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ISSN 2420-997X

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www.ildialogo.org PER UNA CHIESA AL DI LA' DEL SONNAMBULISMO MAMMONICO: RIPRENDERE IL FILO DEL CORAGGIOSO E PROFETICO "PATTO DELLE CATACOMBE" DEI PADRI DEL VATICANO II. In memoria di dom Helder Câmara, uno dei firmatari e propositori del Patto,a c. di Federico La Sala

DIO E' AMORE ("CHARITAS") O MAMMONA ("CARITAS")?! Benedetto XVI, il papa teologo, scrive l’enciclica "Deus caritas est" (2006) e, ancora oggi, nessuno ne sollecita la correzione del titolo. Che lapsus!!! O, meglio, che progetto! Spegnere il "Lumen Gentium" e instaurare il potere del "Dominus Iesus (2000) delle gerarchie "mammoniche"!!! Una Chiesa "per molti", non "per tutti" ...
PER UNA CHIESA AL DI LA' DEL SONNAMBULISMO MAMMONICO: RIPRENDERE IL FILO DEL CORAGGIOSO E PROFETICO "PATTO DELLE CATACOMBE" DEI PADRI DEL VATICANO II. In memoria di dom Helder Câmara, uno dei firmatari e propositori del Patto

Il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, una quarantina di padri conciliari hanno celebrato una Eucaristia nelle catacombe di Domitilla, a Roma, chiedendo fedeltŕ allo Spirito di Gesů. Dopo questa celebrazione, hanno firmato (...)


a c. di Federico La Sala

  

In ricordo di dom Helder Câmara
Il “Patto delle catacombe” per una Chiesa serva e  povera *


 

Il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, una quarantina di padri conciliari hanno celebrato una Eucaristia nelle catacombe di Domitilla, a Roma, chiedendo fedeltà allo Spirito di Gesù. Dopo questa celebrazione, hanno firmato il “Patto delle Catacombe”.


Il documento è una sfida ai “fratelli nell’Episcopato” a portare avanti una “vita di povertà”, una Chiesa “serva e povera”, come aveva suggerito il papa Giovanni XXIII.


I firmatari – fra di essi, molti brasiliani e latinoamericani, poiché molti più tardi aderirono al patto – si impegnavano a vivere in povertà, a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. Il testo ha avuto una forte influenza sulla Teologia della Liberazione, che sarebbe sorta negli anni seguenti.
Uno dei firmatari e propositori del Patto fu dom Helder Câmara, il cui centenario della nascita è stato celebrato il 7 febbraio.

Ecco il testo:

  Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue:

 

  1. Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cfr. Mt 5,3; 6,33s; 8,20.

  2. Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Cf. Mc 6,9; Mt 10,9s; At 3,6. Né oro né argento. Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. Cf. Mt 6,19-21; Lc 12,33s.

  3. Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli. Cf. Mt 10,8; At. 6,1-7.

  4. Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre. Cf. Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo 13,12-15.

  5. Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf. Lc 13,12-14; 1Cor 9,14-19.

  6. Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.

  7. Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi o i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. Cf. Lc 4,18s; Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; 1Cor 4,12 e 9,1-27.

  8. Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. Cf. Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33s.

  9. Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. Cf. At. 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9 interi; 1Tim 5, 16.

  10. Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo:

    • a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere;
    • a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.
  1. Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; così:

    • ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro;
    • formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito che capi secondo il mondo; 
    • cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…;
    • saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione. Cf. Mc 8,34s; At 6,1-7; 1Tim 3,8-10.

Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai fedeli delle nostre diocesi la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.

Aiutaci Dio ad essere fedeli.

 


*http://www.giovaniemissione.it/index.php?option=content&task=view&id=2584   

   

 

 

 

 



Venerdě 19 Ottobre,2012 Ore: 23:27
 
 
Commenti

Gli ultimi messaggi sono posti alla fine

Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 19/10/2012 23.34
Titolo:IL "SOGNO" DI BENEDETTO XVI: UNA CHIESA "PER MOLTI", NON "PER TUTTI"!!!
CHIESA "PER MOLTI", NON "PER TUTTI"!!!

Per il Convegno "Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri" del 15 settembre 2912, cinque note a margine

di Federico La Sala *

1. LA GERARCHIA CATTOLICO-ROMANA HA ROTTO I PONTI CON IL MESSAGGIO EVANGELICO. A 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, bisogna prendere atto che il terribile è già accaduto: il "Lumen Gentium" è stato spento e, sulla cattedra di Pietro, siede il Vicario del Signore e Padrone Gesù ("Dominus Iesus": J. Ratzinger, 2000). Egli regna e governa in nome del suo Dio, Mammona ("Deus caritas est": Benedetto XVI, 2006).

2. DIO E’ VALORE! Sul Vaticano, DAL 2006, sventola il "Logo" del Grande Mercante: "Deus caritas est" (Benedetto XVI, 2006)!!! Il papa teologo, ha gettato via la "pietra" su cui posava - in equilibrio instabile - l’intera Costruzione dela Chiesa cattolico-romana ("Deus charitas est": 1 Gv. 4.8).

3. TUTTO A "CARO-PREZZO" ("CARITAS"): QUESTO "IL VANGELO CHE ABBIAMO RICEVUTO". QUESTO E’ IL NOSTRO VANGELO: PAROLA DI RATZINGER -BENEDETTO XVI, CARDINALI E VESCOVI TUTTI. IL "PANE QUOTIDIANO" DEL "PADRE NOSTRO", SI VENDE A "CARO PREZZO", MOLTO CARO (= "CARITAS")!!!

4. ULTIMA CENA ED ECONOMIA VATICANA. Benedetto XVI cambia la formula: «Il calice fu versato per molti», non «per tutti»!!!

5. IN PRINCIPIO ERA IL "LOGO"!!! SE UN PAPA TEOLOGO LANCIA IL "LOGO" DEL SUO DIO ("DEUS CARITAS EST") E TUTTI OBBEDISCONO, E NON VIENE RISPEDITO SUBITO A CASA, DA "MARIA E GIUSEPPE", PER IMPARARE UN PO’ DI CRISTIANESIMO, DI COSA VOGLIAMO PARLARE DI AFFARI E DI MERCATO?! EBBENE PARLIAMO DI AFFARI, DI MERCATO, DI "MAMMONA", "MAMMASANTISSIMA", E DI COME I PASTORI ... IMPARANO A MANGIARE LE PECORE E GLI AGNELLI, E CONTINUANO A GOZZOVIGLIARE ALLA TAVOLA DEL LORO "DIO"!!! Avanti tutta, verso il III millennio avanti Cristo!!!

Federico La Sala

* Il Dialogo, Mercoledì 12 Settembre,2012
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 20/10/2012 05.09
Titolo:RISALIRE GLI ABISSI.....
PAROLA A RISCHIO

- Risalire gli abissi
- La salvezza è per tutti. Alla portata di tutti.
- Perché è sorriso, liberazione, gioia.

-di Giovanni Mazzillo (Teologo) *

G come gioia, come Gesù, respiro di gioia per tutti gli infelici della terra. Parliamo di Gesù, il cui corrispondente nome greco Iesoûs deriva direttamente dall’originale ebraico Je(ho)šhu e significa JHWH salva, per precisare immediatamente che il termine salvezza oggi non significa gran che per i nostri contemporanei, e di conseguenza risuona poco interessante persino quel nome, pur originariamente portatore di una gioia immensa e inaudita. Ciò avviene non solo per l’inevitabile logorio delle parole più usate e talora abusate, ma per il fatto che ha perso rilevanza e pertanto significato il valore stesso della “salvezza”.

Salvezza
- Salvezza da chi e/o da che cosa? Appunto, è questo il primo problema. La salvezza appare di primo acchito un concetto immediatamente derivato dal superamento di una situazione negativa, Si salva, o come succede in questo caso, viene salvato, qualcuno che si trova in una situazione di pericolo. Il pericolo di perdere qualcosa, di perdere se stesso. Di essere cancellato, di sparire, appunto come sparisce da un computer un testo non “salvato” o un’immagine non messa al sicuro. Ma essere salvati è per noi persone umane, e pertanto non riducibili a una traccia di codificazione binaria o algoritmica, molto di più che conservare un’impronta e una presenza. Coerentemente con la nostra realtà dinamica e relazionale, essere salvati significa avere un luogo, un senso, una rilevanza nel contesto di una realtà che giustifica, sorregge, garantisce il mantenimento e la crescita qualitativa, e pertanto il conseguente riconoscimento di un originario, inalienabile, imprescindibile valore personale.

La domanda «Chi o che cosa si può dire oggi salvato?» esige pertanto una primordiale differenziazione. Altro è il concetto di ciò che è salvato (cioè il dato messo al sicuro), ben altro è l’essere umano salvato. Questi non è solo garantito in ciò che ha di più proprio e pertanto è distinto dal mero “dato”, che invece è una sorta di file compilato (non per nulla in tedesco proprio il file è chiamato Datei, leggi datai, cioè «rea-ltà data»). L’essere umano è tale solo in un incontro, in una relazione. La persona è tutta nelle relazioni delle quali vive. Proprio la relazionalità sorregge il senso e la gioia del suo esistere.

L’annuncio di Gesù, già nella sua venuta in questo nostro mondo, è l’annuncio di una relazionalità umana felicemente riuscita. Nel Vangelo è direttamente collegato alla Grazia, termine che esprime tutto ciò e anche qualcosa di più.

Nell’annuncio della sua nascita, diversamente da quanto appare nella traduzione latina, e in quella italiana da essa derivata, nella preghiera più popolare che ci sia, Maria è salutata non con il saluto che si dava all’imperatore, alle autorità o anche agli amici con l’esclamativo «Ave!», bensì con l’invito a rallegrarsi, cioè a gioire (chaîre): a entrare in un circuito di esultanza per un dono gratuito e inatteso. Colei che è piena di grazia (kecharitōménē) è invitata a rallegrarsi perché tutto in lei è frutto ed espressione della «grazia» (cháris), cioè di un dono amorevole quanto sorprendente, che sarà presto annuncio di gioia per tutto il popolo e per ogni uomo: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù...”. L’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia...» (Lc 1,30-31; 2,10-11).

Il resto del Vangelo, soprattutto quello di Luca, evidenzia la gioia improvvisa e incontenibile che contagia quanti vengono a contatto con Ješhu. A cominciare da Elisabetta e dal suo bambino, che le esulta nel grembo, il futuro Battista. Così esultano ancora due anziani che sembrano essere rimasti in vita per mantenere viva la speranza d’Israele: Simeone e Anna, o i pastori; mentre nel racconto di Matteo, viene detto che i Magi “provarono una grandissima gioia” nel rivedere la stella che indicava il luogo della natività di Gesù.

La stessa gioia è testimoniata dai semplici e dagli umili, dagli infelici e dai peccatori che si sentono aiutati, capiti, perdonati. A gioire sono ancora i bambini e le donne, classi tradizionalmente neglette dalla piena partecipazione alla grazia collegata alle tradizionali benedizioni di Dio. Insomma il cuore del Vangelo è la lieta notizia annunciata ai bisognosi e agli infelici della terra. Il Dio che si dona totalmente, è il Dio che dona illimitatamente la gioia agli uomini. E perché la nostra gioia fosse piena (Gv 15,11), il Figlio di Dio è arrivato umanamente a perdere se stesso.

Perché avessimo una gioia che nessuno avrebbe mai più potuto toglierci, ha permesso che fosse tolta a lui la vita, per riprenderla di nuovo, ma con la conoscenza ormai nella sua carne e nella sua psiche di cosa significhi la morte umana. Di cosa voglia dire la gioia di vivere, di vivere non con il naturale sorriso con cui vive ogni creatura per la stessa gioia dell’esistere, ma di provare e diffondere la gioia di chi conosce la sofferenza e non resta inchiodato alla sofferenza. O al limite, di chi, nonostante le ferite e talora i chiodi mai interamente rimossi della sofferenza, sa sorridere della vita, perché questa è ormai rischiarata da colui che vince la morte e la depressione della sofferenza.

La gioia è dunque uno dei nomi della salvezza, ma di una salvezza che assume di volta in volta nomi nuovi e nomi antichi: riscatto, liberazione, sensatezza, leggerezza dell’esistere... Se la parola non fosse tanto inflazionata, si potrebbe dire che la salvezza altro non è che la felicità. È la felicità nel suo senso etimologico: come abbondanza e fertilità. Possiamo tradurre: come vita sensata che raggiunge il suo scopo e nasce da relazioni benevole, tendenti al bene altrui, trovando negli altri la propria gioia e comunicandola con relazioni che fanno crescere se stessi e gli altri.

In quanto tale, la felicità è simile alla pace e ne è la forma storica: è star bene con sé e con gli altri, con il proprio passato e con il proprio futuro. Perché, soprattutto oggi, c’è bisogno paradossalmente più di ricostruire il futuro che il passato o il presente. Per poterlo fare c’è bisogno di quella gioia consapevole che non si arrende e che non si ripiega su se stessa. Si ritrova nel futuro di una convivenza che non nasconde, ma sa riconoscere e superare i conflitti attraverso uno sguardo d’amore verso ciò che ci è intorno. È uno guardo che viene da lontano e tuttavia tocca la nostra umanità, questa mia e questa tua umanità, quella assunta, attraversata e come divinizzata da quel Gesù che continuamente dà senso a ogni tentativo di superare la violenza con l’amore. È l’unico a dar senso a ogni discorso di pace, anche questo che hai appena finito di leggere.



* MOSAICO DI PACE, LUGLIO 2012
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 20/10/2012 06.19
Titolo:MEMORIA E STORIA DELLA PAROLA "PADRE" ("Abba", "Abbà").
ABATE (Abbé)

di VOLTAIRE *

«Dove andate, Signor abate?» ecc. (1). Vi rendete conto che abate significa padre? Se voi lo diverrete, renderete un servizio allo Stato; e senza dubbio compirete l’opera più alta che possa compiere un uomo: nascerà da voi un essere che pensa. C’è qualcosa di divino in quest’azione.

Ma se siete il signor abate solo per il fatto che avete la chierica e portate un collarino e una mantellina, e ve ne state lì alla posta di qualche beneficio, il nome d’abate non lo meritate.

Gli antichi monaci chiamarono così il superiore che essi eleggevano. L’abate era il loro padre spirituale. Quanti significati diversi assumono, col passare del tempo, gli stessi nomi! L’abate spirituale era un povero a capo di tanti altri poveri; ma i poveri padri spirituali giunsero poi ad avere duecento, quattrocentomila franchi di rendita; e ci sono, oggi, in Germania, dei poveri padri spirituali che posseggono un reggimento di guardie.

Un povero che ha fatto giuramento d’essere povero e che, di conseguenza, diventa sovrano! Già lo si è detto; e va ridetto mille volte: questo è intollerabile. Le leggi protestano contro questo abuso, la religione se ne indigna, e i veri poveri, nudi e affamati, assordano il cielo di lamenti davanti alla porta del signor abate.

Li sento rispondere, i signori abati d’Italia, di Germania, delle Fiandre, della Borgogna: «E perché non dovremmo accumulare anche noi ricchezze ed onori? Perché non dovremmo essere principi? I vescovi lo sono. Una volta erano poveri come noi, e poi si sono arricchiti, si sono innalzati; uno di loro è ora più in alto dei re; lasciate che li imitiamo per quel che ci è possibile.»

Avete ragione, signori; invadete la terra; essa appartiene ai forti e ai furbi che se ne impossessano. Avete approfittato dei tempi dell’ignoranza, della superstizione, della demenza per spogliarci delle nostre eredità e calpestarci; per ingrassarvi con le sostanze degli sventurati: tremate, chissà che non arrivi il giorno della ragione.

* VOLTAIRE, Dizionario filosofico

(1) Accenno a una canzoncina dell’epoca in cui un abate cammina furtivamente al buio, correndo il rischio di rompersi il collo, "pou voir les demoiselles" (Voltaire, Dizionario filosofico, Bur, Milano 1979, p. 47).
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 20/10/2012 06.50
Titolo:QUALE "PADRE NOSTRO? QUALE CHIESA?
NOTA

«Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri»:

Il convegno autoconvocato sul Concilio, tenutosi a Roma il 15 settembre, si è chiuso con la relazione di Raniero La Valle, Il Concilio nelle vostre mani. Il vento di aria pura è rimasto imprigionato nel "cupolone dei cupoloni". L' "urlo" di un don Mazzolari o di un don Milani è rimasto strozzato in gola....

AVERE IL CORAGGIO di dire ai nostri giovani-vecchi "cattolici" e alle nostre giovani-vecchie "cattoliche" che sono tutte sovrane, tutti sovrani!!! Un nodo ancora non sciolto....

"Sulla riforma della chiesa e delle sue strutture il Concilio è rimasto ai nastri partenza. La Chiesa anticonciliare ha bloccato la collegialità e ha rafforzato i vincoli di dipendenza gerarchica» ma una Chiesa nuova è possibile" (Raniero La valle)

MA QUALE CHIESA, DI QUALE DIO?!

AMORE (PIENO DI GRAZIA): "DEUS CHARITAS EST" (1 Gv. 4.8)

O

MAMMONA (PIENO DI VALORI)": "DEUS CARITAS EST" (Benedetto XVI, 2006)?!

"Di quale Dio parliamo quando parliamo di Dio, e di quale Dio parlano quando parlano di Dio? La domanda è cruciale. Infatti non è per niente chiaro, non è sempre lo stesso, e sovente non è un Dio innocuo" (Raniero La Valle, "Se questo è un Dio", pag. 9)

SPEGNERE IL "LUMEN GENTIUM" E INSTAURARE IL POTERE DEL "DOMINUS IESUS". Il disegno di Ratzinger - Benedetto XVI. Due testi a confronto, con alcune note:

http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/filosofia/interventi_1346344417.htm

NONOSTANTE LA PRESENZA DI RANIERO LA VALLE, L’AFFOLLATA ASSEMBLEA DI ROMA NON HA POSTO LA QUESTIONE ALL'ALTEZZA DEL NOSTRO TEMPESTOSO STORICO PRESENTE !!!

CONFIDIAMO E ASPETTIAMO!

SIAMO SOLO A 50 ANNI DALL’INIZIO DEL CONCILIO VATICANO II ....

Federico La Sala (18 SETTEMBRE 2012)
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 20/10/2012 08.59
Titolo:IL PATTO DELLE CATACOMBE E LA CONFERENZA DI MEDELLIN ....
40 ANNI DOPO LA CONFERENZA DI MEDELLIN

di José Comblin

Il documento di Aparecida proclama con molta forza di volersi porre in continuità con la Conferenza di Medellín. Tale affermazione ha rallegrato molti cattolici che avevano l’impressione che in America Latina la Chiesa si fosse allontanata da Medellín. Tuttavia, guardando con più attenzione ai documenti delle due conferenze, è impossibile non percepire differenze fondamentali.

Il Documento di Medellín intendeva applicare il Concilio Vaticano II in America Latina. Effettivamente, a Medellín il messaggio basilare veniva dalla Gaudium et Spes. Ma la Conferenza di Medellín era anche un’applicazione del Patto delle Catacombe firmato da 40 vescovi in una catacomba di Roma alla fine del Concilio. Con questo patto i vescovi assumevano l’impegno di una vita povera al servizio dei poveri. Molti di coloro che firmarono il Patto erano vescovi del Terzo Mondo e c’era tra loro un gruppo importante di latinoamericani. È chiaro che c’era dom Helder Câmara all’origine di questo Patto. Ed esso era nell’aria a Medellín, nonostante, per ovvie ragioni, non venisse mai menzionato.

La Curia romana era diffidente, malgrado Paolo VI avesse accettato la proposta di Medellín con grande soddisfazione. Così, cambiò qualcosa della programmazione per ridurre la durata degli interventi di vescovi come Leonidas Proaño, assegnando la metà del suo tempo a dom Eugenio Sales, che era pienamente affidabile e naturalmente sarebbe stato molto più moderato. La curia romana eliminò anche dalla lista degli assessori quattro belgi, tutti legati all’Uni-versità di Lovanio, ritenuta pericolosa. Io ero uno dei quattro. Ma la curia, rappresentata a Medellín dal cardinal Samoré, uno dei tre presidenti, non riuscì ad orientare i dibattiti e la redazione del documento, che venne pubblicato immediatamente al termine della Conferenza così come era stato redatto dalle commissioni. Il card. Samoré non riuscì a sospendere la pubblicazione del testo prima che fosse inviato a Roma per le correzioni. Al suo ritorno a Roma, il cardinale venne severamente punito. Ma ormai il documento era nelle mani dei latinoamericani.

Dalla Rivoluzione Francese, che aveva iniziato il processo di distruzione della cristianità dell’Occidente (romana), fino al Vaticano II, i documenti della Chiesa erano basati sulla riaffermazione dell’identità cattolica, identificata con l’istituzione definita nel Concilio di Trento, e sull’invito alla conversione ai popoli che si erano allontanati dalla Chiesa. Si credeva che la formulazione del cattolicesimo integrale avrebbe condotto alla conversione del mondo peccatore, che sarebbe tornato al seno materno della Chiesa. Il processo a cui si anelava era la conversione del mondo alla Chiesa. E il mondo non si era convertito.

Giovanni XXIII volle cambiare questo orientamento. Volle che la Chiesa guardasse al mondo in maniera più positiva e proclamò la fine dell’era delle condanne. Condanne che ricadevano sui cattolici che miravano ad un avvicinamento alla nuova società nata dalle rivoluzioni moderne. Giovanni XXIII creò nel Concilio un ambiente favorevole a questa posizione, ma non tutti quelli che votarono a favore dei testi conciliari compresero e approvarono interiormente. D’altra parte tali testi sono molto eterogenei, perché la maggioranza volle accontentare la minoranza conservatrice inserendo idee che erano contrarie a quello che si proclamava in altre parti. Ciascuno poteva scegliere i testi di proprio gradimento.

Il Concilio avanzò sempre più sulla linea data da papa Giovanni XXIII, che venne assunta da Paolo VI. Il passo finale e definitivo fu dato nella Gaudium et Spes. In questa Costituzione la Chiesa prese ad orientamento il servizio all’umanità. Implicitamente il tema dominante è quello di una conversione della Chiesa al mondo. È ciò che Paolo VI sottolineò e difese chiaramente nel suo discorso di chiusura. Il centro era l’essere umano e la Chiesa era al servizio dell’essere umano.

Conversione del mondo alla Chiesa o conversione della Chiesa al mondo. Questo è il dilemma. Fin dall’introduzio-ne, il Documento di Medellín definisce chiaramente il proposito della Conferenza. "La Chiesa latinoamericana, riunita nella II Conferenza Generale del suo Episcopato, ha posto al centro della sua attenzione l’uomo di questo continente, che vive un momento decisivo del suo processo storico. Ma in questo modo non crede di aver ‘deviato’, bensì di essere ‘tornata verso l’uomo’, cosciente del fatto che, ‘per conoscere Dio, è necessario conoscere l’uomo’. Poiché Cristo è colui in cui si manifesta il mistero dell’uomo. La Chiesa ha cercato di comprendere questo momento storico dell’uomo latinoamericano alla luce della Parola che è Cristo. Ha cercato di essere illuminata da questa parola per prendere coscienza in maniera più profonda del servizio che le tocca prestare in questo momento".

Così, invece, inizia l’introduzione del Documento de Aparecida:

"Con la luce del Signore resuscitato e con la forza dello Spirito Santo, noi vescovi d’America ci siamo riuniti ad Aparecida, Brasile, per celebrare la V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi. Lo abbiamo fatto come pastori che vogliono continuare a stimolare l’azione evangelizzatrice della Chiesa, chiamata a fare di tutti i suoi membri dei discepoli e missionari di Cristo, Via, Verità e Vita, perché i nostri popoli abbiano vita in Lui".

Fin dalle prime parole, la differenza è evidente. In un caso il centro è l’essere umano, nell’altro è la Chiesa. In entrambi c’era un’opzione di base e tutto il lavoro delle due assemblee è consistito nell’esplicitare tale opzione esaminandola nei diversi aspetti.

Altra differenza importante appare nella metodologia adottata. A Medellín le 16 commissioni seguirono il metodo del vedere, giudicare e agire. In ogni questione il punto di partenza era quello di vedere la situazione; quindi si cercava nella rivelazione cristiana la norma che si applicava a quella situazione, il giudicare; infine, venivano le raccomandazioni pastorali per l’azione, l’agire.

Nel documento di Aparecida, l’insieme del testo è diviso in tre parti: una affronta il vedere, un’altra il giudicare e la terza l’agire. Alcune commissioni hanno esaminato la situazione, altre la dottrina, e altre ancora l’azione. Il risultato è che non appare alcuna relazione tra il vedere, il giudicare e l’agire. L’agire non ha nulla da spartire con il vedere e così via. Ufficialmente ad Aparecida i vescovi hanno adottato il metodo del vedere, giudicare a agire, ma in maniera non operativa. Non si può dire che la dottrina sia la risposta alla situazione dell’America Latina. Essa vale per qualunque luogo al mondo. E neppure l’agire è la risposta alla situazione sociale o ecclesiale.

A Medellín ogni commissione redasse il suo testo. Ad Aparecida il testo è stato opera di una commissione di redazione. Il risultato è che nel documento di Aparecida c’è maggiore omogeneità di stile e di vocabolario e più coesione tra i temi. Ma il discorso dei vescovi è soffocato dal discorso della commissione di redazione. Il testo è migliore dal punto di vista letterario e più omogeneo, ma ha molta meno ripercussione.

Il documento di Medellín è chiaramente centrato sul tema della povertà. Esso fu il prolungamento del Patto delle Catacombe. In tale opzione possiamo discernere il riconoscimento della conversione di vari vescovi e vari sacerdoti in America Latina, che si avvicinarono ai poveri, convivendo con essi, soffrendo e vivendo il loro dolore e le loro umiliazioni. Tutto questo già esisteva prima di Medellín. C’era già la traiettoria di dom Helder Câmara e di vari vescovi del Brasile che avevano fatto l’opzione per i poveri. C’era già la lotta di Leonidas Proaño a favore degli indios in Ecuador, di José Dammert in Perú, di Samuel Ruiz in Messico, di Enrique Angelelli in Argentina e di vari altri. C’era già la marcia di vari sacerdoti verso il mondo dei poveri in vari Paesi. E c’era la presenza di Paolo VI, animato dal Concilio e fortemente impegnato in questa linea, che esortava i vescovi ad un maggiore impegno con i poveri.

"La Chiesa dell’America Latina, considerate le condizioni di povertà e di sottosviluppo del continente, avverte l’urgenza di tradurre questo spirito di povertà in gesti, comportamenti e norme che la rendano un segno più chiaro ed autentico del Signore. La povertà di tanti fratelli esorta alla giustizia, alla solidarietà, alla testimonianza, all’impegno, allo sforzo per il suo superamento per il compimento pieno della missione salvifica affidata da Cristo" (14. Pobreza de la Iglesia, 6).

Per questo Medellín aveva accenti profetici: "Un sordo clamore proveniente da milioni di esseri umani chiede ai loro pastori una liberazione che non arriva loro da nessuna parte" (14. Pobreza de la Iglesia, 2).

L’educazione sarebbe stata un’"educazione liberatrice", cioè in grado di trasformare l’educando in soggetto del proprio sviluppo". L’educazione è effettivamente lo strumento chiave per liberare i poveri da ogni sottomissione" (4. Educación, II, 1).

Medellín non aveva quindi paura della parola liberazione. La usò molte volte senza alcun aggettivo. Adottò il tema della liberazione quando la Teologia della Liberazione ancora non esisteva. A lanciare la Teologia della Liberazione fu la Conferenza di Medellín. Questo non venne mai nascosto e tutti i teologi presero Medellín come riferimento privilegiato.

Le raccomandazioni pratiche erano ispirate allo stesso spirito. "Riguardo ai sacerdoti, incoraggeremo quanti si sentono chiamati a condividere la sorte dei poveri, vivendo con loro e lavorando con le loro stesse mani" (14. Pobreza de la Iglesia, 9a).

Quanto alla pastorale delle élite, "questa evangelizzazione deve relazionarsi ai segni dei tempi. Non può essere atemporale né astorica. I segni dei tempi osservati nel nostro continente, soprattutto nella sfera sociale, costituiscono infatti un ‘dato teológico’". (7. Pastoral de las elites, II, 2).

Il Documento di Medellín non ha paura della parola giustizia. L’uso o meno della parola è un buon segnale di identificazione. Le classi dirigenti hanno orrore della parola giustizia. Si sentono sfidate. La povertà è ancora una parola accettabile, ma mai quando è associata alla parola giustizia. È un buon esercizio cercare quante volte un documento usi questa associazione tra povero e giustizia. L’opzione per i poveri non spaventa molto quando non è associata a questa parola.

La ripercussione di Medellín fu straordinaria. La Conferenza di Puebla volle porsi in continuità con Medellín: "Ci siamo posti nella dinamica di Medellín, la cui visione della realtà abbiamo assunto, diventata fonte di ispirazione per tanti dei nostri documenti pastorali dell’ultimo decennio" (Puebla, n. 25).

José Marins ha condotto uno studio dei documenti ispirati a Medellín fino a Puebla. Egli cita 457 documenti di conferenze episcopali o gruppi di vescovi ispirati esplicitamente al Documento di Medellín. In testa c’è il Cile con 70 documenti, seguito dalla Bolivia con 53, dal Brasile con 50, da El Salvador con 41, dalla Colombia con 33, dall’Argentina con 30 (José Marins e la sua équipe, De Medellín a Puebla. La praxis de los padres de América Latina, ed. Paul., Sao Paulo, 1979).

Era prevedibile che il Documento di Medellín non suscitasse solo adesioni. Gli furono rivolte anche critiche. Le più gravi da parte dello stesso Celam, la cui direzione venne radicalmente cambiata nel 1973, soprattutto grazie all’azione di Alfonso López Trujillo, segretario generale e organizzatore della Conferenza di Puebla. Il grande argomento ripetuto instancabilmente fu che la Conferenza di Medellín era stata male interpretata. Nei suoi propositi, la Conferenza di Puebla avrebbe dovuto rettificare le false interpretazioni di Medellín.

A Puebla non si produsse l’attesa rettifica. Per molti aspetti, Puebla rese più esplicito quanto c’era a Medellín. Tuttavia l’argomento della falsa interpretazione di Medellín ebbe lunga vita negli ambienti conservatori.

Molti storici, osservatori, sociologi, teologi e pastori hanno ritenuto che a Medellín la Chiesa latinoamericana avesse raggiunto la piena maturità. Che avesse pensato e parlato a nome proprio. Che avesse guardato a se stessa con occhi propri e non con occhi altrui. Medelllín andò oltre il Concilio Vaticano II, soprattutto rispetto alla questione della povertà. Giovanni XXIII voleva che si proclamasse la Chiesa dei poveri. Malgrado gli sforzi del cardinal Lercaro, non riuscì a farsi comprendere. Ma il tema venne assunto dai leader dell’episcopato latinoamericano e divenne l’anima e il centro della Conferenza di Medellín. La Chiesa latinoamericana assunse un proprio atteggiamento che le attribuì nel mondo un carattere molto speciale.


Adista. Archivio anno 2008. Adista Documenti n. 60

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Dottrina della fede secondo Ratzinger

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