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www.ildialogo.org LA RIFORMA A QUALE PREZZO,di Alberto Bruno Simoni op

RIFORMA, RIFORMA… MA RIFORMA NON C’E’
LA RIFORMA A QUALE PREZZO

di Alberto Bruno Simoni op

“Chiesa della soglia” non è una categoria teologica, ma una immagine domestica che però ritroviamo per analogia nel vangelo, quando Gesù dice di sé: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore, se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza” (Gv 10,7-10). Farsi soglia della porta con Cristo è un modo di riconoscersi chiesa come suo gregge o suo ovile in esercizio pastorale verso quanti non sono ancora nell’unico ovile. Nel gergo ecclesiologico si parla di ecclesia ad intra e di ecclesia ad extra, ma non del passaggio dall’una nell’altra, appunto della soglia, della mediazione o della sacramentalità attiva.
Riconoscersi in questa immagine invita a leggere se stessi e la propria esperienza di chiesa nel suo sviluppo aperto, non come indossamento di un modello preconfezionato ma come avventura ed esplorazione di cose sperate e di mondi invisibili, quasi prolungando l’esistenza di tutti coloro che “per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, ottennero ciò che era stato promesso” (Eb 11,33), i quali però “pur essendo stati approvati a causa della loro fede, non ottennero ciò che era stato loro promesso: Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio, affinché essi non ottenessero la perfezione senza di noi” (ib 39).
A parte tutte le altre considerazioni, è questo il filone in cui inserirsi, quello dei credenti attraverso la storia in cui la fede è l’asse portante: che vuol dire prima di tutto visione e ricerca dell’opera di Dio nel mondo come storia della salvezza, ciò che emerge dai segni dei tempi e deve essere colto e vissuto come kairos. Su quello che è l’opus operatum (fides quae creditur – le cose credute) si innesta l’opus operantis (fides qua creditur – il fatto di credere), in modo che si attui l’alleanza di Dio con il suo popolo e questi diventi Popolo di Dio.
La fede del credente nasce in seno alla fede della chiesa, ma questa diventa sterile se non è alimentata di continuo da singoli liberi credenti. Per questo è necessario che ci sia chi non si contenta di stare in casa ed assolvere servilmente tutti i suoi doveri di osservante e praticante, ma sappia rivendicare quello che gli spetta, magari prima dissipando arbitrariamente tutto, per assumersi poi tutta la sua responsabilità di figlio ed essere motivo per far festa. Non possiamo dimenticare che qui c’è un padre ad aspettare sulla soglia di casa e quel figlio che torna è sì ognuno di noi ma è anche tutti noi assieme come figura di una chiesa che è sempre sulla via del ritorno.
È precisamente su queste coordinate che possiamo decifrare e situare noi stessi, se siamo animati dalla convinzione e dalla volontà di ritrovare nella casa – che magari abbiamo abbandonata – la gioia di un nuovo abbraccio col Padre, “Padre mio e Padre vostro” (Gv 20.17). È un momento topico di passaggio, di confine o di soglia, segnato da Gesù quando lascia i suoi per fare ritorno al Padre: ed è in questo momento che vorremmo riconoscerci e attestarci come “chiesa” accolta e accogliente al tempo stesso in cui è inviata. Sì perché essa è insieme discente e docente, purgante, militante e trionfante: è “il vestito più bello” da indossare, “l'anello al dito e i sandali ai piedi” da mettere (Lc 15,22).
È chiaro che una simile operazione di posizionamento su questi parametri ha un senso solo nel caso che non ci si contenti di muoversi o in una dimensione o nell’altra, ma si riattivi nel Popolo di Dio l’interconnessione tra la linea orizzontale e quella verticale: tra base e vertice, tra singolo e comunità, tra dimensione locale e chiesa universale, tra laici e gerarchia… Questo comporta uscire da uno stato di dipendenza e di passività pur stando in casa, per farsi carico della casa e dello stato delle cose in essa, che magari brucia. Detto diversamente, il problema è se si ritiene che una riforma sia necessaria e se accettiamo di essere coinvolti in essa in prima persona, senza aspettarsela calata dall’alto.
Eccoci allora a noi, magari per ripetere cose già dette via via nel tempo ma nel tentativo di metterle a fuoco come motivo non di esclusione o discriminazione, semmai di identificazione meno ambigua e di comodo. Non avendo in partenza nessuna formula di aggregazione, ci siamo incontrati come compagni di strada con quanti avevano ansia e speranza di un rinnovamento effettivo della chiesa sulla propria pelle, salvo poi lasciare andare ciascuno per la propria strada nel suo modo di intendere l’invocata riforma. Potremmo dire di aver fatto da cavia o di aver funzionato da laboratorio per una “soluzione chimica” di attese e atteggiamenti diversi quanto all’”aggiornamento”, così come del resto è avvenuto su più vasta scala del dopo-concilio.
Avendo accompagnato questo accidentato cammino con una costante riflessione critica e autocritica, ci ritroviamo ancora in pista insieme a quanti o hanno perseverato o si aggiungono strada facendo in spirito di condivisione nell’amicizia e nella ricerca.
È un po’ come se fossimo sempre sui blocchi di partenza e pronti ad aggiustare il tiro, a seconda dei tempi, dei momenti e delle circostanze, senza peraltro venir meno all’intento e alla chiamata iniziale di “soffrire insieme per il vangelo”. Sì, perché si è trattato e si tratta comunque di una vocazione e di un compito, prima che di adesione a questo o quel programma pastorale o spirituale.
Di fatto ci ritroviamo in tutta la nostra povertà “istituzionale”, e di conseguenza anche “materiale”, salvo sostenerci liberamente tra noi: pur vivendo a dimensione comunitaria oltre che personale, non siamo parrocchia, movimento riconosciuto, gruppo di preghiera o liturgico, gruppo biblico di lectio divina, centro culturale, associazione ecclesiale di qualunque tipo. Eppur si vive, anche senza esistere in qualche forma ufficiale riconosciuta. La nostra unica ragion d’essere è il vangelo come punto di attrazione e di aggregazione oltre che come compito ineludibile.
Forse questa chiamata ha la sua matrice nella vocazione domenicana ad essere “predicatori del vangelo”, ma è chiaro che essa si impone più che mai oggi per se stessa, non tanto come azione specifica di una spiritualità particolare, quanto piuttosto come urgenza primaria della chiesa intera. Qualcosa che è di sfida per noi stessi prima che per gli altri. La scommessa è stata sempre e continua ad essere quella di fare riferimento e affidamento al vangelo come tesoro nascosto nel campo o perla preziosa da acquistare a prezzo di ruoli di potere e di efficienza organizzativa o di altre risorse e garanzie di prestigio.
L’unico punto di forza è la potestas sacramentale o comunicazione personale di grazia e verità. Tutto questo avviene comunque in maniera carsica ed è la linfa vitale del “corpo di Cristo che è la chiesa”. Ma è abbastanza strano che proprio il momento decisivo della comunicazione interpersonale della fede rimanga un fatto accessorio e facoltativo rispetto ai canali pastorali standard, mentre postula piena dignità ecclesiale e valorizzazione teologica. In altre parole, questa terra di mezzo tra l’appartenenza ad intra e il mondo ad extra non può rimanere terreno di contrapposizione e di polarizzazione, ma è terreno di scambio e di passaggio tra mondi tanto distinti quanto destinati ad unirsi!
La costante attenzione e l’assidua frequentazione di questa zona intermedia tra fede e credulità (Creduli e credenti di Marco Ventura) ci ha portato spesso a riconoscerci nelle parole emblematiche di don Milani a Pipetta: “Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidare di me, quel giorno io ti tradirò”… perché ci sono tanti altri da far entrare: «Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia» (Lc 14,22).
Il fatto nuovo di cui prendere atto e rallegrarsi è che proprio parlando di “chiesa della soglia”, don Severino Dianich ci abbia richiamato a questa dimensione sottotraccia delle chiesa, al tempo stesso in cui la riporta teologicamente in primo piano come il punto nodale della evangelizzazione che non si può più disattendere, se non vogliamo continuare a trastullarci con palliativi gratificanti. È di questi giorni il suo nuovo libro “La chiesa cattolica verso la sua riforma” in cui riepiloga in maniera più organica e prospettica rilievi sparsi qua e là nei suoi molteplici scritti. Ne riportiamo di seguito alcune pagine che fanno al nostro caso in questo preciso momento, rinviando al prossimo incontro di domenica 27 altre documentazioni.
Non mi nascondo che tutto questo discorso possa risultare “ecclesialmente non corretto” o improponibile. Ma basta che qualcuno lo possa trovare plausibile e si senta di farsi coinvolgere in una operazione che lascia pure le cose come stanno perché cambino radicalmente dal di dentro, invece di continuare a cambiare tutto perche restino come sono. Questo vuol dire che tutto dipende da quanto ciascuno è pronto a dare e a fare per la “chiesa” che lo abita. La passione che dovremmo condividere è la stessa che possiamo mutuare dall’apostolo Paolo: “Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne” (Rm 9,3).
Alberto Bruno Simoni op



Domenica 13 Aprile,2014 Ore: 12:09
 
 
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Crisi chiese

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