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ISSN 2420-997X

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www.ildialogo.org IPAZIA<br>o<br>la memoria delle donne,di Daniela Zini

8 marzo 415: assassinio di Ipazia
IPAZIA
o
la memoria delle donne

di Daniela Zini

La data, in cui si è consumato, il martirio di Ipazia è l’8 marzo 415 d.C., e l’8 marzo è una giornata che altre morti innocenti hanno consacrato alle battaglie per la parità delle donne e che, forse, oggi, diventata solo una vuota ricorrenza, dovrebbe riacquistare il significato originario, meno ludico, ben più riflessivo.


Testo della relazione di Daniela Zini alla Conferenza-dibattito Forugh Farrokhzad: una, nessuna, centomila tenuta presso Odradek la Libreria, 7 marzo 2011 ore 17.30

ταν βλέπω σε, προσκυν, κα τους λόγους.
τς παρθένου τν οκον στρον βλέπων
ες ορανν γάρ στι σο τ πράγματα,
Yπατία σεμνή, τν λόγων εμορφία,
χραντον στρον τς σοφς παιδεύσεως.
 
Quando ti vedo mi prostro davanti a te e al tuo verbo,
Vedendo la casa astrale della Vergine,
Infatti, verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
Ipazia sacra, bellezza del verbo,
Astro incontaminato della sapiente cultura.
 
Pallada, Antologia Palatina, IX, 400
 
 
Vi sono creature che mi fanno credere che l’anima esista.
Il mio intervento di questa sera si incentra su Ipazia.
Perché Ipazia?
La sua vita, molto più della sua opera, mi dà il senso della perfezione. Vi è qualcosa di più raro dell’abilità, del talento, dello stesso genio: la nobiltà dell’anima. Se Ipazia non avesse scritto nulla, non per questo la sua personalità sarebbe stata meno grande. Solo che molti di noi non lo avrebbero saputo.
Il mondo è, così, fatto… le più rare virtù di un essere debbono restare, sempre, il segreto di qualche altro.
Certi sogni teosofici, simili a quelle strane visioni, ma benevole, che si hanno chiudendo gli occhi nel momento di addormentarsi, vennero, forse, sul tramonto anche a consolarla. La vita terrena, che tanto aveva amato, non era per lei se non il lato visibile della vita eterna. Senza dubbio, accettò la morte, come una notte più profonda delle altre, cui doveva seguire un più limpido mattino.
Vorrei credere che non si sia ingannata.
Vorrei credere che la dissoluzione della tomba non arresti uno sviluppo così raro.
Vorrei credere che la morte, per questa anima, non sia che un gradino superiore.
Vorrei dimenticare la mia saggezza e le mie ragioni, non chiedere più niente, cessare ogni volere e accogliere, sorridendo, le rose che la sua mano lascerà cadere sulle mie ginocchia.
Vorrei, lungi da ogni sforzo, non essere se non chi riceve l’onda di infinito e inoltrarmi sulle strade fortuite, spinta dal solo soffio delle voci interiori.
Questo risponde, spero, alla domanda:
 
Perché Ipazia?”
 
Ipazia è l’Eroina ideale.
Aveva carisma, morì orribilmente, fu al centro di un gioco complicato di tensioni politiche e religiose e – attestato più importante per lo status di Eroina – noi sappiamo molto poco di lei, in modo chiaro e certo. Una stella che brilla, certamente, ma vista attraverso le brume del tempo e dell’oblio. Le nostre incertezze mi inducono a trarre dal nulla una donna sepolta da sedici secoli.
Alcuni esseri hanno un destino esemplare, talvolta, tragico, che li pone al di sopra della condizione umana. Le loro azioni, i loro ideali, le loro prese di posizione, simboleggiano, allora, la assoluta superiorità del pensiero sul sedimento del quotidiano. Ipazia, come scrive Blaise Pascal (1623-1662), “ultimo fiore meraviglioso della gentilezza e della scienza ellenica”, si situa nel Pantheon di queste creature eccezionali.
Senza dubbio conoscete il suo nome e, almeno nelle grandi linee, la sua storia: matematica e filosofa della fine del IV secolo, figlia di Teone, donna pagana, che visse ad Alessandria, nel momento in cui l’impero romano passava dalla tolleranza all’imposizione del Cristianesimo, insegnante carismatica, devota ai pagani quanto ai cristiani, vittima di un assassinio orribile.
Abbiamo, dunque, in Ipazia, tutti gli elementi ideali per una storia avvincente: vi è il fatto esotico, nell’antichità, di una donna matematica e filosofa; vi è il suo carisma innegabile; vi è l’elemento erotico, fornito dalla sua bellezza e dalla sua verginità; vi è il gioco imprevedibile delle forze politiche e religiose in una città, che ha, sempre, conosciuto la violenza; vi è la crudeltà straordinaria del suo assassinio e la nostra mancanza di informazioni chiare e precise su di lei, che permette ai fabbricanti di leggende di riempire le lacune, come vogliono. E, sullo sfondo, il sentimento profondo di un cambiamento inesorabile di un’era storica.
Scartando tutto ciò che è solo involucro, apparenza, superficie, vorrei giungere subito al cuore di questa rosa, al fondo di questo dolce calice. Le rappresentazioni più stupefacenti non sostituiscono i morti, non offrono se non un’immagine sbiadita. Ispirati alla realtà, i suoi ritratti restano a lei inferiori, non sono che le ceneri di un fuoco meraviglioso. A coloro che tutto ignorano di lei, io vorrei, questa sera, far sentire il soave calore di queste ceneri.
Ho omesso di dire della grande bellezza di questa donna, che ha attraversato i secoli da solitaria altera, a volte distante, spesso benevola, e che ha saputo raggiungere una sorta di serenità, senza lasciarsi mai conquistare dall’indifferenza, avida di preservarsi, fino alla fine, dai piaceri della vita quotidiana, dalla sorveglianza intellettuale, dagli stordimenti amorosi.
Era iniquo lasciare senza voce la creatura fin qui, così dettagliatamente, descritta!
Per rivelare, sotto la stratificazione degli interessi politici, ideologici e religiosi, la figura di Ipazia, dovrò superare le brume allettanti di una leggenda costruita sul filo dei secoli, leggenda alla quale razionalisti, romantici e positivisti hanno apportato un contributo, sovente appassionato.
Da Voltaire (1694-1778), che la consegna vittima innocente di un Cristianesimo nascente”, fanatico e predatore, a Charles Marie Lecomte de Lisle (1818-1894), che riconosce in lei l’alito di Platone e il corpo di Afrodite”, passando attraverso le femministe contemporanee, che ne fecero l’archetipo della donna abbattuta dalla società misogina, scomporrò, pazientemente, gli enunciati dominanti, un pò riduttivi, per rivelare una realtà ben più complessa.
Attenendomi essenzialmente a quattro fonti:
  • l’Epistolario di Sinesio di Cirene (370-413),
  • la Storia ecclesiastica di Socrate lo scolastico (380 ca.-440 ca.),
  • la Vita di Isidoro di Damascio il diadoco (458 ca.-538),
  • la Cronaca di Giovanni di Nikiu,
ricomporrò, scrupolosamente, il contesto politico-religioso, un po’ offuscato di questo IV secolo, che associa, secondo l’espressione di Claude Lepelley, “una rottura radicale e una stupefacente continuità”.
Nell’impero romano del IV secolo il problema non viene dall’introduzione di una religione di Stato, che è sempre esistita, a Roma, dove la nozione di separazione tra religione e Stato non ha senso, ma dalla non-separazione della religione individuale dell’imperatore con la religione di Stato e dalla necessità fatta al cittadino, per esistere come parte beneficiaria di una società, di praticare la religione comune, anche nella sfera privata. Poiché la religione ufficiale pagana è, in qualche sorta, la messa in forma nell’ordine del cosmo del potere umano, parte dagli uomini per raggiungere gli Dei e si limita, almeno in termini di potere, a una sfera pubblica ristretta. Allorché il cristianesimo è sentito, al contrario, come la messa in forma sulla terra del potere divino, partendo da Dio e rivelato agli uomini, si afferma come verità unica, fonte del potere dell’imperatore e deve, a questo titolo, essere universale. Là ove il paganesimo lotta contro i cristiani, perché appaiono suscettibili di distruggere l’ordine sociale e il potere politico con le loro idee, il cristianesimo vuole imporsi ai pagani, perché la loro stessa esistenza in un impero cristianizzato sembra compromettere un potere che viene da Dio, negando la fonte di questo potere. È il pericolo, ancora attuale, mi sembra, di ogni governo legato a una religione monoteista, la necessità ideologica di imporsi a tutti come sola via possibile e di legare il suo modo di azione e di legislazione a un pensiero che, in quanto verità rivelata, non può sopportare la contraddizione umana. Là, ove un governo laico è una polifonia, un governo religioso non può ammettere che una sola voce o suppone, almeno, un coro abbastanza forte per coprire le note dissonanti. Per filare questa metafora musicale, dirò che il IV secolo è un periodo dove si forma ufficialmente questo coro diretto da un capo cristiano, in cui tutti i livelli di voce si uniscono per cantare, con sempre maggiore sicurezza, e le divergenze finiscono o per fondersi nell’armonia generale o per essere soffocate dal canto collettivo.
Il cristianesimo, che cessa di essere perseguitato con l’editto di Costantino, nel 313, divenendo religione di Stato, con l’editto di Teodosio I, nel 380, inizia, a sua volta, a perseguitare, nel 392, quando sono distrutti i templi greci e bruciati i libri pagani.
 
Nessuna bestia feroce”,
 
scrive Ammiano Marcellino (330 ca.-391 ca.),
 
è così accanita contro l’uomo quanto lo sono la maggior parte dei cristiani gli uni contro gli altri.”
 
In ottanta anni, i cristiani sono riusciti a impadronirsi del vertice dell’impero romano e si sono trasformati in accaniti persecutori dei fedeli di quella religione, i cui valori hanno dato vita alla grandezza di Roma e dell’impero.
Cinque anni dopo il sacco di Roma (24 agosto 410), mentre l’impero crolla, l’Egitto vive gli ultimi fuochi del paganesimo antico.
La città è sotto il giogo di Cirillo di Alessandria (370-444), nipote del vescovo Teofilo (…-412), che è divenuto vescovo, nel 412, alla morte dello zio, e lo resta per trentadue anni.
Uno Stato nello Stato.
Secondo lo storico Socrate lo scolastico, Cirillo ha acquistato “molto più potere di quanto ne avesse avuto il suo predecessore” e il suo episcopato va “oltre i limiti delle sue funzioni sacerdotali”.
Si passa sotto altri cieli, dove regna un Dio geloso.
Come afferma Sant’Ambrogio (339/340-397), vescovo di Milano, che tanto impressiona Sant’Agostino (354-430), in questa fine del IV secolo:
 
Reverentiam primo ecclesiae catholicae deinde etiam et legibus.”
Si deve il rispetto innanzitutto alla Chiesa cattolica e, poi, solo alle leggi.”
 
Il mondo delle idee è messo sotto tutela e il dogma si impone, trasformando la filosofia in serva della religione.
Il mito divora il logos, la favola la ragione.
La religione a piani che caratterizzava il mondo antico – i miti, i culti civici e la mistica intellettualizzata dei filosofi, una élite –, permetteva una economia relativamente serena del problema divino.
I fedeli dell’antica religione non hanno più né templi, né clero, né statue, né riti.
Rimane loro lo spazio della scienza e della filosofia.
È l’inizio dell’antipaganesimo aggressivo che provocherà, più tardi, l’incendio della grande biblioteca di Alessandria.
La libertà di interpretazione, il libero gioco della ricerca intellettuale non avranno più corso.
In questa atmosfera tesa si erge Ipazia la vergine dei pagani e, se si crede a Socrate lo scolastico e a Damascio il diadoco, l’ultimo bastione del paganesimo.
Socrate scrive venti o trenta anni dopo gli avvenimenti che riferisce e a una distanza di mille chilometri dal luogo, ma vive nella capitale dell’impero e si può presumere che abbia avuto facile accesso ai documenti della curia.
Narra:
 
Vi era ad Alessandria una donna di nome Ipazia. Era la figlia del filosofo Teone, che era pervenuta a un tale grado di cultura da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo, ricevere in eredità l’insegnamento della scuola platonica, derivante da Plotino, dispensare ai suoi uditori i principi della filosofia. Da ogni luogo accorrevano a lei quanti volevano ascoltare le sue lezioni. Confidando sulla padronanza di sé e sulla facilità dei modi, che aveva acquisito, grazie alla sua educazione, sovente appariva in pubblico davanti ai principali cittadini. Né si sentiva mai confusa di trovarsi con uomini. Tutti gli uomini, tenendo in gran conto la sua dignità e la sua virtù, la ammiravano moltissimo.
Fu vittima della gelosia del tempo. Quando, infatti, iniziò a frequentare assiduamente Oreste, si sollevò contro di lei, tra il popolo cristiano, una calunnia, secondo cui sarebbe stata proprio lei a impedire una riconciliazione tra Oreste e il vescovo. In seguito a questo, uomini fanatici, alla testa dei quali si trovava un certo Pietro il lettore, ordirono un complotto contro di lei e la sorpresero mentre rientrava a casa. La trassero fuori della sua lettiga e la portarono nella chiesa chiamata il Caesareum e, qui, le strapparono le vesti di dosso e, poi, le lacerarono le carni con tegole taglienti, finché non esalò l’ultimo respiro. Dopo averlo smembrato, portarono il suo corpo in un luogo chiamato Cinarion e lo bruciarono. Questo fatto non arrecò a Cirillo la minima condanna e neppure alla Chiesa di Alessandria. Ed è certo che nulla è più lontano dallo spirito cristiano che permettere che avvengano massacri, violenze e azioni di tale genere. E ciò accadde nel quarto anno dell’episcopato di Cirillo, sotto il decimo anno del consolato di Onorio e il sesto di Teodosio, nel mese di marzo, durante la Quaresima.”
 
Ipazia è linciata e bruciata, l’8 marzo 415.
Ed è uccisa, una seconda volta, dagli storici cristiani, predominanti dal IV secolo, che finiscono per cancellare le tracce, già limitate e indirette del suo insegnamento.
Lo studioso e scrittore francese Lucien Polastron (1944) sostiene che, insieme alle spoglie della filosofa, siano state bruciate tutte le sue opere: un Commento in tredici volumi all’aritmetica di Diofanto, una edizione delle Tavole astronomiche di Tolomeo e un Commento in otto volumi alle coniche di Apollonio di Pergamo, nel quale Ipazia aveva inserito il Corpus astronomicus, una raccolta, da lei compilata, di tavole astronomiche sui moti celesti. Nel suo Libri al rogo Polastron scrive:
 
Allo stesso modo Cirillo fa lapidare la filosofa e algebrista Ipazia unica donna nella storia della matematica greca, mentre stava rientrando da una conferenza tenuta al Museion. Ipazia era donna di grande bellezza, ma virtuosa, a quanto si dice straordinariamente popolare e non cristiana. Venne, quindi, spogliata dalla folla e trascinata in chiesa davanti a Pietro il lettore; poi, tagliata a pezzi con gusci di ostrica e gettata alle fiamme insieme a tutte le sue opere.”
Lucien Polastron, Libri al rogo
 
Oreste chiederà un’inchiesta, che si risolverà con un nulla di fatto, ma i temuti parabolani, che costituiscono, di fatto, una sorta di milizia privata del vescovo Cirillo, verranno posti sotto l’autorità del prefetto, in seguito a una richiesta della comunità di Alessandria. La vicenda si concluderà con l’ordinanza imperiale del 3 febbraio 418, con la quale i parabolani verranno, di nuovo, affidati al vescovo di Alessandria, che, all’epoca, era ancora Cirillo.
Cirillo è proclamato dottore della Chiesa, nel 1882, da papa Leone XIII. Nel 1944, papa Pio XII, per i 1500 anni della morte di San Cirillo, promulga l’Enciclica Orientalis Ecclesiae, per “esaltare con somme lodi” e “tributare venerazione a San Cirillo”. Il 3 ottobre 2007, durante un’udienza generale, papa Benedetto XVI definisce San Cirillo “un instancabile e fermo testimone” di Gesù Cristo, senza una parola per l’intolleranza brutale, ripetuta e, oserei dire, omicida di questo brillante dignitario della Chiesa. Questa affermazione ci riporta al famoso discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, nel quale il Papa sferra un duro attacco all’islam, e al non meno famoso discorso, a Parigi, tra le splendide mura medievali del Collège des Bernardins, il 12 settembre 2008, ad appena un isolato dalla Sorbonne.
Dopo l’uccisione di Ipazia, che sembra stranamente un’esecuzione in piena regola, i suoi allievi, inquieti, abbandonano la città, si esiliano e partono per la Persia o per l’India. E, così, Alessandria, la “Perla del Mediterraneo”, cessa rapidamente di essere il centro, unanimemente riconosciuto, dell’insegnamento della filosofia e della scienza, lasciando progressivamente il posto a città e a civiltà più accoglienti, più aperte all’immaginazione creatrice e al rigore intellettuale, quali la civiltà bizantina, indiana e cinese.
È il filosofo neoplatonico Damascio il diadoco, quinto successore di Proclo nello scolarcato dell’Accademia di Atene, che per primo, nella Vita di Isidoro, scritta cento anni dopo i fatti, accusa Cirillo del delitto.
 
Ipazia nacque ad Alessandria dove fu allevata e istruita. Poiché aveva più intelligenza del padre, non fu soddisfatta dalla sua conoscenza della matematica e volle dedicarsi anche allo studio della filosofia.
La donna era solita indossare il mantello del filosofo e andare nel centro della città. Commentava pubblicamente Platone, Aristotele o i lavori di qualche altro filosofo per chiunque desiderasse ascoltarla. Oltre alla sua esperienza nell’insegnare riuscì a elevarsi al vertice della virtù civica.
Fu giusta e casta e rimase sempre vergine. Lei era così bella e ben fatta che uno dei suoi studenti si innamorò di lei, non fu capace di controllarsi e le mostrò apertamente la sua infatuazione. Alcuni narrano che Ipazia lo avesse guarito dalla sua afflizione con l’aiuto della musica. Ma la storia della musica è inventata. In realtà, lei raffazzonò alcuni stracci, macchiati durante il suo ciclo, e glieli mostrò come segno del suo sporco decadimento e disse:
Questo è ciò che tu ami, ragazzo, e non è bello!”
A quella vista ripugnante fu così preso da vergogna e da stupore da mutare animo e divenire un uomo migliore.
Tale era Ipazia, così raffinata ed eloquente nel parlare come prudente e civile negli atti. La città intera la amò e la adorò in modo singolare, ma i potenti della città erano invidiosi di lei, cosa che è, sovente, accaduta anche ad Atene. Anche se la filosofa è morta, il suo nome sembra ancora magnifico e venerabile agli uomini che esercitano il potere nello Stato.
Così accadde che un giorno Cirillo, vescovo della setta di opposizione, passasse nei pressi della casa di Ipazia e vedesse una moltitudine di persone e di cavalli dinanzi alla sua porta. Alcuni arrivavano, alcuni se ne andavano, altri indugiavano. Quando chiese perché vi fosse una tale ressa e quale fosse il motivo di tutto quel clamore, gli fu risposto dai seguaci della donna che era la casa di Ipazia la filosofa e che questa si apprestava a salutarli. Quando Cirillo lo seppe fu così preso da invidia che iniziò, immediatamente, a progettarne l’assassinio e nella forma più atroce che potesse immaginare.
Quando Ipazia uscì di casa, secondo il suo costume, una folla di uomini spietati e inferociti che non temevano né la punizione divina né la vendetta umana la aggredì e la fece a pezzi, commettendo così un atto oltraggioso e disonorevole contro il proprio Paese di origine.
L’imperatore si adirò e l’avrebbe vendicata se non fosse stato subornato da Edesio. Così l’imperatore ritirò la punizione sopra la sua testa e la sua famiglia, attraverso i suoi discendenti, ne pagò il prezzo. La memoria di questi eventi è, ancora, vivida tra gli alessandrini.”
 
La bellezza di Ipazia soggiogò i suoi contemporanei e la sua fama si accrebbe al ritmo delle dimostrazioni eloquenti delle sue capacità di analizzare e insegnare. Ma, della bella e affascinante Ipazia, che è vissuta al tempo dell'imperatore d'oriente Arcadio (377-408) e di suo figlio Teodosio II (401-450), non ci è dato sapere, con precisione, il genetliaco, cosa che rende, indiscutibilmente, più enigmatica tutta la leggenda o storia o racconto, che evolve tra una linea di verità e molte incertezze. Si può stabilire una cronologia storica oscillante tra il 350 e il 370. In questo arco di tempo, dunque, dovrebbe aver fatto la sua comparsa terrena la rara ed eccellente creatura il cui nome risuona come Ipazia di Alessandria.
Ipazia riceve una educazione brillante, di cui fa il migliore uso, come ci tramanda suo padre Teone. Nell’intestazione del suo Commento al terzo libro dell’Almagesto di Tolomeo, troviamo scritto:
 
Commento di Teone di Alessandria al terzo libro del sistema matematico di Tolomeo. Edizione controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia.”
 
Di Ipazia non ci è pervenuto alcuno scritto, ma possiamo spigolare qualche aneddoto e dettaglio illuminante della sua vita dall’Epistolario di Sinesio di Cirene (370-413), il più noto dei suoi allievi. Le centocinquantasette Lettere ci permettono, infatti, di analizzare la spiritualità profonda del piccolo cenacolo neoplatonico, che evoca, irresistibilmente, un testo di San Clemente di Alessandria, filosofo cristiano del II secolo:
 
Quando io parlo di filosofia, non mi riferisco alla filosofia stoica, né alla filosofia platonica o epicurea o aristotelica, ma a tutto quello che è stato detto di bello in ciascuna di queste scuole, attraverso l’insegnamento della giustizia accompagnato dalla pia scienza. È tutto questo insieme scelto, che io chiamo filosofia.”
San Clemente di Alessandria (150 ca.-215 ca.), Stromata I, 7, 37.
 
Le Lettere di Sinesio ci permettono, altresì, di identificare gli allievi e di determinarne i legami di parentela, le origini sociali e geografiche e le importanti funzioni ecclesiastiche o imperiali, che molti di loro sarebbero stati chiamati a occupare. Ercoliano e suo fratello Ciro di Panopoli, futuro vescovo di Kotyaion in Frigia; Olimpio, grande proprietario terriero della regione di Seleucia di Pieria, Esichio, Euoptio, fratello di Sinesio, Atanasio, Teodosio e ancora Gaio, Teocteno, Auxentio, e Alessandro – la gioventù dorata di Alessandria, di Costantinopoli, della Cirenaica, dell’Alto Egitto, della Siria, i futuri quadri dell’impero d’oriente – .
Pagano per nascita, Sinesio, nativo della città di Cirene e figlio di una famiglia di proprietari terrieri, diviene, nel 410, vescovo di Tolemaide, l’odierna Tolmeita, in Libia, officio che accetta di malavoglia e non senza una lunga esitazione. È un periodo difficile per il suo paese, poiché tutta la regione della Libia inferiore è invasa da tribù berbere. Ogni ipotesi su Ipazia deve accordarsi con i testi di questo uomo che la conosceva bene e che la lodava per la sua grazia naturale, la sua disponibilità di spirito e la sua gentilezza. Sfortunatamente, Sinesio muore, nel 313, due anni prima del suo assassinio e, dunque, il nostro testimone più importante e più diretto non ha niente da dire sul momento più sconcertante di questa vita: quello della sua morte.
Resta fedele a Ipazia.
Le scrive:
 
Credimi, io ti considero, insieme alla virtù, l’unico bene che non mi si possa togliere.”
Sinesio, Lettera LXXXI
 
E ancora:
 
Quand’anche nessun ricordo restasse ai morti negli inferi, anche là io mi ricorderei ancora della mia cara Ipazia; perché io me ne ricordo qui, in mezzo alle miserie della mia patria, schiacciato dalla vista dei disgraziati che soccombono e respirando il fetore dei cadaveri ammonticchiati, nell’attesa di dividere la loro sorte. (Perché chi vi è ancora che possa sperare, se l’aria stessa ci è nemica e oscurata dagli uccelli rapaci che anelano le carogne?) Eppure a questa mia terra sono inchiodato. E come non esserlo, se sono libico e di qui sono i miei avi, di cui vedo le inclite tombe? - Per te sola, credo, dimenticherei la mia patria e, se mai potrò lasciarla, non sarà che per ricongiungermi a te.”
Sinesio, Lettera C XXIV
 
Nell’ultima Lettera (413), sul letto di morte, ormai, vinto dalla malattia, la chiama madre, sorella, maestra:
 
È dal letto nel quale giaccio che detto questa lettera. Possa tu riceverla stando in buona salute, o madre, sorella e maestra, tu che sei la mia benefattrice e meriti da parte mia ogni titolo onorifico! I dispiaceri hanno causato la mia malattia. Il pensiero dei miei figli morti mi colma di dolore. Sinesio avrebbe dovuto prolungare la propria esistenza fino al giorno in cui ha conosciuto l’afflizione. Come un torrente, a lungo contenuto, la sventura si è abbattuta su di me, di colpo; la mia felicità è svanita. Piaccia a Dio che io cessi di vivere o di ricordare la perdita dei miei figli! Abbi cura di te e saluta da parte mia i tuoi felici compagni, il venerabile Teocteno, innanzitutto, e il mio caro Atanasio, poi, tutti gli altri. Se il loro numero si è accresciuto di qualche nuovo venuto, che merita il tuo affetto, io devo essergli grato di meritarlo: è mio amico; riceva anche lui i miei saluti. Mi porti ancora qualche interesse? Te ne sono riconoscente, mi hai dimenticato? Io, nondimeno, non ti dimenticherò.”
Sinesio, Lettera CLVII
 
I lavori di Ipazia ci sono noti attraverso sette lettere la 10, la 15, la 16, la 33 (frammento), la 81, la 124 e la 154.
Dal IV al XVIII secolo, il cristianesimo è ridotto al rango di religione di Stato. Si addice che tutti gli abitanti di un territorio aderiscano alla stessa confessione, tengano per indiscussi pretesi dogmi e si conformino ai riti in vigore: la sanzione dei dissidenti è il rogo.
Si deve rendere tutto a Dio, che trasmette tutto a Cesare.
Gesù di Nazareth, crocifisso in nome della legge romana, nel 30, diviene la cauzione di tutti i poteri, a partire dal 315.
È il Dio dei potenti, il più insidioso di tutti i travestimenti del cristianesimo, la sua perversione radicale. Quella che ha condotto alle guerre di religione, dal XVI al XVII secolo, alla revoca dell’editto di Nantes, alla Shoah e anche alla diffidenza attuale nei confronti dei musulmani, che hanno sostituito gli ebrei come capri espiatori.
Nel VII secolo, Giovanni, vescovo di Nikiu (Nicea), nella sua Cronaca, a differenza dei due testi, precedentemente, citati, dà dell’assassinio di Ipazia una feroce giustificazione:
 
A quei tempi apparve una donna filosofa, una pagana di nome Ipazia, che si dedicava completamente alla magia, agli astrolabi e agli strumenti musicali e che stregava molte persone con le sue arti demoniache. E il governatore della città la onorava eccessivamente, perché lei, in effetti, lo aveva stregato con la sua magia. Questi cessò di andare in chiesa, come sua abitudine. A eccezione di una volta, in circostanze pericolose. E non solo fece questo, ma attrasse molti credenti a lei e lui stesso ricevette gli increduli nella sua casa.
Un giorno, in cui stavano facendo, allegramente, uno spettacolo teatrale con ballerini, il governatore della città pubblicò un editto riguardante gli spettacoli pubblici nella città di Alessandria. Tutti gli abitanti della città erano riuniti nel teatro.
Cirillo, che era stato nominato patriarca dopo Teofilo, era ansioso di apprendere esattamente il contenuto dell'editto.
Vi era un uomo chiamato Ierace, un cristiano che possedeva comprensione e intelligenza e che era solito dileggiare i pagani. Era un seguace affezionato all’illustre padre, il patriarca, e obbediente ai suoi consigli. Questi era anche molto versato nella fede cristiana.
Ora, questo uomo si era recato al teatro per conoscere i termini dell’editto. Ma quando gli ebrei lo videro nel teatro gridarono e dissero:
Questo uomo non è venuto con buone intenzioni, ma solo per creare disordine.”
Il prefetto Oreste fu scontento dei figli della Santa Chiesa, e Ierace fu afferrato e sottoposto, pubblicamente, a punizione nel teatro, sebbene fosse, assolutamente, senza colpa alcuna.
Cirillo si irritò con il governatore della città per questo fatto, e anche perché aveva messo a morte Ammonio, un illustre monaco del convento di Pernodj, e altri monaci.
Quando il magistrato principale della città venne informato, si rivolse agli ebrei così:
Cessate le ostilità contro i cristiani.”
Ma si rifiutarono di dare ascolto a quello che avevano sentito; si vantarono dell’appoggio del prefetto che era dalla loro parte, e così aggiunsero oltraggio a oltraggio e progettarono un massacro in modo infido.
Di notte posero in tutte le strade della città alcuni uomini, mentre altri gridavano e dicevano:
La chiesa dell'apostolico Atanasio è in fiamme: corrano al soccorso tutti i cristiani.”
E i cristiani, udendo quelle grida, uscirono fuori del tutto ignari della slealtà degli ebrei. Quando i cristiani si fecero avanti, gli ebrei sorsero e, perfidamente, massacrarono i cristiani e versarono il sangue di molti, sebbene fossero senza colpa alcuna.
Al mattino, quando i cristiani sopravvissuti sentirono del malvagio atto compiuto dagli ebrei contro di loro, si recarono dal patriarca. E i cristiani radunarono tutti. Marciarono in collera verso le sinagoghe degli ebrei e ne presero possesso, le purificarono e le convertirono in chiese. Una di esse venne dedicata a San Giorgio.
Espulsero gli assassini ebrei dalla città. Saccheggiarono tutte le loro proprietà e li derubarono completamente. Il prefetto Oreste non fu in grado di portare loro alcuno aiuto.
Poi, molti credenti si raccolsero guidati da Pietro il magistrato – il quale era, sotto tutti gli aspetti, un perfetto credente di Gesù Cristo – e si accinsero a cercare quella donna pagana che aveva stregato il popolo della città e il prefetto con i suoi sortilegi. E, quando appresero dove fosse, la trovarono seduta e avendola strappata dalla sua lettiga, la trascinarono fino alla grande chiesa chiamata Caesareum. Si era nel giorno del digiuno. Le strapparono le vesti e la trascinarono nelle strade della città, finché morì. La trasportarono in un luogo chiamato Cinarion dove bruciarono il suo corpo. E tutte le persone intorno al patriarca Cirillo lo chiamarono “il nuovo Teofilo”, poiché aveva distrutto gli ultimi fasti dell’idolatria nella città.”
 
Così si chiude la storia di Ipazia la filosofa, che sarebbe caduta nell’oblio se un autore inglese del XVIII secolo, Edward Gibbon (1737-1794), che effettuava ricerche in Vaticano sulla decadenza dell’impero romano, non ne avesse trovato traccia nella Storia ecclesiastica di Socrate lo scolastico.
Così è trascorsa questa vita platonica.
I secoli passano e si consuma il mondo, ma la sua anima è sempre giovane; veglia tra le stelle, nella notte dei tempi.
Come scrive, magnificamente, Charles Marie Lecomte de Lisle, nei suoi Poèmes antiques (Poemi antichi), quando evoca la vita di Ipazia e il suo tragico destino:
 
Elle seule survit, immuable, éternelle.
La mort peut disperser les univers tremblants,
Mais la Beauté flamboie, et tout renaît en elle,
Et les mondes encor roulent sous ses pieds blancs!
Ella sola sopravvive, immutabile, eterna.
La morte può disperdere gli universi vacillanti,
Ma la Bellezza risplende, e tutto rinasce in lei,
E i mondi ancora ruotano sotto i suoi bianchi piedi!
 
Ipazia è entrata nella storia per la sua erudizione, per la sua bellezza e per la sua castità, ma soprattutto per la sua fine drammatica che ha fatto di lei una icona del libero pensiero, vittima delle forze oscurantiste. Liberiamoci, di fronte a questa donna eccezionale, delle forme in cui viene racchiuso Dio. Più ci eleviamo, più dominiamo le nostre credenze. Poco importa ciò che si crede, tutto dipende dal modo in cui si crede.
Ammoniva il riformatore Sébastien Castellion, discepolo di Jean Calvin, divenuto suo avversario dopo l’AffaireServet:
 
Uccidere un uomo, non è difendere una idea, è uccidere un uomo.”
Se Ipazia fosse stata uomo, l’avrebbero solamente uccisa. Essendo donna, dovevano farla a pezzi, in una cattedrale cristiana, per rendere quel massacro simbolico di un sacrificio. Per escludere, nel cammino dei secoli a venire, metà del genere umano.
Ogni paese può rivelarsi una nuova Alessandria.
Quando una cultura dominante, utilizzata da una istituzione o da un potere, serve una verità prestabilita, il rischio è di mantenere sotto il moggio episodi come il linciaggio di Ipazia, i mille e uno “misfatti”, commessi sotto il mantello delle verità ufficiali.
La storia non fa sovente allusione alle donne di scienza.
La storia non accorda alle donne che un posto minimo, anche quando hanno svolto un ruolo di primo piano.
E, tuttavia, sono le Dee, sapienti, delle civiltà antiche quali Iside o Atena che, secondo i miti, hanno trasmesso agli uomini l’arte di navigare, di costruire navi…
Nel suo libro Hypatia of Alexandria, mathematician and martyr (Ipazia di Alessandria, matematica e martire), Michael Deakin scrive:
 
Quasi da sola, praticamente l’ultima accademica, si affermò per i valori intellettuali, per la matematica rigorosa, il neoplatonismo ascetico, il ruolo cruciale della mente, la voce della temperanza e la moderazione nella vita civile.”
 
Tutte le donne martirizzate e disprezzate non sono tutte matematiche.
Non sono tutte filosofe o astronome di talento.
Non somigliano tutte alla “sublime” Ipazia di Alessandria che coniugava bellezza, generosità e intelligenza.
Ma sono tutte sue sorelle minori:
  • Anastassia Baburova,
  • Anna Frank,
  • Anna Kuliscioff,
  • Anna Politkovskaja,
  • Artemisia Gentileschi,
  • Aung San Suu Kyi,
  • Carla Capponi,
  • Diane Fossey,
  • Edith Stein,
  • Emily Davison,
  • Fania Fénelon,
  • Gina Galeotti Bianchi,
  • Giovanna d’Arco,
  • Ilaria Alpi,
  • Irina Khalip,
  • Indira Gandhi,
  • Liliana Segre,
  • Mafalda di Savoia,
  • Malalai Kakar,
  • Marisa Musu,
  • Meena Keshvar Kamal,
  • Milena Jesenská-Polak,
  • Nadia Anjuman,
  • Narges Mohammadi,
  • Nasrin Sotoudeh,
  • Natalya Estemirova,
  • Neda Aqa Soltan,
  • Oksana Chelyscheva,
  • Olympe de Gouges,
  • Rigoberta Menchú,
  • Rosa Luxemburg,
  • Shadi Sadr,
  • Shirin Ebadi,
  • Simone Veil,
  • Soheila Ghadiri,
  • Tahereh Qurratu’l-Ayn,
  • Tahmineh Mousavi,
  • Taisija Osipova
  • Uma Singh,
  • Zahra Rahnavard,
  • Zarema Sadulayeva,
e le milioni di donne senza nome che vengono picchiate, aggredite, stuprate, mutilate, assassinate, in qualche modo, private del diritto dell’esistenza stessa, per il fatto di essere donne.
Ipazia ci insegna che la via della ragione – la via dell’esperienza personale non mediata da altri, la ricerca continua della verità sulla nostra vita, verità che racchiude corpo, mente, universo – è la via cui ogni essere umano ha diritto.
Una verità che, come sapeva Ipazia, si può raggiungere solo e sempre parzialmente nel tempo e nello spazio.
Totus sed non totaliter!
Ipazia resta, molto stranamente, nostra contemporanea, nostra amica.
Avvolta nel suo tribon, cammina con noi.
Queste poche pagine hanno l’ambizione di riporre Ipazia nel suo contesto sociale, politico e culturale e rompere il non-detto che ha, lungamente, regnato sulle donne.
Grazie per averle condivise con me!
 
Daniela Zini
Conferenza-dibattito Forugh Farrokhzad: una, nessuna, centomila
Odradek la Libreria, 7 marzo 2011 ore 17.30

 

 



Martedì 08 Marzo,2011 Ore: 10:14
 
 
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Pianeta donna

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