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www.ildialogo.org Obama e Osama,di Piero Stefani

GIUSTIZIA VENDICATIVA CHE GENERA VIOLENZA
Obama e Osama

di Piero Stefani

Vi erano una volta due figli di un dittatore feroce ma sprovvisto di armi di distruzione di massa; si chiamavano Husai e Qusai, furono uccisi e sfigurati. Nessuna esitazione allora trattenne dall’esibire le foto dei loro corpi deturpati. Ora invece sembra che lo scempio di un corpo non sia mostrabile, che il raccapriccio pervada animi adusi a vedere sul piccolo schermo ogni sorta di violenze. Inevitabile che sorgano i sospetti che le cose stiano in modo diverso da quanto si è ufficialmente detto. Come scacciare il pensiero che le immagini avrebbero piuttosto portato acqua al mulino della figlia dodicenne di Osama? Come non supporre che l’uccisione abbia seguito la cattura? Come fugare l’ipotesi che si sia trattato di un’esecuzione sommaria e non dell’esito di uno scontro armato? Ammissione, quest’ultima, che avrebbe ridotto, sia pure di poco, il massimo effetto reale di quell’uccisione: la conclusione di un decennale processo di elaborazione del lutto da parte degli USA.
Ground zero riempito di fiori è il segno di un processo conclusosi con un atto di vendetta, non di giustizia. Finché il responsabile-simbolo della strage respirava mentre le vittime erano polvere, la ferita restava aperta; ora che, a quanto ci è stato comunicato, il fondale del mare racchiude quella bara, lo squarcio si è suturato. Così almeno appare in relazione al rito americano innescato dall’11 settembre 2001. A Bush spettò l’umiliazione e il processo di Saddam e i due figli sfigurati di quest’ultimo, obbiettivo indiretto e con troppi passaggi per essere ricondotto, in modo emotivamente carico, al crollo delle due torri. Ad Obama spetta la non visibile uccisione di Osama (strana assonanza). I sondaggi lo gratificano, ma il novembre del 2012 è, dal punto di vista politico, lontanissimo. Quell’uccisione resta, comunque, soprattutto un atto di politica interna americana.
In un suo titolo il quotidiano francese Le Monde allude al fatto che la crisi attuale dell’ideologia islamista sia dovuta non già all’uccisione di Bin Laden ma alle rivolte giovanili che hanno percorso e percorrono le piazze arabe (e che in questi giorni, in Siria, vengono pagate al prezzo di uno stillicidio di vite umane). È così. Se l’Occidente volesse davvero preoccuparsi del futuro del mondo arabo e, di riflesso, del proprio, dovrebbe impegnarsi a far sì che quelle rivolte, nate indipendentemente dall’ideologia islamista - a opera, però, di masse giovanili tuttora largamente legate all’universo verbale e ideale dell’islam - continuino a mantenere una rotta diversa da quella percorsa dai «Fratelli musulmani» (espressione da assumere, qui, in senso simbolico e non come un riferimento preciso all’associazione definita con questo nome).
Visto che l’inatteso è avvenuto, occorre riuscire a capirlo e a contribuire perché l’evoluzione sia positiva. Il vero fronte è questo, ancora aperto e magmatico. Carico di ripercussioni anche in aree finora non direttamente percorse dalle rivolte. Tra esse si segnala, il riavvicinamento tra Hamas e Fatah, esplicitamente dovuto agli eventi egiziani, che, dopo un lungo stallo, potrebbe innescare nuove dinamiche nel rapporto tra palestinesi e israeliani. Intervenire sagacemente in anticipo appare però fuori dalla portata delle diplomazie occidentali. Si entra in campo tardi, più volte ricorrendo a misure belliche incapaci di calcolare le conseguenze dei propri atti. Il caso libico, situazione nella quale l’Italia sta mostrando a tutti la propria pochezza politico-diplomatica, ne è un’ulteriore conferma. Si interviene in una situazione legata a dinamiche tribali e regionali e a formidabili interessi economici, ma priva di quella pressione demografica che è il dato portante dei fenomeni più rilevanti. Dove la scena è riempita soprattutto da masse giovanili, prive di lavoro ma non di collegamenti in rete, non si individuano, invece, politiche atte ad aiutare lo sviluppo di paesi inseriti, da millenni, nell’area mediterranea.
Il gioco, favorito dalle dinamiche mass-mediatiche che da decenni impregnano il nostro vivere, si sta polarizzando sui singoli. Si propongono icone del nemico. Ci si concentra su Gheddafi, di cui si sono uccisi un figlio e due piccoli nipoti, ma non lui, al quale forse, alla fine, verrà affannosamente trovato un qualche rifugio. Si è preventivamente evitato che Osama avesse una tomba individuabile atta ad essere venerata da musulmani propensi a ritenerlo un martire. Di contro si è incapaci di prevedere cosa avverrà in Siria e nello Yemen, che piega effettivamente prenderanno le cose in Egitto e Tunisia, cioè non si sa bene come comportarsi di fronte a grandi movimenti privi di leader riconosciuti. Le masse, cruciale tema di riflessione politica tra XIX e XX sec., sono sparite dalla scena politica occidentale; perciò gli attuali capi dell’Occidente, frutto anche di quella scomparsa, non sanno più riconoscere le dinamiche legate alle rivolte popolari. Quando non c’è la figura simbolo di una situazione (e in Italia c’è da quasi vent’anni), si è incapaci di orientarsi. I grandi fronti del prossimo futuro cadono in un cono d’ombra; mentre il Mediteranno continua a essere una tomba collettiva di migliaia di anonimi che, in ogni caso, non sarebbero mai stati venerati come martiri.
Piero Stefani

Articolo tratto da:

FORUM 261 (9 maggio 2011) Koinonia

http://www.koinonia-online.it

Convento S.Domenico - Piazza S.Domenico, 1 - Pistoia - Tel. 0573/22046



Marted́ 10 Maggio,2011 Ore: 12:08
 
 
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