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www.ildialogo.org I laici cattolici lontani dalla politica.<br>I cattolici politici lontani dalla realtà,di Raniero La Valle

“CHIESA, CHE FARE?”
I laici cattolici lontani dalla politica.
I cattolici politici lontani dalla realtà

di Raniero La Valle

L’eclisse politica dei cattolici
Oggi c’è un silenzio dei laici nella Chiesa, che inevitabilmente diventa anche un silenzio dei laici cristiani nella vita pubblica.
Da quando è venuto meno il cosiddetto partito cristiano, i cristiani si sono infatti eclissati dalla politica. Non la fanno più, la subiscono, non ne sono più soggetti ma oggetti. Certamente ci sono dei cattolici in tutti i partiti, e alcuni siedono perfino in Parlamento. Ma se pure essi agiscono in politica cercando di essere fedeli in segreto a una coscienza cristiana, nulla di tale ispirazione appare visibilmente nella vita pubblica, e in nessun modo il movente cristiano, nella laicità dell’agire politico, appare produttivo di specifiche proposte e percepibili risultati.
C’è invece, questo sì, un clericalismo nella vita politica, di chi prende atteggiamenti plateali e produce decisioni politiche volte a soddisfare questa o quella richiesta della Chiesa; ma qui non è questione di ispirazione cristiana, lo fanno infatti anche molti che non sono affatto cristiani; lo fanno i cosiddetti atei devoti, lo fanno i dirigenti pagani della Lega e lo fa persino Berlusconi, nonostante l’harem mantenuto a Milano.
Ma la cosa più grave è che nella situazione attuale, nonostante gli appelli per l’ingresso di una nuova generazione di cattolici nella politica, non si dà alcuna possibilità che si ripristini una tale presenza cristiana, fino a che non siano rimosse le cause che la impediscono. Perciò dobbiamo cercare di individuare queste cause.
        1) La prima causa è il sistema di bipolarismo selvaggio che è stato introdotto in Italia, che trasforma il confronto politico in una lotta ad oltranza tra amico e nemico. Questo stile di lotta non si addice ai laici cristiani. Pensate a uomini come Sturzo, Moro, De Gasperi, Dossetti, La Pira, gettati nella fornace dell’attuale massacro televisivo che si ripete ogni sera.
        2) La seconda causa che preclude un’efficace presenza dei cattolici è legata alla prima. Il sistema è fatto solo per chi sia o pretenda di essere maggioranza. Chi non ha una “vocazione maggioritaria”, come viene chiamata, ma ha uno spirito di profezia o una proposta politica che oggi è di minoranza ma che può diventare di maggioranza domani, è in via di principio escluso dal sistema. Il sistema bipolare e maggioritario esclude le minoranze o ne pretende l’assimilazione all’una o all’altra parte contendente. Ora è a tutti noto che i cristiani sono una minoranza. Lo erano anche ai tempi della Democrazia Cristiana, ma allora il sistema politico permetteva che essi, al di là della loro forza numerica, esercitassero un’egemonia o almeno un’influenza culturale e politica su molte altre componenti della società italiana, e perciò potevano governare. Oggi l’assimilazione dei cattolici nell’uno o nell’altro blocco non può avvenire che attraverso patti compromissori e subalterni, come furono il Patto Gentiloni nel 1913 e le alleanze clerico-moderate e clerico-fasciste dei primi decenni del Novecento, contro cui combatté con la tattica dell’ “intransigenza” Luigi Sturzo, dando così un’identità politica all’elettorato popolare cattolico e dando inizio alla stagione del cattolicesimo politico democratico, oggi interrotta.
Perciò solo con il ritorno alla proporzionale ci può essere un ritorno dei cattolici alla politica, da realizzarsi attraverso l’autonomia di partiti laici in cui sia possibile elaborare e promuovere contenuti evangelici nelle scelte politiche, in dialogo con le proposte di altre culture e nel libero confronto con gli altri partiti.
Il problema ecclesiale
Ma ci sono altre ragioni che attengono più direttamente alle scelte della Chiesa. Anche questo è un discorso da fare con gravità, ma non si può tacere, tanto più se il tema da affrontare è quello della responsabilità dei cristiani nella società e nella Chiesa; meglio perciò è parlare di queste cose con sincerità, anzi con parresia, e sempre con amore.
C’è in effetti una ragione ecclesiale per la quale i cattolici non possono tornare alla politica. E la ragione è che il loro compito se lo è attribuito la stessa Chiesa, che tratta direttamente con lo Stato per ottenere ciò che giudica utile al bene comune e “non negoziabile” sul piano dei principi.
Ora, dove si esercita un potere diretto della Chiesa gerarchica, una “potestas indirecta”, come si diceva una volta, esercitata attraverso gli stessi poteri politici statali, non può esserci spazio per la mediazione di istanze laicali (come le ACLI, le Caritas, Pax Christi e simili), né può esserci spazio per una azione politica autonoma dei laici cristiani. E infatti se dei laici cristiani si dichiarano cattolici adulti, e dunque non soggetti in politica alle direttive ecclesiastiche, vengono considerati disobbedienti e abbandonati al loro destino.
Per preservarsi l’autonomia Sturzo decise che il Partito Popolare di tutto doveva occuparsi tranne che della “questione romana”, perché di quella si occupava direttamente la Chiesa che rivendicava “i diritti imprescrittibili della Santa Sede”, e non avrebbe potuto un partito laico fatto da cattolici avere in materia alcuna autonomia politica. Tuttavia questa rinunzia non bastò a salvarlo quando la Chiesa di allora tra lui e il fascismo, scelse la conciliazione col fascismo.
Una situazione analoga potrebbe aversi oggi quando la Chiesa dei vescovi e della Segreteria di Stato fa delle scelte di priorità e di “principi non negoziabili” che a suo parere dovrebbero essere obbliganti per tutti, cattolici e no. Per la stessa loro necessaria parzialità, si tratta tuttavia di scelte opinabili.
La Chiesa può ritenere ad esempio prioritario opporsi a una legislazione sulle coppie di fatto, ma altrettanto legittimamente laici cristiani possono ritenere prioritario opporsi a una legislazione che criminalizza gli stranieri. La Chiesa difende il Concordato, che non è oggi in pericolo, i laici cristiani prima ancora potrebbero preoccuparsi della Costituzione, che è in pericolo, e da cui del resto anche il Concordato dipende. La Chiesa lotta per l’incremento delle scuole cattoliche, i laici potrebbero sentire piuttosto l’urgenza di lottare per salvare quanto resta della scuola di tutti e perché non sia spenta la scuola di Stato. La Chiesa al di sopra di ogni altro interesse politico sostiene oggi i cosiddetti “movimenti pro-vita”, che difendono soprattutto la vita non nata; i laici cristiani hanno oggi l’assillo di salvare l’uomo vivente, stracciato dalla politica e immiserito dal mercato, e di promuovere la qualità della vita, a cominciare dal lavoro; i vescovi americani contrari alla riforma sanitaria che medicalizza l’aborto, preferiscono un’America senza Obama, i laici cristiani hanno molte ragioni per volere un’America governata da Obama.
L’altra ragione per cui i laici cristiani sono oggi lontani dalla politica, è per il disorientamento che pervade molti di loro di fronte a quello che percepiscono come un appoggio della Chiesa al premier Berlusconi. Essi sono turbati nel vedere che la Chiesa ancora sostiene e fornisce credenziali a un Presidente del Consiglio che, al di là delle sue pratiche di vita e di governo, sta corrodendo alla radice l’anima del Paese. Egli si pone infatti come modello, si pone come esempio di vita; con mezzi potentissimi prende il posto di ogni altro Maestro, e perciò della stessa Chiesa; e in questa veste egli si pone come il più grande diseducatore di massa che questo paese abbia mai avuto. Eppure la Chiesa tace su di lui, e anzi ogni critica gli viene risparmiata, con l’argomento che essa sarebbe viziata da moralismo politico; e se gli scappa una bestemmia, si dice che essa deve essere contestualizzata, cioè non presa sul serio; purtroppo però il contesto è quello dell’idolatria, idolatria del potere, da non lasciare a nessun costo, idolatria del denaro, con cui comprare tutto, cose, istituzioni e persone; idolatria del piacere, rivendicato come legittimo sia in pubblico che in privato.
Ma perché la Chiesa gli mantiene il suo appoggio? Questa scelta pesa sull’animo di molti cittadini, e rischia di compromettere altri beni non politici molto più importanti, a cominciare dalla predicabilità stessa del Vangelo, che da una Chiesa in perdita di credibilità potrebbe trovare maggiore difficoltà di ascolto. Si deve pensare pertanto che le ragioni della Chiesa siano molto serie, e motivate dal bene comune; ci sono alcuni però, tra gli osservatori esterni, che arrivano ad accusare la Chiesa di simonia, perché dal mantenimento della situazione attuale essa trarrebbe vantaggi anche economici. È un’accusa bruciante, che la Chiesa potrebbe pensare di non dover neanche raccogliere. Credo invece che essa non la debba ignorare, né limitarsi a respingerla come falsa, ma dovrebbe argomentare le sue ragioni e avere l’umiltà di dare una prova della sua buona fede, per non far dubitare di sé.
E la via c’è, ed è suggerita dal Concilio quando al n. 76 della Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” dice che “la Chiesa si serve di strumenti temporali nella misura in cui la propria missione lo richiede. Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni”. Il consiglio che si potrebbe dare alla conferenza dei vescovi italiani è che, finché si mantenga l’appoggio al presente governo, per evitare che ciò possa essere interpretato anche minimamente come legato ad interessi materiali, essa rinunzi provvisoriamente e unilateralmente all’esenzione dall’ICI e ai finanziamenti alle scuole cattoliche, e ciò anche per sottrarre al governo la materia con la quale esso volesse tentare anche con la Chiesa una delle sue opere di corruzione.
Perché la politica?
Ma perché occuparsi di politica? Io trovo la risposta in quella che è stata la mia esperienza del Novecento. Come ho detto altre volte, esso ci ha lasciato tre grandi eredità da cui a mio parere bisogna partire per costruire il mondo futuro. La prima eredità è quella del costituzionalismo, la seconda il Concilio Vaticano II, la terza il Sessantotto. Queste sono le tre grandi cose che restano del Novecento. Ma nessuna di queste cose potrà sopravvivere, se non sarà assunta con amore, così come per amore sono state compiute. Non c’è dubbio che alla Costituente uomini come Moro, Dossetti, Basso, La Pira, Lazzati, Calamandrei, e donne come Laura Bianchini, Angela Gotelli, Teresa Mattei, operarono per amore. Non c’è dubbio che Giovanni XXIII ha osato il Concilio per amore. E il ’68 è stato l’utopia dell’amore come alternativa al potere.
Sicché, riecheggiando una vecchia parola, potremmo dire così: queste sono le tre cose che rimangono: il diritto, la fede, la libertà; ma di tutte più grande è l’amore.
Raniero La Valle
2 - DAL DOCUMENTO CONCLUSIVO DELLA 46a SETTIMANA SOCIALE  DEI CATTOLICI ITALIANI (REGGIO CALABRIA, 14 – 17 OTTOBRE 2010)
“Occorre salvaguardare la democrazia”
 
17. È stata particolarmente apprezzata la scelta di dedicare un capitolo dell’agenda e una sessione tematica della Settimana Sociale al tema del completamento della transizione e della riforma delle istituzioni politiche. Il tema è stato affrontato in un confronto franco e condiviso. In particolare i giovani si sono schierati in modo chiaro contro “lo stare fermi per paura” e contro il ritiro dalla politica, affermando un impegno direttamente collegato con la scelta della fede.
Fortemente condivisa è la necessità di completare la transizione politico-istituzionale, perché il rischio è veder progredire i ricchi e i capaci e lasciar indietro i poveri, i giovani o i non qualificati. Occorre salvaguardare la democrazia: interessano riforme che mettano al centro i cittadini-elettori, che ne facciano i decisori finali della competizione propria della democrazia governante. Sulla scorta di questa forte opzione democratica, sono stati individuati quattro punti e prioritari: due problemi – la democrazia interna ai partiti e la lotta alla criminalità organizzata – sono stati affiancati ai due già presenti nel documento preparatorio: la legge elettorale/forma di governo e il federalismo.
Serve una decisa spinta verso una maggiore democrazia nei partiti. Come sosteneva già don Luigi Sturzo, c’è bisogno di una legge – coerente con i correttivi che vanno apportati alla legge elettorale e alla forma di governo – che disciplini alcuni aspetti cruciali della vita dei partiti, prevedendone la pubblicità del bilancio e regole certe di democrazia interna.
In maniera altrettanto convinta ci si è pronunciati per la revisione della legge elettorale a tutti i livelli e per tutte le istanze. Occorre dare all’elettore un reale potere di scelta e di controllo. Bisogna anche affrontare la questione del numero dei mandati e dell’ineleggibilità di quanti hanno pendenze con la giustizia.
Il nodo della forma di governo è stato affrontato in coerenza con la richiesta di restituire il potere di scelta ai cittadini-elettori. Non è sfuggito il rilievo costituzionale del tema. La Costituzione italiana è frutto di un’esperienza esemplare di alto compromesso delle principali culture politiche del Paese. Eventuali modifiche non devono stravolgerne l’impianto fondante, definito anzitutto nella prima parte.
Quanto al federalismo, si è affermato che, a partire dalla riforma del titolo V della Costituzione, avvenuta nel 2001, esso fa ormai parte della storia nazionale. C’è bisogno di informazione e formazione per “abitare” questa scelta, soprattutto nel momento in cui si procede all’attuazione della parte fiscale del disegno di riforma. Ci troviamo di fronte a un duplice bivio. In primo luogo, si può fare del federalismo una lotta agli sprechi, responsabilizzando chi ha potere decisionale in ordine alle spese e i cittadini a un controllo più deciso, oppure si può passare da un centralismo statale a un centralismo regionale, con il rischio di prevaricazione da parte di poteri non trasparenti. In secondo luogo, si può fare del federalismo un modo diverso di pensare l’unità del Paese, oppure sancire una frattura ancora più insanabile tra Nord e Sud. Di fronte a queste alternative, il principio di sussidiarietà verticale e orizzontale (cioè la poliarchia) si offre come prospettiva dirimente capace di valorizzare due grandi protagonisti della democrazia, l’associazionismo e la città. Dare coerenza di sussidiarietà al federalismo serve anche a offrire al Mezzogiorno «una sfida che potrebbe risolversi a suo vantaggio, se riuscisse a stimolare una spinta virtuosa nel bonificare il sistema dei rapporti sociali, soprattutto attraverso l’azione dei governi regionali e municipali, nel rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini, agendo sulla gestione della leva fiscale»[1] e alimentando nel Paese una sana reciprocità[2]. A queste condizioni, il federalismo costituisce un obiettivo realistico di migliore unità politica e di maggiore solidarietà. Tanto una riforma in senso federalista dà respiro di sussidiarietà al sistema politico, quanto un rafforzamento dell’esecutivo nazionale pone le condizioni di efficaci politiche di solidarietà.
Ai temi sopra enunciati – la centralità decisionale dei cittadini nei momenti cruciali della vita democratica e il federalismo sussidiario bilanciato da un esecutivo nazionale più forte – si è voluto aggiungere un ulteriore punto dell’agenda: la lotta alla mafia in tutte le sue denominazioni e in ogni area del Paese. Tale lotta va accompagnata da una coerente azione educativa e dotando l’amministrazione giudiziaria delle risorse atte a favorire la certezza del diritto.
 

 Articolo tratto da:

FORUM Koinonia 250 (13 marzo 2011)

http://www.koinonia-online.it

Convento S.Domenico - Piazza S.Domenico, 1 - Pistoia - Tel. 0573/22046


Lunedì 14 Marzo,2011 Ore: 17:08
 
 
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