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www.ildialogo.org UNA RISTAMPA DI PORTELLAROSSA,di Michele A. Nigro

Recensione
UNA RISTAMPA DI PORTELLAROSSA

di Michele A. Nigro

Quando nel 1967, Sebastiano Saglimbeni pubblicò sul periodico “Mondo Nuovissimo” i racconti dal titolo Portellarossa era ancora assai viva la lezione antirondista del suo corregionale Elio Vittorini, riferibile all’allure, insieme picaresca e tragica, di Conversazione in Sicilia. Di recente, l'editrice Melvin di Caracas ce ne propone una ristampa, con nuovi racconti aggiunti, tradotta in inglese da Sebastiano Calabrò e in spagnolo da Eligio Restifo.

Protagonisti, il padre, Sonnino, la madre del narratore e la Sicilia. Nei nuovi racconti aggiunti, protagonisti alcuni Caffè storici d' Italia e gente di varia estrazione sociale e culturale. Sonnino è un grande invalido della Prima Guerra Mondiale, privo di gambe: oggetto d’invidia, all’interno di quella società povera per la quale un vitalizio, barattato con una menomazione, appare come un segno, quasi, di privilegio divino che genera invidia e scherno crudele nel volgo. Il padre Sonnino, buono e amorevole, che alza la voce e, talora, il bastone non già per offendere e colpire, ma per rimarcare, attraverso un rituale innocuo e scherzoso, il rispetto familiare nei confronti di responsabilità anticamente afferenti alla figura maschile. Simbolo e incarnazione di antiche virtù: sobrietà, schiettezza, dedizione, fedeltà, impegno, sacrificio. La madre, saggia e provvidenziale, che vede (e prevede), spesso, quel che il marito forse vede anche lui, lotta perché suo figlio non resti analfabeta e studi sino all’Università. Conseguentemente, non da avarizia o sfiducia nascono le perplessità paterne, bensì dal dubbio che il gravame economico conseguente non abbia a defraudare altre persone della famiglia (quelle sorelle che, senza il possesso di una casa, potrebbero non trovare marito). La madre, che, alla fine, la spunta, come d’uso in molte famiglie meridionali, su una fittizia superiorità maritale. Superstiziosa e incolta quanto basta, ma dotata d’intelligenza allo stato puro, di quella sagacia e di quel buon senso che non fanno difetto a molte donne del Sud, addirittura virile nei ruvidi consigli dati al figlio affinché egli sappia salvaguardare la propria dignità di fanciullo tra i fanciulli e difendere se stesso e le sorelle dalle maldicenze degli “scalzacani”. Insieme leonessa e donna, che ama e difende, con accanita convinzione, il suo uomo e la sua famiglia.

Il figlio. Biondissimo (aveva preso dalla madre) ed esile, eppur energico e pieno di vita, come lo sono i monelli del Sud; attore di scorribande e infantili ribalderie, eppure riflessivo, razionale perfino, nel vendicarsi del suo (oggi si direbbe, ma la piaga è antica, specie nei paesi). Infallibile lanciatore di sassi, motivato a sottrarsi, attraverso lo studio, a un destino d’irredimibile fissità ambientale e culturale.

Sullo sfondo rustico di Portellarossa e Mandrazzi: favole d’altri tempi; il lavoro nei campi, faticoso per uomini e bestie; la presenza, in sottofondo, del fascismo; gli emigrati alla Merica, che tornano al paese; gli incanti e i rigogli di una natura non contaminata dal progresso; le canzoni del dopoguerra; la povertà dignitosa; l’apparire fascinoso al paese di Carmelo, già capraio fanciullo ed emigrato oltre oceano, di una pacchiana eleganza. Quindi, nei racconti aggiunti, l’evocazione, felliniana, di un vitellone, Carmelo Settembre - detto, in morte, “il Principe” - circonfuso dall’aura fascinosa dell’assiduo frequentatore di casini aristocratici, distrutto dagli eccessi e, per questo, compianto a Messina. Non v’è, nel libro, traccia di bozzettismo. Prevale, invece, nei racconti nuovi aggiunti, un’austerità acconcia alla Bildung del narratore, il cui itinerario si conclude, a Verona, città nella quale egli, stimato professore di lettere, ha insegnato a lungo, mentre si aspetta, malinconicamente, una pioggia da fine dell’estate e si riflette, con una mestizia solo un poco attenuata da un’ironia amara circa i poteri salvifici del Papa, in visita alla città, sui tempi difficili che attendono i nostri giovani.

Ed infine, ci sono perle stilistiche che vale la pena di riportare: “terra gibbosa”, “espropriavo nespole tardive”, l’energica madre fattasi “pugno di nervi”, acini d’uva “grossi come occhi di bambini”, “batteva… forte il sole sugli angoli dei nostri sogni, sui nostri giocattoli di pietra, sui peri invernali…”, “assiduo calpestio di asini e muli”, la pubertà che fa “entrare nella malizia”, “un ombelico di terra”, una “terra avara e pietrosa, scomunicata e bruciata”, “l’asina beveva l’acqua a singhiozzi”, “mi riverso dentro un tempo morto e sotterrato”, “servilismo redditizio”, “bianche, rossastre le ciliege”, “… con stipendi magri e quasi tormentati, per avere un vestito, un cappotto, da carte bollate in scadenza. Perché in città, come ti vedevano, ti trattavano”, la “nostra collina diversa”.

Nella foto: Sebastiano Saglimbeni(a destra) con Nanni Balestrini (a sinistra)




Giovedì 03 Ottobre,2013 Ore: 21:30
 
 
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