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www.ildialogo.org Il crocifisso e la logica di guerra,di Enrico Peyretti

Il crocifisso e la logica di guerra

di Enrico Peyretti

La questione del crocifisso ha anche questo profilo: se la croce, strumento di supplizio (come potrebbe essere la forca, o il muro dei fucilati), è emblema dei seguaci di Cristo, allora la vita di questi appare come il culto del sacrificio, la religione che vuole ed esalta il dolore. Questa, infatti, è l’idea di molti, ed è buon motivo per rifiutare il cristianesimo, come religione dei vili e dei necrofili.
Il concetto di sacrificio è totalmente ambiguo: l’offerta di animali, o persino di esseri umani, nell’illusione di ottenere la benevolenza divina; l’offerta di sé, con amore coraggioso, per salvare altri. Il primo è far morire altri per salvare me (Abramo era disposto a farlo, se Dio non lo correggeva). Il secondo è dispormi anche a morire per salvare altri (come quello che annega salvando un bambino dall’annegare).
Solo nel secondo senso, ma a rischio di grave equivoco terminologico, si può parlare di sacrificio di Gesù. Infatti, Gesù è finito in croce perché, con amore coraggioso, si è offerto fino in fondo alla sua missione di annunciare la nuova alleanza di Dio, che «vuole misericordia e non sacrifici». Ha affrontato i poteri religioso e politico, tra loro complici, che volevano impedire quel messaggio di fede e libertà. La sua croce ricorda, a chi lo accoglie con fiducia, la forza di amore, di verità e di coraggio – il satyagraha gandhiano - con cui Gesù è vissuto, ha insegnato e beneficato, ed è morto ammazzato.
La sua croce condanna per sempre tutte le torture e le violenze dei potenti inflitte, usando il nome di Dio, a chi gli fa resistenza e li smaschera. La croce di Cristo è eversione, non rassegnazione. Impugnata dai potenti sulle bandiere e negli stemmi statali, dagli stendardi di Costantino e dei crociati, fino alle “guerre umanitarie” di oggi, e all’esibizione ecclesiastica, è un furto ipocrita, è bestemmia assurda e ridicola. Essi inchiodano sulla croce liberatori e innovatori, o semplici resistenti e “insorgenti”, come hanno fatto a Cristo.
La guerra, la fame, il dominio ideologico, sono la croce con la quale, nella logica di Caifa («che uno muoia per tutti»), si fanno vittime per salvare gli assetti dell’ingiustizia, i poteri di fatto, il disordine costituito. La logica di guerra è usare il male per togliere un male (cioè quello che non piace a chi ha il coltello per il manico). In questa logica, il crocifisso è addirittura la minaccia del supplizio. Oh, se armi e condanne eliminassero i malvagi dal mondo! Ma, come avverte il saggio Kant, «la guerra è un male perché fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo».
La guerra è questa criminale stoltezza, eppure celebrata come eroica e giustiziera. La croce, nell’animo con cui Cristo la affrontò e la accettò, è la sapienza suprema del vincere il male col farsene carico e con l’affondarlo in un supremo abbraccio di vita. Un così forte amore e coraggio – è questa la fede dei cristiani (può essere anche una osservazione di fatto?) – ricolma l’abisso di male su cui pencola la storia, a rischio di distruzione totale (rischio descritto con estreme immagini poetiche nei testi apocalittici), e permette a noi di impegnarci analogamente, con umiltà e speranza.
Il simbolo di ciò, l’immagine di Cristo in croce, vale e ha senso solamente in questa visione. Usato da stati e chiese come palo di confine e di sovranità, prima offende Cristo e i cristiani, poi disturba chi vi vede soltanto una scena impressionante. Tocca alle chiese, se hanno fede, ritirare i crocifissi dagli ambienti di vita comune, salva la libertà di chi ci vive. Tocca a tutti conservarli quando sono immagini d’arte o oggetti di valore storico, come i templi pagani. 
Enrico Peyretti, 17 novembre 2009


Marted́ 17 Novembre,2009 Ore: 15:29
 
 
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Il crocifisso nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici? Facciamo chiarezza

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