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www.ildialogo.org La lezione di Medellín: una Chiesa al servizio del «passaggio di Dio per questo mondo»,Adista Documenti n. 12 del 31/03/2012

La lezione di Medellín: una Chiesa al servizio del «passaggio di Dio per questo mondo»

Adista Documenti n. 12 del 31/03/2012

Un articolo di Jon Sobrino dal titolo CON MEDELLÍN DIO Č PASSATO PER L’AMERICA LATINA. E ORA?


DOC-2424. SAN SALVADOR-ADISTA. Se, come scrisse Ignacio Ellacuría con folgorante chiarezza, «con mons. Romero Dio è passato per El Salvador», molte altre tracce questo suo passaggio ha lasciato in tutta l’America Latina, a cominciare da quella, molto profonda, rappresentata dalla II Assemblea generale dell’episcopato latinoamericano a Medellín, nel 1968. È lì infatti - come scrive il teologo gesuita Jon Sobrino nella sua “Riflessione per la Quaresima”, intitolata per l’appunto “Con Medellín Dio è passato per l’America Latina. E ora?” - che ha avuto luogo quell’«irruzione dei poveri, e di Dio in essi» a partire da cui si è sviluppata la riflessione su «cosa significa essere Chiesa, quali sono la sua identità e la sua missione fondamentale e quale deve essere il suo modo di collocarsi in un mondo di poveri». Una riflessione, questa, straordinariamente feconda. La Chiesa di Medellín, sottolinea Sobrino, ha scelto di stare con il popolo povero e perseguitato, condividendone la stressa sorte: «incarnata, impegnata a difendere e ad accompagnare i poveri, si prendeva carico della croce e spesso moriva crocifissa. Annunciò una Buona Novella come Gesù nella sinagoga di Nazareth. Ebbe i suoi “dodici apostoli”, i Padri della Chiesa latinoamericana, con dom Helder Camara, uno dei pionieri, Enrique Angelelli, don Sergio Méndez Arceo, Leonidas Proaño, monsignor Romero, pastore e martire del continente, e altri».

Ma oggi quella Chiesa che fine ha fatto? Perché è così difficile trovare in essa «la libertà dei figli e delle figlie di Dio, la libertà di fronte al potere»? In ogni caso, non conviene neppure preoccuparsene troppo, perché l’importante non è «il futuro di quello che chiamiamo “Chiesa”», ma il fatto che «Dio passi per questo mondo», in quanto «questo passaggio porta sempre salvezza alle persone e al mondo nel suo insieme». Di seguito, in una nostra traduzione dallo spagnolo, la riflessione di Sobrino, tratta dal numero di febbraio di Carta a las Iglesias. (c. f.)

 

CON MEDELLÍN DIO È PASSATO PER L’AMERICA LATINA. E ORA?

 di Jon Sobrino

I dieci anni che vanno da Medellín (1968) a Puebla (1979) sono stati unici nell’epoca moderna per la Chiesa cattolica in America Latina. Da lì in avanti ebbe inizio un’involuzione a cui Aparecida (2007) ha cercato di porre freno, per quanto al momento rimanga molto da fare. Nell’esprimere questo giudizio, non ci concentriamo sulla Chiesa come l’analizzano i sociologi, ma sul “passaggio di Dio”. È senza dubbio più difficile da calibrare, ma tocca la dimensione più profonda della Chiesa e la questione relativa al servizio di chi essa deve stare. In definitiva, è il tema del contributo che essa offre agli esseri umani e al mondo come un tutto. E ovviamente bisogna domandarsi “quale Dio” è quello che passa per la storia in un momento dato.

MEDELLÍN

È stato un salto qualitativo. Lì hanno fatto irruzione i poveri e in essi ha fatto irruzione Dio. Si è trattato di un fatto fondante che è penetrato nella fede di molti e che ha configurato la Chiesa.

Sorprendentemente, per l’assemblea dei vescovi la priorità non è stata la Chiesa in se stessa, ma il mondo dei poveri e delle vittime, cioè la creazione di Dio. Le loro prime parole proclamano la realtà del continente: «una povertà di massa prodotto dell’ingiustizia». I vescovi hanno agito, prima di tutto, come esseri umani e hanno lasciato parlare la realtà che gridava al cielo. Sono i clamori che Dio ha ascoltato nell’esodo, che lo hanno indotto ad uscire da se stesso e ad entrare con decisione nella storia. Allo stesso modo, con Medellín Dio è entrato nella storia latinoamericana.

Da questa irruzione dei poveri, e di Dio in essi, Medellín ha riflettuto su cosa significa essere Chiesa, quali sono la sua identità e la sua missione fondamentale e quale deve essere il suo modo di collocarsi in un mondo di poveri. La risposta è stata quella di “una Chiesa dei poveri”, simile alla visione di Giovanni XXIII e del card. Lercaro. Al Concilio non aveva avuto seguito, a Medellín sì. La Chiesa sentì compassione per gli oppressi e decise di lavorare per la loro liberazione. Per molti, con maggiore o minore consapevolezza, ciò venne accolto come una benedizione. Per altri, fu percepito, a ragione, come un grave pericolo.

Molto presto il potere reagì. Nel 1968 Nelson Rockefeller scrisse un rapporto su quanto stava avvenendo e sul fatto che questa Chiesa, nuova e pericolosa, doveva essere indebolita e frenata, che è ciò che avvenne all’inizio dell’amministrazione Reagan. Oligarchie, eserciti, squadroni della morte scatenarono contro la Chiesa una persecuzione inedita nella storia dell’America Latina. La persecuzione e la fermezza con cui venne affrontata mostrarono in maniera chiara quanto di nuovo ed evangelico stava avvenendo: la Chiesa di Medellín stava con il popolo povero e perseguitato e ne condivideva la stressa sorte. In migliaia vennero assassinati, tra cui una mezza dozzina di vescovi, decine di sacerdoti, religiosi e religiose e una moltitudine di laici, donne e uomini. Con limitazioni, errori e peccati, era una Chiesa molto più casta che meretrice, molto più evangelica che mondana.

All’interno della Chiesa cattolica, Paolo VI favorì e incoraggiò questa nuova Chiesa, ma alti personaggi della curia romana, e di altre curie locali, ne calpestarono l’immagine, trattando in maniera ingiusta i suoi più prestigiosi rappresentanti, anche vescovi, e delineando una Chiesa alternativa, diversa e anche contraria, più devozionale, intimista, una Chiesa di movimenti sottomessi e pronti a difendere la gerarchia. Quello che bisognava evitare era che la Chiesa entrasse in conflitto con i potenti. La Chiesa popolare, nata intorno a Medellín, credente e lucida, fatta di comunità di base, impegnata a vivere la povertà del continente, soffrì la doppia persecuzione del mondo oppressore e, con una certa frequenza, della stessa Chiesa.

Quella Chiesa fu testimone e seguace di Gesù di Nazareth. Incarnata, impegnata a difendere e ad accompagnare i poveri, si prendeva carico della croce e spesso moriva crocifissa. Annunciò una Buona Novella come Gesù nella sinagoga di Nazareth. Ebbe i suoi “dodici apostoli”, i Padri della Chiesa latinoamericana, con dom Helder Camara, uno dei pionieri, Enrique Angelelli, don Sergio Méndez Arceo, Leonidas Proaño, monsignor Romero, pastore e martire del continente, e altri. Giunse ad essere un’ekklesia, in cui donne e uomini, religiose e laici, latinoamericani e persone venute da altri luoghi costituirono un corpo ecclesiale, una grande comunità di vita e di missione. Tra i locali e gli esterni si generò una solidarietà mai vista: si sostenevano mutuamente. Si ebbe un aumento di speranza e di gioia. E l’amore dei martiri produsse un vento di resurrezione, estraneo ad ogni dimensione alienante, in un nuovo richiamo alla storia in cui vivere come resuscitati.

In questa Chiesa soffiava lo Spirito, lo spirito di Gesù e lo spirito dei poveri. E ispirava preghiera, liturgia, musica, arte. E ispirava anche omelie profetiche, lucide lettere pastorali, testi teologici fatti in casa, non semplicemente importati senza alcuna impronta di Medellín.

Al centro di tutto c’era il vangelo di Gesù. Luca 4, 18: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione». Matteo 25, 36-41: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare». Giovanni 15, 13: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». E Gesù di Nazareth, il crocifisso resuscitato. Atti 2,23: «Voi l'avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l'avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato».

E ORA?

Inchieste e studi sociologici e antropologici, economici e politici, offrono dati ed elargiscono spiegazioni sulla Chiesa cattolica e altre Chiese cristiane. Ci dicono se il numero dei fedeli si alza o si abbassa e se cresce o si riduce il nostro impatto sulla società. Su questo non ho nulla da aggiungere. E, strettamente parlando, non è neppure la mia maggiore preoccupazione la questione di quale sarà il futuro di quello che chiamiamo “Chiesa”, per quanto in essa io abbia vissuto e viva, e mi sia abituato ad appartenere a questa famiglia.

Quello che mi interessa, e che mi rallegra, è che “Dio passi per questo mondo”. E la ragione è semplice. Il mondo è «gravemente infermo», diceva Ellacuría, «malato di morte», dice Jean Ziegler. Ha bisogno, cioè, di salvezza e di guarigione. Per questo, come credente e come essere umano, desidero che “Dio passi per questo mondo”, poiché questo passaggio porta sempre salvezza alle persone e al mondo nel suo insieme. Abbiamo avuto la fortuna di sentire questo passaggio di Dio con Medellín, con mons. Romero, con molte comunità popolari. Con molte persone buone, in maggioranza semplici. Con una pleiade di martiri. E anche con il popolo crocifisso, per quanto ciò si possa cogliere solo «in un difficile atto di fede», come diceva Ellacuría spiegando la salvezza portata dal servo sofferente di Isaia.

E oggi? Sarebbe un grave errore cadere in semplicismi per cose tanto serie. Sarebbe ingiusto non vedere il buono che, in molti modi, esiste nelle Chiese. E sarebbe arrogante non cercare di scoprirlo, sebbene a volte si nasconda dietro una corteccia che non rimanda in maniera chiara a Gesù di Nazareth. In ogni caso, il passaggio di “Dio” sarà sempre un mistero imperscrutabile, e solo in punta di piedi e con il massimo rispetto nei confronti di tutti gli esseri umani possiamo parlarne. Però, pur con tutte queste cautele, qualcosa si può dire. Ricorderemo le realtà dei fedeli e delle loro comunità, ma teniamo a mente soprattutto le istanze, gerarchicamente alte, storicamente responsabili di quanto avviene e quelle a cui non si può chiedere conto. Offrirò con semplicità la mia visione personale.

Abbonda in diverse forme il pentecostalismo, come tipo di Chiesa distante dai problemi reali di vita e di morte delle maggioranze, malgrado porti ai poveri incoraggiamento e consolazione, il che non è da disprezzare quando essi non hanno nulla a cui aggrapparsi perché la loro vita abbia senso (diversa è la situazione per le più agiate). Proliferano i movimenti, a dozzine, e crescono i mezzi di comunicazione delle Chiese, emittenti di radio e televisione sottomesse a ideali e norme provenienti dalle curie, poco libere, sembra, di prendere nelle proprie mani un vangelo che annuncia la buona novella per i poveri, sotto forma di giustizia, e di avvertire la necessità di uno studio, meditato, minimamente scientifico, della Parola di Dio, e in generale della teologia che rese possibili il Vaticano II e Medellín. Si moltiplicano devozioni di ogni tipo, quelle di prima e quelle di ora. Gesù di Nazareth, colui che passò facendo il bene e morì crocifisso, è messo da parte con facilità a favore del bambino Gesù, che sia di Atocha o di Praga, il Dio bambino, detto con grande rispetto. Facilmente si depotenzia il Gesù vigoroso della Galilea e del Giordano, il profeta delle denunce presso il tempio di Gerusalemme, a favore di devozioni basate su apparizioni a sfondo eccessivamente sentimentale e mellifluo. Per dirlo in maniera semplice, la divina provvidenza può attrarre più del Padre di Gesù, del Figlio che è Gesù di Nazareth, dello Spirito Santo che è Signore e datore di vita e Padre dei poveri, come recita l’inno di Pentecoste.

Nell’insieme, è difficile oggi trovare nella Chiesa la libertà dei figli e delle figlie di Dio, la libertà di fronte al potere, che non è meno potere solo per il fatto di essere sacro. Si nota un eccesivo ossequio e un’eccessiva sottomissione verso tutto ciò che è gerarchia, fino a trasformarsi in timore paralizzante. Dalle istanze del potere ecclesiale emerge il trionfalismo, e quella che è stata chiamata la pastorale dell’apoteosi, moltitudinaria, mediatica. In molti seminari, il discorrere e il pensare sono sostituiti dal memorizzare. Nelle riunioni del clero, da quello che sappiamo, le domande, la discussione e il dibattito lasciano il posto al silenzio. Le lettere pastorali degli anni Settanta e Ottanta – vero orgoglio delle chiese, che a volte rinverdisce, per esempio in Guatemala – sono soppiantate da brevi messaggi, corretti e misurati, con argomenti ripresi dalle ultime encicliche del papa. Il centro istituzionale non sembra stare più in America Latina, ma nella distante Roma. Il tutto detto con rispetto.

Come sarà il passaggio di Dio per l’America Latina e con chi avverrà è da vedere, e in definitiva è cosa di Dio. Ma è cosa nostra anelarlo, lavorare in quella direzione e apprendere come è avvenuto in passato attorno a Medellín.

È bene sapere e analizzare il viavai dei fedeli e l’impatto delle Chiese nella società. Per quello che dicono i dati, in entrambi gli aspetti la Chiesa è in calo. Ma occorre tenere più presenti le radici della cui linfa è vissuto il passaggio di Dio. E annaffiarle umilmente, con acque vive.

Cosa avverrà alla nostra Chiesa e a tutte le Chiese si vedrà. Il mio desiderio è che, accada quel che accada all’esterno, ciò sia al servizio del passaggio di Dio per questo mondo, il Dio di Gesù, compassionevole, profeta e crocifisso. E il Dio datore di speranza.

Queste sono domande che possiamo porre sempre. Ma forse è bene farsele all’inizio della Quaresima. Questo tempo esige da noi vigore per camminare verso Gerusalemme. E ci offre la speranza di incontrarci lì con Gesù crocifisso e resuscitato.

Articolo tratto da
ADISTA
La redazione di ADISTA si trova in via Acciaioli n.7 - 00186 Roma Telefono +39 06 686.86.92 +39 06 688.019.24 Fax +39 06 686.58.98 E-mail info@adista.it Sito www.adista.it



Mercoledě 28 Marzo,2012 Ore: 18:03
 
 
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