nome del Signore colui che viene. Osanna al Signore. Pnèuma, elèison. Kyrie elèison.

Ora ti preghiamo: Dio nostro Padre, manda il tuo Santo Spirito, perché questo pane e questo vino diventino il corpo e il sangue di Gesù Cristo, nostro Signore.

Tu, o Signore, liberi i prigionieri e proteggi i forestieri, di generazione in generazione (cf Sal 146/145,7.9).

Prima della sua morte sulla croce, egli ci lasciò il segno più grande del suo amore: nell’ultima cena con i Suoi discepoli, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede loro e disse: PRENDETE, E MANGIATENE TUTTI: QUESTO E’ IL MIO CORPO OFFERTO IN SACRIFICIO PER VOI.

E’ il Signore Gesù! Si offre per noi! E’ Dio fedele: dà il pane del cielo agli affamati di giustizia (cf Sal 146/145,6).

Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice del vino e rese grazie, lo diede ai suoi discepoli e disse: PRENDETE E BEVETENE TUTTI: QUESTO E’ IL CALICE DEL MIO SANGUE PER LA NUOVA ED ETERNA ALLEANZA, VERSATO PER VOI E PER TUTTI IN REMISSIONE DEI PECCATI.

E’ il Signore Gesù! Si offre per noi! E’ Dio fedele: rende giustizia agli oppressi e rialza chi è caduto (cf Sal 146/145,7.8).

Poi disse loro: FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME.

Tu, Signore della gloria, hai scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno (cf Gc 2,1.5).

MISTERO DELLA FEDE

Mentre attendiamo il tuo ritorno, annunciamo la tua morte e proclamiamo la tua risurrezione.

Noi ricordiamo, o Padre, il tuo Figlio Gesù, morto, risor­to, salvatore del mondo. Egli si è offerto nelle nostre mani per mezzo di Maria e noi lo accogliamo e l’offriamo a te nostro sacrificio di riconciliazione e di pace.

Al Signore portarono un sordomuto, e lo pregarono di imporgli la mano. Egli lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua» (Mc 7,32).

Ascolta, o Padre, la nostra preghiera e dona lo Spirito del tuo amore a tutti quelli che partecipano alla tua mensa; fa che diventino un cuore solo e un’anima sola nella tua Chiesa, con il nostro papa …, il vescovo …, con tutta la Chiesa e con coloro che lavorano per il bene dei popoli.

Il Signore, guardando verso il cielo, emise un sospiro e disse: «Effatà», cioè «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente» (Mc 7,34).

Benedici e proteggi, o Padre, le persone che amiamo… [breve silenzio memoriale] i nostri genitori, i nostri fratelli e le nostre sorelle e i nostri amici e anche quelli che non amiamo abbastanza.

Un cuore solo, un’anima sola, per la tua gloria, Signore! Sia benedetto il Nome del Signore in ogni persona che amiamo e che incontriamo sul nostro cammino.

Ricordati anche dei nostri morti che sono viventi in te e presenti a noi… [breve silenzio memoriale]: prendili con te nella tua casa.

Padre, hai mandato il tuo Figlio che ha fatto udire i sordi e parlare i muti. Per i meriti della sua morte e risurrezione accogli nella Gerusalemme celeste i nostri defunti che affidiamo alla tua paternità.

Padre santo, concedi a noi tuoi figli di venire un giorno a te nella festa eterna del tuo Regno con la beata Vergine Maria, Madre di Dio e Madre nostra, con tutti gli amici di Gesù canteremo per sempre la tua gloria.

Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Padre nostro in aramaico:

Idealmente riuniti con gli Apostoli sul Monte degli Ulivi, preghiamo, dicendo:

Padre nostro che sei nei cieli

Avunà di bishmaià

sia santificato il tuo nome

itkaddàsh shemàch

venga il tuo regno

tettè malkuttàch

sia fatta la tua volontà

tit‛abed re‛utach

come in cielo così in terra

kedì bishmaià ken bear‛a.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Lachmàna av làna sekùm iom beiomàh

e rimetti a noi i nostri debiti

ushevùk làna chobaienà

come noi li rimettiamo ai nostri debitori

kedì af anachnà shevaknà lechayabaienà

e non abbandonarci alla tentazione

veal ta‛alìna lenisiòn

ma liberaci dal male.

ellà pezèna min beishià. Amen!

Antifona alla comunione (Mc 7,37): «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Dopo la Comunione:

Da Albert Schweitzer, Memorie di fanciullezza

Una cosa mi commuove quando ripenso ai giorni della mia gioventù: il fatto che tante persone mi hanno dato qualcosa o sono state qualcosa per me senza saperlo. Persone con cui forse non ho mai scambiato una parola, e altre di cui ho semplicemente udito cose riportate, hanno avuto un influsso decisivo su di me, entrarono nella mia vita e divennero delle forze entro di me. Molti sentimenti che non avrei provato così intensamente, molti atti che non avrei compiuto così efficacemente, li ho provati e compiuti perché mi trovavo sotto l’influsso di queste persone. Perciò penso sempre che noi tutti viviamo, spiritualmente, di quel che altri ci hanno dato nelle ore decisive della nostra vita. Queste ore non si preannunziano, ma giungono inaspettatamente. E a volte non ne siamo neppure coscienti, anzi ci passano quasi inosservate. Spesso, invero, comprendiamo il loro significato per la prima volta quando ci guardiamo indietro, allo stesso modo che la bellezza di un pezzo di musica o di un paesaggio ci colpisce per la prima volta quando ne torna alla mente il ricordo. Molte delle nostre qualità, dolcezza, umiltà, bontà, misericordia, lealtà, fedeltà, rassegnazione al dolore, le dobbiamo a uomini che ci hanno dato un esempio in occasione di avvenimenti importanti o banali. Una loro azione balzò in noi come una scintilla, e accese dentro di noi una nuova fiamma.

Da Sant’Ambrogio, Dei sacramenti (I, 1-3).

Ora è venuto il momento di parlare dei misteri e di spiegare la natura dei sacramenti che avete ricevuto... Che cosa abbiamo fatto sabato? I misteri di introduzione. Questi misteri di introduzione sono stati celebrati quando il vescovo ti ha toccato le orecchie e le narici. Che cosa significa? Nostro Signore Gesù Cristo nel Vangelo, quando gli è stato presentato un sordomuto, gli ha toccato le orecchie e la bocca: le orecchie perché era sordo, la bocca perché era muto. E gli ha detto: “Effatà”. È una parola aramaica che significa “Apriti”. Perciò il vescovo ha toccato le orecchie, perché le tue orecchie si aprano alla parola e al discorso del vescovo. Ma tu ti chiedi: “Perché le narici?”. ... Affinché tu riceva i profumi della bontà divina, affinché tu dica: “Noi siamo davanti a Dio il profumo di Cristo”, come dice l’apostolo (2Cor 2,15), e vi siano in te tutti i profumi della fede e della devozione.

Benedizione e saluto finale

Sia Benedetto colui che è Benedetto in cielo e in terra.

Ci benedica l’Alfa e l’Omega, il Principio e il Fine.

Sia benedetto il Nome del Signore invocato su di noi.

Rivolga il Signore il suo Nome su di noi e ci doni il suo Spirito.

Rivolga il Signore il suo Volto su di voi e vi doni la sua Pace.

Sia sempre il Signore davanti a noi per guidarci.

Sia sempre il Signore dietro di voi per difendervi dal male.

Sia Sempre il Signore accanto a noi per confortarci e consolarci.

E la benedizione dell’onnipotente tenerezza del Padre e del Figlio

e dello Spirito Santo, discenda su di voi e con voi rimanga sempre. Amen!

La messa è finita come lode, continua come storia e testimonianza.

Andiamo in Pace. Rendiamo grazie a Dio.

_________________________

Domenica 23a del tempo ordinario – B – Parrocchia di S. M. Immacolata e S. Torpete

© Nota: L’uso di questi commenti è consentito citandone la fonte bibliografica

Paolo Farinella, prete – 09/09/2012 – San Torpete, Genova

AVVISO

Sabato 22 settembre 2012, ore 17,30 OMAGGIO AL POETA GIORGIO CAPRONI. Trio Modigliani - Mauro Loguercio, Violino – Angelo Pepicelli, Violoncello – Francesco Pepicelli, Pianoforte. Musica e poesia per Giorgio Caproni nel centenario della nascita - Musiche di L. v. Beethoven, F. Schubert con letture di poesie di Caproni. Lettrice: Piera Filippone.

Riprendono la celebrazione dell’Eucaristia ogni domenica e festa alle ore 10,00 e le attività della «Ludovica Robotti».

1 Il brano odierno della 1a lettura, appartiene al blocco formato dai capitoli 34 e 35 di Isaia detta «piccola apocalisse» per distinguerla dai capp. 24-27 che formano la «grande apocalisse». Le due apocalissi descrivono il giudizio di Dio sulla storia nel giorno del Messia: un giorno di «verità» compiuta, in cui ognuno svelerà le intenzioni del suo cuore perché il giorno del giudizio sarà contemporaneamente giorno di salvezza e di condanna. Non sarà consentito essere diversi da quello che veramente si è e si è stati. Nessuno potrà barare. Il giudizio di Dio è la condanna alla verità di noi stessi su noi stessi e quindi alla conoscenza della verità di Dio. Il giudizio di Dio è il compimento definitivo del cammino verso la maturità e la pienezza come realizzazione dell’unità del nostro «io» a cui abbiamo aspirato per tutta la vita. In quel giorno non vi saranno più differenze e fratture tra quello che pensiamo e quello che diciamo, tra quello che diciamo e quello che preghiamo, tra quello che preghiamo e quello che facciamo, tra quello che facciamo e quello che speriamo, tra quello che speriamo e, tra quello che amiamo e quello che viviamo. In quel giorno sperimenteremo l’ecumenismo personale.

2 La lettera ha un percorso progressivo, conosciuta da Orìgene come Scrittura ispirata, è contestata da altri come afferma apertamente Eusebio di Cesarea. Non è conosciuta da Tertulliano e Cipriano. Non compare nemmeno a Roma (canone di Muratori, attribuito a Sant’Ippolito (circa 200 d.C.). Nel sec. IV fu accolta nel loro canone dalle Chiese siriache e infine lungo il corso del secolo da tutte le Chiese d’oriente e d’occidente. Per le questioni inerenti l’autore, che la tradizione riconosce in «Giacomo, fratello del Signore» (cf Mc 6,3 Mt 13,55, ecc.), l’attribuzione della lettera e altre questioni, cf Bibbia di Gerusalemme, edizione Cei 2008, 2872-2876.

3 Il brano odierno prosegue la lettura della lettera di Giacomo, iniziata domenica scorsa. Abbiamo già conosciuto il giudizio sprezzante di Lutero che la definì «lettera di paglia», influenzando pesantemente gli studi successivi. Oggi la lettera è rivalutata anche in campo protestante. Per una panoramica generale, tematico ed esegetico, cf G. C. Bottini, Giacomo e la sua lettera, Franciscan Printing Press, Jerusalem 2000.

4 Il titolo «Signore» applicato anche a Dio Padre ricorre appena 6x in tutta la lettera (cf Gc 1,1; 2,1; 5,7-8. 14.15) mentre il titolo «Cristo» appare solo 2x: qui e in Gc 1,1. In tutta la lettera inoltre non si parla mai di «morte e risurrezione» di Gesù. Già queste informazioni ci mettono di fronte ad una lettera che non si può leggere superficialmente, ma esige un approfondimento particolare.

5 Gesù, come spesse volte abbiamo sottolineato, si ispira in questa affermazione alla tradizione giudaica che parlava di dieci/sette «cose» create «prima» della stessa creazione (cf Dom. 19a ordinaria B p. 7 dove è riportato il testo del trattato di Pirqé Avòt-Massime dei Padri del Talmud; cf. anche Appendice 5 a Dom. 21a ordinaria B pp. 14-15, nota 13).

6 Il «cuore» è la coscienza, sede della vita e dei sentimenti nobili (amore, amicizia, benevolenza, ecc.), mentre i «reni» sono l’inconscio, per gli antichi sede degli istinti negativi (abbrutimento, violenza, sessuomania, ecc.); cf Sant’Agostino: «Interior intimo meo et superior summo meo – Più intimo del mio intimo e più profondo del mio profondo» (Conf. III, 6,1; PL 32).

7 La Decàpoli è un territorio situato prevalentemente nella parte nord-orientale della Palestina a sud del Mare di Galilea. Prende il nome da una confederazione di dieci città (decàpoli) di cui nove (Pella, Dione, Gadàra, Ippo, Filadèlfia, Geràsa, Rafàna, Damàsco, Canata) si trovano ad est del Giordano (nell’attuale Giordania), e una (Scitopoli) ad ovest del fiume. I Greci vi abitavano dal 200 a.C. e, dopo la campagna di Pompeo (65-62 a. C.), i Romani liberarono alcune città dai Giudei, organizzandole a difesa dell’espansionismo romano contro le popolazioni semitiche circostanti. Nel 1 d.C. le dieci città formarono un patto per commercio e difesa contro i Giudei ed altri popoli semitici. Folle dalla Decàpoli seguivano Gesù all’inizio del suo ministero pubblico (cf Mt 4,31; Gesù vi si recò almeno due volte: cf Mc 5,1.20; 7,31: la presenza di porci indica una zona di non giudei). La chiesa di Giudea durante la persecuzione riparò nella città di Pella nella Decàpoli prima della guerra del 66 d.C. che si concluse con la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C.

8 Come dire che volendo andare da Genova a Firenze si diresse a Milano da qui a Brescia per poi dirigersi a sud verso Firenze. Questo percorso «impossibile» si giustifica solo letterariamente per il messaggio che nasconde.

9 I rituali più antichi prevedevano un rito specifico per i sensi: occhi (At 9,18), naso e orecchi (Tradizione di Ippolito, n. 20, ecc.). Anche il rituale prima della riforma conciliare prevedeva l’esorcismo con la saliva sulle orecchie, sugli occhi e sulle labbra del battezzando. La riforma del rito del battesimo di Paolo VI (29 giugno 1970) ha mantenuto solo una traccia: il rito dell’Effatà: «Il celebrante tocca, con il pollice, le orecchie e le labbra dei singoli battezzati, dicendo: “Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre”» (Rito del battesimo, n. 74): il riferimento al vangelo odierno è diretto.

10 La nostra traduzione è più corrispondente al contesto della narrazione dell’Annunciazione (cf Lc 1,26-38) ed esprime meglio e più intimamente i sentimenti di Maria in modo attivo e partecipe e non passivo e quasi rassegnato come sembra essere il clima della traduzione ufficiale: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Bibbia Cei 2008). L’interiezione «Idù» che normalmente viene tradotto con l’incolore «Ecco!», deriva dalla radice «id» del verbo «horàō – io vedo/osservo/scruto» ed è la forma dell’imperativo aoristo medio: riflette cioè l’azione sul soggetto che la compie e si potrebbe tradurre con «Guarda/osserva/scruta nel mio interno» e contempla quello che accade. Maria é invitata dall’angelo a guardare «dentro la sua anima» per vedere la corrispondenza con la Parola appena annunciata che è già incarnata.

11 Davanti a noi si staglia l’accusa della Storia che nasce dal fatto che il «tacere» del mondo occidentale e in modo particolare del mondo cattolico davanti allo scempio orrendo e vergognoso del nazifascismo ha prodotto come effetto la Shoàh del popolo ebraico insieme alla distruzione totale di moltissime altre persone. Tutti sapevano e tutti tacettero, girandosi dall’altra parte: salvarono al vita, forse, ma perdettero l’anima e anche qualcosa in più: l’onore e la dignità.

12 Il Simbolo degli Apostoli, forse è la prima formula di canone della fede, così chiamato perché riassume fedelmente la fede degli Apostoli. Nella chiesa di Roma era usato come simbolo battesimale, come testimonia Sant’Ambrogio: « È il Simbolo accolto dalla Chiesa di Roma, dove ebbe la sua sede Pietro, il primo tra gli Apostoli, e dove egli portò l'espressione della fede comune» (Explanatio Symboli, 7: CSEL 73, 10 [PL 17, 1196]; v. commento in CCC, 194).




Mercoledμ 05 Settembre,2012 Ore: 16:55
 
 
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