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ISSN 2420-997X

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www.ildialogo.org Domenica 10a per annum – C: Solennità del «Corpus Domini» – 6 giugno 2010 –,di Paolo Farinella, prete

Domenica 10a per annum – C: Solennità del «Corpus Domini» – 6 giugno 2010 –

di Paolo Farinella, prete

La solennità del «Corpo del Signore» nasce in forma privata nei secc. XII-XIII a Liegi, dove la festa fu celebrata solennemente per la prima volta nel 1247[1]. Fino ad allora, infatti, per 1200 anni ca., il «memoriale» dell’Eucaristia si celebrava sempre al Giovedì santo, in un clima di mestizia e di sofferenza, perché tutto convergeva naturalmente verso il Venerdì santo che ebbe presto il sopravvento fino a imporsi sugli altri giorni del triduo pasquale con le varie rappresentazioni del «Cristo morto», tanto da snaturare il vero senso del Triduo santo. 
Il 29 agosto 1261 papa Urbano IV (Giacomo Pantaleone), che era stato arcidiacono a Liegi, istituisce la festa del Corpus Domini estendendola a tutta la chiesa[2]. San Tommaso d’Aquino ricevette l’incarico di comporre l’intero ufficio della festa secondo il rito romano che ancora oggi sostituisce quello originario francese, scrivendo l’intero ufficio in ginocchio davanti al tabernacolo e appoggiandosi direttamente sull’altare. La festa fu fissata definitivamente al giovedì (feria quinta) dopo l’ottava di Pentecoste che coincideva con il giovedì successivo alla festa della Trinità, cioè 60 giorni dopo la Pasqua, come aveva stabilito il vescovo di Liegi[3].
 
La solennità del Corpus Domini – Corpo del Signore è un ulteriore prolungamento della Pasqua che abbiamo vissuto in una notte di veglia attorno ad un banchetto, consumato «con i fianchi cinti… in fretta» (Es 12,11) segno e modello di liberazione. Oggi siamo seduti attorno al banchetto dell’alleanza nuova, senza più fretta, ma sempre pronti a ripartire per essere segno e strumento di liberazione in favore di ogni singolo individuo e popolo. E’ il banchetto che anticipa quello finale della fine della storia previsto per il raduno escatologico dei popoli, descritto da Isaia (25,6). Il banchetto dell’Esodo e quello escatologico sono qui e ora: è il Corpus Domini. Dal banchetto al banchetto: è questa la dimensione storica della Chiesa pellegrina che di Eucaristia in Eucaristia cammina verso la Gerusalemme celeste, celebrando il «memoriale» della consegna del «mistero pasquale» che nell’Eucaristia, sacramento «fonte e culmine» della Chiesa, diventa il «già» compiuto e nello stesso tempo, l’anticipo, il «non-ancora» del banchetto escatologico alla fine dei tempi.
Oggi operiamo un passaggio: dal simbolo alla realtà e prendiamo coscienza che il banchetto a cui siamo convocati come invitati è partecipazione diretta e attiva alla comunione con il Signore che mette sul «piatto» la sua stessa vita come premessa che chi si accosta a questo «cibo», a sua volta si coinvolga e si comprometta a sua volta in un mondo in cui la maggioranza del popolo di Dio che sparso nel mondo, i poveri, non hanno cibo a sufficienza. L’espressione «carne e sangue» oggi potrebbe fare sorridere perché potrebbe accusarci, come durante le persecuzioni del sec. I, di cannibalismo. E’ un’espressione tipicamente ebraica per dire «fragile vita». Per gli antichi il sangue è sede della vita, mentre «carne» indica tutto ciò che è opposto a «spirito» e quindi fragile, caduco, morituro. Nella «carne e sangue» Dio si fa accessibile a noi perché assume la nostra fragile umanità nella quale trasfonde la sua vita immortale facendosi «comunione» con noi, in noi e per noi: è il principio della «solidarietà». 
Il «mistero» è tutto qui ed è molto chiaro ed evidente: Dio Padre, Figlio e Spirito Santo restano per sempre con noi, pongono la loro dimora in noi e fanno di noi la tenda del convegno, la tenda dell’incontro e della comunione, l’appuntamento con la storia e il bisogno del pane della dignità, della vita, del lavoro e dell’amore. Ora noi possiamo accedere al mistero trinitario perché Dio s’incarna ancora una volta nella fragilità della parola annunciata e nella povertà del pane e del vino. Dio consegna a noi la sua vita come nutrimento e noi ne possiamo disporre secondo le esigenze dell’umanità che attende di essere consolata e nutrita. L’Eucaristia strappa da cima a fondo il velo del tempio perché c’introduce nel «sancta sanctorum» dell’intimità con Dio (cf Mc 15,38).
La parola «Eucaristia» deriva dal verbo greco «eu-charistèō/rendo grazie» che a sua volta proviene dall’avverbio augurale «eu-…-bene» e «chàirō-rallegrarsi/essere contento». Nei vangeli sinottici al momento della ultima cena (cf Mt 26,27; Mc 14,23; Lc 22,17.19 [cf Gv 6,11]), Gesù prende il pane e la coppa di vino[4]la prima parte della Sequenza propria di questo giorno. Entriamo nel clima della liturgia recitando, a cori alterni, la prima parte la prima parte della Sequenza propria di questo giorno. dopo che «eucharistēsas/avendo reso grazie», da cui ben presto il termine passò ad indicare tutta la celebrazione che vive il «rendimento di grazie» per eccellenza: noi ringraziamo Dio per il dono del Figlio, Parola, Pane e Vino/Relazione, Vita e Sangue, alimento perenne di coloro che vogliono essere nel mondo segni e testimoni dell’amore gratuito di quel Dio che ci ha amati per primo (cf 1Gv 4,19). Entriamo nel clima della liturgia recitando, a cori alterni, la prima parte
 
Sequenza I.La sequenza è un genere di componimento mèlico (dal greco mèlos-canto) di origine religiosa accompagnato da strumenti. Presenta simmetria binaria di serie sillabiche, determinata dal canto. La sequenza ha la struttura propria della lingua latina, per cui in italiano, a volte, stride fortemente dando anche un senso di fastidio. La sequenza è parte della liturgia e dell’ufficio del Corpus Domini composti da san Tommaso d’Aquino, che scrisse materialmente i testi davanti al tabernacolo. Da un punto di vista teologico espone poeticamente e compiutamente tutta la teologia cattolica della «presenza reale».
 
1. Sion, loda il Salvatore, / la tua guida, il tuo pastore con inni e cantici.
2. Impegna tutto il tuo fervore: / egli supera ogni lode, non vi è canto che sia degno.
3. Pane vivo, che dà vita: / questo è tema del tuo canto, oggetto della lode.
4. Veramente fu donato / agli apostoli riuniti in fraterna e sacra cena.
5. Lode piena e risonante, / gioia nobile e serena sgorghi oggi dallo spirito.
6. Questa è la festa solenne / nella quale celebriamo la prima sacra cena.
7. È il banchetto del nuovo Re, nuova pasqua, nuova legge; e l’antico è giunto a termine.
8. Cede al nuovo il rito antico, / la realtà disperde l’ombra; luce, non più tenebra.
9. Cristo lascia in sua memoria / ciò che ha fatto nella cena: noi lo rinnoviamo.
10. Obbedienti al suo comando / consacriamo il pane e il vino, ostia di salvezza.
11. E certezza a noi cristiani: / si trasforma il pane in carne, si fa sangue il vino.
12. Tu non vedi, non comprendi, / ma la fede ti conferma, oltre la natura.
 
Mangiare vuol dire diventare «uno» con chi si mangia attraverso ciò che si mangia. Non si mangia tra estranei con i quali tutt’al più si può fare un briefing anonimo o un buffet in piedi. Chi mangia lo stesso pane e beve lo stesso vino sedendo alla stessa mensa esprime una vita di unità con gesti di comunione. Entriamo alla Presenza di Dio, segnandoci con il sigillo trinitario proprio di ogni azione liturgica:
 

(ebraico)
Beshèm
ha’av
vehaBèn
veRuàch
haKodèsh.
Amen.
(italiano)
Nel Nome
del Padre
e del Figlio
e dello Spirito
Santo.

 
Atto penitenziale
La comunione, cioè vivere una dimensione effettiva di amore, è l’obiettivo di ogni vita di relazione. La fede genera chi crede ad una vita di comunione orizzontale con i fratelli, le sorelle e la natura come segno della comunione verticale con Dio. Noi pecchiamo ogni volta che ci allentiamo da questa prospettiva che Gesù sintetizza nell’unico comandamento dell’amore verso Dio e il prossimo. Non possiamo celebrare il sacramento per eccellenza della «comunione» se prima non mettiamo a posto le nostre coordinate spirituali e relazionali. Per questo la Chiesa ci chiede di fermarci sempre prima di accedere alla Parola e al Pane e verificare le congruenze e le incongruenze nei confronti della nostra vocazione alla «comunione»: solo Dio sa leggere nella nostra coscienza e solo lui può abilitarci alla coerenza nella verità del rito che celebriamo. Chiediamo perdono.
 
Signore, hai dato la manna come cibo per affrontare il deserto,               Kyrie, elèison!
Cristo, hai detto: questo è il mio corpo … prendete e mangiate,              Christe, elèison!
Signore hai detto: questo è il mio sangue, prendete e bevete,                  Pnèuma, elèison!
Signore, resti con noi tutti i giorni come Parola, Pane e Vino,                  Kyrie, elèison!
Cristo, ti nutri della volontà del Padre tuo e Padre nostro,                       Christe,elèison!
Signore, invochi con noi il pane quotidiano per i poveri,              Pnèuma, elèison!
Cristo, sei Pane e Vino, sigillo della speranza,                                        Christe, elèison!
 
Dio onnipotente che ha nutrito il popolo d’Israele nel deserto e ha inviato Gesù «Pane vivo disceso dal cielo», per i meriti di Gesù che magia la Pasqua con gli Apostoli, abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna. Amen!
Grande Dossologia  (dalla Liturgia ortodossa) 
 
Gloria a Dio nelle altezze e pace sulla terra tra gli uomini di buona volontà. Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa! Signore, Re celeste, Dio Padre onnipotente, Signore, Figlio unigenito Gesù Cristo e Spirito Santo!         [Pausa di 3 respiri: 1 – 2 – 3]
 
Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del Padre, tu che togli i peccati del mondo abbi pietà di noi, tu che togli i peccati del mondo accogli la nostra preghiera, tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi, perché tu solo sei il Santo, tu solo il Signore, Gesù Cristo nella gloria di Dio Padre. Amen.    [Pausa di 3 respiri: 1 – 2 – 3]
 
Ogni giorno ti benedirò e loderò il tuo Nome nei secoli e per sempre. In questo giorno degnati, o Signore, di custodirci senza peccato. Benedetto sei tu, Signore Dio dei nostri Padri, degno d’ogni lode e gloria è il tuo Nome nei secoli. Amen.                         [Pausa di 3 respiri: 1 – 2 – 3]
 
Venga su di noi, Signore la tua misericordia, perché abbiamo sperato in Te!  
 
Preghiamo(colletta). Dio Padre buono, che ci raduni in festosa assemblea per celebrare il sacramento pasquale del Corpo e Sangue del tuo Figlio, donaci il tuo Spirito, perché nella partecipazione al sommo bene di tutta la Chiesa, la nostra vita diventi un continuo rendimento di grazie, espressione perfetta della lode che sale a te da tutto il creato. Per i meriti di nostro Signore Gesù Cristo, Verbo fatto carne, che vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen!
Mensa della Parola
Prima lettura Gen 14,18-20. Il racconto dell’incontro di Abramo con Melchìsedek non è storico, ma edificante e scritto in epoca tardiva perché non appartiene a nessuno dei filoni letterari e storici che confluiscono nel Pentateuco. L’autore che forse riprende il nome di Melchìsedek tramandato dalla tradizione cananea, si pone obiettivo di introdurre Abramo nel contesto della grande storia contemporanea e giustificare così la presa di Gerusalemme da parte di Davide (2Sa 5,6-10) letta come l’adempimento della fedeltà promessa da Melchìsedek ad Abramo. Questa figura misteriosa di re e sacerdote in Gerusalemme, di cui nulla si sa, è anche all’origine della dinastia sacerdotale in Israele che comincia con il sacerdote Sadoc (2Sa 8,17). Il salmo responsoriale di oggi lo presenta come antenato di Davide e del Messia nelle sua duplice veste di re e sacerdote. In questa linea si collocano la lettera agli Ebrei al capitolo 7 e i Padri della Chiesa che hanno visto nel pane e nel vino portati ad Abramo, un anticipo dell’Eucaristia.
 
Dal libro della Genesi 14,18-20
In quei giorni, 18 Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo 19 e benedisse Abram con queste parole: «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, 20 e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici». E [Abramo] diede a lui la decima di tutto. - Parola di Dio.
 
Salmo responsoriale 110/109, 1; 2; 3; 4. Salmo messianico per eccellenza, è usato anche da Cristo per affermare la sua superiorità su Davide (Mt 22,41-46). Le prerogative del Messia sono la regalità e il sacerdozio che a lui non derivano da una investitura terrena (cf 2Sa 7,1; Za 6,12-13) perché egli come Melchìsedek possiede un sacerdozio «per sempre» (v. 4). Melchìsedek infatti è l’unico personaggio biblico di cui si ignora l’origine (è senza padre e senza madre) per sottolineare il principio eterno del suo sacerdozio, anticipo e premessa di quello di Cristo (cf Mt 24,30; 26,64; Gv 5,22; At 7,56; 10,42; 17,31).
 
Rit.Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore.

1. 1 Oracolo del Signore al mio signore:
«Siedi alla mia destra
finché io ponga i tuoi nemici
a sgabello dei tuoi piedi». Rit.
3.  3 A te il principato
nel giorno della tua potenza tra santi splendori;
dal seno dell’aurora,
come rugiada, io ti ho generato. Rit.
2. 2 Lo scettro del tuo potere
stende il Signore da Sion:
domina in mezzo ai tuoi nemici! Rit.
4.  4 Il Signore ha giurato e non si pente:
«Tu sei sacerdote per sempre
al modo di Melchìsedek». Rit.

 
Seconda lettura 1Cor 11,23-26. I primi cristiani celebravano l’Eucaristia nel contesto di un pasto ordinario, ma accadeva che si formassero divisioni intollerabili: i ricchi mangiavano tra loro il pasto arrivando perfino ad ubriacarsi (v. 21 qui assente), mentre i poveri sono relegati in un angolo. Paolo pose fine a questi abusi e richiamandosi all’istituzione stessa di Cristo (vv. 23-26), mette in evidenza anche per noi il legame stretto tra Eucaristia, Chiesa e vita (vv. 27-29; cf 10,16-17). Da ciò deduciamo che l’Eucaristia è la misura della verità della vita cristiana. Paolo riporta le parole di Gesù come le ha ricevute a sua volta, stabilendo così il principio che la Tradizione è garante della trasmissione della Parola di Dio. Le parole che riporta Paolo si discostano da quelle dei Sinottici (Mt 26,26-29; Mc 14,22-26; Lc 9,15-20; cf Gv 6,51-59), ammettendo così una pluralità di modi per esprimere la stessa fede
 
Dalla prima lettera di Paolo apostolo ai Corinzi 1Cor 11,23-26
Fratelli, 23 io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». 25 Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». 26 Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga. - Parola di Dio.
 
Sequenza II
13. È un segno ciò che appare: / nasconde nel mistero realtà sublimi.
14. Mangi carne, bevi sangue; / ma rimane Cristo intero in ciascuna specie.
15. Chi ne mangia non lo spezza, / né separa, né divide: intatto lo riceve.
16. Siano uno, siano mille, / ugualmente lo ricevono mai è consumato.
17. Vanno i buoni, vanno gli empi; / ma diversa ne è la sorte vita o morte provoca.
18. Vita ai buoni, morte agli empi: / nella stessa comunione ben diverso è l’esito!
19. Quando spezzi il sacramento, non temere, ma ricorda / Cristo è tanto in ogni parte, quanto nell’intero.
20. È diviso solo il segno, non si tocca la sostanza; / nulla è diminuito della sua persona.
21. Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, / vero pane dei figli: non dev’essere gettato.
22. Con i simboli è annunziato, in Isacco dato a morte, / nell’agnello della Pasqua, nella manna data ai padri.
23. Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi; / nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi.
24. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, / conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo / nella gioia dei tuoi santi. Amen.
 
Vangelo Lc 9,11b-17. La moltiplicazione dei pani con ogni probabilità è accaduta solo una volta e segna una svolta nella vita del Signore. Di essa però possediamo sei versioni (Mt 14,13-21; 15,32-38; Mc 6,30-44; 8,1-10; Gv 6,1-13 e vangelo odierno). La presenza di soli uomini e la divisone in gruppi di 50 come avveniva nell’organizzazione militare del tempo, fa pensare ad una prospettiva messianica in un contesto di rivolta popolare contro Erode (cf Mc 6,44 e Mt 14,21b che corregge malamente questa prospettiva). L’attesa di un Messia militare è forte e diffusa in Israele. In queste condizioni il pasto era considerato come il segno di riconoscimento del re davanti ai suoi soldati prima della battaglia finale per la conquista del regno (v. 11). Da questo angolo di visione, Lc viene a dirci che l’Eucaristia non è una colazione di lavoro o una cena d’affari: essa al contrario è un pasto per la battaglia, quindi un nutrimento per affrontare i conflitti, la coscienza che la vita va conquistata giorno per giorno perché troppe persone nel mondo hanno fame di pane e di giustizia (cf 2Re 4,42-44; 9,36;15,32). A questo appuntamento con il Regno di Dio che comincia sulla terra, nel cuore dell’umanità, il cristiano non può mancare, pena la decadenza di Dio e il degrado del mondo. Noi mangiamo il Pane della Pace per essere sempre più figli di Dio e fratelli di pace.
 
Canto al Vangelo Gv 6,51
Alleluia.Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore, / se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.Alleluia.
 
Dal Vangelo secondo Luca Lc 9,11b-17
In quel tempo, 11 Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
12 Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». 13 Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». 14 C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». 15 Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. 16 Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 17 Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste. - Parola del Signore.
 
Sentieri di omelia[5]
Oggi celebriamo il corpo, anzi la carne. La parola carne, in ebr. basàr e in gr. sarx, indica in rapporto ai viventi tutto ciò che è corruttibile, fragile, mortale. Carne si oppone a Dio che è eterno, onnipotente e spirituale. Tutta la fede cristiana è una tensione tra carnalità e spiritualità: questa tensione non si risolve nella negazione della prima a vantaggio della seconda perché la fede cristiana è tutta carnalità e tutta spiritualità, in forza dell’audace affermazione di Gv 1,14: «Il Lògos-carne fu fatto». L’espressione «carne e sangue» oggi potrebbe fare sorridere perché potrebbe accusarci, come durante le persecuzioni del sec. I, di cannibalismo. E’ un’espressione tipicamente ebraica per dire «fragile vita». Per gli antichi il sangue è sede della vita, mentre «carne» (ebr. basàr [san Paolo invece usa il termine sôma]) indica tutto ciò che è opposto a «spirito» e quindi fragile, caduco, morituro[6]. Nella «carne e sangue» Dio si fa debole, limitato e quindi accessibile perché assume la nostra fragilità nella quale trasfonde la sua vita immortale facendosi «comunione» con noi, in noi e per noi. Tutta la fede cristiana è una tensione tra carnalità e spiritualità: questa tensione non si risolve nella negazione della prima a vantaggio della seconda perché la fede cristiana è tutta carnalità e tutta spiritualità, in forza dell’audace affermazione di Gv 1,14: «Il Lògos-carne fu fatto».
La solennità del Corpo e del sangue del Signore ci conferma in questa prospettiva ci obbliga a prendere coscienza che l’Eucaristia è il sacramento principe di questa realtà «materiale». Il Cristianesimo non è nemico della materia, del corpo e della sensibilità, al contrario esso valorizza ciò che è materiale perché lo riconosce parte integrante dello spirito e lo assume nella sua creaturalità, svuotandolo di ogni presunzione di sacralità. Oggi, infatti, noi celebriamo il «pane e il vino» o per usare un linguaggio biblico: «la carne e il sangue»: siamo immersi nella materia fisica, anzi nella gracilità della condizione umana che è anche la dimensione di Dio nella fragile consistenza di un pane e di un vino poveri alimenti della mensa dei poveri. Non è un banchetto succulento: è solo un pane e un vino, i segni della solenne maestosità della povertà degli uomini e di Dio.
Nel sacramento dell’Eucaristia come in tutti i sacramenti, la materia simbolica che esprime il senso profondo della realtà è sempre un elemento della natura che è anche alimento dell’umanità come l’acqua, l’olio, il pane, il vino oppure elementi portanti della relazione umana, come il perdono e l’amore. Il senso di questi elementi/alimenti/relazione è rivelato da una parola formale che nel momento in cui li sottrae al loro significato materiale, li svela e li rivela come veicoli di un senso nuovo e vitale: «Questa è la mia carne… questo è il mio sangue» sono affermazioni da brivido che non possono essere più intese nel senso materiale, ma siamo costretti dalle parole stesse ad entrare in una dimensione nuova che solo la rivelazione può esprimere: carne e sangue sono la natura del Figlio di Dio, la sua vita e questa vita comunicata a noi in forma di cibo che alimenta la vita. Si forma così un circuito di comunione che alimenta in forma costante vita da vita.
Nulla è estraneo a Dio, non lo spirito, non la materia, non il nostro corpo che partecipa della sua stessa identità. Ogni giorno facendo la comunione, noi diventiamo «Corpo di Cristo» e nel momento in cui lo riceviamo noi ne prendiamo atto e con una parola solenne di fede rispondiamo:: «Amen/Tu, mio Dio, sei il mio Re Fedele», inserendoci così anche noi in una dimensione di fedeltà. Il nostro corpo è fragilissimo perché espressione visibile della complessità del nostro spirito che vive anche di passioni, di tendenze, di fratture, di ansie, di bisogni, di aneliti, di stanchezze, di malattie, di fatica, di pesantezza, di forza, di gioia, di tenerezza… tutto ciò fa parte della fragilità umana e in quanto tale appartiene a Dio perché oggi «nella carne di Dio» noi celebriamo «un Dio di carne». Oggi è il giorno della «fisicità» di Dio il quale raggiunge il culmine di un lungo processo di incarnazione iniziata nell’esodo attraverso segni anticipatori del sacramento che oggi viviamo come realtà di fede. Tutta la storia della salvezza prepara al punto di arrivo che è il discorso del «pane » di Gv 6[7].
In ebraico la parola «cuore» si dice «lebab» (pronuncia: levav) e insegnano i rabbini che le due «b» stanno a significare le due tendenze che animano il cuore umano: quella verso il bene e quella verso il male che non possono essere estirpate per cui bisogna amare Dio con tutte e due le tendenze, anche con la tendenza verso il male. Per questo nello Shemà Israel si dice «amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze (= tutti i tuoi averi)» (Dt 4,5). Coloro che separano lo spirito dalla carne, l’anima dal corpo fanno un’operazione antistorica e contraria alla fede. Oggi è il giorno della «fisicità» di Dio il quale raggiunge il culmine di un lungo processo di incarnazione iniziata nell’esodo attraverso segni anticipatori del sacramento che oggi viviamo come realtà di fede.
Ogni volta che celebriamo l’eucaristia facendo memoria condivisa del pasto di Gesù in cui volle «legarsi» definitivamente a noi e alla dimensione della nostra vita umana, noi entriamo nel «mistero pasquale» della passione, della morte, della risurrezione, dell’ascensione e della pentecoste e sperimentiamo la vita di Dio come alimento, cibo e bevanda, comunione di vita, sacramento di unità, anticipo della vita eterna.
Nel giorno in cui viviamo Dio in quanto corpo/carne, non possiamo non pensare ed essere uniti e solidali con tutti i corpi/carne dilaniati, squartati, violati, violentati e stuprati nel mondo. Oggi il nostro cuore è accanto ai bambini e alle bambine vittime della pedofilia, di cui si rendono colpevoli anche coloro che dovrebbero maestri e custodi dei corpi indifesi. Oggi vogliamo essere accanto e solidali con le donne violate e vilipese nel loro corpo e quindi nella loro anima. Vogliamo essere un argine alle violenze immonde e per questo chiediamo di diventare «ostie» di frumento fragile e fragrante, simbolo di fedeltà alla Vita.
            Celebrare il «corpo del Signore» significa anche prendere coscienza che questo «corpo» di Dio patisce la fame a causa della miseria causata da sistemi d’ingiustizia e di potere che si autodefiniscono cristiani. La fame di tanta parte dell’umanità, dopo duemila anni dall’incarnazione di Cristo nella nostra umanità, è la bestemmia più grave che grida al cospetto di Dio. «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» è ancora l’urlo dei «corpi di Cristo» abbandonati alla morte per fame e miseria: fame di dignità e di decoro, fame di giustizia e decenza, fame di diritti e di ospitalità, fame di vita e di amore.
Nel ricevere «il corpo e il sangue di Cristo» nella comunione, prendiamo consapevolezza e coscienza di essere responsabili degli affamati nel corpo che non hanno nemmeno la forza di accorgersi di avere un’anima. La nostra dimensione, specialmente quando sperimentiamo l’impotenza e la solitudine di fronte alle grandi sfide della storia, non può essere che la prospettiva sacerdotale della lettera agli Ebrei 10,5-8, quella prospettiva esige da noi che diventiamo come Lui «corpo e sangue» che si spezza e si effonde per la condivisione dei poveri:
«5 Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato.6 Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato.7Allora ho detto: “Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà”».
 
La festa di oggi ci dice solo che il Dio narrato da Gesù è un Dio «carnale» che si può toccare e mangiare, cioè si può sperimentare senza bisogno di scalare il cielo per raggiungerlo. Egli è ora e qui: «Io-Sono il Pane disceso dal cielo» (Gv 6,41) perché voi diventiate il comandamento del mio amore facendovi pane e vino da condividere con gli affamati e gli assetati che popolano la terra. «Io-Sono il Pane della vita» (Gv 6,35) perché voi siate la mia Eucaristia che si spezza per tutte le genti. Andiamo nel mondo e portiamo il «corpo di Dio» attraverso la profezia della nostra vita, nutrita dal «Pane del cielo», per dire ovunque viviamo la nostra professione di fede: «Ecco, io vengo, o mio Re Fedele, per fare la Tua Volontà!». E’ l’«Amen!» che riceviamo e che riversiamo su quanti incontriamo nel nostro cammino.
 
Credo o Simbolo degli Apostoli[8]
Io Credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra;  [Pausa di 3 respiri: 1 – 2 – 3]
 
e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno è risuscitato da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio onnipotente: di là verrà a giudicare i vivi e i morti. [Pausa di 3 respiri: 1 – 2 – 3]
 
Credo nello Spirito santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati,
la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.
 
Preghiera dei fedeli (Dalla Liturgia delle Ore)
Cristo nella Cena pasquale ha donato il suo Corpo e il suo Sangue per la vita del mondo.
Riuniti nella preghiera di lode, invochiamo il suo nome:
Cristo, pane del cielo, dona a noi la vita eterna.

Cristo, Figlio del Dio vivo, che ci hai comandato di celebrare l’Eucaristia in tua memoria,
- fa’ che vi partecipiamo sempre con fede e amore a beneficio di tutta la Chiesa.

Cristo, unico e sommo sacerdote, che hai affidato, ai tuoi sacerdoti i santi misteri,
- fa’ che essi esprimano nella vita ciò che celebrano nel sacramento.

Cristo, che riunisci in un solo corpo quanti si nutrono di uno stesso pane,
- accresci nella nostra comunità la concordia e la pace.

Cristo, che nell'Eucaristia ci dai il farmaco dell'immortalità e il pegno della risurrezione,
- dona la salute agli infermi e il perdono ai peccatori. 

Cristo, che nell'Eucaristia ci dai la grazia di annunziare la tua morte e risurrezione fino al giorno della tua venuta.
- rendi partecipi della tua gloria i nostri fratelli defunti.
 
[Intenzioni personali]
 
Preghiamo (sulle offerte).Concedi benigno alla tua Chiesa, o Padre, i doni dell’unità e della pace, misticamente significati nelle offerte che ti presentiamo. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
PREGHIERA EUCARISTICA II[9]
Prefazio della Santa Eucaristia I: l’Eucaristia memoriale del sacrificio di Cristo
Il Signore sia con voi.            E con il tuo spirito.     In alto i nostri cuori. Sono rivolti al Signore.
Rendiamo grazie al Signore, nostro Dio.      É cosa buona e giusta.


 
E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente e misericordioso, per Cristo nostro Signore.
A te offriremo sacrifici di lode e invocheremo il nome del Signore (cf Sal 116/115,7)
 
Sacerdote vero ed eterno, egli istituì il rito del sacrificio perenne; a te per primo si offrì vittima di salvezza, e comandò a noi di perpetuare l’offerta in sua memoria.
«Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: sacerdote del Dio altissimo, benedisse Abram» (Gen 14,18).
 
Il suo corpo per noi immolato è nostro cibo e ci dà forza, il suo sangue per noi versato è la bevanda che ci redime da ogni colpa.
Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, perché benedetto egli è su tutta la terra. Santo, Santo, Santo, il Signore Dio dell’universo. (cf Gen 14,19-20).
 
Per questo mistero del tuo amore, uniti agli angeli e ai santi, cantiamo con gioia l'inno della tua lode:
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Osanna nell’alto dei cieli. Benedetto colui che viene, nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli.
 
Padre veramente santo, fonte di ogni santità, santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito perché diventino per noi il corpo e il sangue di Gesù Cristo nostro Signore.
«Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchìsedek» (Sal 110/109,4).
 
Egli, offrendosi alla sua passione, prese il pane e rese grazie, lo spezzo, lo diede ai suoi discepoli, e disse: PRENDETE, E MANGIATENE TUTTI: QUESTO É IL MIO CORPO OFFERTO IN SACRIFICIO PER VOI.
«Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane, e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”» (1Cor 11,23-24).
 
Dopo la cena, allo stesso modo, prese il calice, rese grazie, lo diede ai suoi discepoli, e disse: PRENDETE, E BEVETENE TUTTI: QUESTO É IL CALICE DEL MIO SANGUE PER LA NUOVA ED ETERNA ALLEANZA, VERSATO PER VOI E PER TUTTI IN REMISSIONE DEI PECCATI.
«Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”.» (1Cor 11,25).
 
FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME.
 Quanto il Signore ha ordinato, noi faremo e ascolteremo (cf Es 24,7)
 
MISTERO DELLA FEDE.
Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo di questo calice, noi annunziamo la morte del Signore finché egli venga (cf 1Cor 11,26).
 
Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo, Padre, il pane della vita e il calice della salvezza, ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale.
 «Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure»(Lc 9,11).
 
Ti preghiamo: per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo.
«Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: “Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta”» (Lc 9,12).
 
Ricordati, Padre, della tua Chiesa diffusa su tutta la terra: rendila perfetta nell’amore in unione con il nostro Papa …, il Vescovo … le persone che amiamo e che vogliamo ricordare… e tutto l’ordine sacerdotale che è il popolo dei battezzati.
«Gesù disse loro: “Dategli voi stessi da mangiare”. Ma essi risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente”. 14 C’erano infatti circa cinquemila uomini» (Lc 9,13-14).
 
Ricordati dei nostri fratelli, che si sono addormentati nella speranza della risurrezione e di tutti i defunti che si affidano alla tua clemenza…. ammettili a godere la luce del tuo volto.
«Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla» (Lc 9, 16).
 
Di noi tutti abbi misericordia: donaci di aver parte alla vita eterna, con la beata Maria, Vergine e Madre di Dio, con gli apostoli e tutti i santi, che in ogni tempo ti furono graditi: e in Gesù Cristo tuo Figlio canteremo la tua gloria.
«Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste» (Lc 9,17).
 
Dossologia [è il momento culminante dell’Eucaristia: il vero offertorio]
PER CRISTO, CON CRISTO E IN CRISTO, A TE, DIO, PADRE ONNIPOTENTE, NELL’UNITA DELLO SPIRITO SANTO, OGNI ONORE E GLORIA, PER TUTTI I SECOLI DEI SECOLI. AMEN.
 
Idealmente riuniti con gli Apostoli sul Monte degli Ulivi, preghiamo, dicendo:
 

Padre nostro che sei nei cieli
Avunà di bishmaià
sia santificato il tuo nome
itkaddàsh shemàch
venga il tuo regno
tettè malkuttàch
sia fatta la tua volontà
tit‛abed re‛utach
come in cielo così in terra
kedì bishmaià ken bear‛a.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano
Lachmàna av làna sekùm iom beiomàh
e rimetti a noi i nostri debiti
ushevùk làna chobaienà
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori
kedì af anachnà shevaknà lechayabaienà
e non abbandonarci alla tentazione
veal ta‛alìna lenisiòn
ma liberaci dal male.
ellà pezèna min beishià. Amen!

Antifona alla comunione (Lc 9,16): Gesù prese i cinque pani e i due pesci e li diede ai discepoli, perché li distribuissero alla folla. Alleluia.
 
Dopo la comunione: Inno dei primi Vespri

1. Alla cena dell’Agnello,
avvolti in bianche vesti,
attraversato il Mar Rosso,
cantiamo a Cristo Signore.
2. Il suo corpo arso d’amore
sulla mensa è pane vivo;
il suo sangue sull’altare
calice del nuovo patto.
3. Sia lode e onore a Cristo,
vincitore della morte,
al Padre e al Santo Spirito
ora e nei secoli eterni. Amen.

 
Responsorio   Cf Gv 6, 48. 49. 50. 51. 52
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna del deserto e sono morti.
- Questo è il pane disceso dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
sono il pane vivo: se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.
- Questo è il pane disceso dal cielo; perché chi ne mangia, non muoia.
Riconoscete in questo pane, colui che fu crocifisso; nel calice, il sangue sgorgato dal suo fianco. Prendete e mangiate il corpo di Cristo, bevete il suo sangue:
- poiché ora siete membra di Cristo.
Per non disgregarvi, mangiate questo vincolo di unità; per non svilirvi, bevete il prezzo del vostro riscatto:
- poiché ora siamo membra di Cristo.

Preghiamo. Donaci, Signore, di godere pienamente della tua vita divina nel convito eterno, che ci hai fatto pregustare in questo sacramento del tuo Corpo e del tuo Sangue. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen!
 
Sia benedetto colui che è Benedetto in cielo e in terra.                          
Sia benedetto l’Alfa e l’Omega, il Principio e il Fine.                                Amen.
Sia benedetto il Signore fatto cibo per noi.
Rivolga il Signore il suo Nome su di voi e vi doni il suo Spirito.
Rivolga il Signore il suo Volto su di voi e vi doni la sua Pace.
Sia sempre il Signore davanti a voi per guidarvi.
Sia sempre il Signore dietro di voi per difendervi dal male.
Sia Sempre il Signore accanto a voi per confortarvi e consolarvi.
E la benedizione dell’onnipotente tenerezza del Padre e del Figlio
e dello Spirito Santo, discenda su di voi e con voi rimanga sempre.          Amen!
 
La Messa è finita come rito, comincia la Pasqua della nostra settimana:
Andiamo in pace. Rendiamo grazie a Dio.
______________________________
© Nota: L’uso di questi commenti è consentito citandone la fonte bibliografica
Domenica 10a del Tempo Ordinario-C: Solennità del Corpus Domini
Paolo Farinella, prete – 06/06/2010 – San Torpete – Genova


[1] Una suora ospedaliera belga, Giuliana di Mont-Cornillon, della diocesi di Liegi (Belgio) nel 1208 ebbe una visione in cui le apparve la luna piena con una incrinatura nel disco. Due anni dopo un’altra visione le spiegò che quella incrinatura significava la mancanza di una celebrazione autonoma dell’istituzione dell’Eucaristia. Ella chiedeva una festa specifica che celebrasse l’istituzione stessa dell’Eucaristia. Nel 1246 per mezzo del canonico di San Martino di Liegi, Giovanni di Losanna, la suora chiese ufficialmente l’istituzione di questa festa nella sua diocesi e il Vescovo, Roberto di Torote, dopo una discussione teologica l’adottò e con decreto stabilì che la festa si celebrasse il giovedì dopo la Festa della Santa Trinità (60 giorni dopo la Pasqua), anch’essa instaurata per prima dalla stessa diocesi di Liegi che adesso vi legava anche quella della Eucaristia con un intento evidente: tutta la vita trinitaria di Dio si manifesta e si compie nel sacramento del pane e del vino. La suora fece comporre una ufficiatura propria della festa che cominciava con le parole «Animarum cibus», di cui è rimasto solo qualche frammento. Il 29 dicembre 1253 il card. Ugo di San Caro, legato papale in Germania, inviò alle autorità religiose e ai fedeli della sua legazione un proprio decreto con il quale non solo confermava la festa istituita dal vescovo di Liegi, ma lo estendeva ai territori di sua pertinenza, concedendo anche una speciale indulgenza alle chiese in cui si celebrava la nuova solennità. Partito il legato da Liegi, la festa fu contrastata da molti ecclesiastici che vi si opposero tanto che la celebrazione fu solo officiata nella chiesa di San Martino di Liegi, dove era iniziata. Nel 1258 moriva suor Giuliana di Mont-Cornillon, lasciando l’eredità dell’impegno eucaristico ad una suora di nome Eva e sua confidente.
[2] A questa decisione contribuì il miracolo di Bolsena. Un prete boemo, Pietro da Praga, aveva dei dubbi sulla trasformazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo. Nel 1263 mentre celebrava la Messa sulla tomba di Santa Cristina a Bolsena, vide delle gocce di sangue stillare dall’ostia consacrata che si depositarono sul corporale e sul pavimento. Egli corse dal papa Urbano IV che si trovava a Orvieto. Verificato il miracolo e visto il corporale (oggi conservato ad Orvieto), il papa istituì la festa del Corpus Domini.
[3] Questo in teoria. Di fatto la norma papale non ebbe seguito a motivo dei torbidi militari che infestavano l’Italia e bisognò aspettare ancora 40 anni prima che il Corpus Domini diventasse di fatto e di diritto festa della chiesa universale per opera di papa Clemente V, ma specialmente di papa Giovanni XXII. Era l’anno 1318. E’ passato più di un secolo dalla visione di suor Giuliana di Mont-Cornillon.
[4] La terza coppa che il banchetto ebraico dedica alla venuta del Messia.
[5] Parte di questa omelia è stata pubblicata su Adista, 40 (31-05-2007) 15 con il titolo «Un Dio di carne e sangue».
[6] Nel NT la parola «basàr – carne» ricorre 158 volte circa e ha sempre il significato di creaturalità/uomo/essere vivente finito. Il suo opposto è tutto ciò che si riferisce a «spirito/spirituale».
[7] Lungo è il percorso per giungere alla carnalità di Dio:
Nel deserto il popolo è nutrito con la manna che Dio provvede (Es 16,13-15), quasi a dire che il sostentamento della vita e la vita stessa sono opera esclusiva di Dio. L’esodo della libertà è segnato e nutrito dal pane e dall’acqua che piovono dal cielo, senza concorso umano. Si direbbe che l’esodo è la fatica di Dio che porta il peso della sopravvivenza del suo popolo. Nell’esodo Dio si fa manna.
Pane al mattino e carne alla sera ricevette anche Elia, quando fuggì dalla regina Gezabele e rifece al contrario il cammino del suo popolo: dalla terra promessa alla montagna di Dio, l’Oreb nel Sinai (1Re 17,6). Camminare verso la montagna di Dio non è una passeggiata, ma un esodo che impegna la vita stesa e bisogna essere equipaggiati per non morire lungo la strada: «“Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino”. 8Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb» (1Re 19,7-8).
La vedova di Zarepta prepara un pane per il profeta Elia. anticipo del pane eterno perché la farina della sua madia non si esaurì (1Re 17,11-16).
Gesù stesso ricorda la manna come anticipazione del pane disceso dal cielo che ora è lui stesso, mandato dal Padre a nutrire gli uomini con la sua volontà di salvezza(Gv 6,31-33).
[8] Il Simbolo degli Apostoli, forse è la prima formula di canone della fede, così chiamato perché riassume fedelmente la fede degli Apostoli. Nella chiesa di Roma era usato come simbolo battesimale, come testimonia Sant’Ambrogio: «È il Simbolo accolto dalla Chiesa di Roma, dove ebbe la sua sede Pietro, il primo tra gli Apostoli, e dove egli portò l'espressione della fede comune» (Explanatio Symboli, 7: CSEL 73, 10 [PL 17, 1196]; v. commento in Catechismo della Chiesa Cattolica, 194).
[9] Detta di Ippolito, prete romano del sec. II: è stata reintrodotta nella liturgia dalla riforma di Paolo VI in attuazione del Concilio Ecumenico Vaticano II.


Martedì 01 Giugno,2010 Ore: 13:21
 
 
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