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www.ildialogo.org ALDO CAPITINI LA NONVIOLENZA E IL CONCILIO,di Raffaello Saffioti

COMUNICAZIONE AL CONVEGNO
�CHIESA DI TUTTI, CHIESA DEI POVERI�
DEL 15 SETTEMBRE 2012 A ROMA

ALDO CAPITINI LA NONVIOLENZA E IL CONCILIO

di Raffaello Saffioti

IL DOCUMENTO DEL CIPAX “IN CAMMINO SULLA VIA DELLA PACE”

Avendo ricevuto e letto il documento del CIPAX “In cammino sulla via della pace” per il convegno “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri”, copromosso dallo stesso CIPAX, intendo non solo esprimere la mia personale adesione, ma anche sottolineare, sviluppandolo, qualche passo del documento e rispondere alla sua domanda conclusiva.

I fondatori e aderenti del CIPAX, con il loro documento, dopo il richiamo all’enciclica Pacem in terris di papa Giovanni XXIII, ricordano di avere “seguito con viva partecipazione, ma anche con apprensione i lavori del Concilio Vaticano II, le sue aperture e insieme i suoi tentennamenti, le sue novità, ma purtroppo anche i suoi ritardi nei confronti delle esigenze vitali richieste dal momento storico ed espresse sia dal più vasto mondo laico che religioso, in particolare evangelico. Sulla scia di Maritain e Dossetti, di don Milani, Turoldo e Balducci ci si è aperti a questa doppia tematica scoprendo da una parte il movimento ecumenico, che ha avuto il maggior rappresentante in Bonhoeffer, il propugnatore di un concilio sulla pace che coinvolgesse tutti i cristiani; e dall’altra la teoria e la prassi religiosa e politica della nonviolenza, espressa da Tolstoj, Gandhi, Capitini, King, oltre che da tante persone laiche di buona volontà”.

Più avanti il documento indica “la via sulla quale occorre continuare a incamminarci passo dopo passo, ma con ferma determinazione, considerando il Concilio Vaticano una tappa importante, che volentieri ricordiamo per le importanti acquisizioni raggiunte, ma nello stesso tempo per le insufficienze che su queste tematiche abbiamo potuto – e tanto più oggi a 50 anni di distanza possiamo e dobbiamo – riscontrare per rispondere alle attese dell’intera umanità, soprattutto la più povera”.

Dopo la sottolineatura di passi qualificanti del documento del CIPAX, come amico della nonviolenza ed associato del Centro Gandhi, m’interessa riprendere dallo stesso documento l’apertura alla teoria e alla prassi della nonviolenza. Uno dei maestri della nonviolenza moderna, richiamati dal CIPAX, è Aldo Capitini, considerato il padre della nonviolenza in Italia.

Intendo proporre al Convegno la lettura della sua opera Severità religiosa per il Concilio, pubblicata dall’editore De Donato nel 1966. “E’ un libro poco letto e presto scomparso” (Maurizio Cavicchi).

ALDO CAPITINI E IL CONCILIO VATICANO II

Capitini seguì con costante interesse e grande attenzione il Concilio studiando i sedici documenti conciliari.

Capitini scrisse che la sua ricerca tendeva a verificare se la Chiesa romana si fosse effettivamente aperta. E’ una ricerca che colpisce per il rigore oltre che per l’acutezza dell’analisi.

Mi sia concesso il diritto di fare questa ricerca sull’acquisizione o no, da parte del Concilio, dell’ «apertura», non solo per il mio impegno alla vita religiosa, ma anche l’uso, in più di trenta anni, della parola «apertura», applicata praticamente.

(…)

Non sono cattolico da decenni; mi professo «un libero religioso nonviolento». Ma vorrei dire che prendo questi tre termini molto seriamente, nel senso:

  1. di una religione consistente nel rapporto con la COMPRESENZA dei vivi e dei morti, creatrice corale dei valori, provvidente e liberatrice dai limiti dell’attuale realtà;

  2. della formazione incessante di una tale vita religiosa nell’apertura e nel dialogo, con LIBERTA’ da un’istituzione sacerdotale autoritaria che ha un capo, infallibile pronunciatore di dogmi (papismo);

  3. della pratica della NONVIOLENZA e delle sue tecniche in ogni atto e in ogni lotta, verso ogni essere.

(…)

C’era poi una ragione che ha un peso notevolissimo: il Concilio aveva parlato spesso di Gesù Cristo, e probabilmente aveva espresso molte volte l’intenzione di rifarsi a Cristo. Ora, sebbene io veda una profonda differenza tra il Discorso della montagna e il Credo, e sia profondamente persuaso che l’assolutezza sta nella sostanza e in tante espressioni del primo, ma non nella sostanza del secondo, sono orientato non solo ad assimilare, da decenni, alla mia vita religiosa, i principi cristiani, dell’apertura a una realtà liberata, della nonviolenza e del perdono, della valutazione degli «ultimi», della ragione del contrasto col mondo, ma anche a moltiplicare Gesù Cristo per ogni essere, a vedere nella morte di ogni vivente una crocifissione che il mondo dà e una resurrezione nella compresenza in eterno. Mi interessava, accingendomi a questa ricerca, vedere se quel vasto gruppo di persone cattoliche avrebbe, superando disgraziate posizioni del passato, ripreso e svolto, con energia di amore, elementi autentici evangelici. [pp. 12-15]

 

Esaminati i risultati del Concilio dal punto di vista della “religione aperta”, Capitini espresse un giudizio severo e sereno, nello stesso tempo. Vide i limiti, in particolare di alcuni documenti, considerati tra i più importanti, come la costituzione dogmatica Lumen gentium e la costituzione pastorale Gaudium et spes.

 

LA NONVIOLENZA, INCOMPRESA E INNOMINATA DAL CONCILIO

Capitini ha cercato di vedere come fosse stato trattato dal Concilio il tema della nonviolenza, dopo la libertà e il socialismo.

E quanto alla violenza, - forse il punto più atteso -, i tanti cattolici (in numero crescente) che sono consapevoli dei pericoli attuali e del tesoro che il Cristianesimo ha nel Discorso della montagna aspettavano ansiosamente, e anche sollecitavano, il coraggio sovrumano -, e perciò confidavano nella Chiesa -, di non collaborare con qualsiasi forma di violenza, anche per paura che, facendo delle concessioni, tutto restasse come prima.

Bisogna dire con la dovuta severità religiosa, che il Concilio, salvo le eccezioni, è passato accanto a questi tre temi, e specialmente al terzo, senza rendersi conto della sostanza religiosa che è implicita in essi. Quindi, non solo l’aggiornamento in essi risulta alquanto faticoso o generico e insufficiente se non ignaro, senza avere assunto quei temi come cosa propria, e spesso sembra di sentire il fiato grosso di chi non riesce a tenere il passo, ma soprattutto è mancato quell’atto religioso che, nei momenti vivi e creativi, si pone di colpo avanti alle stesse punte «laiche» più decise, in virtù di una coscienza religiosa dell’orizzonte che non può non rendere «più rivoluzionari». Tutto quello che la Chiesa romana può guadagnare dal Concilio in altre parti, per semplificazioni e ammodernamenti, non compensa minimamente ciò che ha perduto qui, in queste vere e proprie «occasioni perdute». Starebbe ora ai generosi e avanzati cattolici che «speravano», decidere, e avviarsi a cooperare ad una riforma religiosa, a meno che essi non siano entrati giovani e pieni di ardite speranze negli anni del Concilio, e ne siano usciti vecchi, disposti ad accontentarsi del poco! [pp. 92-93]

Si deve ora parlare della pace e della nonviolenza, temi ai quali si sono appuntate le speranze di tanti credenti (i non credenti, che sono credenti in altro, cercano già da decenni e da secoli di puntare a tali cose con le loro teorie e i loro modi di agire), sia dei credenti che già sono in attività orientate ad esse, sia da coloro che aspettavano un segno dal Concilio.

Il primo chiarimento è che la rinuncia alla violenza non può non esser lodata, purché non danneggi altri …

Mi sembra che, secondo questa teoria, la rinuncia alla violenza venga ridotta a pochissimi casi, se pur esistenti. La rinuncia alla violenza nella rivendicazione dei propri diritti, e l’uso delle tecniche nonviolente come mezzi di difesa (che hanno, appunto, l’alto valore di poter essere usati anche dalle persone più deboli: quale valore religioso), urta il principio che uno ha il dovere di difendere il proprio diritto. Perché, se si pensa che anche lottando col metodo nonviolento, si manca al dovere di non danneggiare gli altri o la comunità, si sconsigli pure la lotta nonviolenta, perché essa produce tanti soldati di meno e danneggia, dunque, la causa. O si riconosce che una lotta nonviolenta è un bene per gli altri (anche se non ricevono l’aiuto che si aspetterebbero), così come è stato per la Croce di Cristo, e un bene in ogni caso; oppure si esige che siano messi da parte metodi che lasciano «indifesi» gli altri e la comunità. In sostanza, è confermata la teoria della legittima difesa, se non per sé, almeno per gli altri e per la comunità; cioè tutto rimane come prima, e la nonviolenza non è realmente acquisita.

La guerra è ammessa, soltanto va posto un «freno» alle sue atrocità mediante convenzioni. [pp. 119-120]

La Costituzione che esaminiamo, non vede altri modi di fronteggiare la guerra che questi:

  1. auspicare un’autorità internazionale competente e forte;

  2. fare la guerra solo per legittima difesa;

  3. non farla come totale, distruggendo intere città, regioni ecc.

(…)

La Chiesa romana ha tesori di insegnamenti e di sforzi per la pratica della castità; perché non ne ha almeno altrettanti per la pratica della nonviolenza?

(…)

E sull’affermazione di Gesù Cristo in un momento decisivo di vita o di morte, sulla scelta suprema della nonviolenza («Tutti coloro che metton mano alla spada, periranno per la spada»: Matteo XXVI, 52), di contro alla violenza delle autorità e alla violenza dei rivoluzionari, si è messo il dovuto accento? Se da parte della classe episcopale-sacerdotale e dei dotti della Chiesa romana si fosse studiato di più, per impulso di Cristo, sulla violenza, si sarebbe fatta una distinzione tra la violenza, usata a livello della polizia, dell’ordine pubblico, dell’ordinaria convivenza umana, che è minima o può esser ridotta al minimo, accompagnata sempre più dal controllo di tutti e da misure preventive ed educative prima, e dopo i reati, in modo da mantenere provvisoriamente la coercizione solo nello stretto indispensabile; e la violenza ordinata in grande dai governi, quella che può essere chiamata ormai la «strage degli innocenti»: la guerra. (…)

La misura era colma. Si offriva l’occasione di rovesciare la clessidra, di presentare un altro atteggiamento nei riguardi del mondo delle guerre e delle rivoluzioni violente, in cospetto alle umili popolazioni del mondo. Si trattava di andare oltre il richiamo alla riforma degli spiriti, oltre la sollecitazione a inculcare sentimenti nuovi, ispiratori di pace, oltre il consiglio di trattative, l’aiuto alle popolazioni sottosviluppate, l’impegno al disarmo ecc. tutte cose sacrosante. [pp. 122-125]

Malgrado i discorsi la guerra esce vittoriosa dal Concilio. Chi si aspettava la sua sconfitta, non può non essere triste.

La Chiesa romana, nell’espressione del Concilio, rivendica un compito che non è che la conferma della sua tradizione: predicare il Vangelo, largire i tesori della grazia, e questo contribuirà a rafforzare la pace. Ma che cosa ha fatto per tanti secoli la Chiesa romana se non questo? Ed è riuscita a porre, mediante «la conoscenza della legge divina e naturale», un solido fondamento alla solidarietà universale? Non sembra; e non tanto perché guerre sono avvenute con estranei alla Chiesa, ma perfino tra nazioni cattoliche, che conoscevano «la legge divina e naturale» e fruivano dei «tesori della grazia». E’ segno che mancava qualche cosa, e questa cosa non è stata data dal Concilio. Qui è il grande vuoto. E per quale ragione gli uomini dovrebbero far posto all’apprendimento della «legge divina e naturale» come viene presentata dalla Chiesa romana, invece che all’apprendimento della «non collaborazione con la guerra» che è praticata da quegli uomini nuovi, che magari non parlano di Dio, perlomeno alcuni, ma sono pacifisti integrali, rifiutanti tutte le guerre, il terrorismo e la tortura, e attuanti in ogni lotta le tecniche del metodo nonviolento? Mi sembra che la Chiesa romana poteva associare i suoi credenti a questi, che non tengono ad un risalto particolare, il quale invece spiccherà, se i cattolici seguiranno (ma la seguiranno?) la legge come è presentata dai capi della Chiesa romana.

Resta ai cattolici dopo il Concilio un grave compito, anche in questo campo, e io sono sicuro che vi saranno molti che lo affronteranno con grande sincerità e serietà. Essi partiranno dalla constatazione che:

  1. il Concilio non ha escluso la collaborazione alla guerra;

  2. non ha escluso che i cattolici possano fabbricare e tenere armi nucleari ed usarle;

  3. ha usato un’espressione alquanto debole per il «caso» degli obbiettori di coscienza, neppure chiedendo il riconoscimento legale, ma soltanto che le leggi «provvedano umanamente», il che è ben poco;

  4. si è guardato dall’estendere la problematica della nonviolenza, sia pur rapidamente, alla considerazione degli esseri subumani, degni di una maggiore attenzione anche se, secondo la teologia cattolica, privi del tutto di anima. [pp. 127-128]

Il Concilio è stato un immenso lavoro, e il tanto che è stato elaborato ed enunciato poteva essere tralasciato o concentrato in poco, ma un contributo rinnovatore. Ripetere che il disarmo deve essere generale e controllato ecc. ecc., e tante e tante altre cose, nulla dànno che giustifichi una presunta originalità di contributi, quando poi si passa vicini alla nonviolenza, non dico non nominandola, ma non comprendendo il valore centrale che essa ha in questo bisogno di unirsi con gli altri, della vita che cerca la vita, di posare il capo serenamente sull’unità con tutti, pronti anche alla propria fine, purché tutti gli altri siano. Fanno più per l’apertura quei centri nonviolenti americani che sono veramente come i primi cristiani nella sede dell’impero e che sono battuti e poco ascoltati da quei ceti dirigenti, compresi i vescovi che hanno cooperato a impedire che lo Schema 13 sconfessasse ogni guerra e il possesso delle armi nucleari. Non capire l’importanza centrale della nonviolenza è proprio, per se stesso, significativo di appartenere al versante del passato e di non essere riusciti, pur con un imponente moto di persone e di mezzi, a salire alla cima per discendere l’altro versante sereno. Ma gli esseri sono più delle istituzioni; i cattolici, con nuovo fervore, cercano, incontrano, discutono, s’impegnano.

Severità religiosa per il Concilio;

rispetto per la Chiesa;

affetto per i cattolici. [pp. 135-136]

Queste sono le parole conclusive di tutta l’opera.

Esse, come tutti i brani citati, non hanno bisogno di commento e si offrono alla riflessione del lettore.

Risposta alla domanda conclusiva del CIPAX

Il documento del CIPAX si conclude ricordando che l’anno prossimo, l’11 aprile ricorre il cinquantesimo anniversario della “Pacem in terris” di Giovanni XXIII e pone la domanda:

“Non vi sembra che sarebbe auspicabile festeggiare l’anniversario con un grande convegno internazionale – magari sulla piazza telematica di internet e sull’eventuale nostro sito?”

La risposta non può che essere affermativa.

***

Palmi, 9 settembre 2012

Raffaello Saffioti

Centro Gandhi

rsaffi@libero.it

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • FABRIZIO TRUINI, Aldo Capitini, Edizioni Cultura della Pace, S. Domenico di Fiesole (Fi), 1989

  • FABRIZIO TRUINI, Aldo Capitini. Le radici della nonviolenza, Casa editrice Il Margine, Trento, 2011

  • ROCCO ALTIERI, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 1998

  • MAURIZIO CAVICCHI, Aldo Capitini. Un itinerario di vita e di pensiero, Piero Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma, 2005

 




Luned� 10 Settembre,2012 Ore: 16:21
 
 
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