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Crisi del papato

di Marcello Vigli

Una riflessione sul libro di Marco Politi sul pontificato di papa Ratzinger presentato a Roma il 16 novembre 2011


Giunti al termine della stimolante lettura del libro Joseph Ratzinger crisi di un papato (*) ci si interroga se Marco Politi non abbia, in verità, diagnosticato la crisi del papato, almeno nella forma proposta da Giovanni Paolo II che sconfessa quella ipotizzata dal concilio Vaticano II.

Il libro è, infatti, una documentata analisi dell’inadeguatezza di Joseph Ratzinger a “governare” la Chiesa, ma anche delle responsabilità della Curia romana. Nei suoi confronti l’autore mostra simpatia e ne riconosce le doti personali di teologo, l’attaccamento alla Chiesa e lo sforzo di essere all’altezza del compito che gli è stato affidato, ma rileva altresì che nei sette anni di pontificato si è rivelato inesperto e per di più incapace di affermarne il ruolo nelle dinamiche socio politiche a livello planetario. Lo fa ricordando fatti, esaminando documenti e riportando pareri autorevoli. Lo fa con cura e abbondanza di particolari che potrebbero sembrare eccessivi se la posta in gioco non fosse così alta: analizzare il fallimento non solo del pontificato di Benedetto XVI, ma, implicitamente, dei ventisei del suo predecessore la cui eredità è stato chiamato a gestire.

Joseph Ratzinger, diretto collaboratore di papa Woytjla – occupato a dare veste teologica alle [sue] profetiche fughe in avanti – in qualche modo è stato da lui designato nel suo ultimo anno di vita con la scelta di fargli presiedere la tradizionale via crucis a Roma, ma soprattutto con l’innovazione nel sistema di voto all’interno del conclave che ha favorito la sua elezione, considerata impossibile alla vigilia perché troppo schierato, “polarizzato” secondo il gergo curiale. Lo stesso Papa Benedetto appena eletto ha abolito la nuova normativa che, in netto contrasto con una tradizione secolare, eliminando l’obbligo di raggiungere due terzi dei voti per l’elezione dl papa, consentiva alla maggioranza semplice del collegio cardinalizio di prevalere, pur se dopo un certo numero di votazioni.

Per di più fra i due non c’è soluzione di continuità nella linea di governo sulle questioni essenziali: rimozione del Concilio nel suo tentativo di far pace con il mondo; negazione della collegialità; esautorazione delle Conferenze episcopali; cancellazione della Teologia della liberazione; scarso impegno per l’ecumenismo.

Diverso, però, è lo stile e, se la forma è spesso sostanza, è facile per molti sottolineare le differenze che lo stesso Politi non ignora rilevando sia la diversità nella valutazione dell’importanza dei media e nel diverso modo di relazionarsi con la stampa, sia proprio lo stile di governo solitario, che non fa leva su consultazioni proprio di papa Ratzinger. Di questo stile l’autore trova conferma nella lettera personale - fatto eccezionale che, a suo avviso, segna un punto di non ritorno del pontificato ratzingeriano - inviata ai vescovi nel marzo del 2009. In essa, fra l’altro, il papa si considera Colpito con un’ostilità pronta all’attacco e Trattato con odio senza timore e riserbo.

Nei confronti dell’eredità conciliare la continuità con papa Woytjla è, invece, innegabile.

Nulla concede alle spinte innovatrici anzi si attiene scrupolosamente al famoso Rapporto sulla fede da lui stesso stilato nel 1985 quando era Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nel quale dettava le linee per una corretta interpretazione dei documenti conciliari. Diventato papa le ha confermate nel discorso alla curia del 2005 che rappresenta una pietra angolare del pontificato ... indica come tesi ufficiale la concezione di una Chiesa che si sviluppa “rimanendo però lo stesso unico soggetto”. In questo contesto Ratzinger pone la questione centrale del rapporto fra chiesa e modernità.

Per ottenerne l’attuazione richiama all’ordine quelli fra i vescovi che non si allineano e persegue sistematicamente i promotori della Teologia della Liberazione, assunta come obiettivo da abbattere,. Impone la difesa dell’esistente sulle questioni di maggiore attualità per la vita interna della Chiesa: il celibato dei preti, il sacerdozio alle donne, la comunione ai divorziati. Non rifiuta momenti di conflitto con le conferenze episcopali su questi temi e per le sue autonome scelte nella nomina dei nuovi vescovi.

Diverso è, però, il suo atteggiamento nei confronti degli scismatici seguaci di Lefebvre ai quali toglie la scomunica impartita dal suo predecessore, finendo in un ginepraio di contestazioni anche perché di tale provvedimento fruisce anche uno dei vescovi, illegittimamente consacrati della Fraternità San Pio X, noto per le sue dichiarazioni negazioniste nei confronti della Shoah. Ne risente il rapporto con gli ebrei e con Israele, che contestano anche la già concessa riesumazione della messa tridentina perché nelle sue preghiere mantiene la colpevolizzazione dei giudei come responsabili della morte di Gesù.

Scatena un’altra tempesta nel 2006 con il noto discorso pronunciato a Regensburg. Aggravata dalla gestione delle polemiche suscitate, è analizzata nei suoi diversi aspetti da Politi, che ampio spazio dedica alle sue implicazioni nei rapporti fra Chiesa e Islam. Mette a confronto, infatti, il successivo intervento riparatore in Turchia, dove nella Moschea Blu di Istanbul il papa prega a fianco del muftì che lo ha accolto, con il ricordo del battesimo da lui solennemente impartito un anno dopo al saggista mussulmano Magdi Allam per concludere: Difficile vedere una coerenza in questo alternarsi di gesti e controgesti papali.

Altrettanta attenzione l’autore dedica all’altro momento di aperto conflitto fra Benedetto XVI e l’opinione pubblica mondiale esploso tre anni dopo alla vigilia del suo viaggio in Africa, in seguito alla condanna dell’uso del preservativo nella lotta contro l’Aids, da lui denunciato come fonte della diffusione della malattia.

Su questa dichiarazione i media sono stati impietosi, così come sono restati diffidenti nel commentare l’azione del papa per arginare le conseguenze del diffondersi delle notizie sugli episodi di pedofilia. Politi non solo documenta l’opera in questo campo di Ratzinger, cardinale prima e poi papa, ma anche si pone l’interrogativo: Esiste un Ratzinger prima e seconda maniera? In assenza, a suo avviso, di elementi sufficienti per una risposta soddisfacente colloca il suo impegno nel dispiegarsi nel tempo della serie di interventi infelici [che] mostrano a livello mondiale un Vaticano piombato nel caos, in cui si intrecciano maldestramente la difesa d’ufficio della Chiesa, il riformismo ratzingeriano, la ricerca di capri espiatori esterni, il fantasma ricorrente di cospirazioni ad opera di nemici della Chiesa .

In questo contesto l’azione di Benedetto XVI si rivela impegnata a far pulizia ai diversi livelli e a coinvolgere le conferenze episcopali. Quasi tutte si attrezzano per intervenire tempestivamente quando vengono segnalati casi di pedofilia da parte di preti e religiosi, ma non quella italiana che si caratterizza per il suo immobilismo organizzativo. Proprio in questa, che dipende direttamente dal papa, l’esigenza di chiarezza urta contro un muro di gomma e si sviluppa una forte resistenza ad istituire un osservatorio nazionale, a prendere provvedimenti esemplari e a collaborare con la giustizia civile. Fa eccezione il vescovo di Bolzano.

In verità l’impegno del papa nel procedere contro casi di corruzione coperti da complicità all’interno della Curia romana si rivela più efficace negli interventi per smascherare la doppia vita di Marcial Marcel Degollado fondatore e padrone indiscusso della congregazione dei Legionari di Cristo. Protetto dalla Curia e benedetto da Giovanni Paolo II aveva ampiamente abusato di giovani seminaristi, convissuto con donne, da cui aveva avuto figli, accumulato grandi ricchezze con cui aveva comprato complicità e silenzi. Solo nel 2010 Benedetto XVI vince definitivamente il muro dei silenzi e le resistenze dei suoi protettori costringendolo a lasciare la guida dei Legionari.

La ricognizione del fatto offre a Politi l’occasione per presentare numerosi altri casi di corruzione ed abusi con dovizia di particolari suffragati dall’indicazione di fonti, varie e attendibili, costituite dai documenti ufficiali, da ricerche giornalistiche, da confidenze di uomini di Curia ed anche dai dossier di Wikileaks.

Ne emerge che i tentativi di moralizzazione messi in atto dal nuovo papa sono stati ostacolati dalla Curia: il caso Maciel mostra che papa Ratzinger nel suo cammino di riforma è arrivato di fronte a un muro. Lo conferma implicitamente lo stesso papa quando spiega ai giornalisti che la Chiesa non è tanto minacciata da nemici esterni ma dal “peccato della Chiesa e che la Chiesa quindi ha profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia”. In Curia si preferisce dar credito alla teoria del complotto: In Vaticano, invece di avviare un riesame autocritico, la reazione abituale è di agitare lo spettro di cospirazioni.

Ne emerge, però, anche l’incapacità del nuovo papa a gestire questa Curia, lasciatagli in eredità da papa Woytjla, nella quale mal si sopporta la scelta di Tarcisio Bertone come Segretario di Stato e la mancanza di contatti diretti con i responsabili degli altri settori: lo chiamano l’uomo dei dossier.

Il clima che si è creato è quello di non disturbare il manovratore, il papa mantiene, infatti, il suo stile di governo solitario: pur se è timido s’impunta a difendere le proprie idee sostiene un cardinale del nord Europa.

Non mantiene, invece, quanto aveva promesso all’inizio del suo pontificato quando dichiarò che avrebbe convocato regolarmente i concistori, le riunioni dell’intero collegio cardinalizio. Né presta ascolto alle proposte di riforma, che pure non mancano, provenienti da teologi e ordini religiosi. Con gli anni, sostiene Politi, Ratzinger che non ha mai presentato un vero programma di governo, ha spostato l’accento dalla progettualità alla predicazione.

A questa attività predicatoria Politi, in verità, dedica scarsa attenzione, preferendo la conoscenza circostanziata dei “fatti” all’analisi delle encicliche - cita solo la Caritas in veritate sottolineandone l’attualità - alla ricognizione degli studi sulla figura di Gesù e delle altre esternazioni teologiche. La predicazione, a suo avviso, mal si concilia con la funzione di governo. Proprio dal suo affidarsi a schemi teorici nella valutazione degli eventi deriverebbe l’insufficiente attenzione alla dimensione storica e geopolitica in cui vengono a cadere gli interventi papali Questa attenzione era stata, invece, molto forte in Giovanni Paolo II che era così riuscito a farsi ascoltare come portavoce dei diritti umani su scala globale.

L’emergere ormai a livello mondiale di questo quadro produce discredito e isolamento crescente della Santa sede nell’opinione pubblica, ma anche sconforto e disorientamento fra i cattolici che, in gran numero si allontanano dalla comunità ecclesiale, come emerge dal calo di presenze alle sue udienze e soprattutto della diminuzione dell’obolo di San Pietro.

In Italia il fenomeno si manifesta meno evidente per la scelta del suo predecessore, ispirata e resa operativa dal cardinale Ruini, di sostenere il governo Berlusconi Il suo appoggio negli ultimi anni ha reso più visibile e determinante la presenza politica della gerarchia cattolica.

Anche Ratzinger, da papa, non ha mancato di riaffermare in molteplici occasioni che la difesa dei principi cosiddetti “non negoziabili” è prioritaria per i cattolici impegnati in politica e criterio inderogabile per stipulare le alleanze, come aveva già fatto in una sua Nota dottrinale da Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Sulla situazione che ne deriva si sofferma l’autore ricordando tra gli altri il caso Boffo. Accusato da Vittorio Feltri su Il Giornale, Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, quiotidiano della Conferenza episcopale italiana, fu costretto a dimettersi, nonostante l’accusa in seguito si rivelasse falsa, perché la gerarchia ecclesiastica non voleva lo scontro. Un collaboratore del cardinale Ruini racconta qualcosa di più “La gerarchia temeva che si scatenasse contro la Chiesa una campagna su scandali sessuali condotta senza esclusione di colpi". A questa sostanziale subalternità forse fa riferimento lo stesso Politi quando scrive l’8 novembre 2011 su Il Fatto quotidiano che, al precipitare della crisi del berlusconismo, il Vaticano arriva smarrito e disorientato.

A fronteggiare ben altra crisi appare impreparato il papato con la sua curia: la crisi “globale” che il mondo sta attraversando. A chi ne cerca la ragione Politi con il suo libro offre una risposta la lobby pro Ratzinger che spinse in avanti il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede non aveva un progetto di respiro per il futuro della Chiesa. La sua battaglia ebbe soprattutto un carattere difensivo, un moto di reazione al mondo contemporaneo... la questione cruciale era solo “lottare contro la secolarizzazione” .

Marco Politi Joseph Ratzinger crisi di un papato, Editori Laterza, Roma-Bari, 2011.

Roma, 9 novembre 2011



Sabato 19 Novembre,2011 Ore: 16:28
 
 
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Dottrina della fede secondo Ratzinger

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