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I "due amori" della Chiesa , di Marcello Semeraro Vescovo di Oria

IL CONCILIO 40 ANNI DOPO
I "due amori" della Chiesa

di Marcello Semeraro Vescovo di Oria

I lavori del Concilio Vaticano II iniziarono senza una chiara tabella di marcia e fu l’allora cardinale G.B. Montini, arcivescovo di Milano, a dare un decisivo contributo perché assumessero presto la direzione ecclesiologica. "La santa Chiesa dev’essere l’argomento unitario e comprensivo di questo Concilio; e tutto l’immenso materiale preparato dovrebbe compaginarsi attorno a questo ovvio e sublime suo centro": così scriveva in una lettera destinata al papa Giovanni XXIII e datata 18 ottobre 1962. Salito poi egli stesso sulla Cattedra di Pietro, scriveva: "E’ l’ora in cui la Chiesa deve approfondire la coscienza di se stessa, meditare sul mistero che le è proprio" (Ecclesiam Suam). Avviando la conclusione del Concilio, il 7 dicembre 1965, Paolo VI poteva affermare che esso si era "occupato principalmente della Chiesa, della sua natura, della sua composizione, della sua vocazione ecumenica, della sua attività apostolica e missionaria". Davvero, dunque, il Vaticano II è stato un Concilio della Chiesa sulla Chiesa (K.Rahner).
L’assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi del 1985, dedicato alla verifica e alla promozione della ricezione del Vaticano II, sostenne con una certa enfasi che "l’ecclesiologia di comunione è l’idea centrale e fondamentale nei documenti del Concilio". L’affermazione è vera, ma esige d’essere spiegata. Il concetto di communio/koinonia, infatti, è presente nei testi conciliari, non però con un uso linguistico rigorosamente fissato; è espresso con terminologia diversificata ed è impiegato a differenti livelli, ch’è necessario ogni volta identificare (W. Kasper). In ogni caso i testi del Vaticano II riservano attenzione speciale al carattere misterico della Chiesa. Il mistero della Chiesa, secondo il Concilio, consiste nel fatto che nello Spirito e mediante Cristo noi abbiamo accesso al Padre e siamo resi partecipi della divina natura. Precisamente con riferimento a questo tema centrale, di una Chiesa, vale a dire, che ha nella comunione trinitaria il suo punto d’origine, il suo modello permanente e il suo punto d’arrivo è possibile valutare la novità ecclesiologica del Vaticano II (cfr. Lg 4; Ur 2; Ag 2).
In effetti, l’avvio di una lettura della realtà ecclesiale come realizzazione nella storia di un disegno nato nel cuore del Padre, realizzato in Gesù Cristo, manifestato nello Spirito Santo e recante in sé il germe del perfetto compimento nella gloria del cielo è il dato più rilevante del volto della Chiesa ereditato dal Vaticano II. Un secondo elemento notevole, ripreso dalla tradizione, è il legame tra Chiesa ed Eucaristia, emergente in testi di rara efficacia. Per mezzo della celebrazione dell’Eucaristia del Signore la Chiesa è edificata e cresce; in essa è rappresentata e attuata l’unità della Chiesa (cfr. Ur 15; Lg 3.11.26). La celebrazione della sinassi eucaristica, poi, soprattutto quando il popolo santo di Dio partecipa in forma piena ed attiva alla medesima Eucaristia presieduta dal vescovo circondato dal suo presbiterio, è la principale manifestazione della Chiesa (cfr. Sc 41).
Tra le "novità" ecclesiologiche del Vaticano II non trascurerei di mettere in luce anche la soggettualità della Chiesa particolare e la riacquisizione del suo valore in campo teologico, liturgico, spirituale, pastorale, ecumenico e missionario. I testi conciliari indicano nella Chiesa particolare presieduta dal vescovo cooperato dal suo presbiterio come l’epifania del mistero della Chiesa, il luogo di una sua vera manifestazione e della sua concreta esperienza (cfr. Lg 23.26; Cd 11). Elemento non secondario è ancora l’affermazione dell’apporto dei fedeli laici alla vita della Chiesa. Il capitolo quarto della Lumen Gentium e il decreto Apostolicam Actuositatem hanno di sicuro un carattere fondativo sull’argomento; a me, tuttavia, appare preziosa anche questa breve affermazione: "La Chiesa non è realmente costituita, non vive in maniera piena e non è segno perfetto della presenza di Cristo tra gli uomini, se alla gerarchia non si affianca e collabora un laicato autentico" (Ag 21).
Sono queste, mi pare, le principali piste aperte dal Vaticano II sul tema ecclesiologico. Qualcuno parlò di un ecclesiocentrismo del Concilio. Se fu davvero così, fu una risoluzione ecclesiologica certamente esente da ogni forma di narcisismo. La Chiesa disegnata dal Concilio, infatti, appare indiscutibilmente come de-centrata, ec-entrica, o estroversa. Con due "grandi amori", si direbbe. Quello adorante per la Trinità Santa, prima d’ogni cosa, da cui ha origine e su cui è modellata. In quest’adorazione del Dio tre volte Santo, la Chiesa è santificata. Come non ricordare al riguardo le parole di Giovanni Paolo II? "La riscoperta della Chiesa come ’mistero’, ossia come popolo ’adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo’, non poteva non comportare anche la riscoperta della sua ’santità’…" (Nmi, 30). L’altro "amore" della Chiesa del Vaticano II, poi, come appare inequivocabilmente dalla costituzione Gaudium et Spes, è l’uomo e il suo mondo. Non dispiaccia risentire queste altre parole di Paolo VI, che del Concilio fu non solo la guida esperta, ma pure il primo, autorevolissimo interprete: tutta la ricchezza dottrinale del Vaticano II "è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo... La Chiesa in un certo qual modo si è dichiarata ancella dell’umanità" (Discorso cit. del 7 dic. 1965). Il "carattere pastorale" del Vaticano II, aggiungeva il Papa, consiste sostanzialmente nell’avere affermato che per conoscere l’uomo bisogna conoscere Dio e che per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo.



Giovedì, 03 ottobre 2002
 
 
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