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Il diritto di non sapere

Bruno Gambardella

Oggi non commenterò una notizia, un fatto, un’iniziativa politica. La mia attenzione non sarà rivolta alle beghe della politica italiana, ai fatti di costume in Europa e nel mondo, a ciò che mi preoccupa o mi fa sperare in tema di libertà, di dignità umana, di diritti.

Oggi vi racconto una storia, una storia drammatica come tante altre, una storia vera  che non può offrirci delle risposte, ma, al massimo, può far nascere tantissime nuove domande. Ve ne propongo una, subito: abbiamo il diritto di non sapere che stiamo per morire?

 

Un colpo di tosse in una giornata come tutte le altre. Una macchia di sangue non prevista, un senso inatteso di preoccupazione, di ansia, di paura. Margherita ha 62 anni. Non sa neppure che sapore abbiano, le sigarette. E quando si ritrova nello studio medico di un noto professore,  che legge con aria severa i risultati degli esami e le comunica che nei suoi polmoni è presente una macchia sospetta, si domanda: "Perché proprio a me?". Perché proprio a me... che ho sempre condotto una vita sana, che ho avuto mille accortezze per la mia salute, che non ho mai corso rischi inutili pur di soddisfare qualche frivolo piacere. Perché?

 

Ma il professore la tranquillizza. Si tratta senza dubbio di una massa benigna, che sarà opportuno asportare ma che non comporterà alcun tipo di conseguenza. Difficile, però, non cedere ai pensieri che porterebbero altrove. "Se dovesse scoprire qualcosa di grave, io non voglio saperlo". Soltanto queste, le parole di Margherita al chirurgo che l'avrebbe operata.

Arriva la mattina dell'intervento. Tutta la famiglia è nella sala d'aspetto. I volti sono distesi, ragionevolmente preoccupati, ma privi di qualunque nota di allarme. E’ una massa benigna, è un peso di cui liberarsi per poi tornare alla propria vita di sempre.

 

Il marito scherza con i figli, progetta un viaggio per le vacanze di Natale. "Vostra madre per allora si sarà ripresa, faremo una bella vacanza tutti insieme". Nello stesso istante, al piano -1 dell'ospedale, il bisturi del chirurgo apre una soglia inaspettata. La massa c'è e si può togliere senza problemi, ma non ha le sembianze previste. "Qui è pieno di metastasi, è inutile andare avanti. Richiudete tutto". Dunque un tumore maligno, un cancro al quarto stadio. L'ultimo.

Il professore si sfila i guanti, si siede alla scrivania antistante la sala operatoria, risponde al cellulare e parla della settimana bianca da organizzare con gli amici. È un medico. Affronta la malattia, la sofferenza delle persone e l'imprevedibilità del destino ogni giorno. A qualche piano di distanza lo attendono i familiari di una donna che fino a qualche ora prima era semplicemente una paziente che avrebbe trascorso un breve periodo di convalescenza in corsia prima di tornare a casa. E alla sua esistenza. In pochi minuti era diventata invece la Margherita a cui restava da vivere un anno o poco più, la stessa che aveva espressamente dichiarato di non voler sapere nulla nel caso in cui si fosse trattato di qualcosa di serio.

 

 

Il suo diritto a non sapere. E il dovere del medico di informarla. A quale dei due attribuire maggior valore? E quale dei due, alla fine, far prevalere?

 

Chi ritiene di semplificare la questione ribadendo il principio secondo cui i pazienti devono essere resi consapevoli della propria condizione di salute perché diversamente si farebbero correre loro dei rischi e non si metterebbe in atto un comportamento "eticamente" corretto, forse dovrebbe interrogarsi su quali siano realmente le componenti che intervengono in una situazione come questa. Schierarsi dalla parte del "dovere di informare" è certamente la reazione più immediata, più naturale. Non si può lasciare una persona, che ha un male incurabile e presumibilmente poco tempo da vivere, nella convinzione di essere sana. Ma quali sono gli elementi che intervengono a contribuire allo stato di "salute", in un senso più profondo e più completo, di ognuno di noi? Quanto può incidere sulla qualità della vita di una persona la consapevolezza di essere affetti da una malattia inguaribile? E soprattutto quanto conta, veramente, la volontà di un individuo quando essa diventi espressione diretta di un proprio specifico diritto? Rispondere, forse, non è poi così semplice.

 



Lunedý 30 Novembre,2009 Ore: 23:32
 
 
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