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ISSN 2420-997X

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www.ildialogo.org Domenica 4a di Pasqua B – 29 aprile 2012 –,di Paolo Farinella, prete

Domenica 4a di Pasqua B – 29 aprile 2012 –

di Paolo Farinella, prete

FESTA DI SAN TORPETE

 

L’«Accademia dei Virtuosi»

Ensemble della Scuola Giuseppe Conte

e Cappella Musicale della Parrocchia di San Torpete

diretta da Fabio Francia

esegue con esecuzione completa, in prima mondiale

la «Missa Sancti Torpetis»

del M°. Andrea Gambarana Basevi

composta appositamente per la chiesa di San Torpete in Genova1

Voci

Strumenti

Soprani I: Luisa Bagnoli (*), Patrizia Bozzo (*)

Violino I: Alessandro Alexovits

Soprani II: Laura Valle (*), Sofia Fattore

Violino II: Alessandra Dalla Barba

Alti: Marina Frandi (*), Raffaella Romano

Violoncello: Jacopo Ristori

Tenori: Roberto Dellepiane (*), Aldo Repetto

Chitarra: Fabrizio Giudice

Bassi: Matteo Armanino (*), Alberto Cerin

Organo: Calogero Farinella

(*) Solisti

 

Fabio Francia, direttore

INGRESSO: Andrea Basevi: Toccata avanti la Missa Sancti Torpetis

Introduzione

La 4a domenica dopo Pasqua è comunemente conosciuta come la domenica del «Buon Pastore» perché vi domina questa figura descritta da Gv nel capitolo 10 del suo vangelo che la liturgia della 4a domenica suddivide nei tre anni liturgici2. Il testo greco parla di «Ho poimên ho kalòs» che alla lettera si traduce con «Il pastore bello», mentre le traduzioni parlano di «Buon pastore», sottolineando così le qualità morali. L’espressione «Il pastore bello» invece mette in evidenza un aspetto particolare: l’attitudine del pastore alla comunicazione, da cui nasce la comprensione e il dialogo. Il pastore non è solo «buono» perché comprensivo (aspetto morale), ma è «bello» perché si può «vedere». La conoscenza è anche «visione estetica» da contemplare. La bellezza attrae prima ancora di coinvolgere: prima di qualsiasi parola, c’è la visione perché vedere precede il parlare, come sperimentiamo quotidianamente nella nostra vita.

In questo senso «buono» e «bello» sono sinonimi, ma non con significati identici3 perché la bontà nasce dalla volontà di adeguarsi, o, come dice San Tommaso, di «acquietarsi» in Dio sommo Bene, sommo Vero, sommo Uno, somma Esistenza. «Il pastore bello» è una dimensione dell’incarnazione del Lògos perché Dio si fa vedere «in mezzo» all’umanità e, provvisoriamente, nasconde la sua bellezza attraente nel volto umano dove noi dobbiamo cercarla, scoprirla, trovarla e ammirarla. Ogni celebrazione, specialmente l’Eucaristia, dove noi possiamo «vedere» la Parola che si fa Pane e Vino, è evento estetico perché deve esprimere l’armonia che unisce la singolare unità dell’umano e del divino che coesistono nella fragilità della visione partecipata e condivisa.

Gesù si presenta con una formula forte di identità, che evoca sempre la maestà di Dio che si rivela sul Sinai a Mosè (cf Es 3,6): «Io-Sono» (ebr. ’anokì; gr. egō eimì). Usando questa formula «sacra», Gesù si pone sullo stesso piano del Dio della «rivelazione» del Sinai, assimilandosi così alla figura di «Dio-Pastore d’Israele» (Sal 80/79,2). Non è un profeta come Mosè o semplicemente il Messia, egli è il Dio dell’esodo che ora propone una «nuova alleanza» (Ger 31,31; cf Lc 22,20; 1Cor 11,25; 2Cor 3,6;Eb 8,8.13; 9,15; 12,24). L’espressione di auto-rivelazione «Io-Sono» (egô eimì) nel IV vangelo ricorre 10x in forma assoluta più altre 16x con immagini diverse, per un totale di 26x. Noi sappiamo che nella scienza ebraica dei numeri (ghematrìa) il numero 26 è il valore numerico del Nome Yhwh. L’autore del vangelo è ebreo e vuole darci una conclusione semplice: Gesù con l’espressione «Io-Sono» s’identifica con il Dio della rivelazione ebraica che è anche il motivo per cui deve morire: «Si è fatto figlio di Dio» (Gv 19,7).

Una conferma ulteriore di questa interpretazione si ha in Gv 18,5-6, nel giardino del Getsèmani, quando i soldati del tempio insieme alla coorte vanno per arrestare Gesù. Gesù va loro incontro e chiede: «Chi cercate?». Le guardie del tempio, guidate da Giuda, rispondono «Gesù Nazareno!». Gesù non esita e si auto-presenta: «Io-Sono». L’evangelista annota che «appena disse “Io-Sono”, indietreggiarono e caddero a terra» (Gv 18,6) come Davide davanti alla visione dell’angelo del Signore (cf 1Cr 21,16), come i discepoli davanti a Gesù trasfigurato (cf Mt 17,6); come Tobi e Tobia davanti all’arcangelo Raffaele (cf Tb 12,16)come Giuda e i suoi fratelli davanti al tempio distrutto (cf 1Mac 4,40) o come si cade in ginocchio con la faccia a terra davanti al Nome o al Volto di Yhwh per non morire (cf Es 3,6; 33,20; Dt 18,16; 1Re 19,13).

«Il pastore bello» viene a spezzare l’impossibilità di «vedere Dio» perché lo rende accessibile, visibile, sperimentabile. E’ questo il senso dello squarciamento del velo del tempio «da cima a fondo» (Mc 15,38) che proteggeva Dio e il sommo sacerdote officiante dalla vista del popolo d’Israele: nel tempo dell’alleanza nuova, è abrogata ogni mediazione e Dio è visibile direttamente da Ebrei e Greci, senza differenza alcuna. «Il pastore bello» strappa «il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni»Is 25,7) per manifestare il volto di Dio nella visione del Figlio. La vera identità della personalità di Gesù non appare a prima vista, ma occorre una certa consuetudine con lui per imparare a conoscerlo e condividerne i pensieri: la logica delle scelte non sono mai improntate al suo tornaconto personale, ma sono sempre proiettate fuori di sé verso gli altri.

Gesù si auto-«manifesta» come porta, cioè come ingresso, apertura, accoglienza: «Io-Sono la porta delle pecore» (Gv 10,7) e come pastore (cf Gv 10,11) anzi, secondo il testo greco, come pastore bello: «Io-Sono il pastore bello – Egô eimì ho poimên ho kalòs». Approfondiremo nell’omelia. Con gli stessi sentimenti di Mosè quando incontra per la prima volta il Dio dei suoi Padri che gli si rivela come «Io-Sono», togliamoci idealmente i calzari dai piedi della nostra superficialità e adoriamo la divina Shekinàh-Dimora che nei poveri segni della Parola, del Pane, del Vino e della Fraternità oggi manifesta a noi la «gloria/kabod» del suo Nome. Ascoltiamo questa rivelazione della personalità di Gesù nel cui volto vediamo il volto del Padre, entrando nel mistero della personalità di Gesù, con le parole del salmista (Sal 33/32,5-6): «Della bontà del Signore è piena la terra; la sua parola ha creato i cieli. Alleluia».

«Io-Sono» (gr. egô eimì),4 Sei tu, Signore, e noi ti riconosciamo!

«Io-Sono il pane»,5 Sei tu, Signore, il Pane disceso dal cielo.

«Io-Sono il pane della vita»,6 Sei tu, Signore, il Pane dell’Eucaristia.

«Io-Sono la luce»,7 Sei tu, Signore, la luce della vita.

«Io-Sono il testimone»,8 Sei tu, Signore, il testimone del Padre.

«Io-Sono la porta delle pecore»,9 Sei tu, Signore, il solo ed unico ovile.

«Io-Sono il pastore bello»,10 Sei tu, Signore, il Pastore della bellezza che salva.

«Io-Sono la risurrezione»,11 Sei tu, Signore, la risurrezione e la vita.

«Io-Sono la via, la verità e la vita»,12 Sei tu, Signore, la via la verità e la vita.

«Io-Sono la vite (15,5) vera»,13 Sei tu, Signore, la vite vera nel nostro calice.

Gesù è il nostro pastore, il Bel Pastore che ci conosce uno ad uno e chiama per nome per rivolgere a ciascuno un invito particolare. Ad ognuno chiede di collaborare in modo unico ed irripetibile alla realizzazione del progetto di Dio. Chiediamoci se siamo disposti a seguirlo, a lasciarci condurre da lui. Se siamo pronti a perdere la vita per lui. Preghiamo perché tutti noi e ciascuno di noi sappia con l’aiuto dello Spirito corrispondere alla propria vocazione con onestà e consapevolezza.

(ebraico)

Beshèm

ha’av

vehaBèn

veRuàch

haKodèsh.

Amen.

(italiano)

Nel Nome

del Padre

e del Figlio

e dello Spirito

Santo.

Gesù ha donato la sua vita per noi, ma spesso ci smarriamo dietro false guide che deteriorano e deformano il nostro cammino. Sono maestri e strade che non conducono al Signore e al suo ovile, ma ai pascoli del sopruso e dell’egoismo. Sono sentieri che non portano alla gioia del cuore. Chiediamo perdono al Signore della nostra mancanza di amore e della nostra poca fede.

KYRIE: Andrea Basevi: Missa Sancti Torpetis

[Se la Messa non è concertata:]

Signore, tu sei il Pastore bello e ti prendi cura del tuo popolo, Kyrie, elèison!

Signore, tu sei il nuovo Tempio, l’ovile del raduno universale, Pnèuma, elèison!

Cristo, tu sei il riposo dei tuoi figli e delle tue figlie sparsi nel mondo, Christe, elèison!

Signore, tu sei il Messia di Davide e offri la tua vita per noi, Kyrie, elèison!

Cappella

GLORIA: Andrea Basevi: Missa Sancti Torpetis

Gloria in excelsis Deo

GLORIA A DIO NELL’ALTO DEI CIELI…

Et in terra pax hominibus bonæ voluntatis.

e pace in terra agli uomini di buona volontà.

Laudamus Te, benedicimus Te, adoramus Te, glorificamus Te,

Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo,

Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam, Domine Deus, Rex cœlestis, Deus Pater omnipotens.

ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa, Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente.

Domine Fili Unigenite, Jesu Christe,

Signore, Figlio Unigenito, Gesù Cristo,

Domine Deus, Agnus Dei, Filius Patris:

Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del padre:

Qui tollis peccata mundi miserere nobis;

tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi;

Qui tollis peccata mundi suscipe deprecationem nostram,

tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica;

Qui sedes ad dexteram Patris miserere nobis.

tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi

Quoniam Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus,

Perché tu solo il Santo, tu solo il Signore,

Tu solus Altissimus, Jesu Christe,

tu solo l’Altissimo: Gesù Cristo,

Cum Sancto Spiritu in gloria Dei Patris. Amen.

con lo Spirito Santo, nella gloria di Dio Padre. Amen.

[Se la Messa non è concertata:]

GLORIA A DIO NELL’ALTO DEI CIELI e pace in terra agli uomini di buona volontà. Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa, Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente.

Signore, Figlio Unigenito, Gesù Cristo, Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del padre: tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi; tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica; tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi. [breve pausa 1-2-3]

Perché tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo: [breve pausa 1-2-3]

Gesù Cristo con lo Spirito Santo, nella gloria di Dio Padre. Amen.

Preghiamo (colletta). O Dio, creatore e Padre, che fai risplendere la gloria del Signore risorto quando nel suo nome è risanata l’infermità della condizione umana, raduna gli uomini dispersi nell’unità di una sola famiglia, perché aderendo a Cristo buon pastore gustino la gioia di essere tuoi figli. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

MENSA DELLA PAROLA

Prima lettura At 4,8-12. Gesù aveva detto che il «discepolo non è più grande del maestro» (Mt 10,24; Lc 6,40) e ora i discepoli lo dimostrano. Condotti davanti al Sinedrio devono giustificarsi per non essere puniti a causa del nome di Gesù. Il diritto prevedeva una prima udienza di avvertimento senza conseguenze per le persone ritenute «ignoranti» (At 4,13. 17-18). Pietro e Giovanni vengono redarguiti per due motivi: dai Farisei perché hanno guarito uno storpio (At 3,1-10) senza gli accorgimenti di purità prescritti (Lv 21,18-23; At 4,7; Mt 21,23; Gv 2,18) e dai Sadducei per la loro predicazione sulla risurrezione dai morti che essi invece negano (Lc 20,27-38; At 23,6-8) e che è il cuore della predicazione di Pietro (At 3,12-26). Pietro non bada alle conseguenze e rinnova il suo annuncio missionario anche davanti al Sinedrio accusandolo della morte di Gesù che però è stato risuscitato come era profetizzato dal Sal 118/117, riletto in chiave messianica.

Dagli Atti degli apostoli At 4,8-12

In quei giorni, 8Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, 9visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, 10sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. 11Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. 12In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati». - Parola di Dio.

Salmo responsoriale 118/117, 1.8-9; 21 -23; 26.28-29 118/117, 1-4; 16-18; 22-24. E’ il salmo conclusivo dell’hallèl pasquale (Sal 112/113-118/117) che si canta nella cena della veglia di Pasqua. La liturgia riporta parte dell’introdu-zione/invitatorio, (v. 1) che esorta a lodare la chèsed/misericordia del Signore. Segue il corpo del salmo, in cui un individuo, personificazione del re o del popolo loda il Signore per averlo protetto e salvato da un imminente pericolo. I vv. 22-23 celebrano «l’opera del Signore» che è l’ Israele/Cristo scelto come pietra angolare del regno dei redenti. All’acclamazione del popolo sulla soglia del Tempio: «Dona, Signore la tua salvezza – Yhwh hoshi‘àh na’» (v. 25 da cui deriva «Osanna»)14, i sacerdoti rispondevano con le acclamazioni del v. 26, assunto dalla liturgia nel Sanctus: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore».

Rit. La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.

1. 1Rendete grazie al Signore, perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.

8È meglio rifugiarsi nel Signore
che confidare nell’uomo.
9È meglio rifugiarsi nel Signore
che confidare nei potenti. Rit.

2. 21Ti rendo grazie, perché mi hai risposto,

perché sei stato la mia salvezza.
22 La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
23Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi. Rit.

3. 26Benedetto colui che viene nel nome del Signore.
Vi benediciamo dalla casa del Signore.
28Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie,

sei il mio Dio e ti esalto.
29Rendete grazie al Signore, perché è buono,

perché il suo amore è per sempre. Rit.

Seconda lettura 1Gv 3,1-2. Inizio della 2a parte della I lettera di Gv che espone alla luce della «filiazione» i temi della 1a parte: comunione e conoscenza. Gv risponde alla setta dei «doceti», una delle primissime eresie che ritenevano l’incarnazione di Gesù solo una apparenza provvisoria. Gv sottolinea che «lo vedremo come egli è» (v. 2), sottolineando che la nostra vita è una preparazione ad un incontro «reale». Per questo siamo già figli, ma non ancora del tutto maturi (v. 2): è necessario camminare sempre se vogliamo arrivare alla piena maturità della fede.

Dalla prima lettera di Giovanni apostolo 1Gv 3,1-2

Carissimi, 1vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. 2Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. - Parola di Dio.

Vangelo Gv 10,11-18

Gesù non si paragona solamente a un buon pastore (Mt 18,12-14; Lc 15,3-7), ma è «il bel Pastore». Intrattiene con le sue pecore relazioni di conoscenza reciproca, fondate sull’amore che il Padre porta a loro come a lui. Poiché gli appartengono, si prende cura di loro e le difende coraggiosamente da ogni pericolo. Ha dato la sua vita per loro, per far sì che non vi sia più che un solo gregge, così come non vi è che un solo pastore. Egli deriva la sua autorità e la sua missione dal Padre. Questo cumulo di tratti rinvia al mistero pasquale che ne svela pienamente il significato.

Canto al Vangelo Gv 10,14

Alleluia. Io-Sono il buon pastore, dice il Signore, / conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 10,11-18

In quel tempo, Gesù disse: 11«Io-Sono il pastore bello [traduz. Cei: il buon pastore]. Il bel pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14Io-Sono il bel pastore [il buon pastore], conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15 così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio». - Parola del Signore.

Spunti di omelia

Gesù ha appena messo in dubbio l’autorità dei Farisei (cf Gv 9,40-41) e ora ne porta la prova con la parabola del pastore bello il quale, al contrario di essi, esercita la autorità basandosi su tre criteri:

  1. dare la «sua» vita per le pecore e non nutrirsi della vita delle pecore come fanno i falsi pastori (cf Ez 34,3.22);

  2. vivere in intima unione con le pecore conoscendole una per una e non facendo i loro interessi, abbandonandole alla deriva di se stesse o di pericoli esterni (cf Mt 23,4; Lc 11,46; Sal 23/22,1-5);

  3. preoccuparsi della loro unità (tema dell’ovile) radunando anche quelle smarrite ed erranti (cf Lc 15,4-5).

In sintesi: vivere, conoscere, unire. Non è altro che il progetto di una vita piena e realizzata che deve essere applicato a noi stessi, prima di pretendere di offrirlo ad altri. Ognuno di noi può essere pastore di se stesso quando dà alla propria esistenza la dimensione della conoscenza, intesa come esperienza profonda di ciò che si è e di ciò che si sperimenta, realizzando l’unità di se stessi in tutte le dimensioni del vivere in relazione. In altri termini, tutto ciò è possibile, quando noi viviamo non in modo improvvisato, ma progettato, ponendoci in un atteggiamento di ecumenismo esistenziale: unità tra ciò che si pensa e ciò che si fa, tra ciò che si fa e ciò che si prega, tra ciò che si prega e ciò che si spera, tra ciò che si spera e ciò che si vive. Non possiamo evangelizzare, senza prima evangelizzarci. Corriamo il rischio di subire la vita, non di viverla, di essere banali e non protagonisti.

Il capitolo 10 di Gv si divide in tre parti letterarie tematiche, molto precise:

  1. Gv 10,1-6: esposizione della parabola della porta e del pastore in opposizione all’impostore, al cattivo pastore (vedi commento dell’anno A);

  2. Gv 10,7-21: sviluppo del tema della «porta» e del «pastore bello» (anno B, in parte), diviso in tre sotto-unità:

    1. Gv 10,7-10: ripresa del tema della porta (vv.1.2) e opposizione tra Gesù e quelli che lo hanno preceduto;

    2. Gv 10,11-13: opposizione tra il «pastore bello» e il mercenario

    3. Gv 10,14-21: presentazione del «pastore bello», della sua opera di unità e della sua relazione con il Padre.

  3. Gv 10,22-30: interrogativo sulla personalità di Gesù e sviluppo del tema della fede delle pecore.

Il vangelo odierno riporta solo i Gv 10,11-18 della seconda parte, che così viene mutilata anche letterariamente e che a sua volta può essere suddiviso in due piccole strutture, ciascuna con una sua caratteristica:

  1. I vv. 11-14 hanno un andamento concentrico o circolare (al 1° elemento corrisponde l’ultimo, al 2° il penultimo, al 3° il terzultimo, ecc.: qui secondo lo schema A-A’; B-B’ e C-C’).

A

Gv 10,11: Io-Sono il pastore bello. Il bel pastore dà la vita per le pecore,

 

B

Gv 10,12:  il mercenario – che che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – ,

 

C

vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge

C’

e il lupo le rapisce e le disperde;

B’

Gv 10,13: perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

A’

Gv 10,14: Io-Sono il bel pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.

In questa unità l’espressione «pastore bello» è ripetuta 3 volte e riprende un tema biblico conosciuto perché Dio stesso è il «pastore» d’Israele (cf Sal 23/22, 1; 80/79,2; Is 40,11; Ger 31,9); il titolo di «pastore» è riservato anche ai capi del popolo, specialmente a due grandi figure dell’AT: Mosè (cf Is 63,11 [Lxx]) e Davide (cf Mi 5,3). Alla figura del pastore premuroso si oppone l’immagine del mercenario che usa le pecore per spremerle che è l’obiettivo di ogni potere che non ha come dimensione la ricerca del «bene comune» (cf Ez 34 e Zc 11,4-9).

Gv 10,11 che si può tradurre con «Il pastore bello dà la vita al posto [della vita] delle pecore», la preposizione «hupèr/sopra/per/al posto di» contiene in sé già un anticipo della morte di espiazione di Gesù. Anche l’espressione «dà la vita» per le pecore in Gv 10,11 in 3a persona si ritrova poi in Gv 10,15.17, formulata però in 1a persona singolare: «Io do la vita». L’evangelista usa un’espressione che nel IV vangelo indica la morte di Gesù (cf Gv 15,17; cf Gv 13,37). La fonte di questa espressione si trova in Is 53,10 dove il Servo di Yhwh offre in espiazione la sua vita: 3x si ha «pastore bello» e 3x egli «dà la vita». La bellezza sta nel donare, come insegna lo stesso Gesù in un suo detto riportato solo dagli Atti degli Apostoli: «Si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20,35); la bellezza diventa beatitudine che è la premessa per contemplare Dio. Noi possiamo anzi concludere che la vera bellezza/beatitudine sta nel donarsi che è l’atto proprio dell’amore: chi ama si offre, non pretende.

In Gv 10,12 si introduce il tema della «dispersione» delle pecore, un tema caro al profeta Zaccaria (cf Zc 13,7-8) e che Gv riprenderà di nuovo nel discorso di addio (cf Gv 16,32). Il profeta Zaccaria descrive la dispersione delle pecore come conseguenza della morte violenta del pastore; si salverà solo un terzo del gregge che una volta purificato diventerà il popolo di Dio del tempo escatologico. Quando ci viene a mancare il punto di riferimento e perdiamo la connessione con il principio di stabilità, ci sperimentiamo dispersi, smarriti, vaganti. In Gv 10,14 si descrive un’altra caratteristica del pastore: la duplice conoscenza. Egli conosce le pecore personalmente e questa conoscenza è un prolungamento di quella che egli ha del Padre: noi conosciamo profondamente gli altri nella misura in cui conosciamo Dio che custodisce il segreto dell’altro e lo dona a noi come prolungamento di noi stessi.

  1. I vv. 15-16 e 17-18 sono paralleli tra loro:

Gv 10, 15

a

«Come il Padre conosce me e io conosco il Padre

   

b

e do la vita per le pecore.

Gv 10,16

   

b1

E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.

Gv 10,17

a’

Per questo il Padre mi ama

   

b’

perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.

Gv 10,18

   

b1’

Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando ho ricevuto dal Padre mio».

Nello schema precedente abbiamo una corrispondenza: il tema del Padre e quello della conoscenza/amore («a-a’») e il tema della vita data («b-b’»). Lo schema si prolunga con una estensione («b1 e b1’») con il tema delle altre pecore (b1) e quello della vita ripresa come adeguamento alla volontà di Dio (b1’). Si hanno così quattro elementi ben delineati: il Padre, la conoscenza che diventa amore, la vita donata per amore come obbedienza al comandamento del Padre (volontà di Dio – piano di salvezza). A questi temi bisogna aggiungere quello della missione universale a tutte le nazioni che fa da sfondo al v. 16b1: «diventeranno un solo gregge, un solo pastore». Con queste parole Gv attribuisce a Gesù la missione del Servo di Yhwh (cf Is 42,1.6-7; cf Is 43,8) inviato a radunare le nazioni disperse dopo il peccato di Adam. Si afferma qui la natura universale del regno di Dio che per statuto è chiamato ad includere, mai ad escludere. Infine Gv 10,19-21 che purtroppo la liturgia di oggi con riporta, conclude la parte narrativa di Gv 10.

Possiamo ora delineare l’orizzonte in cui si muove Gv: tutto il capitolo 10 del IV vangelo è una guida alla scoperta della personalità di Gesù: ancora una volta l’autore vuole rispondere alla domanda che percorre ogni pagina del suo vangelo: «Chi è Gesù?». Termini come recinto, porta, ladro, ovile, pastore, pecore sono una metafora che ci parlano di Dio e svelano noi a noi stessi per essere in grado accogliere la rivelazione di Gesù che usa il linguaggio suggerito dalle immagini de vita comune del suo popolo, popolo prevalentemente di pastori e comunque gente semplice che capisce al volo i simboli della vita che vive. Per capire profondamente però le intenzioni dell’autore del vangelo, è necessario però fare un passo indietro e interrogare la letteratura giudaica che formava la cultura e nutriva il pensiero dei contemporanei di Gesù. Ancora una volta, il futuro è sempre dietro di noi.

Non possiamo capire il capitolo 10 del vangelo di Gv se non rileggiamo il profeta Geremia che aveva inveito ha inveito contro i pastori mercenari e contro i falsi profeti e i sacerdoti che si approfittavano del popolo, venendo meno ai loro doveri. Ad essi il profeta della tenerezza aveva contrapposto Dio stesso che sarebbe venuto personalmente a fare il pastore del suo popolo, facendosi aiutare anche dal Messia.

1«Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo». Oracolo del Signore. 2 Perciò dice il Signore, Dio di Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io vi punirò per la malvagità delle vostre opere. Oracolo del Signore. 3 Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho lasciate scacciare e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. 4 Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; non ne mancherà neppure una”. Oracolo del Signore.

5 «Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra. 6 Nei suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele starà tranquillo, e lo chiameranno con questo nome: Signore-nostra-giustizia. 7 Pertanto, ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali non si dirà più: “Per la vita del Signore che ha fatto uscire gli Israeliti dalla terra d`Egitto!”, 8 ma piuttosto: “Per la vita del Signore che ha fatto uscire e che ha ricondotto la discendenza della casa di Israele dalla terra del settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi!; costoro dimoreranno nella propria terra» (Ger 23,18; cf anche vv. 9-40).

Il Targum che veniva proclamato in sinagoga commenta questo brano identificando gregge con popolo, e pastori con capi. Inoltre il Targum alla parola «germoglio» davidico del v. 5 dà una interpretazione messianica così come attribuisce il raduno del popolo nell’unità alla iniziativa di Dio. Solo Dio è il fondamento dell’unità. La stessa tecnica avviene per Ez 34 che sviluppa il tema dell’opposizione conflittuale tra Dio-pastore e cattivi pastori. Gv 10 riprende il vocabolario di Ez 34 nella versione della LXX, in modo particolare i verbi:

2 «Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele, profetizza e riferisci ai pastori: Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge?... 5 Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. 6 Vanno errando le mie pecore su tutti i monti e su ogni colle elevato, le mie pecore si disperdono su il territorio del paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura … 10 Così dice il Signore Dio: Eccomi contro i pastori: a loro chiederò conto del mio gregge e non li lascerò più pascolare il mio gregge, così non pasceranno più se stessi, ma strapperò loro di bocca le mie pecore e non saranno più il loro pasto. [Il pastore fedele] 11 Perché così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna. 12 Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine 15 Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. 16 Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita…22 io salverò le mie pecore e non saranno più oggetto di preda: farò giustizia fra pecora e pecora» (Ez 34, 2-4.5-6.10-12.15-16.22).

Di seguito riportiamo il testo di Ezechiele 34 che segue il brano sopra riportato e immediatamente dopo il testo del Targum come veniva proclamato in sinagoga dopo la lettera del profeta:

Ez v. 23

Susciterò per loro un pastore che le pascerà, il mio servo Davide. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore.

 

Targum

Susciterò per loro un capo che le pascerà, Davide, mio servo, le pascerà e sarà loro capo

     

Ez v. 24

Io, il Signore, sarò il loro Dio, e il mio servo Davide sarà principe (ebr: nassî’/principe; Lxx: àrchōn /capo/condottiero;

 

Targum

Io, il Signore, sarò loro Dio e il mio servo Davide sarà re (malka’) in mezzo a loro: Io, Yhwh, l’ho deciso per la mia Memra/Parola [= uno dei Nomi alternativi di Dio ].

     

Ez v. 26

Farò di loro e delle regioni attorno al mio colle (ebr: gib‘atî/colle/collina; Lxx: /monte/colle) una benedizione: manderò la pioggia a tempo opportuno e sarà pioggia di benedizione.

 

Targum

Io li stabilirò attorno al mio Tempio e saranno benedetti e io manderò loro la pioggia di primavera a suo tempo. Saranno piogge di benedizione.

     

Ez v. 31

Voi, mie pecore, siete il gregge del mio pascolo e io sono il vostro Dio. Oracolo del Signore Dio.

 

Targum

Voi, mio popolo, siete il popolo sul quale il mio Nome è stato invocato, siete la casa d’Israele e io sono il vostro Dio. Oracolo del Signore.

Il Targum di Ez 34,26 traduce colle con Tempio che diventerà così il nuovo ovile del raduno universale (cf anche Targum di Is 53,8; Mic 2,12-13; 5,1-3), mentre al v. 31 sempre per il Targum, il gregge è identificato nel popolo, nella casa d’Israele che instaura un rapporto sponsale con Dio nella santità del Nome (cf la formula sponsale: voi mio popolo, io vostro Dio). In Ez 34,24 il nuovo capo di questo popolo universale sarà un re messianico e si dà la ragione di tutto questo: è una decisione di Dio basata sulla Memrà/Parola, cioè su Dio stesso. Al tempo di Gesù il termine «Memrà» era uno dei nomi con cui si chiamava Dio al posto di «Yhwh». E’ interessante notare l’equiparazione che fa il Targum tra «colle» e «tempio» che diventa così l’ovile di tutte le nazioni che gravitano attorno ad esso. Ancora una volta il tema dell’universalità esposto in Is 2,1-5 continua anche nel tempo dell’esilio a Babilonia (Ezechiele) ed è ancora vivissimo al tempo di Gesù.

L’ecumenismo e l’unità non sono scelte di tempo storico particolare, ma esprimono una esigenza permanente del progetto di Dio e della sua alleanza perché l’unità non è mai scontata, dovendosi sempre coniugare con la diversità e il pluralismo. Bisogna stare attenti per non confondere unità (visione spirituale della storia e della fede) con uniformità (visione esteriore e superficiale della storia e della fede). L’unità nasce dal cuore di Dio che è Uno nella molteplicità della Trinità, l’uniformità si accontenta di vestire tutti allo stesso modo pur di avere una parvenza di unanimità, anche senza adesione del cuore. L’unità nasce dalla libertà e rispetta la diversità; l’uniformità è figlia del potere e non tollera alcuna forma di diversità. Per questo unità ed ecumenismo non possono essere strumentali o scelte pastorali, ma la conseguenza logica di un’autentica conversione al cuore a Dio che ne ha in se stesso la ragione profonda.

Per l’apocrifo Libro di Enoch15 (90,28-36) il pastore del gregge prepara un nuovo Tempio in sostituzione di quello che era stato distrutto. Allo stesso modo anche l’Ap (sec. I d.C.) sostituisce la Gerusalemme distrutta con una nuova Gerusalemme che discende dal cielo, da Dio (cf Ap 21,2). Il Salmista proclama «E’ questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti» (Sal 118/117,20) che il Targum così traduce: «E’questa la porta del Tempio di Yhwh, i giusti vi entreranno». L’invito del profeta «Spalanca, o Libano16, le tue porte» (Zc 11,1), dopo la distruzione del tempio, dai rabbini di Yabne era applicato al Tempio come aspirazione alla nuova ricostruzione nel tempo del Messia: «Spalanca, o Tempio, le tue porte» (cf Yoma 39b). Alla fine del sec. I, quando viene redatto il IV Vangelo, Gv s’inserisce in questa tradizione interpretativa pluralista e applica sia il tema del pastore che quello del Tempio al corpo di Gesù, cioè alla sua umanità (cf Gv 2,18-22).

Tutti questi riferimenti potrebbero apparire astrusi a molti e sarebbe lecito domandarsi: che cosa vuol dire tutto questo per noi? In altre parole, se Cristo è la porta attraverso cui si entra, se la sua umanità è il nuovo Tempio dell’«nuova alleanza» preannunciata da Ger 31,31 che raduna ogni dispersione, se egli è il pastore bello che si contrappone al pastore falso e ladro che vogliono solo il potere, quale applicazione possiamo fare per noi, nei giorni della nostra quotidianità? Ecco la risposta che ci sembra più pertinente e che esaminiamo brevemente in alcune indicazioni che faranno da stimolo per la riflessione personale.

Gesù può dire «Io-Sono», cioè è consapevole della sua coscienza e della sua identità; egli percepisce perfettamente la sua personalità e sa distinguersi dal «mercenario»: egli sa «chi è» e sa anche «chi non è». In altre parole egli ha una consapevolezza armonica di sé che si fonda su una relazione affettiva solida e piena che è la relazione d’amore col Padre: «il Padre mi ama» (Gv 10,17). Nello stesso tempo non mistifica la realtà, fatta di divisioni e tensioni, di corruzione (dei pastori/mercenari) e di morte (necessità di dare la vita). Egli sa sempre ciò che vuole e sa sempre dove si trova. Sapere di essere amati è il segreto della propria identità e della strutturazione della propria personalità: l’àncora che permette di affrontare le difficoltà, le contrarietà, le opposizioni, le fratture, le divisioni e la morte. L’amore è una tensione tra ciò che riusciamo a sperimentare e ciò che desideriamo come realizzazione; esso è la distanza tra il nostro limite e il bisogno d’infinitezza: «ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1Gv 3,2, 2a lettura).

Abbiamo bisogno di un recinto, di una guida, di una mèta sicura e degli altri che non sono dell’ovile dove siamo noi. Può essere il bisogno di protezione o di sicurezza, che identifichiamo in una persona o in cose che ci riempiono la vita, ma forse non il cuore. Questo bisogno può nascere dall’esperienza del fallimento della paternità/maternità o semplicemente del fallimento di una relazione di coppia, in un tradimento. Tutti abbiamo bisogno di un ovile di sicurezza, di un riparo, di una sosta, di un rifugio anche temporaneo, dove incontrare un pastore che ci parli della «bellezza» come dimensione della vita e come recupero della bruttezza sperimentata. Il «pastore bello» ci apre alla dimensione della verità che è in noi ci invita a guarire dalla paralisi dell’orrido, del banale e dell’insignificante, ci apre i pascoli verdeggianti che nutrono l’anima prima dello stomaco e dissetano gli occhi prima della gola riarsa. In questo senso il «pastore bello» c’insegna a prenderci cura di noi stessi perché potremmo essere i pastori di altri, ai quali non possiamo offrire lo scarto, ma il meglio della «bellezza» che è in noi. La prima cura e il primo dovere che abbiamo nei confronti degli altri (mariti, mogli, figli, amanti, ecc. ecc.) è essere pastore di noi stessi, consapevoli e non per disperazione. Allo stesso modo, noi abbiamo bisogno degli altri che possono non appartenere al nostro ovile: in questo caso è facile trasformare il bisogno di sicurezza in ostilità verso l’altro e modificare l’ovile da luogo di protezione in recinto di esclusione, secondo il principio che «noi abbiamo la verità, gli altri no». Da qui all’affermazione che noi siamo sempre superiori agli altri, il passo è breve.

11 «Io-Sono il pastore bello [traduz. Cei: il buon pastore]. Il bel pastore dà la propria vita per le pecore.

14 Io-Sono il bel pastore [il buon pastore], conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me,

15 così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.

17 Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.

18 Nessuno me la toglie [la vita]: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo.

Alle duplice espressione «Io-Sono il pastore bello» corrisponde il dono della vita ripetuta sei volte: la bellezza si compie e si moltiplica triplicandosi nel «dono». Nessuno può presumere di esercitare una autorità se non c’è anche il servizio del dono di sé fino alla morte. Solo gli innamorati capiscono questa realtà e solo loro sanno vivere l’autorità come servitù d’amore. Il Padre conosce il Figlio e lo ama. Conoscere è amare. In ebraico è il verbo yadàh significa «conoscere» e indica allo stesso tempo l’atto sessuale che così è definito come la conoscenza più profonda che l’esperienza umana possa sperimentare. Conoscere è sperimentarsi, cioè viversi in uno scambio di vita «offerta» perché donata senza chiedere in cambio nulla se la possibilità di riprenderla ancora più ricca e ridonarla ancora in un vortice senza fine.

«E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,16). L’orizzonte di vita del credente che vive nell’ovile/tempio/umanità di Gesù è sempre fuori il recinto: il mondo attende la Parola, il mondo è in attesa della «bellezza». Come possiamo limitarci a rinchiuderci negli angusti confini del nostro giardino?17 Non siamo noi per noi, ma figlie e figli dello Spirito per andare alla ricerca dei germi di risurrezione che il Creatore ha disseminato in tutta l’umanità. Esistiamo per essere gli operai dell’unità del genere umano, i servi dell’accoglienza, i ministri della fraternità: ho altre pecore. Non siamo chiunque, ciascuno di noi è un Nome, cioè qualcuno/a che è in relazione vitale con qualcun altro, espressa dal binomio ascoltare – diventare. E’ il mistero della Eucaristia: ascoltiamo la Parola, diventiamo Pane. L’ascolto non è un semplice «sentire» e il diventare non è un semplice «movimento»: l’ascolto è già trasformazione perché attraverso gli orecchi noi diventiamo ciò che ascoltiamo così come noi diventiamo il Pane che mangiamo. Al seguito del «pastore bello», andiamo sui marciapiedi del mondo e condividiamo la bellezza che abbiamo imparato a questa mensa e contemporaneamente scopriamo la bellezza che incontriamo sul nostro cammino.

Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.

[Pausa: 1-2-3]

Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli. Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero; generato, non creato; della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo; e per opera dello Spirito Santo si é incarnato nel seno della Vergine Maria e si é fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto. Il terzo giorno é risuscitato, secondo le Scritture; é salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine. [Pausa: 1-2-3]

Credo nello Spirito Santo, che é Signore e da la vita, e procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio é adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti. [Pausa: 1-2-3]

Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica. Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati. Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen.

Preghiera universale [Intenzioni libere]

LITURGIA EUCARISTIACA

Presentazione delle offerte e pace. Entriamo nel Santo dei Santi presentando i doni, ma prima, lasciamo la nostra offerta e offriamo la nostra riconciliazione e concediamo il nostro perdono, senza condizioni, senza ragionamenti, senza nulla in cambio: lasciamo che questa notte trasformi il nostro cuore, fidandoci e affidandoci reciprocamente come insegna il vangelo:

«Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24),

Solo così possiamo essere degni di presentare le offerte e fare un’offerta di condivisione. Riconciliamoci tra di noi con un gesto o un bacio di Pace perché l’annuncio degli angeli non sia vano.

Scambiamoci un vero e autentico gesto di pace nel Nome del Dio della Pace.

Cappella

PREPARAZIONE DELLE OFFERTE: Andrea Basevi: O Bone Jesu, mottetto (solista: Marina Frandi)

[La benedizione sul pane e sul vino è tratta dal rituale ebraico]

Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo; dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane e questo vino, frutto della terra, della vite e del lavoro dell’uomo e della donna; lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna. Benedetto nei secoli il Signore.

Preghiamo perché il nostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente.

Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa.

Preghiamo (sulle offerte). O Dio, che in questi santi misteri compi l’opera della nostra redenzione, fa’ che questa celebrazione pasquale sia per noi fonte di perenne letizia. Per Cristo nostro Signore. Amen.

PREGHIERA EUCARISTICA II (detta di Ippolito, prete romano del sec. II)

Prefazio Pasquale IV (La restaurazione dell'universo per mezzo del mistero pasquale).

Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito. In alto i nostri cuori. Sono rivolti al Signore.
Rendiamo grazie al Signore, nostro Dio. É cosa buona e giusta.


E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, proclamare sempre la tua gloria, o Signore, ma sopratutto esaltarti in questo tempo nel quale Cristo, nostra Pasqua, si è immolato.

Tu, o Signore sei nostro pastore: nulla ci fai mancare; sulla tua Parola ci fai riposare e ci conduci alle acque tranquille della santa Eucaristia (cf Sal 22/21, 1-2).


In lui, vincitore del peccato e della morte, l’universo risorge e si rinnova, e l’uomo ritorna alle sorgenti della vita.

Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo. I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Kyrie, elèison.

Per questo mistero, nella pienezza della gioia pasquale, l’umanità esulta su tutta la terra, e con l’assemblea degli angeli e dei santi canta l’inno della tua gloria:

Benedetto nel nome del Signore colui che viene. Osanna nell’alto dei cieli. Christe, elèison. Pnèuma, elèison.

Cappella Musicale

SANCTUS: Andrea Basevi: Missa Sancti Torpetis

Padre veramente santo, fonte di ogni santità, santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito perché diventino per noi il corpo e il sangue di Gesù Cristo nostro Signore. Egli, offrendosi liberamente alla sua passione, prese il pane e rese grazie, lo spezzo, lo diede ai suoi discepoli, e disse: PRENDETE, E MANGIATENE TUTTI: QUESTO É IL MIO CORPO OFFERTO IN SACRIFICIO PER VOI.

Davanti a noi prepari una mensa … ungi di olio il nostro capo e il nostro calice trabocca (cf Sal 22/21, 5).

Dopo la cena, allo stesso modo, prese il calice, rese grazie, lo diede ai suoi discepoli, e disse: PRENDETE, E BEVETENE TUTTI: QUESTO É IL CALICE DEL MIO SANGUE PER LA NUOVA ED ETERNA ALLEANZA, VERSATO PER VOI E PER TUTTI IN REMISSIONE DEI PECCATI.

Anche se andassimo per una valle oscura, non temeremmo alcun male, perché tu sei con noi. Il tuo bastone e il tuo vincastro ci danno sicurezza (cf Sal 22/21,4).

FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME.

Questo è il comando che abbiamo ricevuto dal Padre nostro: quanto il Signore ha ordinato, noi faremo e ubbidiremo (cf Gv 10,18; Es 24,7).

MISTERO DELLA FEDE.

Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta.

Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo, Padre, il pane della vita e il calice della salvezza, e ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale.
Tu, o Padre conosci il Figlio ed egli dà la sua vita per per noi che siamo il suo popolo (cf Gv 10,15).

Ti preghiamo: per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo.
Fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato (1 Gv 3,2).

Ricordati, Padre, della tua Chiesa diffusa su tutta la terra: rendila perfetta nell’amore in unione con il nostro Papa …, il Vescovo …, le persone che amiamo e che vogliamo ricordare … e tutto l’ordine sacerdotale che è il popolo dei battezzati.

Abbiamo riconosciuto la voce del Signore che ha detto: «Io-Sono il pastore bello, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me» (Gv 10,14).

Ricordati dei nostri fratelli, che si sono addormentati nella speranza della risurrezione e di tutti i defunti che si affidano alla tua clemenza … ammettili a godere la luce del tuo volto.
Celebriamo, Signore, te perché sei buono; perché eterna è la tua misericordia (cf Sal 118/117,1).

Di noi tutti abbi misericordia: donaci di aver parte alla vita eterna, con la beata Maria, Vergine e Madre di Dio, con gli apostoli e i santi, che in ogni tempo ti furono graditi: e in Gesù Cristo tuo Figlio canteremo la tua gloria.

«Ho altre pecore che non sono di questo recinto: anche quelle io devo guidare» (Gv 10,16). «Apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9).

Dossologia [è il momento culminante dell’Eucaristia: il vero offertorio]

Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell'unita dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Padre nostro in aramaico o in greco:

Idealmente riuniti con gli Apostoli sul Monte degli Ulivi, preghiamo, dicendo:

Padre nostro che sei nei cieli

Avunà di bishmaià

sia santificato il tuo nome

itkaddàsh shemàch

venga il tuo regno

tettè malkuttàch

sia fatta la tua volontà

tit‛abed re‛utach

come in cielo così in terra.

kedì bishmaià ken bear‛a.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Lachmàna av làna sekùm iom beiomàh

e rimetti a noi i nostri debiti

ushevùk làna chobaienà

come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori

kedì af anachnà shevaknà lechayabaienà

e non abbandonarci alla tentazione

veal ta‛alìna lenisiòn

ma liberaci dal male.

ellà pezèna min beishià. Amen!

Antifona alla comunione (cf Gv 10,14-16):«Io-Sono il bel pastore e do la mia vita per le pecore», dice il Signore.

Cappella Musicale

  • AGNUS DEI: Andrea Basevi: Missa Sancti Torpetis

  • COMMUNIO: Andrea Basevi: Ave verum, mottetto (solista: Patrizia Bozzo)

Dopo la Comunione

Da Ernesto Balducci, Il Vangelo della Pace

Quel che conta e decide della qualità della vita è l'intensità dell’amore e non la capacità di isolarsi e di astrarsi dalle miserie del mondo: il battesimo che abbiamo avuto è quello dell’acqua e del sangue, che è il segno di una oblazione di sé. [...] Il Signore aveva detto: «Se tu sei all’altare e ti ricordi che c’è qualcuno fuori che ha qualcosa contro di te, esci e va’ a riconciliarti con lui e poi torna» [Mt 5,23]. Parola terribile. Se vediamo la terra come una città sola, e la comunità cristiana come una sola comunità, allora questa parola del Signore è talmente grave che la comunità dovrebbe subito disperdersi, assediata da un urlo che viene da tutti gli angoli del mondo: “Io ho qualcosa contro di voi”. Ci sono molti fratelli che hanno qualcosa da rimproverarci! Alcuni stanno morendo di fame. Stiamo a parlare di riconciliazione come se fosse un valore sperimentato sul serio. E invece esso non è reale se non passa attraverso la riconciliazione con tutti i fratelli che ormai ci stanno alle spalle, sono - per così dire – all’uscio di chiesa. [...] Noi non arriveremo mai a fare un discorso davvero evangelico finché i veri punti di riferimento della riconciliazione non saranno i bisognosi. «Non c'era fra loro nessun bisognoso». Finché non potremo dire questo, non ci è lecito parlare di riconciliazione, se non in un atteggiamento penitenziale, se non in un atteggiamento progettuale, che miri a far sì che non ci siano nel pianeta terra uomini bisognosi che hanno qualcosa da rimproverarci. Questa è l’ottica giusta, normativa, dentro la quale trova senso anche il resto, e senza della quale il resto può diventare un drammatico e vano esercizio di fariseismo.

Da don Primo Mazzolari, La Pasqua, ed. La Locusta.

Ora, sappiamo dove si fa la Pasqua, e ne sappiamo anche la strada, che passa at traverso i segni dei chiodi. Non ce n’è un’altra. Noi cristiani abbiamo fretta di vedere i segni della Pasqua del Signore, e quasi gli muoviamo rimprovero di ogni indugio, che fa parte del mistero della Redenzione. I non-cristiani hanno fretta di vedere i segni della nostra Pasqua, che aiutano a capire i segni della Pasqua del Signore. Un sepolcro imbiancato, che di fuori appare lucente, ma dentro è pieno di marciume, non è un sepolcro glorioso. Chi mette insieme pesanti fardelli per caricarli sulle spalle degli altri, senza smuoverli nemmeno con un dito, è fuori della Pasqua. Chi fa le sue opere per richiamare l’attenzione della gente, invitando stampa e televisione, non vede la Pasqua. Chi chiude il Regno dei Cieli in faccia agli uomini per mancanza di misericordia, non sente la Pasqua. Chi paga le piccole decime e trascura la giustizia, la misericordia e la fedeltà, rinnega la Pasqua. Chi lava il piatto dall’esterno, mentre dentro è pieno di rapina e d’intemperanza, non fa posto alla Pasqua. Oggi è Pasqua, anche se noi non siamo anime pasquali: il sepolcro si spalanca ugualmente, e l’alleluia della vita esulta perfino nell’aria e nei campi; ma chi sulle strade dell’uomo, questa mattina, sa camminargli accanto e, lungo il cammino, risollevargli il cuore? Una cristianità che s’incanta dietro memorie e che ripete, senza spasimo, gesti e parole divine, e a cui l’alleluia è soltanto un rito e non ha trasfigurante irradiazione della fede e della gioia nella vita che vince il male e la morte dell'uomo, come può comunicare i segni della Pasqua?

Preghiamo. Custodisci benigno, o Dio nostro padre, il gregge che hai redento con il sangue prezioso del tuo figlio, e guidalo ai pascoli eterni del cielo. Per cristo nostro Signore. Amen.

Benedizione e saluto finale

Sia Benedetto colui che è Benedetto in cielo e in terra.

Ci benedica il «Pastore bello» che dà la vita per noi.

Sia benedetto il Nome del Signore invocato su di voi.

Rivolga il Signore il suo Nome su di noi e ci doni il suo Spirito.

Rivolga il Signore il suo Volto su di voi e vi doni la sua Pace.

Sia sempre il Signore davanti a noi per guidarci.

Sia sempre il Signore dietro di voi per difendervi dal male.

Sia Sempre il Signore accanto a noi per confortarci e consolarci.

E la benedizione dell’onnipotente tenerezza del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, discenda su di voi e con voi rimanga sempre. Amen!

La Messa è finita come rito, comincia la Pasqua della nostra settimana: Andiamo in pace.

Rendiamo grazie a Dio.

Antifona del Tempo pasquale

Regina dei cieli, rallegrati, alleluia; / Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia, È risorto, come aveva promesso, alleluia. / Prega il Signore per noi, alleluia. Rallegrati, Vergine Maria, alleluia. / Il Signore è veramente risorto, alleluia. Preghiamo. O Dio, che nella gloriosa risurrezione del tuo Figlio hai ridato la gioia al mondo intero, per intercessione di Maria Vergine concedi a noi di godere la gioia della vita senza fine. Per Cristo nostro Signore. Amen.

USCITA: Andrea Basevi: Toccata dopo la Missa Sancti Torpetis

APPUNTAMENTI

LUNEDI 30 APRILE 2012, ore 10,00 Messa in lingua francese con gli Amici di SAINT TROPEZ (San Torpete) che di ritorno da Pisa, città natale di san Torpete, fanno tappa ogni anno nella nostra chiesa.

DOMENICA 6 E LUNEDI 7 MAGGIO 2012: ELEZIONI AMMINISTRATIVE PER L’ELEZIONE DEL SINDACO DI GENOVA E IL RINNOVO DEI MUNICIPI. Votare è una responsabilità verso la comunità. Votare Marco Doria è un atto di amore per la Città di Genova.

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APPELLO AGLI AMICI, SOCI E SIMPATIZZANTI

di Paolo Farinella, prete

CHIEDIAMO di volerci sostenere come possono per alimentare la nostra piccola fontana con la quale dissetiamo quanti hanno fame e sete perché non hanno né acqua né pane, né casa né strumenti per attingere da soli. Ecco i soliti strumenti con cui si può alimentare la sorgente di «LUDOVICA ROBOTTI-SAN TORPETE» in Genova.

In questi giorni stiamo iscrivendo un ragazzo al liceo che l’anno scorso ha lasciato per mancanza di mezzi. Vogliamo accompagnarlo fino all’università, come ci impegna la Costituzione all’art. 3 §2: «rimuovere gli ostacoli di natura economica».

Ricordiamo che chi dona alla Ludovica Riobotti, lo fa per abbondanza di amore e gratuitamente perché NON POSSIAMO RILASCIARE RICEVUTE FISCALMENTE VALIDE PERCHE’ NON SIAMO ONLUS. Per esserlo avremmo dovuto espungere dal nostro Statuto i riferimenti ai primi 10 articoli della Costituzione. Abbiamo preferito tenerci la Carta e rinunciare ai vantaggi. Quando c’è scegliere, non si può esitare per convenienza e/o interesse.

Solo le aziende, ditte, imprese con partita Iva possono eventualmente fare un’offerta liberale alla Parrocchia che poi rilascia ricevuta e trasferisce quanto raccolto alla «Ludovica Robotti».

Associazione Ludovica Robotti (non può rilasciare ricevute per detrazione fiscale)

Vico San Giorgio 3-5 R, 16128 Genova

  • Banca Etica: Iban: IT87 D050 1801 4000 0000 0132407 (Bic: CRTIT2T84A)

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Domenica 4a di Pasqua – B – Genova 29-04-2012

Parrocchia di S. M. Immacolata e S. Torpete

© Nota: L’uso di questi commenti è consentito citandone la fonte bibliografica

Paolo Farinella, prete – Genova

1  Domenica 29 aprile 2012, come da calendario, ricorre la festa liturgica di San Torpete, martire pisano, decapitato sotto Nerone e quindi contemporaneo degli apostoli Pietro e Paolo. Per solennizzare la ricorrenza, con il sostegno dell’assessorato alla cultura del Comune di Genova e della Compagnia di San Paolo, l’Accademia dei Virtuosi, ensemble della Scuola Giuseppe Conte e Cappella Musicale della Parrocchia di San Torpete in Genova, diretta dal M° Fabio Francia, esegue in prima esecuzione mondiale la «Missa Sancti Torpetis» per 5 voci, archi (2 violini e violoncello) e chitarra e con interventi di organo. La Missa, composta in esclusiva per la chiesa di San Torpete dal M°. Andrea Basevi Gambarana, si propone per stile decisamente moderno che ricalca la prassi proto barocca in cui non è difficile distinguere memorie musicali ed echi del gregoriano e di grandi musicisti come Monteverdi e Bach. Notevole e coraggiosamente moderna la presenza della chitarra in dialogo con gli altri archi, dando un «tocco» di modernità che mentre si apre al nuovo, tiene fisso lo sguardo sul passato per indicare un cammino omogeneo che compenetra musica e liturgia nella migliore tradizione compositiva. San Torpete, chiesa incuneata nel Centro Storico di Genova, diventa così, nella migliore tradizione antica, committente di musica, contribuendo a fare di Genova una città di alta cultura e matrice di arte musicale che resterà negli annali della storia.

2 Anno-A: Gv 10,1-10; anno-B: Gv 10,11-18; anno-C: Gv 10,27-30. E’ assente Gv 10,18-26 e non se ne capisce il motivo. Come spesso abbiamo rilevato, sarebbe bene che i liturgisti interpellassero i biblisti.

3 La filosofia aristotelico-tomista parla di «trascendetali» dell’essere cioè caratteristiche proprie di ogni esistente in quanto esistente. San Tommaso nel De Veritate 1,1 ne elenca cinque: 1. la cosa, 2. l’unità, 3. la consistenza (aliquid), 4. la verità 5. la bontà. Non menziona «la bellezza» perché non dipende da una facoltà propria. Jacques Maritain, al contrario, tra le caratteristiche proprie dell’essere include anche la «bellezza» con questa motivazione: «Come l’uno, il vero e il bene, il bello è l’essere stesso preso sotto un certo aspetto, è una proprietà dell’essere; non è un accidente aggiunto all’essere, perché non aggiunge all’essere che una relazione di ragione: è l’essere stesso preso in quanto diletta, con la sua sola intuizione, una natura intellettuale. Così ogni cosa è bella, come ogni cosa è buona, almeno sotto un certo punto di vista … ogni specie di essere è a modo suo, è buona a modo suo, è bella a modo suo» (J. Maritain, Arte e Scolastica, Morcelliana, Brescia 1980, 30; cf anche san Tommaso d’Aquino, Somma teologica, I-II, q. 27, a. 1, ad 3).

4 Gv 4,26; 6,20, 8,24.28.58; 9,9; 13,19; 18,5.6.8 = 10

5 Gv 6,35.41.48.51 04

6 Gv 6,35.48 02

7 Gv 8,12 01

8 Gv 8,18 01

9 Gv 10,7.9 02

10 Gv 10,11.14 02

11 Gv 11,25 01

12 Gv 14,6) 01

13 Gv 15,1 02 = Tot. 26 (= Yhwh [Y= 10 – h= 5 – w= 6 – h=5] = 26).

14 In ebraico è il verbo «yasha‘ - salvare», da cui, oltre ad «osanna» che vuol dire «Salva[mi], ti prego», deriva anche il nome «Gesù - Yeshua‘ – Dio è salvezza».

15 Il testo è datato II-I sec. a.C. quando nessuno poteva immaginare l’ipotesi di una distruzione del Tempio.

16 Il termine «Libano» è uno dei nomi con cui veniva indicato il Tempio perché era costruito con i cedri provenienti da quel Paese.

17 A nostro avviso, qui si colloca quello che riteniamo un errore enorme di valutazione e di contenuto: quando il papa in nome di una malintesa unità che poi si scopre essere solo uniformità concede ai nostalgici del tridentino il permesso «senza limiti» di rinchiudersi nel passato, non solo non li aiuta a scoprire l’unità voluta da Cristo, ma li spinge a camminare da soli, indipendentemente e anche contro lo Spirito di Dio che agisce oggi non meno di ieri. L’ecumenismo che i tradizionalisti fondamentalisti rifiutano come «errore», non è un processo di omologazione ad una chiesa, qui quella cattolica, ma l’esigenza di una convinta e profonda conversione al «pastore bello» perché solo lui è l’artefice dell’unità e il garante dell’ortodossia. Quella debolezza papale, non solo non ha risolto il problema dei tradizionalisti, ma ha aumentato la divisione dentro la chiesa e tra la chiesa e il mondo in mezzo al quale dovrebbe essere segno e sacramento di universalità (cf Lumen Gentium 1).  



Mercoledì 25 Aprile,2012 Ore: 22:54
 
 
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