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www.ildialogo.org MATRIMONI E FILIAZIONE: LE DIFFICOLTA' DELLA PSICOANALISI DI PENSARE UNA SOGGETTIVITA' AL DI LA' DELL'IDEOLOGIA DELLA TERRA E DEL SANGUE. Un'intervista di Nicolas Truong a Caroline Thompson e un'analisi di Irène Théry (da "Le Monde") - con note,a c. di Federico La Sala

CHI SIAMO NOI IN REALTA'? AL DI LA’ DELLE "ROBINSONATE" (MARX) E AL DI LA’ DELL’EDIPO (FREUD), SULLA STRADA DI UNA SECONDA RIVOLUZIONE COPERNICANA...
MATRIMONI E FILIAZIONE: LE DIFFICOLTA' DELLA PSICOANALISI DI PENSARE UNA SOGGETTIVITA' AL DI LA' DELL'IDEOLOGIA DELLA TERRA E DEL SANGUE. Un'intervista di Nicolas Truong a Caroline Thompson e un'analisi di Irène Théry (da "Le Monde") - con note

FRANCIA. Impegnandosi a trasformare due istituzioni fondamentali come il matrimonio e la filiazione, la nuova maggioranza ha alzato di molto la posta in gioco. Lo ha fatto pensando che l’essenziale si gioca attorno ad una certa idea non più solo di ciò che riguarda “loro”, gli omosessuali (la loro situazione, le loro aspirazioni, i loro diritti), ma proprio di ciò che riguarda “noi”, che facciamo società comune al di là delle pluralità dei nostri orientamenti sessuali.


a c. di Federico La Sala

 

MATERIALI  SUL TEMA:

A FREUD, GLORIA ETERNA!!! IN DIFESA DELLA PSICOANALISI.

CON KANT E FREUD, OLTRE. Un nuovo paradigma antropologico: la decisiva indicazione di ELVIO FACHINELLI

In principio era l’amore (charitas - non caritas!!!): pensare l’ "edipo completo"(Freud)
 INTERVISTA A JULIA KRISTEVA. Anche chi non crede in Dio, crede nell’amore e ciò mi pare oggi il più grande elemento di persistenza della nostra civiltà cristiana. Ma, detto questo, la studiosa ri-cade nelle braccia dell’autorità paterna (della versione cattolico-romana del cristianesimo ... ancora edipica)

LA FRANCIA E’ SOTTO IL PATRONATO DELLA VERGINE MARIA, MA I VESCOVI FRANCESI (E NON SOLO) CONFONDONO ANCORA "MAMMONA" CON MARIA, "LA PIENA DI GRAZIA"! La Chiesa resta troppo rigida rispetto al matrimonio gay. Da "Le monde", l’editoriale e un articolo di Laure Beaulieu  

FREUD, KANT, E L’IDEOLOGIA DEL SUPERUOMO. ALLA RADICE DEI SOGNI DELLA TEOLOGIA POLITICA EUROPEA ATEA E DEVOTA. (Federico La Sala)

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“Gli psicanalisti devono ascoltare i loro pazienti e non dire la norma”

intervista a Caroline Thompson,

a cura di Nicolas Truong

in “Le Monde” del 9 novembre 2012 (traduzione: www.finesettimana.org)

Gli esperti “psi” (psicologi, psichiatri, psicanalisti...) si sono trovati un po’ intrappolati dalla mania di concepire i problemi di società in termini di “a favore o contro”. Ora, una delle forze degli psicanalisti è di avere una posizione più arretrata rispetto all’alternativa del “a favore o contro”. Quando ascoltiamo ciò che ci dice un paziente, non siamo a favore o contro, ma in una neutralità rispetto al contenuto di ciò che può dire. Possiamo sentire cose molto scioccanti, affermazioni razziste, sessiste, fantasie di grande violenza... Non siamo lì per dire “Questo è bene” o “ Questo non è bene”.

È la specificità del nostro mestiere: non essere espressione di una norma. Gli esperti “psi” sono stati attirati come calamite verso ciò che ritenevano di loro competenza, ossia il benessere del bambino e la struttura della famiglia, e il modo in cui questa struttura realizzava l’universo psichico e l’universo del bambino. Ma questo ha immediatamente creato un discorso normativo e paternalista.

È così a causa di una storia complicata tra la psicanalisi e l’omosessualità?

L’omosessualità era considerata come una perversione da Freud, in un senso più medico, certo, della perversione come la si può intendere oggi quando si dice di un individuo: “È un perverso”. Ma è comunque per lui una devianza, nel senso etimologico del termine, cioè che la sessualità “normale” - perché per Freud c’è una sessualità normale - è deviata dal suo oggetto e si dirige verso lo stesso sesso, cioè un oggetto diverso dall’oggetto “normale”, che dovrebbe essere la persona di sesso opposto. Per Freud, l’omosessualità è una devianza di uno sviluppo normale.

Quindi una forma di patologia?

Freud ritiene che l’omosessualità crea delle personalità più infantili o più narcisistiche. E occorre ricordare che fino agli inizi degli anno 80 - anche se non lo si diceva in questo modo - non si era analisti se si era omosessuali. Si nascondeva la propria omosessualità se si voleva diventare analisti, perché si riteneva che un analista omosessuale non avrebbe potuto analizzare bene il transfert. Non si tratta di incriminare Freud, che è stato un geniale esploratore dell’animo umano. Ma non per questo tutto quello che ha fatto è geniale.

C’è un corpus freudiano molto interessante per gli psicanalisti che possono servirsene come un riferimento, ma non certo come delle tavole della legge. Con Freud, si ha la realizzazione di un corpus clinico ancora utile. Ma certi psicanalisti fanno fatica a far entrare la nuova famiglia nel corpus freudiano (sulla genitorialità o sul complesso di Edipo, in particolare). Ne traggono le conclusioni che si debba bloccare il cambiamento familiare e sociale. Ma dimenticano che Freud ha cominciato osservando ciò che c’era attorno a lui, lasciando da parte il giudizio morale. Ma certi psicanalisti dicono che l’omogenitorialità cancellerebbe l’alterità, farebbe scomparire il ruolo del padre e della madre e costituirebbe un attacco all’equilibrio psichico dei bambini.

Questi argomenti sono accettabili?

È vero che il problema della differenza è fondamentale per lo sviluppo dello psichismo del bambino. Nella psicanalisi, questa differenza si fa su quella dei sessi e delle generazioni. La differenza delle generazioni esiste nell’omogenitorialità: non sono persone di 5 anni che adottano persone di 4 anni, sono degli adulti che adottano dei bambini. È evidente che un uomo e una donna sono differenti. Ma Freud ha anche parlato molto della bisessualità psichica - ogni essere è maschile e femminile - spiegando che c’era una differenza tra il maschile e il femminile biologici, esteriori, e il maschile e il femminile psichici, che sono di ordine diverso.

Si riduce il complesso di Edipo ad una realtà esteriore e sociale: un uomo, una donna, papà, mamma... Ora, spesso, i padri che vengono immaginati non sono i padri della realtà biologica. Quindi, quando si dice che occorre avere un padre e una madre per fare un Edipo, penso che questo non corrisponda alla realtà e che, del resto, non è buon freudismo.

Ci potrebbero quindi essere dei “padri” e delle “madri” all’interno delle coppie dello stesso sesso?

In una coppia in cui ci sono due uomini, penso che ci sia in effetti uno dei due che può rappresentare una parte femminile, ma che la femminilità e la mascolinità non si ritrovano necessariamente nella donna biologica e nell’uomo biologico. Quindi due uomini possono offrire ad un bambino quella variazione. Non è perché sono due uomini che ogni differenza viene cancellata. Non si può legare tutto al genere. Nelle coppie di omosessuali, c’è anche una divisione dei compiti: non è perché si è due uomini o due donne che si è identici e a specchio. Anche se è una visione caricaturale dei generi, si vede bene, per esempio, che una si occuperà di portare fuori la spazzatura, mentre l’altra laverà i piatti! Il principio di differenziazione che struttura un bambino può realizzarsi senza fondarsi sulla differenza dei sessi dei genitori.

L’omogenitorialità può turbare lo sviluppo psichico del bambino?

Per definizione, vediamo bambini in difficoltà, indipendentemente dal fatto che siano figlie o figli di eterosessuali o di omosessuali. Non ho visto per il momento una patologia specifica di figli di omosessuali. Ma penso di non essere io più abilitata dei miei colleghi a farne una regola generale per il momento. E sfido chiunque a farlo. Sì, stiamo vivendo un vero cambiamento antropologico, che si inscrive nella continuità della costruzione dell’individuo contemporaneo, che può decidere di tutto da solo, anche della propria sessualità.

Penso quindi che l’argomento che consiste nel dire “Ma quei bambini saranno traumatizzati perché saranno disprezzati dalla società quando andranno a scuola”, è poco accettabile, perché c’è un cambiamento di mentalità nei confronti dell’omosessualità. E il ruolo degli psicanalisti è di accompagnarlo.

Caroline Thompson, psicanalista e terapeuta familiare, servizio di psichiatria del bambino e dell’adolescente della Pitié-Salpêtrière

 

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L’alterità sessuale sopravviverà

di Irène Théry, direttrice di studi a EHESS (École des Hautes Études en Sciences Sociales)

in “Le Monde” del 9 novembre 2012 (traduzione: www.finesettimana.org)

Impegnandosi a trasformare due istituzioni fondamentali come il matrimonio e la filiazione, la nuova maggioranza ha alzato di molto la posta in gioco. Lo ha fatto pensando che l’essenziale si gioca attorno ad una certa idea non più solo di ciò che riguarda “loro”, gli omosessuali (la loro situazione, le loro aspirazioni, i loro diritti), ma proprio di ciò che riguarda “noi”, che facciamo società comune al di là delle pluralità dei nostri orientamenti sessuali.

Ma forse non aveva valutato il grande spostamento di prospettiva che stava introducendo: dal problema della sessualità al problema dei sessi. Ancora ieri, si poteva credere che “l’uguaglianza delle sessualità”, opponendo gli eterosessuali agli omosessuali secondo il vecchio schema dominanti/dominati, sarebbe stato sufficiente per introdurre la retorica ben rodata della lotta alle discriminazioni.

Oggi, non si tratta certo di negare che esiste una fortissima sensazione di disuguaglianza nelle coppie dello stesso sesso. Ma per comprenderne le ragioni profonde, occorre riconoscere che opporre eterosessuali e omosessuali non permette appunto di pensare ciò che trascende queste categorie identitarie: la nostra condizione comune di esseri sessuati e mortali.

Per questo, ormai, il cuore del dibattito è il grande problema dei sessi. È al centro dell’interrogativo di coloro che si preoccupano: ci stanno dicendo che non c’è più né padre né madre, ma un “genitore” in qualche modo asessuato? Polarizza gli anatemi di coloro che stigmatizzano l’omogenitorialità: “Si vuole distruggere la differenza dei sessi! È un crimine contro la nostra condizione antropologica!”. Ma rode anche coloro che, impegnati a promuovere i diritti delle famiglie omogenitoriali, scoprono che esse interrogano necessariamente quelle categorie che si credevano così semplici: il padre e la madre.

È qui che il dibattito degli esperti “psi” (psicologi, psicanalisti, psichiatri) assume tutta la sua importanza. Dieci anni fa sono stati loro a porre per primi il problema dei sessi, a rischio di non essere compresi, o di essere trattati da omofobi. Oggi, questo dibattito ha conquistato la sua legittimità, ed è chiaro che le divisioni dei clinici esprimono in realtà quelle della società intera. L’interesse per il loro dibattito deriva dal fatto che mette in scena in maniera radicale l’opposizione tra le due vie tra le quali dobbiamo scegliere. Riguarda due casi precisi: l’adozione e l’assistenza medica alla procreazione (AMP) con un terzo come donatore, ossia i casi in cui, per ipotesi, la coppia dei genitori non è quella di coloro che hanno procreato.

La prima via riconduce all’opposizione radicale tra “noi” e “loro” con una messa sotto accusa senza precedenti dei genitori omosessuali. Che cosa abbiamo potuto leggere in queste ultime settimane in testi scritti da coloro (esperti “psi”, ma anche rappresentanti religiosi) che denunciano il “delirio” della “omogenitorialità”? Sempre la stessa idea. Le coppie dello stesso sesso che rivendicano l’adizione o AMP vogliono soddisfare una loro fantasia: far credere al figlio che è “nato” dalla loro unione sessuale. Sottolineiamo l’uso ripetuto di questo termine, “nato”: è la parola chiave.

Certo, gli esperti “psi” non vogliono dire che gli omosessuali nasconderebbero al figlio il modo in cui è avvenuto il concepimento. Ma ciò che scrivono nero su bianco è proprio che questa pretesa “onestà” rende solo più perversa (nel senso freudiano del termine) la loro fantasia segreta: sconvolgere l’istituto della filiazione per abolire simbolicamente la natura, e cancellare l’alterità sessuale al punto da negare che un terzo dell’altro sesso sia stato necessario nel concepimento del loro figlio.

Il tono virulento di coloro che ci predicono la distruzione del soggetto occidentale se la nostra società cedesse a tale richiesta “folle” è all’altezza dell’accusa rivolta: niente di meno che la “negazione del reale” e la volontà feroce e ingenua di privare i figli dell’iscrizione simbolica nella distinzione maschile/femminile, fino ad ora incarnata dalla coppia immemorabile del padre e della madre.

Ma il dibattito degli esperti “psi” testimonia anche che è possibile un’analisi completamente diversa. Quella che comincia col riconoscere che sono proprio le coppie dello stesso sesso a non avere la tentazione di fare come se avessero procreato insieme il loro figlio adottato o nato da AMP. Invece, questa tentazione esiste nelle coppie genitoriali tradizionali, tanto più che subiscono una vera ingiunzione sociale del “fare come se”. In effetti, l’adozione fu costruita all’inizio come una “seconda nascita” che aboliva la prima.

Per molto tempo, si è trovato normale nascondere l’adozione al bambino, a cui era negato l’accesso al suo “dossier”. E solo recentemente alcuni bambini adottati hanno osato esprimere la sofferenza prodotta dalla cancellazione delle loro origini.

Quanto al modello francese di AMP con terzo donatore, va ancora più in là nella falsificazione della realtà: il principio legale di questo sistema infatti è quello di “far sparire” il dono e far passare la coppia dei genitori riceventi per una coppia procreatrice... Con il rischio di dire in seguito ai figli nati dal dono: “Le cose stanno così, non c’è che accettarle”.

Rifiutare di fare delle coppie dello stesso sesso i capri espiatori di queste contraddizioni e saper tornare al “noi” del nostro mondo comune: è questa la via che difendono coloro che - esperti “psi” o no - sono attenti alle grandi evoluzioni della famiglia.

Essa presuppone di vedere qual è la grossa posta in gioco. L’istituzione di un’adozione o di una AMP omogenitoriale, con un figlio con due padri o due madri, non priverà questo figlio né della simbolizzazione dell’alterità sessuale né dell’iscrizione comune nella distinzione maschile/femminile, se la nostra società sarà capace di trasformare queste istituzione a favore di tutti.

Ciò che noi dobbiamo infatti a tutti i bambini adottati o nati da AMP, indipendentemente dalla coppia dei loro genitori, è rispettare in priorità ciò che Paul Ricoeur chiamava l’identità narrativa: “Rispondere alla domanda chi, significa raccontare una storia.” Quando il nostro sistema di genitorialità farà spazio, accanto alla filiazione e senza alcuna rivalità con essa, alla possibilità - per ogni figlio maggiorenne che lo desideri - di accedere alla propria origine personale, si cesserà infine di pretendere che si può essere pienamente “genitori” solo se si può passare per “procreatori”. Si vedrà allora che il problema dei sessi si è fatto più complesso, valorizzando come non mai l’impegno genitoriale, base della filiazione, senza negare comunque la storia del bambino. Ma si comprenderà soprattutto che la nostra condizione comune, sessuata e mortale, ha trovato con questa metamorfosi un nuovo senso e un nuovo prezzo. Per tutti. 



Martedì 13 Novembre,2012 Ore: 17:05
 
 
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Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 13/11/2012 17.38
Titolo:Notre-Dame lancia la crociata anti-gay --- “Non abbiate paura”
Parigi “Una sola famiglia”

Notre-Dame lancia la crociata anti-gay

di Anais Ginori (la Repubblica, 17 agosto 2012)

Preghiere blasfeme e video omofobi. È un piccolo assaggio di quella che sarà la battaglia dell’autunno francese. Dopo la messa a Notre-Dame contro i matrimoni omosessuali, si è scatenato in rete un gay pride improvvisato, che ha alimentato altri proclami a tinte omofobe. Tutto è cominciato a Ferragosto quando André Vingt-Trois, il cardinale di Parigi e presidente della conferenza episcopale, ha dedicato la preghiera dell’Ascensione alla difesa della “famiglia tradizionale”.

Un riferimento non casuale. Secondo il cardinale di Parigi è il primo atto di «una mobilitazione spirituale in difesa degli interessi cristiani». Dopo l’estate infatti il governo dovrebbe cominciare a discutere la legge che autorizzerà il matrimonio gay e l’adozione da parte di coppie omosessuali. È uno dei punti del programma con il quale François Hollande si è fatto eleggere presidente nel maggio scorso.

Com’era prevedibile, la Chiesa francese ha incominciato a esprimere il proprio disappunto per quella proposta. Ma il normale conflitto di posizioni, solitamente pacato, si è trasformato negli ultimi giorni in una battaglia di simboli e parole. Il presidente della conferenza episcopale ha infatti voluto invitare i francesi a pregare affinché i bambini «possano godere appieno dell’amore di un padre e di una madre».

In vista della Festa dell’Ascensione, il testo è stato distribuito a tutte le diocesi francesi qualche giorno prima. I toni e l’occasione sono stati definiti da alcuni osservatori “senza precedenti” e rappresentano comunque una rottura rispetto alle relazioni che si erano instaurate con il precedente presidente. È rimasto famoso il discorso di Nicolas Sarkozy sulla “laicità positiva” pronunciato nella basilica di San Giovanni in Laterano nel dicembre 2008.

Si riaccende uno scontro tra politica e religione che si credeva insomma archiviato. Non tutte le parrocchie hanno seguito la direttiva di Vingt-Trois, allievo spirituale di Jean-Marie Lustiger, storico cardinale di Parigi. Nella chiesa di Saint-Merri, ad esempio, il parroco non ha sfiorato il tema della famiglia e ha puntato invece su crisi e nuova povertà. La parrocchia del quartiere Marais ha una tradizione di apertura e tolleranza. Organizza periodicamente incontri con l’associazione omosessuale David e Jonathan che ha definito «pericolosa » l’iniziativa di Vingt-Trois perché «incoraggia i timori dei parrocchiani e conforterà certi cattolici nella loro omofobia».

L’associazione ha presentato preghiere alternative per incitare i preti “coraggiosi” a leggerle. Altri gruppi hanno invece confezionato parodie discutibili delle parole di Vingt-Trois. «Preghiamo affinché, preti e suore possano dimenticarsi di noi» recita un video del gruppo Act-Up, considerato da alcuni troppo irriverente. È vero però che, all’altro estremo, circolano immagini e proclami contro i gay, altrettanto sgradevoli, firmati dai cattolici più integralisti. L’associazione Civitas, che in passato ha organizzato la contestazione allo spettacolo di Romeo Castellucci, ha promesso di intensificare le azioni per combattere «con ogni mezzo» il progetto di legge socialista.

In un’intervista al Figaro, il cardinale di Lione Philippe Barbarin ha definito il matrimonio gay «uno shock di civiltà». La legge sui matrimoni gay dovrebbe essere presentata dal governo dopo l’estate e discussa dal parlamento entro la primavera del 2013. Secondo un sondaggio, 65% dei francesi sono favorevoli, con un aumento di due punti rispetto all’anno scorso.

Al di là delle polemiche, Hollande sa di poter contare su una solida maggioranza per far approvare la normativa. Anche la destra ha iniziato a dividersi. Alcuni ex membri del precedente governo, come Chantal Jouanno, Nadine Morano, Roselyne Bachelot, sono d’accordo con l’idea di dare pari diritti alle coppie omosessuali. Nel paese che ha inventato i Pacs, le unioni civili, nell’ormai lontano 1999, si apre insomma un nuovo fronte.
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“Non abbiate paura” dell’omosessualità

di Jean-Pierre Mignard*

in “Le Monde” del 22 agosto 2012 (traduzione: www.finesettimana.org)

Difendere la famiglia e invitare a pregare per questo in un paese con una buona progressione demografica sottintende il fatto che essa sia minacciata. Il matrimonio di coppie gay è davvero tale da sconvolgere la famiglia e il diritto dei bambini?

La Chiesa ha il diritto di intromettersi in questo dibattito legislativo. Si tratta di una libertà di espressione indiscutibile che non può essere considerata in nessun modo un attacco alla laicità. La sua opinione è tanto più utile in quanto il matrimonio figura nella lista dei suoi sacramenti. Il cardinale arcivescovo, in qualità di presidente della Conferenza episcopale, può far leggere una preghiera che esprime un minimo di riserva sul matrimonio gay, ma quale opinione riflette, al di là di quella della gerarchia?

Secondo un sondaggio IFOP, il 65% dei francesi sarebbe favorevole al matrimonio omosessuale e il 53% all’omogenitorialità. L’indicazione, nello stesso sondaggio, che il 45% dei cattolici non sarebbe contrario al matrimonio omosessuale colpisce di più. Allora, dispiace che non sia stato organizzata una discussione tra cattolici, invitati a pregare, certo, ma non a “discernere” tra loro e ad alta voce. Ma non è troppo tardi.

È infatti opportuno risolvere una vecchia disputa prima di buttarsi nella faccenda del matrimonio. L’omosessualità è o no una declinazione naturale della sessualità? Il matrimonio gay, sul quale le divergenze sono concepibili, giustifica il fatto che venga tolta l’ambiguità. La tesi ufficiale designa questa sessualità con il vocabolo di “disordine”.

Allineare gli omosessuali, con altri, tra le “vittime di incidenti della vita” esprime un sentimento compassionevole, ma non li considera come soggetti di diritto. Più preoccupante, un’istruzione del 2005 del Vaticano esclude gli omosessuali dal ministero ordinato, salvo se tale sessualità è “transitoria”. La Santa Sede mantiene una posizione ostile alla depenalizzazione dell’omosessualità nei dibattiti alle Nazioni Unite. Questo la pone in compagnia di regimi alcuni dei quali continuano ad infliggere la pena di morte agli omosessuali. Si tratta di una “vera tragedia per le persone coinvolte e di un’offesa alla coscienza collettiva”, secondo le parole del segretario generale Ban Kimoon. Tale umiliazione era proprio necessaria?

In quanto cattolico e cittadino della Repubblica [francese], auspico che la Chiesa francese si esprima su questo punto preciso. Siamo in molti ad auspicarlo, dentro e fuori la Chiesa. Se essa vuole intervenire nel dibattito pubblico, e personalmente ritengo che ne abbia il diritto, deve accettare il verdetto dell’opinione pubblica. Del resto è un omaggio che le è reso, perché dalla Chiesa ci si aspetta dei messaggi in favore della dignità umana.

Poco tempo fa, il cardinale arcivescovo di Lione, Mons. Philippe Barbarin, evocava, con un (altezza?) a lui familiare, due grandi figure omosessuali e cristiane, Michelangelo e Max Jacob. A questi artisti esprimeva la gratitudine della Chiesa, ma soprattutto diceva che la loro omosessualità era un fatto, ponendola così al di fuori di ogni giudizio di valore. Questo non lo ha condotto a dichiararsi favorevole al matrimonio gay, ma almeno è stato reso possibile il fondamento di una discussione liberata dalle sue paure e dal suo immaginario.

L’ex cardinale-arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, andava oltre e ingiungeva agli Stati di aiutare gli omosessuali a stabilizzare le loro unioni civili. Sull’argomento e con tutta evidenza ci sono diverse dimore nella casa del Padre...

Si capisce molto bene che la Chiesa cattolica difenda il sacramento del matrimonio e la sua destinazione primaria. La soluzione teologica infatti non è semplice. Ma bisogna incidere l’ascesso. Al tavolo delle discussioni sono ammesse tutte le riserve del mondo cattolico, tuttavia esse saranno accettate solo a condizione di un riconoscimento pubblico e franco del fatto che l’omosessualità è una sessualità come un’altra che sfugge alla sfera del giudizio morale e penale o del trattamento psichiatrico, altrettanto legittima e degna di riconoscimento dell’eterosessualità.

Non è ancora giunto il momento, e ce ne dispiace, di una pastorale per gli omosessuali. Ma è venuto quello di affrontare questo problema all’interno della Chiesa e di liberarsi dei propri timori, che hanno condotto, ad esempio, a separare nel piccolo cimitero di Ebnal (Inghilterra) per le esigenze della sua beatificazione, nel 2010, ma contro la sua volontà testamentaria, il corpo del cardinale britannico John Newman (1801-1890) da quello del suo amico, il reverendo Ambrose St. John, “che amava di un amore forte come quello di un uomo per una donna”. Nulla dice che questo grande prelato fosse gay, nulla, ma persino questa grande amicizia preoccupava.

I cattolici devono poterne discutere all’interno della loro comunità, in assemblee parrocchiali, diocesane, nelle loro associazioni, là dove è possibile, là dove è necessario, là dove lo si desidera. Che cosa abbiamo da temere dalle parole, visto che facciamo riferimento alla teologia della Parola? Non saremmo tutti d’accordo? E allora?

È così che ci si apre al mondo, il che non significa sottomettersi ad esso. La Chiesa, esemplare nel dialogo interreligioso, si mostrerebbe incapace di qualsiasi dialogo intrareligioso? I vescovi, che non sono dei despoti, dovrebbero osare questo dibattito. Lo storico Michel de Certeau diceva con un’espressione folgorante che “era in fondo al rischio che si trovava il senso.” E se c’è un’ingiunzione biblica ed evangelica come un leitmotiv, è: “Non abbiate paura.”

*Jean-Pierre Mignard, professore in diritti dei media all’Institut d’études politiques di Parigi, avvocato.
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 14/11/2012 13.03
Titolo:FRANCIA. PARLA IL SOCIOLOGO BAUBEROT ...
- Baubérot: “I veri laici non vietano il burqa”
- I matrimoni omosessuali: “Non capisco il no delle Chiese: dovrebbero solo chiedere di non essere obbligate a benedirli"
- Nelle scuole francesi si insegnerà la morale repubblicana
- Parla il sociologo incaricato di fare proposte su come insegnarla

- di Alberto Mattioli (La Stampa, 14.11.2012)

Matrimonio «per tutti» (leggi: anche per le coppie dello stesso sesso). Eutanasia. E lezioni di «morale laica» nelle scuole della République. La Francia di François Hollande si vuole di nuovo all’avanguardia nella ridefinizione di diritti e doveri del cittadino, sempre nel nome di quella «laicità» che resta uno dei grandi totem nazionali. Nella Commissione che dovrà fare proposte su come insegnare la morale repubblicana c’è anche Jean Baubérot, il fondatore della sociologia della laicità.

Professor Baubérot, i professori di «morale laica» ricordano gli istitutori di inizio Novecento, gli «ussari della Repubblica».

«È ovvio che la morale non si insegna, né si impara, come la storia o la geografia. La scuola francese è caratterizzata da un approccio troppo magistrale, con uno che parla e gli altri che ascoltano. Credo che il professore dovrà guidare la riflessione più che imporla. Insegnare a pensare, non dei dogmi».

Ammetterà che l’idea sa un po’ di Stato etico.

«Sì, il rischio c’è. Ma è appunto quel che bisogna evitare. La Commissione ci sta lavorando. E tuttavia, se siamo contrari al fatto che possa esistere un sistema morale di Stato, siamo anche contro l’idea che il legame sociale non abbia una dimensione etica. I francesi non stanno insieme per caso e nemmeno per coercizione. Si riconoscono in una serie di valori che sono poi quelli elencati nel Preambolo della Costituzione».

Cosa critica del concetto francese di laicità?

«Dal 1905, da quando cioè la legge sancì la separazione dello Stato dalla Chiesa, la laicità è stata eccessivamente intesa come una separazione netta tra il fenomeno sociale e quello spirituale. Ma lo Stato è solo un arbitro e non deve chiedere alla gente di essere neutrale come lui, né nelle sue convinzioni né nei suoi vestiti. La legge che vieta il burqa è discutibile perché è una legge che vieta il velo integrale sempre e comunque. Per lo Stato, invece, che una musulmana giri velata non è un problema. È un problema, e dev’essere vietato, se pretende di riscuotere un assegno velata. Ma questo è un problema pratico, non metafisico».

La legge sul matrimonio per tutti le piace?

«Trovo che sia un vero provvedimento laico. E non capisco l’obiezione delle Chiese. Dovrebbero prendere esempio da quel che ha detto l’arcivescovo di Canterbury, a capo, noti bene, di una Chiesa di Stato: io ammetto che esistano le nozze gay, solo chiedo che lo Stato non mi obblighi a benedirle. Se uno aderisce a una religione, ne accetta le regole. In altri termini, lo Stato garantisce a tutti la libertà esterna, non quella interna. Se una donna si converte all’Islam in piena libertà, senza coercizione e senza violenza, accetta delle regole. Se è una sua libera scelta, lo Stato non deve entrarci. Ha solo il diritto, e il dovere, di promuovere l’eguaglianza. Ma nessuno può essere “emancipato” contro la sua volontà».

Molti sindaci fanno sapere che si rifiuteranno di celebrare i matrimoni gay. Che ne pensa?

«Penso che vada riconosciuto loro il diritto all’obiezione di coscienza, esattamente come ai medici per l’aborto. Ma devono delegare i loro poteri a un assessore, perché esiste, anzi esisterà presto, anche il diritto di tutti a sposarsi».

In nessun Paese del mondo come la Francia la laicità appassiona tanto l’opinione pubblica. Perché? «Per due ragioni. La prima è storica: qui il conflitto politico-religioso è durato secoli. Pensi al Medioevo con le crociate contro gli eretici, Filippo il Bello e il suo conflitto con Roma, il Papa ad Avignone, il gallicanesimo. Poi: quarant’anni di guerre di religione, la persecuzione dei protestanti e dei giansenisti, la Rivoluzione che prima riconosce la libertà religiosa e poi perseguita le religioni, eccetera».

E l’altra?

«L’altra è che anche oggi i temi religiosi hanno un significato politico. Come la grande paura dell’Islam e la strumentalizzazione della laicità per mascherarla. Ma l’Islam radicale è assolutamente minoritario. E, ad esempio, non è vero, come uno studio recente ha dimostrato, che i musulmani siano più prolifici che gli altri francesi. Io vorrei una “laicità del sangue freddo”, come la definiva già Aristide Briand».

L’ITALIA INFLUENZATA DAL VATICANO

«Sulle nozze per tutti e i diritti dei gay è più indietro di altri Paesi cattolici come Spagna o Belgio». Ultima domanda sull’Italia: lo definirebbe un Paese laico?

«Credo che in Italia ci siano degli elementi di laicità diffusi, come si è visto quando si è votato sul divorzio e sull’aborto. Ma certo l’Italia deve fare i conti con la sua storia e sulla sua posizione geopolitica. È chiaro che il fatto di avere il Vaticano “in casa” influenzi le scelte politiche. E infatti in materie come il matrimonio per tutti o i diritti degli omosessuali l’Italia è molto più indietro di altri Paesi pure cattolici come la Spagna, l’Argentina o il Belgio. Quindi a domanda risponderei: l’Italia è un Paese semilaico».
Autore Città Giorno Ora
Federico La Sala Milano 14/11/2012 22.05
Titolo:ITALIA E VATICANO: IL FINTO CULTO DELLA FAMIGLIA ...
Vaticano e Italia, mali comuni

di Furio Colombo (il Fatto, 03.06.2012)

La domanda è questa: la turbolenta spaccatura che sta attraversando il Vaticano e - come in un film dell’orrore - arriva fino alle stanze del Papa, è la stessa spaccatura di profondità sconosciuta, che tormenta l’Italia? La risposta è sì. È una brutta risposta, perché dice che il Vaticano - il papa, il governo della Chiesa, la Istituzione - dovranno confrontarsi con uno sforzo immane per uscire dalla palude. Dovranno, soprattutto, dimostrare una decisa volontà di farlo, senza sotterfugi, autocelebrazioni e finzioni. Qualcosa che in Italia non è ancora accaduto.

Che cosa hanno in comune la storia italiana contemporanea e quella del Vaticano, che cosa può dimostrare la stessa natura del male (corvi, complotti, spionaggi, agguati, tradimenti e misteriosi tornaconti, in cui spesso restano ignoti mandante e beneficiario)? Prima di produrre le prove di quello che sto scrivendo, devo tentare di definire questo "male comune" che mette in pericolo l’equilibrio e persino la continuità di due Stati.

Lo descriverei così. È la decisione, abile e pericolosa di affidare immagine e auto-definizione a principi e programmi alti e nobili sempre più lontani dalla realtà che invece peggiora sotto gli occhi di tutti. In questo modo si evita ogni spietata e coraggiosa verifica dei fatti, accusando più o meno oscuri nemici di essere l’unica causa del male (malareligione o malapolitica).

Proverò a produrre alcune prove della situazione inaffidabile che scuote e tormenta tanto l’Italia quanto il Vaticano e la Chiesa, precisando che di questi due ultimi protagonisti parlerò a partire da ciò che vede e constata un osservatore estraneo, dunque dalle manifestazioni sociali, organizzative, di governo, non di fede e di religione, che in questa riflessione non entrano mai.

COMINCIO da uno spunto che mi pare molto utile perché fa da ponte fra politica vaticana e politica italiana (istituzioni e leggi) e dunque chiama apertamente in causa quei cittadini che sono allo stesso tempo attivi nelle istituzioni italiane e vincolati all’ubbidienza di Vaticano-Stato e di Vaticano-Chiesa. Intendo riferirmi al finto culto della famiglia, che viene visto come strumento di aggregazione (ma anche di espulsione, se non si tratta della famiglia giusta) e come fondamento dell’edificio politico conservatore (di nuovo inteso come argine e frontiera contro ogni mutamento di aggregazione sociale, visto come turbamento della conservazione politica).

Ho appena scritto "finto culto della famiglia" perché nessun gruppo sociale è più solo, abbandonato, privo di sostegno morale e sociale, da parte di entrambi i celebranti di questo culto, la Chiesa e la politica. È vero, non tutta la Chiesa e non tutta la politica. Ma qui interessa individuare i percorsi da cui entra con impeto il disordine, il distacco, l’apparente sottomissione e il profondo cinismo di cui stiamo parlando.

Quando si spengono le luci su eventi e giornate organizzate per celebrare la famiglia, non resta né un asilo né una scuola né un sostegno per le madri che lavorano, né un progetto, per quanto austero, per le famiglie troppo povere, per esempio Rom e immigrati, dove la presenza di mamme e bambini non ha mai fatto differenza.

Pensate alla distruzione di un campo nomadi (e agli animaletti di peluche che restano fra i denti delle ruspe). Pensate ai pasti scolastici negati ai bambini se le famiglie non possono pagare. O all’internamento delle donne dette “clandestine” nei “Centri di identificazione”, improvvisamente e brutalmente separate dai loro bambini a causa di un arresto arbitrario (parlo di eventi vissuti e constatati).

E, come se non bastasse, aggiungete la risoluta e congiunta condanna (Stato-Chiesa) delle famiglie “diverse”, definite “una minaccia”. Ecco, in questa finzione, che è forse la madre di tutte le finzioni di atti e fatti che hanno solo un fine politico (impedire che esistano altri tipi di famiglia, di amore, di figli), sta il deposito di cinismo, tradimento, rincorsa del potere, distacco da ogni valore, di patria o di fede, che constatiamo nel doppio dramma, dell’Italia e del Vaticano. Appartengono alla galleria delle finzioni (che si trasformano in veri inganni) le folle di autorevoli finti credenti, pronti a ricevere i sacramenti, purché in presenza di telecamere e di pubblico, o alla gara dei medici che si dichiarano obiettori di coscienza negli ospedali dove essere obiettori “fa curriculum” per i medici, qualunque sia la condizione della donna che chiede aiuto.

IL FINTO credente, che trova Dio solo se la cerimonia è ben frequentata e notata da chi deve notare, corrisponde al finto amor di patria di chi - specialmente fra i politici - cerca la benevolenza delle Forze Armate e “dei nostri ragazzi in armi”, ma si infastidisce se quei ragazzi sono in tuta da operaio, magari iscritti a un sindacato, specialmente se quei ragazzi insistono nel pretendere i diritti che legge e Costituzione garantiscono. Intorno, nell’una e nell’altra chiesa, c’è un deserto di solidarietà.

In Europa nessuno è più solo e più abbandonato dei disabili italiani. In quel vuoto entrano i rapitori di Emanuela Orlandi, i maggiordomi con doppio e misterioso lavoro, i banchieri improvvisamente cacciati per ragioni non dette, i tesorieri di partito, gestori di ricchezze comunque illecite che dividono diamanti e spese indecenti con strani infiltrati nella vita pubblica, tutti molto simili, per coraggio e mancanza di scrupoli, a certi cardinali.

La Repubblica italiana come istituzione politica, e il Vaticano come governo dell’omonimo Stato e della Chiesa, sono contenitori di società segrete, intente a un sommerso, ininterrotto lavorìo di promozione (il mio uomo contro il tuo) e di eliminazione reciproca, in una infinita variazione di casi Boffo. I maggiordomi, con o senza la severa uniforme vaticana, avranno ancora molto da fare. Ai credenti nella fede e nella patria toccano tempi duri

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