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www.ildialogo.org XIX CAPITOLO GENERALE DELLE SUORE MISSIONARIE COMBONIANE.,(a cura di Carlo Castellini).

XIX CAPITOLO GENERALE DELLE SUORE MISSIONARIE COMBONIANE.

(a cura di Carlo Castellini).

Suor Adele Brambilla lascia il testimone a suor Luzia Premoli.Quindici capitolari si interrogano sulle sfide che le attendono con un occhio rivolto alla condizione femminile.Tema:”sante e capaci:per rigenerare vita e vita in abbondanza”.


L'italiana suor ADELE BRAMBILLA, Superiora generale uscente, lascia il testimone alla brasiliana, suor LUZIA PREMOLI, 55 anni, 8 anni in Mozambico e dal 1998 in Brasile. Impensabile chiudere questo DOSSIER senza incontrare le capitolari riunite a Verona, dell'esperienza del XIX Capitolo generale, dal 1 settembre nella Casa Madre, di Santa Maria in Organo. Avere uno scambio di battute con tutte e 64 sarebbe stato impossibile, visto il loro poco tempo e l'impegno che, nel momento in cui scriviamo, vede riunite per cercare di tirare le fila delle giornate di ascolto reciproco e di programmazione.

Abbiamo perciò avvicinato una quindicina di esse, in rappresentanza di Paesi e realtà  differenti. Per cercare di fare il punto sulle sfide comboniane alla luce dell'esperienza del XIX CAPITOLO GENERALE, il cui tema ricordiamo, è SANTE E CAPACI. PER RIGENERARE VITA E VITA IN ABBONDANZA.

A sentire le risposte, la scommessa oggi sembra giocarsi tutta sul terreno della multiculturalità  e del linguaggio interreligioso, una sfida che vale sia per i Paesi in cui la tensione tra i popoli è palese, sia per quelli in cui è sotterranea ma egualmente presente.

In SUD SUDAN (Terra dei Neri), ad esempio, dove ESPERANCE BAMIRIYO (40 anni, congolese), è in missione dal 2001, “la condizione del popolo, risente degli anni della guerra civile. Tant'è vero che si fatica a capire che si appartiene ad un'unica popolazione e che questa appartenenza non va a discapito dell'esistenza e dei diritti degli altri, così molte persone continuano ad uccidersi in nome dell'antico concetto etnico”. Qui, si capisce, “il processo di guarigione delle ferite personali e sociali è in cammino e richiede alle donne di essere riconciliatrici, essere “ponti”, persone che sappiano unire ed eliminare le divisioni di ogni genere”. Una sfida femminile che viene raccolta anche dalle comboniane.

In SUD SUDAN, spiega GIOVANNA SGUAZZA, (65 anni, italiana), che già  ha vissuto 14 anni in questo paese, dove si trova ancora una volta, dopo 16 anni negli USA e 9 in Italia “stiamo cercando di assumere il compito della riconciliazione nei diversi ministeri a noi affidati, lavorando insieme ad altre congregazioni. Tra di essi, un progetto di comunicazione radiofonica che coinvolge sette diocesi”.

Essere ponte tra culture e religioni differenti non è una missione facile. Lo sa bene ANNE MARIE QUIGG (49 anni, scozzese), che da un'esperienza in SUD SUDAN passa per il Medio Oriente (GIORDANIA), e arriva negli EMIRATI ARABI. “Vivendo in un contesto araboislamico e prestando servizio in una scuola multietnica e religiosa, con studenti di 43 nazionalità , per lo più provenienti da Paesi asiatici, la sfida del dialogo interculturale e interreligioso è quella che sento più mia. Una scommessa da affrontare attraverso un confronto trasparente e aperto con le nostre sorelle e fratelli musulmani, hindu e buddisti. Un dialogo che non si può fermare alle parole, ma che ci vede impegnate in progetti che aiutano le realtà  quotidiane dei popoli a essere più giuste e aperte al prossimo”.

La multiculturalità , con la globalizzazione, è una realtà  che accomuna vari paesi. E le comboniane che hanno conosciuto popolazioni differenti, hanno in Europa, una maggiore responsabilità  mediatrice. CARMEN GONZALEZ (67 anni, spagnola), con i suoi anni di missione in AMERICA LATINA (BRASILE, ECUADOR, MESSICO), ne è convinta:”In questo momento di crisi economica, gli immigrati che arrivano in Europa, (dove ora si trova anche lei, ndr), sono quelli che soffrono di più. Il fatto di avere lavorato nei loro paesi d'origine, e di conoscere i contesti di provenienza deve farci sentire ancora più “ponti” tra il mondo europeo, tanto sviluppato quanto egoista, e la loro cultura”.

ATTENZIONE AL FEMMINILE.

Una congregazione di donne non può non sentire la sfida al femminile nei luoghi della missione. “La sfida è la promozione della donna, che deve sentirsi protagonista del suo sviluppo e di quello della società  attraverso l'educazione – afferma sicura SOCORRO PALOMINO ZAVALA (55 anni, peruviana), alla luce dei suoi 5 anni in ECUADOR e da 17 in MOZAMBICO.

La donna sta scoprendo il suo valore e ha consapevolezza del fatto che lei può e deve essere l'artefice del cambiamento, i figli le crescono accanto e a loro può dare un'educazione che segni un cambio di passo nella società ”. Il protagonismo femminile sembra essere un tratto comune per diversi paesi.

Negli ultimi anni, racconta LUZIA PREMOLI, nuova Superiora Generale, 55 anni, brasiliana, 8 anni in Mozambico, e al 1998 in BRASILE, sta crescendo la presenza delle donne nella politica intesa come esercizio di una cittadinanza piena. Proprio ora nel mio paese, ad esempio, ci sono due donne candidate alla Presidenza della Repubblica”.

E il protagonismo comincia dal basso:”Nella nostra chiesa, le comunità  di base, spiega CANDIDA MARTINS MANSO DE AMARO, 61 anni, portoghese, da 20 anni in BRASILE, sono diventate uno spazio di crescita per le donne. I progetti sociali, che sono nati per rispondere alle grandi problematiche delle droghe, prostituzione, violenza familiare, vedono impegnate soprattutto le donne e le ragazze. Un segno e un contributo importante in una società  che tende ad escludere il femminile”.

“La presa di coscienza dell'importanza del proprio ruolo porta la donna a organizzarsi per lottare e difendere i suoi diritti e quelli degli altri – afferma HANNAH NJERI MUGO, 40 anni, kenyana, 8 anni passati in MESSICO e da 5 in COSTA RICA – per diventare sempre più preparata. Non è un caso che in COSTA RICA ci sia la prima presidente donna”.

Anche l'AFRICA si risolleva grazie alla popolazione femminile che “inizia a scommettere in piccoli progetti, in gruppi di aiuto reciproco, non economico, ma educativo”. Questo è ciò che riporta dallo ZAMBIA KANDY MANCILLA, 47 anni, messicana, 19 anni, in questo paese. “Le donne hanno capito che l'educazione è uno strumento di potere che consente di migliorare la qualità  della propria vita”.

Il problema – aggiunge ROSEMARY NASSALI – 48 anni, ugandese, con un passato di 5 anni negli USA, 12 nel NORD SUDAN e da 4 anni in KENYA – è che le responsabilità  e le attività  delle donne africane sono tante, per cui spesso le bambine non vengono mandate a scuola o finiscono a malapena le scuole primarie”.

Il cammino femminile è tortuoso. “La donna soffre, non vede riconosciuti i suoi diritti, ci sono eccezioni e prese di posizione importanti ma, specialmente nelle realtà  rurali, commenta malincuore SAMIHA RAGHEB BISHAY, 60 anni, egiziana da sempre al CAIRO – la situazione è difficile. Per questo è importante educare le donne, come si dice? “Se educhi un ragazzo, educhi un uomo, educhi una donna educhi una nazione”.

Ed è così perchè le donne formano le famiglie e stanno dietro ai figli.

VISIONI CAPITOLARI.

I sogni delle capitolari sembrano viaggiare tutti sullo stesso binario verso un futuro migliore, “di giustizia e di integrazione, lontano dalla disparità  sociale attuale, per cui una piccola parte della popolazione ha tanto e la maggior parte non ha neanche quel poco che occorre per soddisfare le necessità  primarie”, (OLGA RUIZ VELASQUEZ, 44 anni, COSTARICA WNA, da 10 anni in ETIOPIA).

Un futuro in cui “tutti abbiano uguale opportunità  di accedere ai diritti elementari: dall'educazione alla salute, dall'alimentazione all'acqua” (QUY DINH, 53 anni, vietnamita, missionaria in ETIOPIA) e in cui ciascuno “abbia la possibilità  di percorrere un cammino di dialogo e riconciliazione” (BERTHA PERALTA CANTOS, 53 ANNI, ecuadoriana, 7 anni di missione in CIAD e 8 in Repubblica Centrafricana).

E come spesso accade, quando si parla con le PIE MADRI DELLA NIGRIZIA, il sogno di tante strizza l'occhio all'AFRICA. “Il mio – scrive LETTEMEHERET MENGHESTEAB, 56 anni, eritrea, per 12 anni in UGANDA, e 4 in ZAMBIA, “è che si realizzi il sogno di COMBONI”. Ed ecco tracciare antiche e attuali parole: “L'AFRICA si salverà  con l'AFRICA”.

E basta guardare i suoi occhi, occhi d'ERITREA, gli stessi di ZEGHEREDA DA TESFAZGHI IMAN, capitolare mancata poco prima dell'inizio dei lavori veronesi, per scorgere l'entità  di un desiderio tanto agognato.

(DA COMBONI FEM.IT). A CURA DI CARLO CASTELLINI.



Sabato 18 Dicembre,2010 Ore: 16:30
 
 
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