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www.ildialogo.org SCRITTURA COME IDENTITÀ,di Sebastiano Saglimbeni

Recensione
SCRITTURA COME IDENTITÀ

di Sebastiano Saglimbeni

Interminabili uliveti fiancheggiavano la strada sotto dense masse di nuvole che dal cielo ormai scuro di levante passavano a disgregarsi in bagliori purpurei sopra un sole basso che inseguiva tra rami e fronde. La pioggia violenta e ostinata aveva formato tra asfalto e banchine erbose grandi lastre d’acqua lente a defluire verso i terreni ancora peggio inondati…

Una citazione, questa, estratta dal terzo capitolo del romanzo L’isola e le sue luci, Mef Firenze 2012 che Salvatore Carachino ha firmato, come identità di se steso. Provo a descrivere questo che a me apparve come prima scrittura originale già divulgata dalla stessa editrice fiorentina del 2006 col titolo Il professore di lettere Luigi De Santis. Valutandolo il romanzo della vita, l’autore ha riscritto la storia che, avendola io riletta, provo ad analizzare. Trattasi, di una prova con tratti che in ogni pagina troviamo espressi con la finezza lessicale e la dovizia culturale propria di un docente per sentimento. Salvatore Carachino ha insegnato nelle medie superiori di Verona, ed ora, in quiescenza, prosegue col suo interesse al mondo della scuola. Questa sua prova, atto o compiutezza di lungo itinerario intellettuale, ha comportato un impegno, intus et in cute, sofferto, legato a originali esperienze, sì da ottenere nella cerchia di colleghi ed amici lettori dei giudizi in buona e autentica ragione favorevoli. So, per esperienza, che cosa significhi pensare, maturare, costruire, distruggere, riscrivere ed ancora rimaneggiare una scrittura. E non è tutto, in quanto, una volta licenziata ed editata, resta il problema della divulgazione e di una conseguente ricezione di lettori.

L’opera, di oltre duecento fitte pagine, pertanto, si fa leggere e rileggere, senza tediare. Questo conta molto. Incorpora una storia, quella del protagonista, Luigi De Santis, laureato nella Statale di Milano e volto all’insegnamento in Verona. Nel suo lavoro riscuote molta stima, sino ad assurgere ad immagine mitica. Centro di tutto il sistema narrativo è la descrizione di una gita scolastica fatta dal professore con una classe di alunni maturandi e due colleghe, nella sua terra di origine, il Salento. L’opera, che si scandisce in trenta capitoli, si apre in una prima parte con la scena di un ricevimento di genitori in un istituto tecnico veronese. Tre presenze: il docente De Santis, il signor Zanetti, padre dell’ alunna Giorgia e la signora Maestri, madre dell’alunna Milena.

Sono le sole tre presenze che indugiano in Istituto alle ore 17 di un dicembre “dalla scarsa e fredda luce”. Declino il riporto di tratti del dialogo, peraltro condotto con sottigliezza ed agilità, tra il docente e la signora Maestri che vuole sapere, come mai la figlia da un profitto mediocre sia passata, inaspettatamente a conseguire buoni voti, non solo nelle discipline letterarie, ma nelle altre. È questo un inizio promettente per il lettore che già rimane fortemente incuriosito da un periodare armonioso, fresco, veloce dai tratti fortemente ironici.

Altro quadro, ampio, composito, che è l’epicentro di tutta l’opera. Riguarda la gita, cui si accenna durante il colloquio di De Santis con la signora Maestri. E qui il racconto prende un’altra via, quella del nostos o del percorso del passato nel paese d’origine, insieme con quello del tempo degli studi nel capoluogo lombardo, industriale e compulsivo, dove balza nella rievocazione del narratore una figura muliebre, un’universitaria di nome Luisa, ombrosa e studiosissima, immersa anche lei in un mondo competitivo fino allo spasimo, fino alla negazione degli impulsi vitali della giovinezza. Luisa simboleggia la rosa non colta, che stava per essere colta, se certi conflitti legati all’ambiente concorrenziale e a forze idealistiche della giovinezza fossero stati superati. Rosa che un potere sotto forma di fascino intellettuale riserverà ad altro destino, come si apprenderà verso la chiusa dell’opera.

Da considerare che la narrazione non cede in vacui sentimentalismi, quali quelli che ancora oggi leggiamo in scritture super celebrate. Non indulge nemmeno in facili toni realistici anche quando entrano in scena personaggi minori come l’amico e collega Cesare Capani, rimasto ad operare al sud, nella stessa comunità nativa del protagonista. Un sincero amico, questo, qui ritrovato con la sua scolaresca, che egli unisce a quella del professore De Santis, in nome di un’ardua comune missione pedagogica.

Emergente, qua e là nella narrazione, il paesaggio che convince al gradimento della lettura, un paesaggio di uliveti e di verde mediterraneo, visto, come nei ritorni, con occhi diversi, rivalutato, anche perché l’industrialismo non ha più di tanto offeso la terra. Una catabasi, in altri termini, nel Salento e i suoi vetusti luoghi, un ritorno per tempi brevi in tutto simile a quello intrapreso da chi dalla propria terra natia per necessità si è allontanato. Quel ritorno insolito in terra di Puglia, nella comunità nativa, reca in De Santis uno strano incantamento, una strana vertigine che egli va partecipando alla schiera degli studenti. È in questo viaggio che balza in primo piano la bella figura dell’allieva Milena tutta presa dalla personalità del suo insegnante. Per lei De Santis è punto di riferimento intellettuale, nel contempo oggetto di prime prove di seduzione. Nel rapporto insegnante allieva è racchiuso il messaggio centrale di L’isola e le sue luci. La scuola è il luogo delle promesse che la società poi dovrebbe mantenere. Nel senso che in ogni lezione che suscita interesse e passione nei discenti è contenuta una promessa valida per un processo di formazione per la durata di una vita.

Nel romanzo ogni capitolo può fare storia sé. Lasciando tutto alla scoperta del lettore diciamo delle pagine intitolate “Platone”. Il filosofo che “inventò l’anima”. Qui troviamo la dotazione psicologica della figura del pasticciere, una macchietta paesana, uno che non completò gli studi universitari, ma che fa sfoggio, non sgradevole, di reminiscenze incentrate in nozioni filosofiche con le quali egli “rovescia uragani sul disordine del mondo”. Milena non lo vorrebbe in classe “nello stesso giorno in cui fa lezione il suo profe”.

Ma già dal quinto capitolo abbiamo scoperto il procedere narrativo in questa storia. Nel racconto della gita di De Santis si racconta in terza persona, mentre le sue memorie di studente universitario a Milano sono narrate in prima persona, quasi che esse dovessero rimanere riservate, non soggette a contaminazioni, a giudizi pettegoli, irridenti.

Ed è memoria fertile nella mente di De Santis quella di un tempo primaverile quando a lui si era avvicinata in segno di simpatia la compagna Luisa, la prodigiosa negli studi, la promessa dell’ateneo milanese. Questa parte, con altre del genere, è un canto che l’autore si concede, esclusivamente per sé, in un confronto tra un sofferto passato di solitudine e un presente di figura docente realizzata e mitica. Un mito comunque da decodificare. Non è il suo mestiere quello di insegnare a decodificare un messaggio?

E torniamo alle escursioni in pullman della schiera dei giovani festanti. Ecco paesi come Leuca, Castro, Santa Cesaria e Otranto, visti dal professore insieme con gli occhi della allieva prediletta ed amata. Un incanto senza ieri e senza domani. Già, ieri: il conflitto, la competizione che lui sa operante anche nella sua classe quinta buttata tra pochi mesi nel mondo del lavoro e della competizione. Nel memoriale della voce narrante ecco gli esami della facoltà di filosofia passati con voti mediocri rispetto a quelli con lode della compagna lombarda Luisa. In questo confronto sfavorevole che blocca le sue iniziative sentimentali ecco l’allegoria dello spaesamento e insieme delle dure necessità della vita, dello studio come impresa responsabile, ma solitaria.

L’opera, in questo modo, si caratterizza come una serie di racconti sovrapposti: da un lato, il sud, con il docente e la sua scolaresca e con le persone del luogo che lui rivede in una atmosfera costante di vivacità ed allegria, dall’altro, l’evocazione e l’inseguimento del tempo perduto.

Pure emerge da questi racconti sovrapposti un singolare confronto nella costruzione delle due figure femminili. Milena è un’esistenza non ancora autentica, nella sua prima incerta passione che la porta ad atteggiamenti seduttivi sia con il suo docente che con qualche suo compagno. Luisa è descritta in una fase di successo negli studi, concentrata in una promessa di carriera. Il suo tramutarsi in donna rimarrà un mistero risolvibile solo nell’immaginazione. Milena però è il presente. E vive di vita reale, per tutto il tempo della gita e del ritorno a Verona. Il racconto del suo esame di stato è forse una delle pagine più struggenti del romanzo. Quell’esame di Milena rivive in tutti noi, studenti che fummo, docenti che siamo o siamo stati.

Vedrei come pezzi quasi unici a sé, antologici, i capitoli “Teatro”, “Gilda”, “Vento”, “Sera” e appunto “Esami”. In “Teatro” abbiamo dei flash sulla cultura subalterna, quella dei canti popolari, riproposta anche in “Gilda” nella libera traduzione di versi amorosi in dialetto. In uno sfondo campestre dove si dice di partenze e di nostalgia.

Può giovare orientare il lettore nei contenuti dei capitoli finali del libro. Ma già dai primi non correrà rischio di perdersi ed annoiarsi. Affermo di aver tralasciato a bella posta riferimenti e richiami a pagine di ornamento molto particolari della narrazione dense di garbata ironia e di finezza psicologica come quelle ad esempio riguardanti ciò che potremmo chiamare l’educazione sessuale del protagonista o quelle della recherche nelle strade di Verona. Mi compiaccio di invitare alla lettura di questo romanzo di Salvatore Carachino. Rimane, secondo la mia valutazione, un titolo che può aggiungersi degnamente ad opere di noti autori che hanno narrato gli atavici problemi della nostra istituzione scolastica con la stagione della giovinezza e delle sue insidie.




Martedì 04 Giugno,2013 Ore: 16:32
 
 
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