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Trapani
Basta ruffiani, ora serve coraggio

Intervista a Alessandro Plotti a cura di Federica Tourn


in “Jesus” del febbraio 2014
Trapani, estrema periferia dell'Europa che si sporge sull'Africa, è un pezzo di Sicilia volutamente immobile, che non somiglia a nient'altro. Quando negli anni '80 e '90 a Palermo e a Catania impazzava la guerra di mafia e poi si rovesciavano i lenzuoli bianchi per protestare contro la morte di Falcone e Borsellino, a Trapani tutto sembrava continuare come prima.
Una città tranquilla, stranamente intaccata dalla violenza, dove certo le logge massoniche registravano insieme mafiosi e uomini delle istituzioni, dove proliferavano curiosamente gli sportelli bancari e un giornalista del Nord, Mauro Rostagno, veniva ammazzato sulla strada di casa — ma in fondo niente di davvero rilevante, degno di arrivare sulle cronache del continente. Cose che capitano e non turbano la ripetitiva vita di provincia di antiche famiglie per bene, piccoli commercianti e grandi latifondi che scendono nelle gole verso il mare, fra Castelvetrano e le saline, dove càpita che i mezzadri diventino più potenti dei loro antichi padroni. Un posto dove — dicono — è sempre stata la testa pensante della mafia e dove pare si nasconda l'ultimo grande boss latitante, Matteo Messina Denaro. Un territorio dove anche la Chiesa ha ceduto alle tentazioni con una storia di cupidigia che ha riguardato un vescovo e il suo economo e che a tratti sembra uscita dalla penna di Sciascia.
Monsignor Francesco Micciché era da quattordici anni guida della Chiesa trapanese, coadiuvato da un giovane prete ambizioso, don Antonino "Ninni" Treppiedi, direttore amministrativo della Curia: una gestione concorde, personalistica e clientelare, in appoggio ai potenti locali, in primis l'ex sottosegretario all'interno Antonio d'Alì, che a un certo punto si è incrinata bruscamente, richiamando addirittura l'attenzione della Santa Sede. Don Treppiedi infatti era stato sospeso a divinis dal vescovo, che a sua volta veniva accusato per ritorsione dal suo ex collaboratore di aver sottratto più di un milione di euro nella fusione di due ricche fondazioni gestite dalla Curia.
Ce n'era abbastanza per mandare a Trapani, nel giugno 2011, una visita apostolica guidata dal vescovo di Mazara del Vallo, monsignor Domenico Mogavero: nove mesi di indagini che hanno portato il 19 maggio 2012 alla sollevazione di Micciché e all'arrivo in città di un amministratore apostolico, l'ex vescovo di Pisa Alessandro Plotti.
Contemporaneamente era partita anche una rogatoria internazionale da parte della Procura di Trapani per far luce su un conto dello lor intestato proprio a don Treppiedi e su cui i magistrati hanno ricevuto finora risposte insoddisfacenti. Che cosa era transitato su quel conto? Sollevato il coperchio, si scopre un calderone incandescente che non è facile toccare senza scottarsi.
Ventiquattro proprietà immobiliari delle parrocchie risultano vendute da don Treppiedi per circa un milione e mezzo di euro, senza una valutazione commerciale e sicuramente sottocosto; una cifra decisamente importante, difficile pensare che il vescovo non ne sapesse nulla. La ragione ufficiale è che questi soldi servivano per restaurare beni della diocesi ma di migliorie così ingenti non c'è traccia apparente e dei documenti che attestano i lavori fatti nemmeno, o forse sono in mano agli investigatori, visto che da due anni ci sono indagini in corso che riguardano ben tredici persone, in attesa di un processo che non si sa ancora quando avrà luogo.
Intanto un processo c'è stato, quello canonico nei confronti di don Treppiedi, in cui si chiedeva la riduzione del sacerdote allo stato laicale, l'allontanamento da Trapani e la restituzione del denaro.
La sentenza è stata però ben più mite: cinque anni di interdizione dal sacerdozio col divieto di portare l'abito talare e la restituzione di soli 36 mila euro, il corrispettivo di un'automobile acquistata coi soldi della parrocchia, l'unica cosa, a quanto pare, che si è potuta provare. Una soluzione tiepida che ha lasciato a molti l'amaro in bocca. Tanto più che a fine settembre 2013, il giorno stesso del suo "ritiro", don Treppiedi ha testimoniato contro il senatore d'Alì nel processo che lo vedeva imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, ormai avviato alla sentenza.
Come aveva fatto con il vescovo Micciché, così Treppiedi ha deciso di togliersi qualche sassolino anche nei confronti del suo vecchio alleato politico: ha raccontato tra l'altro di pressioni dell'ex sottosegretario su commercianti e politici volte a favorire proprio Matteo Messina Denaro. Non è stato ritenuto attendibile e alla fine d'Alì è stato assolto per i fatti successivi al '94, prescritte le accuse per gli anni precedenti. Altro sale in bocca per i trapanesi, che pure sono abituati ad aspettare a lungo, spesso invano, una risposta dalla giustizia. Intanto monsignor Micciché si è ritirato a Monreale, da dove però continua, inquieto, a dichiararsi innocente.
A monsignor Plotti che, finito il suo incarico di amministratore straordinario a Trapani, e dopo una lunga esperienza nella Cei, è in pensione a Roma, abbiamo chiesto una valutazione del suo lavoro e un giudizio sui cambiamenti in corso nella Chiesa.
Come ha lasciato la comunità trapanese?
«Direi rasserenata. Con l'insediamento del nuovo vescovo, monsignor Pietro Maria Fragnelli, lo scorso novembre si è concluso il percorso di ricostituzione di una comunità molto provata dalla gestione precedente. Personalmente sono stato accolto con grande simpatia e stima: ho ricevuto più affetto in diciotto mesi a Trapani che in ventidue anni a Pisa; la Messa di addio è stata commovente.
Le chiese sono sempre piene e resiste una fede tradizionale, molto devozionale, dove per esempio la famiglia tiene più che al Nord. I valori sono forti: da un lato c'è una cultura cristiana profondamente radicata e dall'altro c'è una sorta di omertà, un immobilismo diffuso, un'attitudine radicata a far finta di niente di fronte ai problemi».
Che impressione ha avuto di Trapani?
«Una città bellissima che non trova il suo futuro, con una grande vocazione turistica inespressa.
Non c'è lavoro, i giovani se ne vanno; non si muove nulla perché c'è qualcuno che è determinato a mantenere tutto fermo».
Qualcuno che lavora nell'ombra?
«Sicuramente. A Trapani non si vede mai niente con chiarezza».
Allargando lo sguardo ecclesiale, dall'istituzione del Consiglio degli otto cardinali alla riforma della segreteria del Sinodo dei vescovi, sono in corso importanti cambiamenti nella struttura stessa della Chiesa.
«Papa Francesco ha detto che ci sono troppe diocesi, che bisogna dare più potere alle Conferenze episcopali regionali e ha ribadito che la centralizzazione della Curia va smontata perché la Curia è al servizio dei vescovi e non il contrario. Anche l'interpretazione dell'esercizio del papato e del governo della Chiesa vanno rivisti; non a caso sin dall'inizio si è presentato come vescovo di Roma e non come Pontefice. Bisogna vedere adesso cosa farà questo gruppo degli otto cardinali...».
Lei che cosa auspica?
«Intanto bisogna semplificare gli organismi e ridurre la struttura perché adesso è diventata davvero pletorica: se si guardano gli annuari pontifici degli anni '80, si nota che le Congregazioni romane avevano un terzo del personale che c'è adesso. Va anche ridimensionato il potere della Segreteria di Stato, che oggi ha un ruolo sproporzionato: non è ammissibile che il segretario parli sempre a nome del Papa spacciandosi per un'eco dell'infallibilità papale».
A febbraio si celebrano i 40 anni dal grande convegno sulle Responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di giustizia e di carità nella diocesi di Roma, noto più comunemente come il Convegno "Sui Mali di Roma", un momento storico di apertura ecclesiale, che partiva dall'analisi della realtà per andare verso gli ultimi. Lei aveva partecipato a quel convegno? E che cosa rimane oggi di quell'approccio ecclesiale?
«Certo che ho preso parte a quel convegno. All'epoca ero parroco di una chiesa di Roma. È stata una svolta storica, ideata dal cardinale Ugo Poletti e da monsignor Clemente Riva, purtroppo messa poi a tacere negli anni successivi. Si era manifestato il bisogno di dare respiro diocesano a questa Chiesa che di fatto non ha un vescovo, perché il Papa è sì vescovo di Roma ma non può esercitare in modo permanente il suo compito, dato che ha tutta la Chiesa da reggere e il vicario non basta, anche se ci sono stati dei tentativi. In questo senso, Poletti è stato il cardinale vicario che più ha tentato di dare consistenza alla diocesi. In ogni caso il respiro di carità che questo convegno, e il successivo nazionale su Evangelizzazione e promozione umana del '76, unito alla grande discussione e alla grande apertura del tempo, non si sono più visti in seguito. Mi auguro davvero che il Papa voglia ridare alle Conferenze episcopali quella autorevolezza, perché le scelte pastorali diventino veramente prioritarie: oggi non c'è un grande spazio in cui discuterle davvero, altrimenti non si capisce cosa significa fare evangelizzazione. Lo dice bene papa Francesco nella Evangelii gaudium: abbiamo tentato di ingabbiare Gesù Cristo dentro degli schemi ed è ora che ce ne liberiamo».
Sembra che si preparino importanti novità anche all'interno della Cei: il Papa vuole rendere eleggibili le massime cariche. Quali sono le modifiche più urgenti da affrontare, secondo lei?
«Bisognerebbe innanzitutto trovare un modo diverso di lavorare. A partire dal 1981, personalmente ho partecipato a 52 assemblee e ho visto quattro presidenti; sono stato vicepresidente per cinque anni e ho tentato di dire che la Cei stava assumendo una connotazione di controllo dei vescovi che non le compete. Deve certamente favorire la collegialità ma non controllare i vescovi, che hanno come unico punto di riferimento il Papa. Un esempio: all'apertura dei lavori dell'assemblea il cardinale presidente tiene una prolusione che ha scritto e pensato solo lui, senza alcuna possibilità di arrivare a un documento condiviso. Quando c'era Ruini, neanche chi era in presidenza aveva accesso al contenuto della sua prolusione, che poi però veniva accolta come la parola di tutti i vescovi italiani. Il presidente della Conferenza episcopale dovrebbe avere, invece, soltanto un compito di servizio e di coordinamento».
In che direzione si deve andare?
«Se non si accolgono anche le opinioni diverse, e magari pure le parole di dissenso, non si potrà avere un vero cambiamento. Oggi l'assemblea della Cei è un mortorio perché non ci sono più personaggi significativi; si potevano condividere o meno le posizioni di Siri o di Martini, ma i loro interventi erano importanti punti di riferimento. Oggi parlano solo i ruffiani, quelli che vogliono farsi vedere; il tema pastorale viene buttato via con i gruppi di studio, che durano di fatto mezz'ora, e poi si parla soltanto di otto per mille e di soldi, cosa che si potrebbe fare benissimo per corrispondenza. E dire che, ad esempio, sulla famiglia ci sono problemi davvero grossi da affrontare e tutti cercano di capire quale orientamento prenderà la Chiesa».
Proprio su questo tema, papa Francesco ha convocato un Sinodo. Lei che orientamento vorrebbe che l'assemblea sinodale prendesse?
«lo penso che alcuni nodi difficili e complicati bisogna perlomeno discuterli: la comunione ai divorziati o gli strumenti di regolazione delle nascite — per fare due esempi — sono questioni che toccano tutti, la maggior parte della gente si allontana dalla Chiesa per questi problemi e non per questioni di fede. L'Anno della fede è stato un flop totale perché, a mio giudizio, non si è affrontato davvero qual è oggi il nodo del credere, il rapporto tra fede e cultura o tra fede e ragione. Se non si raccolgono anche le indicazioni delle Chiese più giovani e dei vescovi più profetici, se non si trovano gli strumenti per accogliere le istanze di questa società, è chiaro che a un certo punto tutto stagna».
Secondo lei, perché non si riesce? Non si vogliono trovare oppure non si sa come farlo?
«C'è un'autoreferenzialità che non capisco. È questione di mentalità: bisogna smontare questa idea che la Chiesa ha sempre una parola azzeccata per tutto e per tutti. Questa idolatria della verità va decostruita. Il Papa ha quasi fatto scandalo quando ha detto che non poteva giudicare un omosessuale: questo è l'atteggiamento giusto, perché a condannare siamo capaci tutti, ma è comprendere che è difficile. Senza contare che i più rigidi sono magari proprio quelli che nascondono situazioni non del tutto chiare: è sempre meglio guardarsi dalle persone che sono pronte a scagliare la prima pietra».
E questa non è stata l'unica parola di apertura di papa Francesco. In sintesi, lei che cosa pensa dell'azione riformatrice del nuovo Pontefice?
«lo sicuramente sono molto favorevole ma sono in molti a denigrare il suo operato».
Fuori o dentro la Chiesa?
«All'esterno ma anche all'interno. C'è un rigurgito di conservatorismo che si va consolidando in un certo mondo cattolico: si ritiene che Francesco sia un Papa pericoloso, lo si giudica troppo dimesso perché parla in modo semplice e non tocca mai i grandi temi etici».
Papa Francesco ha avuto un atteggiamento molto deciso anche nei con fronti dello lor, con l'istituzione di una commissione pontificia d'indagine che riferisca direttamente a lui.
«È chiaro che non si poteva andare avanti così. All'inizio la banca vaticana era nata per aiutare le congregazioni e gli istituti religiosi, raccoglieva i risparmi delle diocesi e li metteva a frutto onestamente, per poi dare contributi a tassi bassi a chi doveva fare investimenti nuovi, quindi l'aspetto pastorale era preminente. Ma sotto Marcinkus, fra Calvi e Sindona, è stato portato a investimenti a dir poco discutibili, con utili straordinari e conti di cui non si sa nulla. Ora si è finalmente cominciato a eliminare chi aveva abusivamente un conto allo lor e si è accettato di sottostare alle norme internazionali sulle banche. Sono convinto che questo problema si risolverà».



Martedì 18 Febbraio,2014 Ore: 17:55
 
 
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