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www.ildialogo.org Domenica 23a Tempo Ordinario -C- 5 settembre 2010,a cura di Paolo Farinella, prete

Domenica 23a Tempo Ordinario -C- 5 settembre 2010

a cura di Paolo Farinella, prete

La domenica 23a del tempo ordinario-C trova il suo asse di rotazione attorno alla parola «prudenza», intesa come valutazione tra due scelte. In una parola più diretta si può dire che oggi siamo invitati a riflettere su quale è lo spessore della nostra capacità di discernimento alla luce delle condizioni che Gesù pone per fare parte della sua comunità profetica chiamata «Regno di Dio»: relativizzazione dei vicoli familiari, il metodo della croce e la povertà/libertà (v. sotto omelia). Le parole di Gesù possono scandalizzare: «odiare il padre, la madre, ecc. perfino la propria vita». In greco si usa il verbo proprio dell’odio «misèō» che ha una connotazione di ostilità e di opposizione che evidenziano un contrasto non componibile perché esige una scelta radicale.

            La prima osservazione che possiamo fare è la seguente: Gesù non è un adulatore né un demagogo che cerca di sedurre le folle per avere un seguito con cui scalare il potere o per trarne un vantaggio. In tutta la sua vita terrena Gesù scoraggia le folle che vogliono seguirlo (come fa nel vangelo di oggi) e usa un solo criterio: la verità sempre e comunque. Diretto verso Gerusalemme, Gesù vede che «una folla numerosa» lo segue (Lc 14,25). Questo fatto lo preoccupa perché la folla non va «a dare la vita», ma è eccitata di andare a condividere il potere con lui, riconosciuto Messia secondo la «loro attesa». La folla pensa che Gesù rimetterà in piedi il regno di Davide e Salomone con lo splendore della corte, del tempio e del benessere. E’ forse il mo,mento più deludente della vita di Gesù: egli si rende conto che la sua predicazione è fallita o quanto meno è stata fraintesa alla grande.
            Spesso noi abbiamo una attesa nostra di Dio e quando la «nostra» attesa non è adempiuta, cadiamo nello sconforto e nella depressione spirituale: Dio non c’è, non parla, non si fa sentire. Arriviamo anche ad essere drastici: «Dio non mi ascolta». Lo scoraggiamento è completo: se Dio non ascolta, a che serve pregare, invocare, impegnarsi, cambiare vita? Perché Dio non mi dice quello che devo fare? Questo Dio che spesso noi vagheggiamo è il Dio che vorremmo come supplente delle nostre incapacità: una proiezione dei nostri fallimenti e delle nostre paure. Un Dio fasullo. La domanda non è «Perché Dio non ha ascolta?», ma «Per quali ragioni io non riesco a sentire Dio che parla?». In altre parole: quali sono i criteri in base ai quali io scelgo nella mia vita e che cosa mi impedisce di «discernere» la Presenza/Shekinàh che mi abbandona mai. Il silenzio di Dio non può essere la mia incapacità di ascoltare o la mia presunzione di cercare e volere trovare Dio dove voglio io?
            Ancora una volta, è Àdam che vuole decidere la sorte e la configurazione e i confini dell’Eden, indipendentemente da Dio: credeva di trovarlo e superarlo all’ombra dell’albero della conoscenza del bene e del male, invece lo ha trovato integro nella propria nudità e nella propria vergogna (cf Gen 3,4-6.7.10). La liturgia di oggi ci mette in guardia e ci offre i criteri di discernimento per non cercare invano, ma per ritrovare noi stessi e con noi «vedere» il volto di Dio, il solo possibile: quello svelato da Gesù che non invita a spartirsi posti e prebende di potere, ma invita a « prendere la “sua” croce» e ad andare a Gerusalemme ad offrire gratuitamente la propria vita. Gesù annienta i falsi entusiasmi messianici con la durezza del linguaggio che gli è tipica, l’austerità della sua vita, e le condizioni essenziali del ridimensionamento di ogni bene e di ogni legame (cf Lc 14, 33.26-27).
Lc, come sappiamo, organizza il magistero di Gesù attorno all’idea di «viaggio», per cui chi vuole essere discepolo suo non può pensare di fare una passeggiata sul lungomare o di andare alla corte di un satrapo che distribuisce favori, ma offre un cammino verso Gerusalemme, la città santa della morte di Dio o se si vuole delle tenebre dell’umanità. Gesù non fonda partiti né fa campagna elettorale né promette tutto e il contrario di tutto: per seguire Gesù, bisogna fermarsi, valutare le condizioni e le conseguenze, decidere liberamente e infine camminare sapendo che la mèta è Gerusalemme, la città delle contraddizioni eterne: custodisce il tempio, simbolo della Presenza e nello stesso tempo lo nasconde nella sua religiosità senza fede; aspetta il Messia con ansia e gioia e quando arriva non lo riconosce perché non è vestito come essa si aspettava; è scrupolosa nella ricerca della gloria di Dio e nello stesso tempo si affretta a crocifiggerlo perché non partecipa alla vita della cricca religioso-politica che detiene il potere dello spirito e dell’economia. Decisamente per Gesù credere è avere gambe per camminare e andare incontro alla croce, il trono della sua gloria, da cui non da re, ma da «Servo» regalerà la sua vita a tutti coloro che «volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37; cf Zc 12,10). Qual è il metodo per questa «sequela» ad alto rischio?
Il 1° atteggiamento è misurare la distanza che ci separa da Dio e non pretendere di imbrigliarlo nei pochi centimetri della nostra esperienza. L’autore della Sapienza ci ricorda il comandamento «non nominare il nome di Dio nel vuoto» (Es 20,7) perché c’è il rischio di usarlo per rendere schiavi gli altri: chi può dire di conoscere il volere di Dio? (1a lettura, v. 13).Se non sappiamo capire nemmeno le cose della terra come possiamo pretende d’interpretare la volontà di Dio? (1a lettura, v. 16). Al Sapiente risponde san Paolo: «Lo Spirito conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio» (1Cor 2,10) e lo stesso «Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza» (Rm 8,26). Solo lo Spirito e coloro che sono «spirituali», cioè adombrati dalla sua potenza come Maria (cf Lc 1,35) possono accedere al mistero di Dio; costoro non useranno mai Dio come strumento di autorità per imporre il loro pensiero e la loro volontà. Al contrario, saranno docili e umili ascoltatori di tutte quelle porzioni di Spirito Santo disseminate nel cuore di ciascuno.
            Il 2° atteggiamento è suggerito da san Paolo: bisogna essere liberi anche da se stessi. Filèmone è un amico di Paolo, ha un servo di nome Onèsimo, il quale è scappato e si è rifugiato presso Paolo. La legge romana impone di rimandare il servo al proprietario che lo deve castigare. Paolo è preso tra due fuochi: salvare Onèsimo e non perdere l’amico, ma nello stesso tempo vuole dire una parola «nuova». Scrive un biglietto all’amico Filèmone e glielo manda attraverso lo schiavo fuggito, Onèsimo che così diventa ambasciatore di Paolo. L’apostolo chiede all’amico di superare la soglia della legge per compiere un gesto di vita che è un segno di profonda libertà: accogliere lo schiavo non più come sua proprietà, ma come figlio di Paolo e quindi come fratello di Filèmone. Senza contestare la legge sulla schiavitù, Paolo sovverte l’ordinamento sociale del suo tempo dall’interno, dando le ragioni per una visione della realtà «dall’alto». La rivoluzione che produce un sicuro cambiamento non è mai esteriore, ma parte sempre dal cuore perché è un atteggiamento dell’anima. Filèmone fa «brutta figura» agli occhi del mondo, ma dà testimonianza di un nuovo ordine di giustizia e per questo non deve fare calcoli, ma deve scegliere e valutare cosa sia più giusto essere e fare: credente coerente o padrone pagano?
Gli altri tre atteggiamenti (3°, 4° e 5°) descritti dalla liturgia odierna si trovano nel vangelo, dove Gesù, collocandosi  sulla linea delle altre letture, esige alcune condizioni fondamentali. Questo fatto ci aiuta a capire che quando si parla di «novità» portata da Gesù, bisogna essere cauti e non superficiali, perché egli è un ebreo che s’inserisce nella scia della dottrina e della teologia del suo popolo che sviluppa e chiarisce «in modo nuovo», dando cioè soluzioni inaspettate perché si colloca non dentro un modello prefabbricato, ma nel cuore di una esperienza da cui si lascia interrogare e che interroga con la sua capacità unica e singolare di leggere e discernere.
Il 3° atteggiamento è l’«odio» verso la famiglia. C’è un particolare che deve fare riflettere: a differenza di Lc, nel discorso sulla missione Mt non parla di odio, ma di una gradazione di amore: «Chi ama padre o madre…figlio o figlia più di me» (Mt 10,37), dove il confronto si limita alle coppie parentali naturali come padre/madre e figlio/figlia. Lc va oltre e non misura l’amore, ma porta la scelta alle estreme conseguenze perché aggiunge altre forme di relazione radicale come la famiglia, quasi a volere includere tutto in questo processo di scelta. Al padre e alla madre aggiunge la moglie [assente in Mt]; ai figli aggiunge i fratelli e sorelle [assenti in Mt] e chiude il cerchio con la propria vita [assente in Mt]. Questo elenco di sette situazioni dove si esprimono le realizzazioni possibili di affettività, indicano chiaramente che la scelta di seguire Gesù non lascia nulla come prima, ma coinvolge ogni fibra interiore di vita, ogni piega dell’esistenza perché non esige una adesione con tessera, ma il capovolgimento radicale delle priorità secondo il vangelo.
Il 4° atteggiamento che Gesù esige come conseguenza del precedente è la dinamica tra assoluto e relativo: uno solo è l’assoluto ed è Dio, tutto il resto deve seguire come conseguenza di questa priorità. Alla fine si scoprirà che scegliere Dio radicalmente fino «all’odio» degli altri significherà paradossalmente riscoprire la vita e i suoi protagonisti e ritornare alle relazioni con cuore e mente nuovi: il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli e le sorelle riacquistano una «identità» prima sconosciuta perché ritrovate in Dio-Padre, diventano figli e quindi fratelli e sorelle sul nostro stesso piano affettivo e di fede.  Se l’amore per gli altri non è mediato dall’amore per Dio, facilmente si tramuta in odio di distruzione che seppellisce la vita; se gli altri sono amati secondo la misura dell’amore di Dio non diventeranno mai concorrenti. Le parole di Gesù sono l’estremizzazione plastica dello Shemà Israel: «Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,5) a cui Lc aggiunge anche «con tutta la tua mente» (Lc 10,27). Senza Dio l’amore non può reggere, semmai si vivono contratti o diventano avventure sessuali senza storia e senza speranza.
            Il 5° e ultimo atteggiamento che Gesù impone è il discernimento di valutazione: si costruisce una torre se si hanno mezzi e possibilità; si prepara una campagna militare se si è ragionevolmente sicuri di valutare perdite e risultati: l’uomo prudente non improvvisa. Seguire Gesù non è una passeggiata da diporto, ma entrare nel cuore della vita dove si decidono le scelte forti e decisive e dove non si può restare indifferenti perché si è obbligati a vivere con passione e con vitalità. Lo Spirito che invochiamo sia la nostra forza e la roccia del nostro discernimento, facendo nostra la preghiera dell’antifona d’ingresso: «Tu sei giusto, Signore, e retto nei tuoi giudizi. Agisci con il tuo servo/serva secondo il tuo amore» (Sal 119/118, 137.124).
 
Spirito Santo, tu conosci il volere di Dio e lo sveli a noi perché troviamo la pace,    Veni, Sancte Spiritus.
Spirito Santo, tu vieni in aiuto alla nostra debolezza per convertirci ai pensieri di Dio,        Veni, Sancte Spiritus.
Spirito Santo, tu sei la Sapienza che salva perché sappiamo discernere con verità,   Veni, Sancte Spiritus.
Spirito Santo, tu trasformi la polvere del nostro esistere in tempio della Shekinàh,  Veni, Sancte Spiritus.
Spirito Santo, tu ci insegni a contare i nostri giorni come parte dell’eternità di Dio, Veni, Sancte Spiritus.
Spirito Santo, tu ci sazi al mattino con la tua grazia, o esultanza del Dio di Gesù,                Veni, Sancte Spiritus.
Spirito Santo, tu solo sei l’opera delle nostre mani che presentiamo al Signore,                    Veni, Sancte Spiritus.
Spirito Santo, tu hai reso l’apostolo Paolo libero nel cuore nonostante la prigione,   Veni, Sancte Spiritus.
Spirito Santo, tu tramuti la condizione di schiavi in statuto di figli prediletti,                        Veni, Sancte Spiritus.
Spirito Santo, tu sei la differenza che abolisce tutte le differenze tra i figli di Dio,  Veni, Sancte Spiritus.
Spirito Santo, tu spezzi le catene di ogni schiavitù in ogni tempo e in ogni luogo,    Veni, Sancte Spiritus.
Spirito Santo, tu sei il cireneo che aiuta a portare la croce di ogni uomo e donna,    Veni, Sancte Spiritus.
Spirito Santo, tu sei il maestro che forma esemplari discepoli del Cristo Signore,     Veni, Sancte Spiritus.
Spirito Santo, tu sei la perla per la quale importa vendere tutto e seguirti con gioia, Veni, Sancte Spiritus.
Spirito Santo, tu sei la legge suprema che vincola l’essere e l’agire al volere di Dio,            Veni, Sancte Spiritus.
 
Abbiamo appena invocato lo Spirito Santo che «viene in aiuto alla nostra debolezza perché noi non sappiamo infatti pregare in modo conveniente» (Rom 8,26). Come possiamo pretendere di conoscere il suo volere? San Paolo nello stesso versetto ci dice che è «lo stesso Spirito [che] intercede per noi con gemiti inesprimibili» (ibid.) Noi possiamo solo predisporci alla conoscenza della volontà di Dio. Questo è il senso della comunità-chiesa dove ognuno trova lo spazio per esporre, esprimere e celebrare l’esperienza che Dio fa in ciascuno di noi per condividerla e per confrontare le porzioni di volontà che egli ha seminato in tutti. Invochiamo la benedizione della Trinità, unico Dio, su tutto il mondo: 

(ebraico)
Beshèm
ha’av
vehaBèn
veRuàch
haKodèsh.
Amen.
(italiano)
Nel Nome
del Padre
e del Figlio
e dello Spirito
Santo.

Il Dio di Gesù Cristo è un Dio esigente, non si accontenta di una porzione della nostra vita: egli è come gli innamorati alle prime esperienze, vuole tutto. Eppure non è possessivo perché, paradossalmente, nel momento in cui gli riconosciamo il diritto di prendersi tutto, egli ci restituisce la pienezza di noi stessi, come fece con Abramo a cui restituisce Isacco nello stesso istante in cui il patriarca riconosce il figlio come esclusività di Dio. Non è un Dio egoista, ma un innamorato esigente che vuole insegnarci il segreto dell’amore: se vogliamo ritrovarle come doni di Dio, dobbiamo distaccarci anche dalle persone che amiamo, anche da noi stessi. Chiediamo perdono per tutte le volte che abbiamo anteposto a Dio qualsiasi cosa, qualsiasi affetto, qualsiasi volto. Verifichiamo la nostra coscienza sul nostro rapporto con lui: amarai il Signore con tutto te stesso, anima, cuore e beni per essere liberi di amare i fratelli come figli dello stesso Padre.
 
Signore, tu hai dato il tuo Spirito perché imparassimo a cercare la tua volontà,                    Kyrie, elèison!
Cristo, tu modifichi le nostre relazioni e le illumini con il vangelo della gioia,                     Christe, elèison!
Signore, tu purifichi ogni nostro amore nel fuoco dell’amore del tuo Spirito,                      Pnèuma, elèison!
 
Dio onnipotente che manifesta la sua volontà nel vangelo del Figlio risorto e libera ogni schiavitù per intessere rapporti di fraternità e di amore, ci doni la misura di grazia che ci rende liberi di amare tutte le creature nella tenerezza del Padre e del Figlio e dello Spirito; e per i meriti del santo popolo Israele e della santa assemblea che è la Chiesa, ci perdoni da nostri peccati e ci conduca alla vita eterna. Amen.
 
GLORIA A DIO NELL’ALTO DEI CIELI…
e pace in terra agli uomini di buona volontà. Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa, Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente.           [breve pausa 1-2-3]
 
Signore, Figlio Unigenito, Gesù Cristo, Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del padre: tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi; tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica; tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi. [breve pausa 1-2-3]
 
Perché tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo:           [breve pausa 1-2-3]
 
Gesù Cristo con lo Spirito Santo, nella gloria di Dio Padre. Amen.
 
Preghiamo (colletta). O Dio, tu sai come a stento ci raffiguriamo le cose terrestri, e con quale maggiore fatica possiamo rintracciare quelle del cielo; donaci la sapienza del tuo Spirito, perché da veri discepoli portiamo la nostra croce ogni giorno dietro il Cristo tuo Figlio. Egli è Dio, e vive e regna nell’unità dello Spirito Santo. Per tutti i secoli dei secoli. Amen.
La Mensa della Parola
Prima lettura Sap 9,13-18b. Alla fine della 2a parte del libro della Sapienza (cc. 6-9) l’autore rivolge a Dio la preghiera per ottenere la Sapienza. Il brano proposto dalla liturgia è la conclusione di questa preghiera che probabilmente esisteva già in lingua ebraica, prima che l’autore l’adattasse nella sua lingua che è il greco. I vv. 15-17 sono un’aggiunta dell’autore. Il testo è di una modernità strepitosa perché nella sua riflessione dell’impossibilità per l’uomo di raggiungere la felicità che solo Dio può compiere, non parte dalla concezione del peccato originale, come fa la tradizione teologica, ma dalla condizione esistenziale dell’uomo che si scopre fragile (v. 15). Egli cerca una risposta nella filosofia greca, ma deve attendere l’evento di Gesù Cristo se vuole scoprire che la conoscenza di Dio, e ancora di più la sua esperienza, parte e si consuma nel dono dello Spirito Santo, il Nome nuovo della Sapienza antica.
 
Dal libro della Sapienza 9,13-18b
13 Quale, uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? 14 I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, 15 perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni. 16 A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo? 17 Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito? 18 Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito e furono salvati per mezzo della sapienza». Parola di Dio.
 
Salmo responsoriale 90/89, 3-4; 5-6; 12-13; 14.17. Con il salmo 90/89 inizia il 4° libro del Salterio che si conclude con il salmo 106. In questo libro, la tradizione giudaica attribuisce direttamente a Mosè i salmi dal 90 al 100 che contengono complessivamente undici benedizioni, una per ogni tribù d’Israele, esclusa quella a Simeone che, secondo una tradizione giudaica, indusse il popolo alla lussuria in occasione del vitello d’oro (cf Es 32). In questo salmo, un sapiente, profondo conoscitore delle Scritture[1], medita sulla brevità della vita e sulla fragilità umana. Il peccato, cioè l’opposizione a Dio, è visto come un accorciamento dell’esistenza che è un soffio di fronte all’eternità di Dio. Prendendo coscienza del nostro limite, facciamo nostri i sentimenti del salmo con cui anche Gesù e gli apostoli hanno pregato nella loro vita terrena. 
 
Rit.Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.

1. 3 Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
4 Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte. Rit.
3. 12 Insegnaci a contare i nostri giorni
E acquisteremo un cuore saggio.
13 Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi! Rit.
4. 14 Saziaci al mattino con il tuo amore:
2. 5 Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
6 al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca. Rit.
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
17 Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda. Rit.

Seconda lettura Fm 9b-10.12-17. Durante la prima prigionia romana (a. 61-63), Paolo aveva raccolto e nascosto Onèsimo, uno schiavo fuggito dal suo padrone di nome Filèmone, un cristiano di Colòsse in Grecia, amico intimo di Paolo. Stretto tra il fuoco delle leggi civili che impongono di rimandare lo schiavo al legittimo proprietario e quello della novità cristiana che vede nello schiavo come nel padrone due persone redente da Cristo, Paolo sceglie una soluzione originale: rimanda Onèsimo al suo amico Filèmone, ma affidandoglielo non più come schiavo, ma come figlio e fratello: osserva la legge, superandola. Cristo ha instaurato nuove relazioni affettive e civili, generando nei credenti una paternità reciproca che li rende responsabili gli uni degli altri. Questa responsabilità di paternità/maternità ecclesiale noi impariamo alla scuola dell’Eucaristia dove il Maestro, il Figlio Gesù di Nàzaret ci educa alla fraternità universale:«Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
 
Dalla lettera di Paolo apostolo a Filèmone 9b-10.12-17
Carissimo, 9 ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. 10 Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene. 12 Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore. 13 Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo. 14 Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario. 15 Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; 16 non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. 17 Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso. - Parola di Dio.
 
Vangelo Lc 14,25-33. Il brano del vangelo è una raccolta disordinata di sentenze di Gesù messe insieme perché non andassero perdute. Per comprenderne il senso bisogna prolungare la lettura fino a Lc 34-35 che concludono il capitolo e che riportano la sentenza sul «sale», certamente di Gesù, ma di cui i Sinottici hanno perduto il contesto originario. Ciò spiega perché Lc la usa come parabola per illustrare le ragioni della rinuncia ai beni materiali che è il tema dominante: nell’imminenza del Regno di Dio non si corre spediti verso la mèta finale, portando con sé zavorra ingombrante[2]. I vv. 26-27 sull’«odio familiare», qui fuori contesto, fanno da introduzione alla parabola del calcolo di fattibilità per la costruzione di una torre o la preparazione di una campagna militare che non possono essere improvvisati (vv. 28-33). Tre elementi vi sono comuni: la torre non portata a termine, la guerra non valutata nelle spese, il sale che perde il sapore. Essi sono l’immagine del cristiano che comincia a credere, ma si smarrisce per strada e si ferma. Per Lc il «sale» è simbolo della prudenza: prima di mettersi in cammino bisogna valutare ragioni e conseguenze.
 
Canto al Vangelo Sal 118,135
Alleluia.Fa’ risplendere il tuo volto sul tuo servo / e insegnami i tuoi decreti.Alleluia.
 
Dal Vangelo secondo Luca 14,25-33
In quel tempo, 25 una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: 26 «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27 Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. 28 Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29 Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: 30 ”Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. 31 Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32 Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. 33 Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». [I vv. seguenti non sono compresi nella liturgia, ma essenziali per la comprensione del brano; cf Mt 5,13].34 Buona cosa è il sale, ma se anche il sale perde il sapore, con che cosa verrà salato? 35 Non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via. Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti”. - Parola del Signore.
 
Spunti di omelia
Ad una lettura superficiale del vangelo, è facile scandalizzarsi delle parole di Gesù che appaiono pesanti ad una sensibilità come la nostra. Esse, invece, non sono altro che lo Shemà Israel portato alle estreme conseguenze: il credo fondamentale di Israele che gli Ebrei di tutti i tempi, anche oggi, hanno usato e usano come preghiera quotidiana. Questa professione di fede-preghiera ricorda all’ebreo il suo primo e fondamentale atto esistenziale che è l’unicità e assolutezza di Dio: «Ascolta, Israele[3]: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.» (Dt 6,5) che Lc completa con l’aggiunta «e con tutta la tua mente» (Lc 10,27). Israele esiste sulla roccia dell’unicità assoluta di Yhwh.
Dio, direbbe Sant’Ignazio di Loyola, è il «principio e fondamento» della vita del credente. Siamo talmente distanti dal cuore e dallo stile di Dio che leggiamo sempre le parole forti del vangelo come antagoniste a noi, fino al punto da dire che il messaggio di Gesù è sublime, ma impossibile da seguire. Come si concilia infatti, l’«odio» per i propri familiari con l’«amore» verso i nemici? (cf Lc 6,27.35). Se anche l’offesa è un grave delitto, come si può parlare di «odio» tra consanguinei? «Chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna» (Mt 5,22). Proviamo ad entrare nell’anima del vangelo di oggi.
«Una folla numerosa andava con lui» (Lc 14,25) che non rende bene il testo greco che parla al plurale di «folle molte/numerose – òchloi pollòi» per sottolineare che la massa che lo seguiva era sterminata. La circostanza è data dal successo che Gesù sembra riscuotere tra la folla, entusiasta della sua predicazione perché intuisce che potrebbe essere il Messia. Se è il Messia, restaurerà il regno di Davide e lo splendore di Salomone e quindi seguirlo «conviene»: potrebbe uscirci qualcosa anche per loro. E’ la logica dei gregari, dei servi a vita, di coloro che non credono a niente, ma solo a ciò che gli è utile. Hanno imparato la lezione dai loro capi che non scelgono secondo verità e giustizia, ma sempre secondo convenienza. E’ la logica del potere che annette sempre delinquenti e ruffiani per crearsi un sostegno e un appoggio sicuri. E’ la logica del carrierismo.
Gesù scoraggia subito gli entusiasmi facili e usa parole durissime per indurre ad una scelta: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo»  (cf Lc 14,26-27). Questo discorso che appare duro deve essere contestualizzato nel capitolo 14 di Lc: Gesù «un sabato» è invitato a pranzo «a casa di uno dei capi dei farisei» (Lc 14,1); durante il pranzo guarisce un idròpico contro le regole della religione ufficiale (cf Lc 14,7-6), invita a non essere apparisce, ma a scegliere gli ultimi posti (cf Lc 14,7-11), consiglia l’ospite a non offrire pranzi per interesse a parenti e amici, «fratelli e parenti» compresi (cf Lc 14,12-14) e infine nel mettere in evidenza le scuse di coloro che si sottraggono all’invito, pone in risalto uno che so scusa perché «mi sono appena sposato» (cf Lc 14,15-24, qui 20). E’ a questo punto che di fronte alla sterminata folla interessata, Gesù lancia la sua sfida: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26).
Parole che lasciano il segno perché seguire Gesù non è fare una passeggiata sul lungo mare alla brezza della sera, magari con un gelato in mano; oppure partecipare alla spartizione del bottino come di solito fanno le cricche che governano solo per fare i propri interessi, specialmente se immorali. Seguire Gesù è affrontare il «viaggio fino a Gerusalemme» dove attende la morte, l’abbandono, il silenzio di Dio, il dubbio della fede; significa decidere quale senso deve avere la vita e in quale direzione; significa decidere cosa portare e cosa escludere. La prima condizione radicale è che l’adesione a lui deve andare al di sopra dei vincoli familiari, tutto il contrario di quello della cricca dei farisei, dove tutto si faceva per l’interesse personale e del gruppo. I sommi sacerdoti e i capi erano soliti durante le loro cariche sistemare le proprie famiglie, parenti, amici e sostenitori: «Non c'è niente di nuovo sotto il sole» (Qo 1,9). L’accenno alla moglie,  assente in Mt (v. sopra, introduzione) è conseguente alla scusa di uno degli invitati al banchetto della parabola che adduce come scusa l’avere preso moglie.
Le parole di Gesù sono simili a quelle pronunciate in Galilea, quando la famiglia lo ritenne pazzo e cercò di andarlo a prendere con l’ambulanza temendo per lui la ritorsione delle autorità religiose e politiche (cf Mc 3,20-21). A chi gli fece notare che la sua famiglia, «tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle» lo inseguivano per indurlo alla prudenza o per portarlo al sicuro a casa, Gesù «girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”» (Mc 3,34-35). Gesù instaura un nuovo tipo di relazioni che superano quelle del sangue e per questo la fede in lui comporta scelte che possono anche essere traumatiche. Se per costruire un palazzo o dichiarare guerra bisogna fare dei calcoli di valutazione, per seguire Gesù bisogna verificare veramente se sia conveniente o meno: se uno non accetta la novità di relazione che comporta e il capovolgimento dei criteri di scelta, è meglio non seguirlo perché non farà molta strada: la comunità del Regno diventerà o una mucca da mungere o un luogo di disperazione e di depressione mortale.
Per sminuire la portata delle parole di Gesù, spesso nei commenti omiliteci si dice che Gesù usa un linguaggio iperbolico, ma che in sostanza non volesse parlate di odio, ma di eccesso di amore, senza rendersi conto che così si svuota il senso di tutto il brano. Se non comprendiamo una parola o una frase o un brano è molto più semplice dire «non capiamo» piuttosto che fare dire al vangelo quello che a noi sembra verosimile. Il testo greco usa il verbo «miséō» che è il verbo proprio dell’odio e per capirlo è necessario partire da lontano.
 
Nota esegetica.
Nell’esperienza comune, noi crediamo che l’amore parentale di marito/moglie e genitori/figli non sia compatibile con l’amore di Dio: come si può amare «di più» o addirittura «prima» dei propri figli e della propria moglie Dio dal momento che è Dio stesso a comandare di amare gli altri, specialmente quelli legati da vincoli consacrati con la sua benedizione, come il matrimonio? Non è una contraddizione? Lo è perché noi abbiamo dell’amore un concetto di «possesso»: mia moglie, mio marito, i miei figli. Noi viviamo la vita come proprietà e quindi pretendiamo di gestirla con criteri mercantili. Non siamo ancora in grado di capire che «nudo uscii dal grembo di mia madre e nudo vi farò ritorno» (Gb 1,18) per cui tutto ciò che noi siamo e crediamo di avere è solo un dono che abbiamo ricevuto in custodia e di cui dobbiamo rendere conto. Viviamo in comodato gratuito.
La moglie non è tua moglie e il marito non è tuo marito, ma ambedue sono l’uno per l’altro un dono reciproco che esprime il volto di Dio: la moglie diventa così la profezia che segna la via di Dio per il marito e il marito la profezia che segna la via di Dio per la moglie e insieme, marito e moglie, sono il «vangelo» che segna la via di Dio per i figli. Anche i figli sono esclusi dal demonio del possesso, perché essi non sono «figli naturali» nati dalla carne e dal sangue, ma nomi e volti generati da Dio e che egli ha affidato alla custodia di un uomo e di una donna perché ne sviluppassero l’immagine che Dio ha deposto in loro. Quando nasce un figlio è segno che Dio giudica «quei» genitori degni di rappresentarli. O i genitori imparano a diventare «genitori adottivi», riconoscendo che coloro che hanno partorito sono figli di Dio, o non gusteranno appieno il mistero della loro esistenza.
In questo contesto di amore donato, si capisce che nessun marito può amare la moglie per se stessa e nessuna moglie può amare il marito per se stesso. L’Amore è un riflesso e un «sacramento», cioè un segno visibile dell’amore di Dio che diventa così la roccia su cui poggia l’amore totale dell’uomo per la donna e della donna per l’uomo, poiché ambedue sono «immagine sponsale» dell’amore di alleanza. Questa prospettiva non si trova in natura, ma è solo una proposta di grazia, una vocazione profetica. Amare Dio prima e più della moglie significa amare Dio nella moglie e amare Dio prima e più del marito significa immergersi nell’amore sconfinato che solo Dio può garantire. Il marito, la moglie e i figli sono la fisicità dell’amore con cui Dio si rapporta a noi e ci ama. Paradossalmente, «odiare» in questo senso il marito o la moglie o i figli significa scoprirne la dimensione divina e amarli fino allo spasimo. L’uomo e la donna (la cronaca di ogni giorno lo testimonia) abbandonati a se stessi si stancano presto l’uno dell’altro e somigliano al sale senza sapore: hanno bisogno di continue esperienze diverse per scoprire di esistere: vivono con la propria identità proiettata fuori di sé.
Viviamo in una società in cui il rapporto sessuale è libero, senza più tabù, senza remore di alcun genere perché chiunque può andare con chiunque, le proposte di stili di vita «rappresentati» sui mass-media, specialmente la tv, esaltano il libertinaggio senza freni, eppure la nostra generazione è sessualmente malata, insoddisfatta e piena di problemi fino al punto che si preferisce l’esperienza virtuale a quella fisica e reale. L’eccesso di sesso è il segno profondo di un malessere di comunicazione e di relazione creativa e armonica.
La tradizione rabbinica ci viene in aiuto e ci insegna come sia grande il mistero dell’amore sponsale che deve avere Dio come perno, principio e fine se si vuole scoprire l’altro come la parte migliore di sé. In ebraico il nome di Dio è «Yhwh» e poiché è formato da «quattro» lettere si dice, in greco, sacro «tetragramma». Ora nella Bibbia «uomo» si dice «‘ysh» e la «donna» che è della stessa natura si dice «‘yshàh» (cf Gen 2,23): a rigore di logica per sottolineare l’assonanza della libra ebraica, in italiano dovremmo tradurre con «uomo e uoma». I rabbini mettono in relazione i tre nomi «Dio, uomo e donna» e fanno la scoperta: la parola ebraica «‘ysh-uomo» ha una lettera del nome «Yhwh», mentre la parola ebraica «donna-’yshàh» porta in sé due lettere del nome di Dio, secondo lo schema seguente:

Dio-Yhwh
Y
 
h
w
h
Uomo-’ish
y
sh
 
 
 
Donna-’ishàh
y
shà
h
 
 

L’uomo è portatore di una sola lettera di Dio (la y), mentre la donna è portatrice di due lettere di Dio (la y e la h). La donna ha un supplemento del Nome di Dio non solo per la maternità che la fa somigliare più intimamente a Dio creatore[4].
Applicando una delle regole esegetiche di Rabbì ben Eliezer, cioè la scienza dei numeri o ghematrìa, i rabbini insegnano che nella parola ebraica «Yhwh - Signore» sommando insieme il valore numerico delle quattro consonanti, dà il risultato di «26». Allo stesso modo se si sommano le consonanti della parola «amore» in ebraico «ahavàh», il risultato è «13», cioè la metà di «26». Da ciò la saggezza giudaica ricava che per esprimere la totalità di Dio occorrono «due» porzioni di amore: la porzione maschile e la porzione femminile che sono esattamente la metà ciascuno dell’amore di Dio.
La somma dei due amori da come risultato il «Nome» impronunciabile di Dio: «Yhwh». Nessuno può amare da solo o da solo può esprimere il volto «unico» di Dio. «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5) che Gesù traduce con le severe parole: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (v. 26).
 
La seconda esigenza ha come termine cruciale e portante «la croce»: «Colui che non porta (gr.: u bastiàzei; lett.: non carica [su di sé] oppure non solleva [su di sé]) la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo» (Lc 14,27)[5]. Il termine «croce»non ha un senso ascetico o morale nel senso di sopportare le sofferenze della vita, ma ha solo il significato biblico che è sentenza di maledizione: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno» (Gal 3,13; cf Dt 21,23 e anche 2Cor 5,21). E’ la rottura con l’ambiente circostante sia religioso che sociale perché chi porta la croce è additato come maledetto e quindi inabile alla liturgia, alla preghiera e alla vita stessa.
Portare la croce significa entrare in conflitto con la società che giudica la croce come strumento di disprezzo e vilipendio perché simbolo di ignominia e abominio: «Noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1Cor 1,23). Cristo Gesù condivide la maledizione dei trasgressori della Legge perché la Legge stessa lo maledice, ma in questa condivisione diviene fonte di benedizione per tutti i maledetti della storia. In questo senso, il discepolo di Gesù che si carica della croce è colui che sa di dovere affrontare non solo il disprezzo dell’opinione corrente, ma anche la solitudine che è conseguenza diretta della maledizione che genera disprezzo e l’odio da parte della società civile e religiosa.
Di fronte ad un impegno così conflittuale, è necessario sapere discernere e valutare le forze e le conseguenze delle proprie scelte perché il discepolo non va a casaccio, ma agisce con sapienza e stabilità. Non si perde d’animo di fronte al rifiuto e al disprezzo, ma si arma della fortezza dello Spirito di Gesù perché solo in lui può essere lievito e sale, apparentemente insignificanti, ma decisivi per il compito che hanno naturalmente. Gesù potrebbe finire qui, ma non vuole lasciare dubbi e non scende a compromessi o a «scelte condivise» e a chi pensava a qualche prebenda o incarico o posto di riguardo, assesta l’ultima condizione, la terza, la più sconvolgente per il mondo ebraico del suo tempo che vedeva nella ricchezza materiale il segno della benedizione di Dio e nella povertà quello della maledizione: «Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (Lc 14,33).
Chi si aspettava una esortazione benevola o spirituale o cercava di tergiversare disquisendo magari sul senso delle interpretazioni delle parole, si trova di fronte ad una parola singola, chiara e senza possibilità di equivoci: bisogna liberarsi di tutti i beni, cioè essere liberi dentro e fuori, nello spirito e nel corpo, senza equivoci. Gli altri invitati della parabola precedente (cf Lc 14,15-24) che non si sono presentati all’appuntamento col Regno: uno «perché ho comprato un campo» e l’altro perché «ho comprato cinque paia di buoi» (Lc 14,18-19). Abbiamo così il trittico: moglie, campo e buoi a cui corrisponde la risposta recisa di Gesù: bisogna fare i conti con affetti e averi. Il possesso degli averi di quello che si ha è un impedimento. Bene, allora sono tre condizioni radicali, tutte quante all’insegna della libertà; soltanto chi è pienamente libero può seguire il Signore. Gli altri? Gli altri tutti a casa. Gesù esprime la radicalità del Regno che annuncia, per cui l’insegnamento di oggi è l’invito pressante a distaccarsi da ogni bene materiale (cf v. 33 con Lc 18,22) e da ogni attaccamento umano (vv. 26-27) per seguirlo sulla via della costruzione del Regno di Dio che poggia le sue fondamenta nelle condizioni di vita sulla terra.
C’è una diversità tra la prospettiva di Gesù e quella dei Giudei del suo tempo: questi aspettavano un Regno preconfezionato che una volta giunto avrebbe decretato la fine della Storia; Gesù invece annuncia un Regno in costruzione, un cantiere dove Dio e l’umanità devono realizzarlo come progetto. Ecco la prospettiva e la ragione: il discepolo sta nel mondo come il sale nella minestra e come il lievito nella pasta (cf Lc 14,34-35): ambedue hanno il privilegio di scomparire e di perdersi, ma per fare ritrovare il senso alla storia che li circonda, magari senza accorgersene. Essere discepoli non è semplice, ma è esaltante perché la posta in gioco è la propria libertà e il proprio destino. Il Regno di Dio non è il paradiso come si potrebbe facilmente fraintendere, ma un nuovo modo di vivere e di relazionarsi. Il Regno di Dio è la vita dalla prospettiva di Dio. Credere allora significa imparare a vedere le cose dal punto di vista del Regno. Anche la moglie, anche il marito, anche i figli, anche la propria vita.
 
Professione di fede
Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.
 
[breve pausa 1-2-3]
Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli. Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero; generato, non creato; della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo; e per opera dello Spirito Santo si é incarnato nel seno della Vergine Maria e si é fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto. Il terzo giorno é risuscitato, secondo le Scritture; é salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine.  [breve pausa 1-2-3]
 
Credo nello Spirito Santo, che é Signore e da la vita, e procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio é adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti.         [breve pausa 1-2-3]
 
Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica. Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati.
Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen.
 
Preghiera universale[intenzioni libere]
 
Preghiamo (sulle offerte).O Dio, sorgente della vera pietà e della pace, salga a te nella celebrazione di questo mistero la giusta adorazione per la tua grandezza e si rafforzi la fedeltà e la concordia dei tuoi figli. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
PREGHIERA EUCARISTICA II(detta di Ippolito, prete romano del sec. II)
Prefazio del Tempo Ordinario VI: Cristo Parola, Salvatore e Redentore
 
Il Signore sia con voi.             E con il tuo spirito.  In alto i nostri cuori.    Sono rivolti al Signore.
Rendiamo grazie al Signore, nostro Dio.        E’ cosa buona e giusta.
 
E veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Padre santo, per Gesù Cristo, tuo dilettissimo Figlio.
Nessuno può conoscere il volere di Dio se non chi possiede lo Spirito che scruta le profondità di Dio (cf Sap 9,13; 1Cor 2,10-11).
 
Egli è la tua Parola vivente, per mezzo di lui hai creato tutte le cose e lo hai mandato a noi salvatore e redentore, fatto uomo per opera dello Spirito Santo e nato dalla vergine Maria.
Cristo Signore è la Sapienza del Padre che pose la tenda in Giacobbe per manifestare il pensiero di Dio (cf Sap 9,17).
 
Per compiere la tua volontà e acquistarti un popolo santo, egli stese le braccia sulla croce, morendo distrusse la morte e proclamò la risurrezione.
Santo, Santo, Santo, il Signore Dio dell’universo. Con Sapienza ha fatto i cieli e con Sapienza ha fondato la terra. Osanna nell’alto dei cieli e pace agli uomini che egli ama (cf Sal 136/135,5; Pr 3,19).
 
Per questo mistero di salvezza, uniti agli Angeli e ai Santi e alle Sante, cantiamo a una sola voce la tua gloria :
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Osanna nell’alto dei cieli. Benedetto colui che viene, nel nome del Signore. Sia benedetto il Signore che viene Parola e Pane discesi dal cielo.
 
Padre veramente santo, fonte di ogni santità, santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito perché diventino per noi il corpo e il sangue di Gesù Cristo nostro Signore.
«Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte.Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio»(Sal 90/89,4.12).
 
Egli, offrendosi alla sua passione, prese il pane e rese grazie, lo spezzo, lo diede ai suoi discepoli, e disse: PRENDETE, E MANGIATENE TUTTI: QUESTO É IL MIO CORPO OFFERTO IN SACRIFICIO PER VOI.
«Saziaci al mattino con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni» (Sal 90/89,14).
 
Dopo la cena, allo stesso modo, prese il calice e rese grazie, lo diede ai suoi discepoli, e disse: PRENDETE, E BEVETENE TUTTI: QUESTO É IL CALICE DEL MIO SANGUE PER LA NUOVA ED ETERNA ALLEANZA, VERSATO PER VOI E PER TUTTI IN REMISSIONE DEI PECCATI.
«Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: rendi salda per noi l’opera delle nostre mani, l’opera delle nostre mani rendi salda»(Sal 90/89,17).
 
FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME.
Signore Nostro e Dio nostro! Abbiamo creduto che tu sei il Santo di Dio e sulla parola degli Apostoli facciamo memoriale della morte e risurrezione, o Dio che eri che sei e che vieni ( cf Gv 20,28; 6,69; Ap 1,8;4,8).
MISTERO DELLA FEDE.
Per il mistero della tua santa croce, salvaci o Cristo Risorto, atteso dalle genti! Maranà thà! Vieni, Signore!
 
Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo, Padre, il pane della vita e il calice della salvezza, e ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale.
Noi non abbiamo ricevuto uno spirito da schiavi, ma lo Spirito che rende figli adottivi a, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!» (cf Rom 8,15).
 
Ti preghiamo per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo.
In lui non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina perché tutti noi siamo uno in Cristo Gesù (cf Gal 3,28).
 
Ricordati, Padre, della tua Chiesa diffusa su tutta la terra: rendila perfetta nell’amore in unione con il Papa Benedetto, il Vescovo Angelo, le persone che amiamo e che vogliamo ricordare… e tutto l’ordine sacerdotale che è il popolo dei battezzati.
Disse il Signore: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo» (Lc 14, 26-27).
 
Ricordati dei nostri fratelli, che si sono addormentati nella speranza della risurrezione e di tutti i defunti che affidiamo alla tua clemenza…. ammettili a godere la luce del tuo volto.
Insegnaci, Signore a rinunciare a tutti i nostri averi per essere tuoi discepoli (cf Lc 14,33).
 
Di noi tutti abbi misericordia: donaci di avere parte alla vita eterna, con la beata Maria, Vergine e Madre di Dio, gli apostoli e tutti i santi, che in ogni tempo ti furono graditi: e in Gesù Cristo tuo Figlio canteremo la tua gloria.
Signore ci hai dato il mandato di essere sale della terra e luce del mondo, fa’ che non perdiamo mai il sapore del tuo Spirito e la luce della tua Parola (cf Lc 14,34; Mt 5,13-14; Sal 119/118,105).
 
Dossologia[è il momento culminante dell’Eucaristia: il vero offertorio]
 
PER CRISTO, CON CRISTO E IN CRISTO, A TE, DIO, PADRE ONNIPOTENTE, NELL’UNITA DELLO SPIRITO SANTO, OGNI ONORE E GLORIA, PER TUTTI I SECOLI DEI SECOLI. AMEN.
 
Padre nostro in aramaico: Idealmente riuniti con gli Apostoli sul Monte degli Ulivi, preghiamo, dicendo:
 

Padre nostro che sei nei cieli

Avunà di bishmaià
sia santificato il tuo nome
itkaddàsh shemàch
venga il tuo regno
tettè malkuttàch
sia fatta la tua volontà
tit‛abed re‛utach
come in cielo così in terra
kedì bishmaià ken bear‛a.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano
Lachmàna av làna sekùm iom beiomàh
e rimetti a noi i nostri debiti
ushevùk làna chobaienà
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori
kedì af anachnà shevaknà lechayabaienà
e non abbandonarci alla tentazione
veal ta‛alìna lenisiòn
ma liberaci dal male.
ellà pezèna min beishià. Amen!

 
Antifona alla comunione Sal 42/41,2-3 «Come la cerva anèla ai corsi d’acqua, così l’anima mia anèla a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente».
 
Dopo la comunione
Da J. Chuzeville, I mistici tedeschi dal XIII al XIX secolo
Un giorno un bambino nudo si recò a trovare Maestro Eckart. Questi gli chiese da dove venisse. Rispose: Vengo da Dio. - Dove lo hai lasciato? - Nei cuori, sorgenti di virtù. - Dove stai andando? - Da Dio. - Dove lo troverai? - Dove mi sono spogliato di tutto il creato. - Chi sei? - Un re, - Dov’è il tuo regno? - Nel mio cuore. – Fa’ attenzione che nessuno lo condivida con te. - Faccio attenzione. Allora lo fece entrare nella sua cella e gli disse: Rivestiti con il saio che vuoi. - Così non sarò più re! E scomparve. Era Dio che aveva passato un istante con lui.
 
Da Raniero La Valle, Prima che l’amore finisca
Qual è stata la caratteristica della santità di Marianela?[6] È stata quella di una progressiva spoliazione di sé, dei propri gusti, delle proprie ambizioni personali, del proprio egoismo, del proprio privato, per potersi interamente dedicare alla causa della liberazione del suo popolo. Quindi processo da un lato di spoliazione, dall’altro di arricchimento. Marianela rinunciava ad essere in un certo senso se stessa, quella che avrebbe dovuto essere secondo i suoi gusti, le sue vocazioni personali, la sua professione di avvocato, ma nello svuotarsi di sé si riempiva sempre di più della gente per cui lavorava, per cui sperava; perciò a un certo punto le sue reazioni, ormai quasi istintive, non erano più quelle in cui c’era di mezzo Marianela, ma erano quelle in cui c’era di mezzo il popolo. Marianela reagiva come reagiva il popolo, come avrebbe reagito il popolo. Non viveva più lei, per così dire, ma il popolo viveva in lei. [...] La caratteristica di questi casi di eroismo e di santità è dunque la condivisione, l’essere tutto a tutti, l’essere parte del popolo, l’essere una sola cosa col popolo.
 
Preghiera dopo la comunione
O Padre, che nutri e rinnovi i tuoi fedeli alla mensa della parola e del pane di vita, per questi doni del tuo Figlio aiutaci a progredire costantemente nella fede, per divenire partecipi della sua vita immortale. Per Cristo nostro Signore. Amen
 
Benedizione e saluto finale
Il Signore che ci dona il suo Spirito per rivelarci la sua volontà, ci doni la sua benedizione,            Amen!
Il Signore che ci convoca per conoscerlo, amarlo e servirlo, vi doni la Sapienza del cuore.
Il Signore che ci manda nel mondo sale e luce, ci dia il sapore dell’umanità che lo cerca.         
Il Signore che ci manda nel mondo a riconoscerlo nei poveri, ci protegga e ci sorregga.    
Il Signore sia sempre davanti a noi per guidarci.
Il Signore sia sempre dietro di voi per difendervi dal male.
Il Signore sia sempre accanto a noi per confortarci e consolarci.
 
E la benedizione dell’onnipotente tenerezza del Padre e del Figlio
e dello Spirito Santo, discenda su di voi e con voi rimanga sempre.                                                Amen!
 
La messa è conclusa come celebrazione: continua nella testimonianza della vita. Andiamo incontro al Signore nella storia. Nella forza dello Spirito Santo rendiamo grazie a Dio e viviamo nella sua Pace.
 
Una mia amica carissima, Margherita Maltagliati di Milano, di ritorno dall’Inghilterra mi invia questa preghiera che ha trovato nella cattedrale di Westmister e che propongo agli amici e amiche della Liturgia. La preghiera è attribuita a San Benedetto (480-547).
 

O Padre, santo e amorevole
O Gracious and Holy Father
Donaci la Sapienza per intuirti,
give us Wisdom to perceive You,
la perseveranza per cercarti,
Diligence to seek You,
la pazienza per aspettarti,
Patience to wait for You,
donaci occhi per  guardarti,
Eyes to behold You,
un cuore per essere assorti immersi in te,
A Heart to meditate on You,
e una vita per celebrarti;
and a life to proclaime You;
attraverso la forza dello spirito
Through the power of the Spirit
di Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
of Jesus Christ our Lord. Amen.

 
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© Nota: Domenica 23a del Tempo Ordinario –C, Parrocchia di S. Maria Immacolata e San Torpete – Genova
L’uso di questo materiale è libero purché senza lucro e a condizione che se ne citi la fonte bibliografica
Genova, Paolo Farinella, prete 05/09/2010 – San Torpete – Genova
 
 


[1] Cf il v. 2 con Gen1,1 e Pr 8,25; i vv. 5-6 con Gb 14,1-2; 20,8; il v. 10 con Gen 6,3; Pr 10,27; Sir 18,8-9 e l’intero Salmo con Dt 32.
[2] Vedi passi paralleli di Mt 10,37-36; 16,24; Lc 9,23 che offrono altri contesti.
[3] Chi parla è Mosè che però interviene in nome e per conto di Dio: per questo possiamo dire che nella professione di fede di Israele è Dio stesso che prega, supplica Israele ad amarlo perché Dio non è Dio senza l’amore del suo popolo, allo stesso modo che lo sposo non è più sposo senza l’amore della sua sposa. Amare Dio non è un dovere cristiano, ma una necessità di Dio che ha bisogno della nostra relazione perché credere in lui significa amarlo, ma anche lasciarsi amare.
[4] C’è anche un altro motivo. Secondo il cerimoniale liturgico ebraico è la donna che apre il Seder/Ordine/Rito dello Shabàt, accendendo la candela della mensa rituale. Dice la tradizione che nel momento in cui la donna accende la candela che apre il Sabato, che tutto Israele accoglie come una sposa adorna del suo abito nuziale, Dio concede un supplemento di anima ad ogni Israelita perché per celebrare il Sabato una anima sola non è sufficiente. Dio alla fine del sabato, quando tutto si chiude, si riprende il supplemento di anima e la conserva per il prossimo Sabato.
[5] «La croce come supplizio era formata da due pali, uno trasversale e mobile, detto patibulum e l’altro verticale, detto stipes che era fisso, già piantato sul posto della crocifissione che, presso i Romani, era pubblica e si consumava fuori dell’abitato. Il condannato, dopo la sentenza e prima di uscire dalla prigione, veniva flagellato e costretto, in segno di umiliazione, ad attraversare l’abitato lungo la via verso il supplizio, mentre un soldato portava una tavoletta con il motivo della condanna, che poi veniva infisso sullo stipes. Giunto sul luogo della crocifissione i soldati spogliavano il condannato delle vesti, lo legavano al patibulum o, più raramente, lo inchiodavano ai polsi e alle caviglie e, infine, lo issavano per incastrarlo sullo stipes. I due pali uniti insieme potevano assumere una doppia forma: o di un «T», che richiama la lettera Tau dell’alfabeto greco e la lettera latina maiuscola «T» oppure la forma di «», detta croce latina e che prevalse nell’iconografia classica. Se il patibulum veniva incastrato nello stipes, lasciandone sporgere un pezzetto in alto («») la croce veniva detta crux immissa capitata [croce inserita dalla cima/testa (da caput)]; se invece il patibulum era incastrato alla sommità dello stipes, senza lasciare sporgenze («T») si chiamava crux commissa patibulata  o croce patibolata trave orizzontale congiunta (sottinteso allo stipes o asse verticale fisso)] e s’innalzava dal terreno per cm 160/190ca. Vi era anche l’acuta crux o palo acuminato usato per impalare» (P. Farinella, Il Crocifisso tra potere e gloria. Dio e la civiltà occidentale, Il Segno dei Gabrielli editori, San Pietro in Cariano [VR] 2006, cf tutto il capitolo «La croce da strumento di tortura a ornamento, 84-95, per la citazione 85-86).
[6] Marianela nata nel 1949 era figlia di una famiglia dell’alta borghesia salvadoregna, di origine spagnola. Lavorando nella periferia di Barcellona dove è stata mandata a studiare, incontra i poveri e scopre la sua coscienza. Tornata in Salvador, s’iscrive alla facoltà di diritto e contemporaneamente entra nell’Azione cattolica universitaria col desiderio di combattere l’ingiustizia strutturale che concentra la ricchezza nelle mani di pochi e lascia i più in balia della miseria. Quando si accorge della miseria, dell’oppressione, delle ingiustizie sociali del suo Paese, capisce che se vuole fare qualche cosa non la può fare per gli altri, ma con gli altri, cominciando insieme a loro, ai più poveri, un lento cammino di liberazione. Nello stesso tempo si dedica gratuitamente alla difesa d’ufficio degli imputati più poveri. Nel 1975 è eletta all’Assemblea Legislativa. Nominata membro della Commissione parlamentare del “Benessere sociale”, assume come compito quello di indagare sui soprusi commessi dalle forze armate nei conflitti in atto tra contadini e militari. Sequestri, torture, eccidi diventano, ogni volta di più, cronaca quotidiana. L’azione di Marinela è volta al ripristino della legalità. Crea la Commissione per i Diritti Umani del Salvador,   la cui finalità è di fare chiarezza sui fatti di sangue, creando inoltre un archivio dei desaparecidos. Marianela viene sequestrata, torturata, violentata e poi rilasciata. Riprende subito il suo lavoro, con immutata passione. Neppure l’assassinio di mons. Romero di cui era amica e collaboratrice, la fermano. Cresce ancor di più il suo impegno all’interno della Commissione: ora si dedica a documentare fotograficamente gli eccidi del regime, recuperare i cadaveri, ricostruirne le dinamiche di morte, ricomporli, fotografarli e seppellirli. Scaricata dalla Democrazia Cristiana che ormai appoggia la dittatura, con la speranza di andare al potere, il 13 marzo 1983, Marianela viene catturata, brutalmente torturata e uccisa dalle Forze governative nelle campagne del Salvador.


Venerd́ 03 Settembre,2010 Ore: 14:16
 
 
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