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www.ildialogo.org “LA CHIESA CATTOLICA VERSO LA SUA RIFORMA”,

Selezione dal libro di don Severino Dianich
“LA CHIESA CATTOLICA VERSO LA SUA RIFORMA”

(Queriniana, 2014)
Immaginare e proporre una riforma dell'ordinamento della chiesa e delle forme della sua missione non si può fare senza incontrarsi e scontrarsi con la sensazione di compiere un atto di grande presunzione. Così grande, nobile e carica di valori è la tradizione che ha dato forma all'attuale figura della chiesa cattolica e così vasti e variegati sono i problemi che essa incontra nei diversi paesi e continenti, che nessuna persona assennata potrebbe pretendere di stendere un piano complessivo e proporlo come un progetto pronto per l'esecuzione. Non è, quindi, assolutamente questa la intenzione con cui stendo le pagine che seguono. Sono semplicemente dei tentativi di comprendere alcune esigenze del nostro tempo e di confrontarle con la forma ideale di chiesa che il Vaticano II ha tracciato, per scorgere alcuni sentieri sui quali ci si potrebbe muovere alla ricerca di una migliore adeguatezza delle istituzioni ecclesiastiche al compito che loro oggi si impone. (p. 84)
Dopo le dimissioni di Benedetto XVI e intorno all'ultimo conclave molto si è parlato della riforma della curia romana e se ne continua a parlare mentre il gruppo dei cardinali, che il papa ha voluto lo accompagnassero nell'impresa, vi sta lavorando. Se, però, dobbiamo prendere sul serio quello che negli ultimi decenni si è presentato come il problema di più grande spessore per la chiesa di oggi, cioè l'evangélizzazione, e l'impostazione che il papa sta dando ai progetti di riforma sulle linee determinate dalle esigenze dell'evangelizzazione, prima e più che su qualsiasi altra esigenza, bisogna pur dire che il problema centrale non è la riforma della curia, bensì la riforma della chiesa. Del resto, se la si realizzasse, la curia non farebbe altro che adeguarvisi. Si pensi solamente ai riflessi che avrebbe sul suo assetto la riconsegna ai vescovi e alle forme locali della collegialità di molte competenze che lungo i secoli sono state avocate a sé dalla Santa Sede. Lo snellimento dell'apparato curiale ne verrebbe di conseguenza. E non si dimentichi quali e quante ricadute benefiche avrebbe la valorizzazione delle chiese locali e delle responsabilità dei loro pastori, e quale passo si farebbe nel cammino ecumenico se si restaurassero vere forme di sinodalità nelle diverse istanze decisionali della chiesa.
Anche se, girando per tutto il mondo, trovo solo tre o quattro cristiani su dieci persone che incontro e, di questi, solo uno o due cattolici e, fra questi, ancora un minor numero di partecipanti di fatto alla vita della chiesa, questo non mi stupisce, visto che Gesù stesso si era domandato: «Il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8). Egli, però, ha imposto ugualmente ai suoi: «Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). Mi sembra di poter dedurne che la chiesa, andando in tutto il mondo a donare la fede agli uomini, non deve farlo contando sulla previsione che tutto il mondo un giorno diventi cristiano. Suo compito è e sarà, più sem-plicemente, quello di essere un segno e di offrirsi a tutti come uno strumento dell'amore di Dio per gli esseri umani, senza distinzioni, se non per una preferenza per i più umili e i più poveri.(p.19)
Oggi nella chiesa cattolica, ad ogni pie' sospinto, si parla di evangelizzazione: segno evidente che si è consapevoli di una situazione di crisi della missione. Infatti, quando una qualche impresa procede con naturalezza sulla sua strada, non capita che se ne parli più di tanto. Si pensi che all'assemblea del Consiglio delle conferenze episcopali d'Europa del 2011, J.L. Moens, presentando una sintesi delle risposte inviate dai vescovi europei a un questionario, ha dovuto confessare che, nella ricerca di dar vita nella chiesa a una "nuova evangelizzazione", si soffre della mancanza di una definizione del concetto'. A leggere questa affermazione confesso di essere rimasto stupefatto: nessuna incertezza sulle idee dovrebbe essere possibile, se con il termine "evangelizzazione" si intendesse quello che è il suo vero e profondo senso, cioè quello di un atto comunicativo del cristiano che, a parole o in altro modo, manifesta la fede che lo lega a Gesù a un interlocutore che non la conosce o non la condivide. Ciò che, provoca incertezza è quell'aggettivo "nuova”, perché di per sé ''evangelizzazione non è né nuova né vecchia;' per non dire che è sempre nuova, perché ogni essere, umano che incontro è diverso da tutti gli altri. (pp. 22-23)
L'evangelizzazione avviene, essenzialmente, dentro una rete relazionale nella quale le persone dialogano, si confrontano, si influenzano a vicenda, con il possibile risultato che colui che non conosceva e non condivideva la fede in Cristo compia a un certo punto l'atto di fede, oppure che ne accolga alcuni valori. Ecco allora che, nella relazione interpersonale che si sta intrecciando, si creano delle sintonie e si aprono vie per un percorso comune, così come può accadere che l'interlocutore del cristiano si chiuda a qualsiasi forma di accoglienza e si rifiuti anche ad una pur parziale compartecipazione di sentimenti e di interessi. Comunque sia, il verbo "evangelizzare", esclusi i possibili usi esclusivamente retorici, indica un atto diretto a una persona, che viene interpellata nella sua singolarità, visto che la si interpella nella sua libertà. In questi ultimi decenni l'affabulazione cattolica ci ha fatto ascoltare espressioni come "evangelizzazione del costume", o "del lavoro", così come "del tempo libero" e "dello sport", o "del matrimonio", "della scuola", "della cul-tura", "della politica". Alla base di queste forme del linguaggio sta la formula più antica e classica: "l'evangelizzazione dei popoli". Tutti questi modi di pensare e di esprimersi, come appare evidente, scavalcano in qualche modo quello che è l'unico vero destinatario dell'atto che si designa con il verbo "evangelizzare", cioè le persone. (p.25)
Tutto questo però non va da sé, perché il vecchio quadro mentale del mondo, diviso fra paesi cristiani e non cristiani, ha generato una mentalità e un costume, nel quale il pastore di una chiesa di un paese cristiano non è considerato come fosse un missionario e l'evangelizzazione resta pensata come appannaggio dei "missionari di professione", partenti dal "paese cristiano" per un "paese non cristiano", al punto che, anche là dove i cristiani sono sparute minoranze, il prete e il vescovo non sembrano destinati all'evangelizzazione, ma solo alla cura pastorale dei credenti. Nonostante le proclamazioni in contrario del magistero cattolico, nelle sue espressioni più recenti, sembra che la chiesa stenti a sentirsi missionaria nella sua stessa natura più profonda, per cui ancora in gran parte sta articolando la sua missione nei suoi due distinti compiti tradizionali: quello della cura pastorale, da un lato, e quello dell'evangelizzazione, dall'altro. Del resto, anche sul piano strutturale, persiste il vecchio ordinamento canonico che, nell'articolarsi della curia romana, attribuisce la giurisdizione sui cosidetti "territori di missione" alla Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli che si occupa esclusivamente della vita ecclesiale nei paesi "non cristiani", al punto che, quando si è sentito il bisogno di riattivare l'opera dell'evangelizzazione anche altrove, si è creato un nuovo organismo, il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. È che il costume cattolico resta ancorato al vecchio sistema che vedeva la trasmissione della fede, nella sua normalità, come un'operazione interna alla prosecuzione della tradizione religiosa dei popoli, quindi affidata all'automatismo del passaggio della fede di padre in figlio. Come impresa eccezionale, invece, compito di operatori specializzati, era considerata l'impresa dei missionari, che la chiesa invia nelle regioni del mondo nelle quali ancora non avviene la trasmissione della fede di padre in figlio. Ne deriva che, di fronte alla crisi evidente del vecchio sistema, il progetto che risulta prevalente è quello della sua restaurazione, attraverso la ricerca di dare maggiore vigore all'influenza che la chiesa può ancora esercitare sulla società, il suo costume, la sua legislazione, la sua cultura. La ripresa dell'evangelizzazione, invece, nel suo senso semplice e originario della comunicazione della propria esperienza di fede da parte dei credenti ai non credenti, si presenta come qualcosa di estemporaneo, un'impresa alla quale i cristiani non sono abituati e il corpo ecclesiale risulta impreparato. Posta su questo piano la questione, è tutto il popolo di Dio – ben più che le strutture ecclesiastiche – il soggetto portatore della missione: si tratta di ricreare una spiritualità che favorisca in tutti i fedeli la capacità di impostare e vivere la relazione umana con le persone con le quali condividono la convivenza sociale, in tal modo che ne derivi, spontanea, la capacità di comunicare, con semplicità e amore, la loro esperienza di fede a parenti, amici, colleghi di lavoro, compagni di studio, vicini di casa, collaboratori nelle proprie attività i sociali e politiche.
I problemi nuovi che la chiesa oggi deve affrontare, evidentemente, sono molteplici e svariatissimi e non possono essere ridotti solo a questo sul quale abbiamo insistito. È chiaro però che, se vogliamo individuare i punti di crisi di cui la chiesa soffre, è ben difficile individuarne uno che sia più decisivo: la comunicazione della fede agli uomini del nostro tempo, in tutte le parti della terra, è, fuori di ogni dubbio, il vero articulus stantis vel cadentis ecclesiae, ossia un tema determinante per la ragion d'essere della chiesa. Sarebbe vano, quindi, e illusorio progettare qualsiasi forma di rinnovamento della chiesa e di riforma delle sue istituzioni senza partire da questo problema: qualsiasi prospettiva nuova si intendesse proporre, la valutazione della sua validità non può che venire dall'interrogarsi se essa è o no adeguata e coerente con lo scopo fondamentale per il quale la chiesa esiste, ossia perpetuare nel mondo e nella storia il messaggio di Gesù e comunicare a tutti l'esperienza della sua fede in lui. Ciò che si impone, allora, alla chiesa è il bisogno di sottoporre ad un esame critico complessivo la qualità delle sue strutture, della relazione delle sue istituzioni con le istituzioni civi-li, dello stile della sua partecipazione alla vita sociale e della forma con la quale essa si presenta sulla scena del mondo. È ciò che i padri del concilio Vaticano II hanno cominciato a fare con quell'abbozzo di problematiche e di riforme, alle quali queste obbligano la chiesa, che è la Costituzione pastorale sulla chiesa nel mondo contem-poraneo, Gaudíum et spes. (pp.32-35)
Ritornare a una visione di chiesa e a una prassi coerente nella quale il popolo di Dio, nella singolarità dei suoi componenti e nella dignità dei loro carismi, sia considerato il primo soggetto della missione della chiesa e nella quale il primo e decisivo destinatario, a cui costantemente guardare, siano le persone, e non le strutture sociali e il quadro culturale dei popoli, mi sembra un punto di partenza dal quale valutare lo stato presente della chiesa e disegnare prospettive nuove per la sua azione nel mondo.(p.54)
L'evangelizzazione, quindi, pertiene allo strato elementare della vita della chiesa, nella sua compenetrazione quotidiana con la vita della società civile, là dove il confronto della proposta della fede con il mondo non avviene al livello delle istituzioni, delle culture, dei popoli, ma delle persone: «Perché essi [i fedeli] possano dare utilmente questa testimonianza, debbono stringere rapporti di stima e di amore con questi uomini, riconoscersi come membra di quel gruppo umano in mezzo a cui vivono, e prender parte, attraverso il complesso delle relazioni e degli affari dell'umana esistenza, alla vita culturale e sociale» (ibid.). Il rapporto con il mondo nel quale la comunicazione della fede trova il suo spazio naturale non è, quindi, quello delle grandi iniziative pubbliche, tanto meno quello delle grandi proclamazioni di prin-cipio, destinate a determinare l'opinione pubblica e, di conseguenza, il dibattito politico in ordine agli sviluppi legislativi delle nazioni, tanto meno ancora quello delle sempre possibili pressioni lobbistiche sulle attività parlamentari. Nel dettato conciliare, infatti, non manca la esplicita affermazione che «la chiesa [ ... ] non desidera affatto intromettersi nel governo della città terrena. Essa non rivendica a se stessa altra sfera di competenza, se non quella di servire gli uomini amorevolmente e fedelmente, con l'aiuto di Dio» (AG 12). (pp.58-59)
È evidente che, al di là della problematica della qualità della presenza pubblica della chiesa nella società, l'interrogativo sulle fortune della fede e della sua comunicazione agli uomini di oggi si colloca a ben altre profondità dello spirito umano. La fede ha, come ha sempre avuto, un suo percorso difficile nel cuore dell'essere umano… Tutto ciò, però, nulla toglie al dovere e alla gioia del credente di comunicare agli altri l'esperienza e i valori della sua fede. È che il credente non si presenta mai solo al suo interlocutore. Questi lo ascolta e valuta la relazione che sta intrecciando con lui, ma guarda anche dietro a lui, a quella chiesa alla quale una eventuale accoglienza della fede lo condurrebbe, inevitabilmente. Quale immagine di chiesa, quindi, domini l'opinione pubblica può essere un fattore determinante della sua risposta. Chi vive lontano da qualsiasi esperienza delle comunità cristiane difficilmente è in grado di conoscere e di apprezzare i valori vissuti nel quotidiano negli ambienti animati dalla fede: conosce piuttosto la chiesa dalle sue esternazioni pubbliche, così come vengono selezionate e presentate dai grandi mezzi di comunicazione, soprat-tutto dalla televisione. È questo fenomeno che rende molte volte decisiva, per quanto si ritenga ingiusto che sia così, l'impressione che l'uomo comune ne riceve e la valutazione che egli ne deriva per sentirsi attratto oppure distolto dall'idea di poter entrare o rientrare un giorno nella chiesa, facendo sua la fede cristiana. (p. 75)
Dalla questione di fondo di una mentalità e di uno stile di azione che hanno bisogno di rendersi rispondenti alla situazione reale del mondo contemporaneo, bisogna passare a prospettare le necessarie riforme strutturali della chiesa, che rendano le istituzioni ecclesiastiche adeguate ai nuovi stili che fedeli e pastori hanno bisogno di adottare, per rendersi atti ad evangelizzare vivendo in mezzo agli uomini e alle donne d'oggi. Il discorso sulla riforma della chiesa suscita, però, diffusi moti di diffidenza. Essi provengono da una bella spiritualità ecclesiale, che si nutre di ammirazione per la grazia di Dio di poter gustare la gioia della comunione nella quotidiana esperienza della vita di chiesa, con la ricchezza dei sacramenti e della cura che si riceve dai pastori, per cui proporre una sua riforma sembra comportare scarso rispetto del dono ricevuto. Non poca ostilità al discorso sulla riforma viene anche dalla memoria triste di quel, pur grande, evento riformatore del 1500, che determinò tragicamente una ulteriore divisione della chiesa, dopo quella della chiesa orientale. Senza dubbio queste e altre ragioni hanno impedito ai padri conciliari del Vaticano II di utilizzare il termine "riforma" nei loro documenti, nonostante che tutta la loro opera tendesse a un serio rinnovamento. Ha usato, invece, il termine "riforma" Benedetto XVI, proprio in quel discorso alla curia romana sull'ermeneutica del concilio, che da molti è stato utilizzato per frenare i movimenti riformatori, quando il papa affermava che «all'ermeneutica della discontinuità si oppone l'ermeneutica della riforma»'. Oggi è proprio l'urgenza dell'evangelizzazione, che si è fatta più impellente, ad esigere cambiamenti in tanti aspetti della struttura e dello stile di azione della chiesa nel mondo. (pp.78-79)
La chiesa d'oggi si definisce in forza della sua missione e appare perciò essenzialmente connotata dal suo rapporto con il mondo esterno: ora, è proprio questa prospettiva di una chiesa protesa verso il mondo e collocata al servizio degli uomini, nonostante il can. 781 veda nell'evangelizzazione il «dovere fondamentale del popolo di Dio», che resta ai margini del nostro ordinamento canonico; quest'ultimo si preoccupa solo di garantire un ordine interno fine a se stesso, e non di regolare il compito fondamentale di tutti i fedeli di operare nella società civile come segni e strumenti «dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (LG 1). L'ordinamento dei rapporti interni fra i membri della chiesa, con i loro diversi carismi, dovrebbe derivare la determinazione delle sue forme dai rapporti esterni: è nell'atto del vangelo, che è relazione del credente con l'altro da sé, che nasce la chiesa. Se davvero l'ordinamento istituzionale della chiesa si arrestasse al di qua degli spazi caratteristici della sua missione nel mondo, intesa nell'ampiezza delle sue componenti, rischierebbe di condannarsi alla sterilità di un meccanismo puramente autoreferenziale.
Un altro aspetto dell'ordinamento che oggi sta rivelando notevoli aporie è quello fondato sul principio enunciato nel can. 96, per il quale, senza che alcunché si dica sulla necessità di una professione della fede, è «mediante il battesimo» che l'uomo «è costituito persona» nella chiesa. Una tale affermazione di principio ha il suo evidente fondamento nella dottrina cattolica del carattere indelebile, che il sacramento del battesimo imprime in colui che lo ha ricevuto. La situazione di fatto però rende problematica l'applicazione del principio all'ordinamento canonico. Si pensi solo a quali conseguenze si arriverebbe, nell'ipotesi di una futura prassi sinodale che attribuisca ai fedeli di una parrocchia, in qualche materia, il diritto di dare un voto deliberativo su una qualche questione, se si dovesse attribuire il diritto di voto a tutti i battezzati, anche ai molti che restano abitualmente del tutto estranei alla vita della comunità. Il Codice sembra ignorare che colui che è stato battezzato nella sua prima infanzia ha un percorso esistenziale, nel quale è anche possibile che egli mai abbia pronunciato il suo libero atto di fede o che, pur avendolo pronunciato in una qualche circostanza della vita, lo conservi incerto, appesantito da riserve sulla propria appartenenza ecclesiale, immerso nel dubbio o, di fatto, rimosso dalla sfera dei suoi interessi, quando non rinnegato, anche senza aver posto alcun atto formale di apostasia. Oggi, nei paesi di antica tradizione cristiana, in epoca di modernità avanzata, si può ragionevolmente ipotizzare che la maggioranza dei cristiani battezzati da bambini viva in questa condizione. (pp.92-94)
È naturale quindi che oggi ci si interroghi sull'adeguatezza e le inadeguatezze dell'ordinamento canonico ai processi di mutazione della sensibilità delle persone e delle diverse situazioni in cui si trovano a vivere. Quasi quarant'anni fa, in Punti fermi, Hans Urs von Balthasar scriveva: «L'interrogativo più arduo che oggi si pone a noi in merito alla chiesa è quello dei suoi confini. Ne ha veramente?». Se la questione ha una rilevanza teologica di fondo e si apre, alla fine, sulla figura della "chiesa da Abele", evocata dal concilio, oggi essa ha acquistato dimensioni pastorali drammatiche, perché l'interrogativo è penetrato dentro alla compatta compagine dei confini canonici della chiesa cattolica e il suo Codice di leggi non riesce più a intercettarne la pluriformità. Molti indagatori della situazione odierna della chiesa hanno parlato di "cristiani della soglia" a proposito di una moltitudine di battezzati che si trovano a disagio nella chiesa, ma non intendono uscirne. Buona parte del futuro della fede dipenderà anche dalla risposta che la chiesa saprà dare ai loro problemi. (pp. 98-99)
Partendo da una chiara e sincera presa d'atto, accompagnata da una considerazione positiva del fenomeno, della emergenza nella cultura contemporanea del primato della persona con la sua dignità e la sua libertà, è inevitabile domandarsi se all'interno della comunità cattolica, nel quadro delle sue strutture, la persona del credente risulti sempre e in ogni caso il valore più imponente e l'oggetto della più decisiva considerazione. Questa, infatti, si appoggia sul fatto che è personale il rapporto di fede con Dio, conseguenza di un atto di libertà, compiuto per grazia dello Spirito santo, nella libera scelta di Gesù come Signore della propria vita. Se non prendiamo a modello dell'accesso alla chiesa, perché non lo può essere, il battesimo del bambino, risulta che il credente entra nella compagine ecclesiale perché è stato oggetto di un particolare interesse di chi lo ha invitato alla fede, comunicandogli la propria esperienza credente e l'insegnamento della testimonianza apostolica. Nessuno è membro della chiesa per nascita, né per alcun altro automatismo. Non solo, ma se la chiesa deve proseguire il suo compito di comunicare la sua fede a tutti gli uomini, solo le persone dei credenti lo fanno e lo faranno — non le istituzioni, non le proclamazioni di principio, non decreti di alcun tipo. Si tratta di strumenti, utili quando non necessari, per la migliore attivazione dei soggetti, ma che restano costitutivamente incapaci di sostituirsi alle persone: alla fine, infatti, non è il papato, non è l'episcopato, non sono le diocesi, non è la parrocchia, bensì sono il papa, il vescovo, il parroco, i fedeli, il soggetto capace di evangelizzare.
Una riflessione sulla soggettualità nella chiesa, cioè sull'attivazione effettiva di ogni soggetto credente nella sua missione, potrebbe declinarsi in molti modi diversi. Nel contesto però di una disamina della situazione attuale e della missione della chiesa considerata in prospettiva, è soprattutto necessario attardarsi sulle lacune alle quali un qualsiasi progetto di riforma della chiesa dovrebbe cercare di porre rimedio. Sono i soggetti che al momento attuale non sono adeguatamente valorizzati nei loro carismi, e quelli che vengono considerati soggetti inadeguati a costituire la soggettualità complessiva della chiesa, che meritano una particolare attenzione. (pp.99-100)
Ne deriva il bisogno di un ordinamento che disegni con chiarezza i confini dell'autorità, definendo anche altre competenze fondate su altri carismi, oltre a quella dei ministri ordinati, poiché nessun carisma può coprire totalmente, con la sua sola autorità, tutti gli ambiti nei quali si estende la missione. Se il principio organizzativo fondamentale della chiesa sta nel compito di diffondere la fede nel mondo, i fedeli, che ne sono i primi soggetti responsabili, non possono non avere una loro parte nell'ordinamento stesso – e non solo nell'esecuzione – della missione. (pp.130-131)
Le pesantezza strutturali della chiesa si manifestano già nella imponenza dei suoi edifici, da quelli del Vaticano a quelli degli episcopi delle chiese locali e a quelli degli ordini religiosi, dall'enorme accumulo di opere d'arte nei palazzi, nei conventi, nelle chiese e nei musei ecclesiastici, agli apparati finanziari e alle disponibilità economiche. Tutto ciò, naturalmente, ha una lunga storia alle sue spalle e detiene in non pochi casi, ancora oggi, motivazioni ragionevoli della sua persistenza. Nessuno oggi, neanche le autorità civili, salvo il caso di una rivoluzione violenta, sarebbe in grado di mutare radicalmente la situazione, senza danno dello stesso patrimonio dei beni culturali che sono in gioco, il quale, alla fine, deve essere salvaguardato come un patrimonio di tutta l'umanità. Non basta dir questo, però, per ritenere risolto il problema di tanti che, a causa di questo spettacolo, si allontanano dalla chiesa o vi si accostano con diffidenza, perché ritengono di non potervi riconoscere né il volto di Cristo né alcunché del particolare sapore del suo vangelo. Se ascoltiamo le voci di molti fedeli, e soprattutto delle persone che non condividono la fede cattolica, i giudizi degli agnostici, degli atei, dei molti "cristiani della soglia", percepiamo che il problema ha uno spessore maggiore di quello dato dal puro possesso di così grandi beni, perché l'opinione pubblica misura anche i gradi di potere che un'istituzione così dotata può esercitare sulla vita sociale ed è soprattutto questo che la rende diffidente. La conclusione è che nella chiesa non si può fare a meno di mettere in discussione tanti aspetti eclatanti del suo volto pubblico, che le rendono difficile ottenere dagli uomini quella stima e quella fiducia che le sono indispensabili per poter proporre efficacemente a tutti là- fede in Gesù.
Nell'Ottocento la contestazione dello stato pontificio e la seguente sua demolizione per opera degli italiani, che pretendevano la loro indipendenza politica su tutta la penisola, hanno costituito un blocco di antagonismi che ha richiesto più di un secolo per essere superato e di cui ancora si percepisce il vigore. La politica della Santa Sede, del resto, era rimasta a lungo contraria anche ai movimenti indipendentisti dei diversi stati americani, resisi autonomi dalla Spagna, prima di arrivare al loro riconoscimento, producendo in tal modo nell'opinione pubblica sentimenti pesantemente ostili alla chiesa.
Questo tipo di problematica oggi è superato, però l'esistenza dello Stato della Città del Vaticano e la stessa personalità giuridica internazionale della Santa Sede, che la pongono sul medesimo piano degli altri importanti poteri del mondo, ancora non propiziano un reale riconoscimento di quella apostolica vivendi forma, di cui la chiesa ha perennemente bisogno di mostrarsi rivestita. Questo carattere politico della figura pubblica della chiesa comporta necessariamente il possesso di strutture e mezzi economici, e produce manifestazioni esteriori analoghe a quelle dei poteri mondani, in modo che questa veste della chiesa viene a nascondere il volto di Cristo, che essa pur desidera far brillare nel mondo. La santità personale di coloro che operano nelle isti-tuzioni ecclesiastiche non risolve il problema, perché coloro che non sperimentano dal di dentro la vita della chiesa ne scorgono il volto solo dalle sue manifestazioni pubbliche, per esempio attraverso i mezzi di comunicazione, e deducono il loro giudizio dalle immagini che ne percepiscono. Con tutto ciò resta sempre vero che bisogna, prima di tutto, promuovere la riforma interiore dei membri della chiesa – pastori e fedeli – in un impegno di conversione continuamente rinnovato. Ma ciò nulla toglie alla necessità di eliminare tutti gli ostacoli che si frappongono fra gli uomini che guardano da lontano alla chiesa e il messaggio evangelico che essa intende, prima e più di qualsiasi altra cosa, loro proporre. (pp.150-151)

Articolo tratto da:

FORUM 385 (12 aprile 2014) Koinonia

http://www.koinonia-online.it

Convento S.Domenico - Piazza S.Domenico, 1 - Pistoia - Tel. 0573/22046




Domenica 13 Aprile,2014 Ore: 12:06
 
 
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