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www.ildialogo.org PER LA SCALATA AL DUOMO DI MILANO, VECCHIE ASTUZIE E PAROLE AGGIORNATE.Scola: “Serve un nuovo umanesimo cristiano aperto alle altre religioni”. Un articolo di Andrea Tornielli - con una premessa,a c. di Federico La Sala

IN NOME DI DIO ("CHARITAS"), QUALE COMUNIONE E QUALE LIBERAZIONE?!:IL VECCHIO REGISTRO DEL LINGUAGGIO BIFORCUTO DELLA TEOLOGIA POLITICA COSTANTINIANA (Benedetto XVI, Deus caritas est") O IL LINGUAGGIO del BUON MESSAGGIO EVANGELICO DELLA "CHARITAS" AMBROSIANA?!
PER LA SCALATA AL DUOMO DI MILANO, VECCHIE ASTUZIE E PAROLE AGGIORNATE.Scola: “Serve un nuovo umanesimo cristiano aperto alle altre religioni”. Un articolo di Andrea Tornielli - con una premessa

Con ogni probabilità sarà (...) il patriarca di Venezia a succedere al cardinale Dionigi Tettamanzi sulla cattedra di Sant’Ambrogio, e questa eventualità è stata dipinta da qualcuno a tinte fosche, come una sorta di «normalizzazione», un cambiamento epocale rispetto agli episcopati di Carlo Maria Martini e dello stesso Tettamanzi (...)


a c. di Federico La Sala

 

PREMESSA SUL TEMA. Alcune note:

                                                                        INDIETRO NON SI TORNA....

 

Lo spirito di Assisi ... "Dominus Iesus": RATZINGER, LO "STERMINATORE DI ECUMENISMO". Un ’vecchio’ commento del teologo francescano Leonard Boff.

FINE DEL CATTOLICESIMO E DELLA CASTA ATEA E DEVOTA VATICANA. 

-  RIPENSARE L’EUROPA, IL CRISTIANESIMO E LA DEMOCRAZIA, A PARTIRE DALLA LEGGE DELLA UGUAGLIANZA ("LEY DE IGUALDAD") DEL GOVERNO DI ZAPATERO ...  CON LA SPAGNA DI "PUERTA DEL SOL", PER LA DEMOCRAZIA "REALE", SUBITO: RIPRENDERE IL FILO SPEZZATO DELL’UMANESIMO RINASCIMENTALE. IL MESSAGGIO DELLA "CAPPELLA SISTINA" CARMELITANA (1608) (Federico La Sala)

 

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Scola: “Serve un nuovo umanesimo cristiano aperto alle altre religioni”

di Andrea Tornielli (La Stampa, 21 giugno 2011)

Il «meticciato» di civiltà e culture è una prospettiva ormai «molto concreta» di fronte alle ondate migratorie provenienti dall’Africa subsahariana, destinate ad aumentare e provocate da «condizioni di vita insopportabili». Davanti a quanto sta accadendo i cristiani, senza «rinnegare nulla del Vangelo», devono stare «in mezzo agli altri uomini con simpatia», riscoprendo un umanesimo cristiano aperto «alle altre religioni». È la prospettiva offerta dal cardinale Angelo Scola nell’intervento inaugurale dei lavori dell’annuale incontro della rivista internazionale Oasis nell’isola veneziana di San Servolo, a cui partecipano vescovi mediorientali e studiosi, per interrogarsi e discutere sulla «nuova laicità» e sull’«imprevisto» delle rivolte in Nord Africa. Una prospettiva di incontro, di dialogo, di ascolto per cercare di comprendere in profondità i fenomeni emergenti in quelle società e i riflessi inevitabili sulla vita dell’Occidente. Un approccio abituale per Scola, il quale dal 2004 ha dato vita alla rivista e a questo gruppo di lavoro, ma che assume un significato particolare in questi giorni di attesa per l’annuncio del nome del nuovo arcivescovo di Milano, previsto la prossima settimana.

Con ogni probabilità sarà infatti proprio il patriarca di Venezia a succedere al cardinale Dionigi Tettamanzi sulla cattedra di Sant’Ambrogio, e questa eventualità è stata dipinta da qualcuno a tinte fosche, come una sorta di «normalizzazione», un cambiamento epocale rispetto agli episcopati di Carlo Maria Martini e dello stesso Tettamanzi. Ha volato più alto domenica, dalle colonne di Repubblica, l’arcivescovo uscente, che accennando alla necessità di proseguire nel dialogo interreligioso e nell’integrazione, si è rimesso alla «sensibilità del nuovo pastore». Ieri mattina a San Servolo, Scola ha preso la parola da patriarca di Venezia, senza riferirsi in alcun modo al chiacchiericcio mediatico che lo riguarda. Ma il suo intervento è illuminante anche nella prospettiva dell’eventuale successione a Milano.

Riferendosi alle rivolte in Nord Africa, il cardinale ha osservato come siano scoppiate in contesti di povertà, «in ambito giovanile», con la richiesta ricorrente di lavoro. È sembrato condividere l’analisi di quegli studiosi che affermano che la grande «onda d’urto» dei flussi migratori debba ancora arrivare: «Dietro le popolazioni magrebine - ha detto - premono quelle dell’Africa subsahariana, con i giovani che vedono i loro coetanei emigrati in Europa guadagnare 500 euro al mese, una cifra che loro, nei rispettivi Paesi, non riescono a mettere insieme in un anno». Ecco perché Scola, in nome del realismo, afferma che non si può continuare così, «senza intervenire radicalmente sull’attuale sistema economico». «Non è soltanto una questione etica - aggiunge - come spesso si sente ripetere in alcuni ambienti. È un’impossibilità pratica». Proprio per questo Benedetto XVI ha dedicato un’enciclica, la «Caritas in veritate», all’elaborazione di una «nuova ragione economica».

Il cardinale ha quindi ricordato di essere stato ridicolizzato quando sette anni fa, sulla scia degli interrogativi aperti dopo gli attacchi dell’11 settembre, lanciò la provocazione sul «meticciato» di culture e di civiltà come prospettiva per il prossimo futuro. Ora «la demografia suggerisce che il fenomeno potrebbe assumere anche tratti molto concreti e, come la storia ci ricorda, non poco dolorosi». Ecco dunque la necessità di «conoscere i processi per cercare di orientarli», richiamando l’Occidente alle sue responsabilità, dato che - osserva - la Tunisia, dalla quale «dobbiamo imparare», sta accogliendo «molti più profughi di quanto non faccia la nostra stanca, passiva e vecchia Europa».

Scola invita a guardare alle rivolte nordafricane al di là dei vecchi cliché, anche quelli sulla laicità,che non va interpretata come «categoria assoluta dello spirito di cui si attende il manifestarsi (finalmente) anche nelle civiltà non europee». E dunque senza considerare il rapporto con l’islam nello stesso modo in cui gli Stati europei gestiscono i rapporti con la Chiesa. Serve una «nuova laicità» come ricerca «di un criterio per regolare lo spazio della convivenza possibile». Il cardinale non considera le rivolte del Nord Africa alla stregua della caduta del comunismo nel 1989. Piuttosto, aggiunge, «si possono forse paragonare al Sessantotto» e come in quel caso esiste il rischio che vengano egemonizzate e strumentalizzate.

Ma è la parte finale della relazione di Scola a contenere un’indicazione di metodo, attuale seppure antichissima. Il cardinale la trae dall’antica Lettera a Diogneto, fatta riecheggiare un mese fa da Benedetto XVI durante la sua visita a Venezia: «Non rinnegate nulla del Vangelo in cui credete, ma state in mezzo agli uomini con simpatia, comunicando nel vostro stesso stile di vita quell’umanesimo che affonda le sue radici nel cristianesimo, tesi a costruire insieme a tutti gli uomini di buona volontà una città più umana, più giusta e solidale».

Una sottolineatura molto significativa, che prevede «come sua dimensione intrinseca l’apertura alle altre religioni e agli uomini di buona volontà». Avendo sempre come orizzonte «la testimonianza», quella che hanno offerto pagando con il loro sangue due figure straordinarie che Scola ricorda concludendo il suo intervento: il vescovo Luigi Padovese, assassinato in Turchia un anno fa, e il ministro pakistano Shahbaz Bhatti, «martire di Cristo e grande paladino della lotta contro l’iniqua legge della blasfemia». 



Martedì 21 Giugno,2011 Ore: 17:55
 
 
Commenti

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Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 21/6/2011 18.02
Titolo:Scola a Milano, la rivincita del vescovo di Cl ...
Scola a Milano, la rivincita del vescovo di Cl

Il patriarca di Venezia pronto a succedere a Tettamanzi. Nel 1970 fu cacciato dalla diocesi ambrosiana: per "settarismo". Obbediva solo a don Luigi Giussani e non riconosceva altre autorità *

“Per la Chiesa ambrosiana sarà un trauma. Se davvero Angelo Scola sarà scelto come prossimo arcivescovo di Milano, sulla diocesi più grande del mondo, l’arcidiocesi di Giovanni Battista Montini e di Carlo Maria Martini, piomberà un macigno. Non riesco a crederlo possibile: sarebbe, anche per il clero ambrosiano, uno strappo culturale e pastorale lancinante”.

Chi manifesta queste preoccupazioni, a condizione di aver garantito l’anonimato, è un personaggio che ha avuto un ruolo nella storia della diocesi di Milano. Con lui, sono molti i preti e i laici impegnati nelle strutture ecclesiali che sono seriamente allarmati per il possibile arrivo di monsignor Scola nella curia di piazza Fontana. Sarebbe la grande rivincita: fu cacciato dalla diocesi di Milano nel 1970, tanto che dovette andare a farsi ordinare sacerdote a Teramo, e ora tornerebbe nella Chiesa di Ambrogio da trionfatore. L’attuale arcivescovo, Dionigi Tettamanzi, a settembre si ritirerà in pensione. Il candidato favorito a sostituirlo è il patriarca di Venezia Angelo Scola, che gode della fiducia di papa Benedetto XVI.

Angelo Scola nasce a Malgrate, non distante da Lecco, nel 1941. Maturità al liceo classico Manzoni di Lecco, poi laurea in filosofia all’Università Cattolica di Milano. Intanto però Angelo ha fatto l’incontro che gli cambia la vita: quello con “il Gius”, don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e liberazione. Decide, adulto, di diventare prete. Entra nel seminario diocesano milanese: un anno a Saronno, poi a Venegono, dove si compiono gli studi teologici. Ma alla vigilia dell’ordinazione, il rettore Attilio Nicora decide di “fermare” il giovane Scola.

Il seminario milanese ha una tradizione antica e prestigiosa, che risale a San Carlo Borromeo: non può tollerare che alcuni seminaristi vivano tra i chiostri silenziosi di Venegono come fossero un corpo separato, senza riconoscere davvero l’autorità dei superiori, dei professori, dei teologi, del padre spirituale, perché hanno i loro maestri, i loro superiori, i loro teologi, i loro padri spirituali. Monsignor Nicora spiega ai ciellini che non possono usare il seminario ambrosiano come fosse un taxi. Così viene bloccato Angelo Scola, ma hanno qualche difficoltà anche Massimo Camisasca, Luigi Negri, Marco Barbetta, altri pupilli di “don Gius” che obbediscono a lui e solo a lui.

Cl s’incarica di trovare altre strade per far diventare prete Scola e anche gli altri faranno poi comunque carriera nella Chiesa. Il ventinovenne Angelo di Malgrate viene ordinato sacerdote il 18 luglio 1970 dal vescovo di Teramo, monsignor Abele Conigli, e poi parte per Friburgo, dove completa gli studi di teologia. Come gli altri preti ciellini vive in una sorta di extraterritorialità, fuori dalla diocesi, tanto che nel 1976, quando partecipa al primo convegno ecclesiale organizzato dalla Cei su “Evangelizzazione e promozione umana”, nel programma viene indicato come proveniente da Caserta.

Per capire la sua espulsione di fatto dal seminario maggiore ambrosiano, bisogna ricordare che cosa stava succedendo in quegli anni a Milano. Il gruppo di Giussani aveva occupato il settore giovanile dell’Azione cattolica ambrosiana, con grande imbarazzo del presidente, Livio Zambrini. Negli anni Sessanta, “il Gius” conquista Gioventù studentesca, “movimento d’ambiente” dell’Azione cattolica nelle scuole, trasformandola nel nucleo da cui nasce prima Undicesima ora, poi Comunione e liberazione. Con sapiente “entrismo”, colonizza il Settore giovani dell’Azione cattolica ambrosiana, ai cui vertici impone i ciellini Massimo Camisasca e Piera Bagattini. Angelo Scola era intanto diventato presidente della Fuci, l’organizzazione degli universitari cattolici. La campagna di conquista s’interrompe nel 1972.

L’assistente diocesano di Azione cattolica, don Antonio Barone, fiancheggiato dai giovani don Giovanni Giudici e don Erminio De Scalzi, va dal cardinale arcivescovo, monsignor Giovanni Colombo, e fa presente che la situazione non è più tollerabile. Si è insediata a Milano una Chiesa “parallela”, che risponde non al vescovo e ai preti e laici che hanno cariche formali, ma soltanto alla gerarchia invisibile di don Giussani. Il cardinale, dopo qualche tentennamento, interviene. Camisasca e Bagattini sono costretti a dare le dimissioni, sostituiti da Giorgio Vecchio e Antonietta Carniel. Ma “Don Gius” e i suoi non si danno per vinti. Spostano la guerra a Roma. Ottenendo importanti riconoscimenti prima da Giovanni Paolo II e ora da papa Ratzinger. Una sorte beffarda ha già voluto che Scola diventasse cardinale nel concistoro del 21 ottobre 2003, lo stesso che ha concesso la porpora anche ad Attilio Nicora, il rettore che lo cacciò da Milano. Ora, se arriverà nella diocesi ambrosiana come arcivescovo, la sua rivincita sarà completa.

* IL FATTO QUOTIDIANO, 19.06.2011

- http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/19/scola-a-milanola-rivincita-del-vescovo-di-cl/119964/
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 30/6/2011 10.34
Titolo:LA SCALATA I VERTICI DELLA CHIESA DEL CLUB DI "COMMUNIO" ....
La teologia di Ratzinger nella scelta di Scola

di Giancarlo Zizola (la Repubblica, 30 giugno 2011)

Un pontificato che si narra come proiezione dell’autobiografia di Joseph Ratzinger nelle scelte istituzionali. La nomina di Angelo Scola a Milano è l’ultima conferma della plausibilità di questa chiave interpretativa. Benedetto XVI ha un occhio di riguardo per le persone incrociate in passato.

È accaduto per Tarcisio Bertone, che deve il ruolo di segretario di Stato poco più che alla scrivania di segretario della Congregazione per la Dottrina accanto all’ufficio del prefetto. Come se un pezzo di burocrazia condivisa potesse garantire qualità per qualsiasi altro ruolo. In modo analogo, con il canadese Marc Ouellet a capo della Congregazione dei Vescovi e il patriarca Scola a Milano, si proietta ai vertici della Chiesa il club teologico di Communio, la rivista teologica fondata nel 1972 da Ratzinger con Urs von Balthasar e Henri de Lubac per competere con le visioni del riformismo radicale di Concilium. E l’ammirazione di Ratzinger per don Giussani, i cui funerali volle concelebrare a Milano, è la fonte riconosciuta di una predilezione papale per Cl, un movimento di cui Scola era seguace, anche se da anni non aveva ruoli privilegiati al suo interno.

Non è solo questione di fiducia personale, e neanche di medaglie al merito assegnate agli amici, ma di opzioni. Vi è bene un legame tra le ostinate affiliazioni lefebvriane del fratello prete Georg, da un lato, e - dall’altro - le precipitose assoluzioni dei vescovi dello scisma e le controriforme liturgiche con cui il papa ha dato via libera alla messa tridentina che va generando l’attuale baraonda intorno agli altari cattolici. Su un altro piano, una continuità autobiografica emerge tra il Ratzinger di professione teologo e un magistero papale dominato dall’inquietudine per la formazione anche intellettuale dei cattolici ad una fede matura, fino all’apogeo dell’opera anticamente sognata, i due volumi del Gesù di Nazareth, non a caso firmato insieme da "Joseph Ratzinger e Benedetto XVI".

Un papa ha bene il diritto di imprimere la propria impronta sulla vita della Chiesa. Ma la nomina di Scola rischia di diventare un caso imbarazzante, al di là delle qualità personali del prescelto, ben riconosciute, proprio perché fa esplodere alcune anomalie del sistema. Il "fattore Papa" ha giocato nella costruzione di una campagna di stampa martellante, che ha penalizzato la ricerca di altre candidature.

Con due conseguenze: di intercettare il severo clima di segretezza in cui Roma avvolge le procedure di selezione dei vescovi (il cardinale Martini scriveva domenica di essere stato sorpreso dalla sua nomina a Milano). Poi, di contraddire il criterio raccomandato dallo stesso Papa, di scegliere come vescovi candidati che abbiano almeno dieci anni prima della rinuncia canonica a 75 anni, perché possano svolgere un piano pastorale decente. E invece per Milano è stato nominato un settantenne.

L’anomalia maggiore è visibile, ancora una volta, nelle procedure centralizzate. A metà dell ’Ottocento Antonio Rosmini dimostrava che il sistema verticistico non era in grado di tutelare la Chiesa dalle ingerenze del potere politico. Le campagne mediatiche a favore di un candidato sono la nuova forma delle pressioni dei poteri cesaro-papisti, che rendono attuali le lotte per le investiture di Gregorio VII. Benché la consultazione del nunzio in Italia Giuseppe Bertello nella diocesi di Milano sia stata più ampia del consueto, è evidente che quanto è successo invita a ripensare al monito di Rosmini circa i vescovi "intrusi", paracadutati dall’alto e dunque fattori di indifferenza religiosa e di divisione del popolo cristiano.

L’altra anomalia riguarda la situazione dell’episcopato italiano. Indubbiamente non mancano al suo interno delle intelligenze pastorali di grande sensibilità e zelo, tuttavia alcune analisi sociologiche, come quella di Luca Diotallevi, non si astengono dal documentarvi segnali di un criterio selettivo ancorato per oltre un ventennio alla presunta sicurezza di figure conformiste, col risultato che gli attuali risvegli dal basso mondo cattolico sembrano scarsamente recepiti dalla gerarchia e non sembra determinarsi una vera inversione di rotta.

Paradossalmente la Chiesa italiana era più ricca sotto Pio XII di grandi figure episcopali, un certo Roncalli a Venezia, Montini a Milano, Fossati a Torino, Siri a Genova, Lercaro a Bologna, Dalla Costa a Firenze, Ruffini a Palermo: saranno igrandi protagonisti del Concilio Vaticano II.

Infine, da notare che Scola entra a Milano su due vigilie: quella del cinquantenario dell’apertura del Vaticano II (1962-2012) e quella dei 1700 anni dell’editto di Milano con cui aveva origine "l’età costantiniana" nel 313: statuto di libertà per il cristianesimo, divenuta "religione imperiale". Vigilie che si intrecciano organicamente.

Il maestro di Scola, Von Balthasar, era molto netto sulla necessità di finirla con la riproduzione del regime di cristianità. Diceva che «al cristiano è vietato il ricorso ai mezzi d’azione specificamente mondani per un preteso incremento del regno di Dio in terra». Criticava l’integralismo di gruppi di «mammalucchi cristiani che aspirano a conquistare il mondo» e ammoniva: «Chi fa tali cose non ha esatta idea né della impotenza della croce né della onnipotenza di Dio né delle leggi proprie della potenza mondana».

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Dottrina della fede secondo Ratzinger

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