L’errore di Papa Benedetto

di James Carroll, 16 luglio 2007

(Traduzione di Stefania Salomone)


Quando Richard Dawkins, Sam Harris o Christopher Hitchens, citando le intuizioni della scienza o l’aumento della violenza settaria, denunciano la vera idea di Dio, i fondamentalisti attaccano i pilastri sui quali si fonda questo criticismo moderno. In questo clima, Papa Benedetto XVI la scorsa settimana ha promulgato due decreti inaspettati, restaurando la atavica Messa del Concilio di Trento e resuscitando un esclusivismo cattolico fuori tempo - la nozione di un cattolicesimo papa-centrico quale sola via autentica verso Dio.
In queste iniziative reazionarie, Papa Benedetto esplicita inavvertitamente di condividere le convinzioni di Dawkins e dei suoi seguaci - che la religione è un impulso primordiale, incapace di affrontare le sfide del pensiero contemporaneo.
Quindi, invece di essere intimidito dal criticismo religioso secolare o scientifico, un credente può insistere sul fatto che la fede in Dio sia un adempimento di tutto ciò che la gente modernista afferma quando segue la scienza - o obietta alla violenza. Allo stesso tempo, un credente può avanzare la critica Dawkins-Harris-Hitchens per sostenere che le varie articolazioni della religione tradizionale su tutti i fronti sono molto vicine alla giustizia divina.
Il Dio che gli atei negano fortemente (l’onnipotente, l’onnisciente, il Creatore, il Dio che interviene in modo soprannaturale per la dannazione o la salvezza, il patriarcalismo, il puritanesimo, la guerra, ecc.) è proprio il Dio preservato nelle proposizioni del Concilio di Trento e nella sua liturgia. Ma questo Dio è anche quello che sempre più credenti, cattolici inclusi, semplicemente non riconoscono come il Dio del loro culto.
Questa gente considera il fatto che Dio sia inconoscibile come la cosa più importante da sapere su Dio. Le proposizioni tradizionali del credo, quindi, devono essere affermate rigidamente, anche se sono senza senso, ma con ponderata prudenza sul linguaggio religioso, che da adito a dubbi, così come al rispetto per credo differenti - o per le posizioni dei non credenti.
Questo non è un modo di essere religioso completamente nuovo. Possiamo ritrovarlo nei saggi di molti pensatori, da Agostino nel passato, a Nicola di Cusa nel Rinascimento fino a Kierkegaard nella storia moderna. Ma l’immaginazione religiosa contemporanea è stata trasformata da intuizioni nate dalla scienza. Una volta che il credente ha imparato a pensare storicamente e criticamente, è impossibile che torni a pensare al mito.
Papa Benedetto, nella sua denigrazione recente della tradizione cristiana che non rispetta l’indiscutibile concetto di "successione apostolica" nel cattolicesimo, ad esempio, tentava di proteggere il "tesoro di fede", quelle convinzioni stabilite dagli stessi apostoli. Ma tale lettura letterale della successione apostolica perde il suo senso quando si apprende che nessuno degli Apostoli pensava di stabilire una "chiesa" nel senso attuale, indipendente dal giudaismo. Similmente, il Nuovo Testamento è "ispirato", ma che significa appellarsi all’autorità apostolica quando si apprende che i 27 libri non furono canonizzati fino al III sec. dopo Cristo?
Quando ci rendiamo conto che le dottrine dell’ortodossia si sono evolute nel tempo, possiamo smettere di considerarle fuori dal tempo. Invece, quando iniziamo a considerarci appartenenti ad una delle tante tradizioni religiose, perdiamo quella innocente abilità di considerarci assoluti. Quando la nostra nozione geografica ci mostra che, sebbene noi siamo un centro, non siamo l’unico, non abbiamo altra scelta che affermare che le posizioni degli altri non sono semplicemente "marginali rispetto al nostro centro", secondo una frase del teologo David Tracy, "ma centro esse stesse".
A fronte di tali difficoltà di riconoscimento, la gente religiosa può ripiegare verso il fondamentalismo o guardare alla fede religiosa nel suo insieme. Oppure possiamo deliberatamente abbracciare ciò che il filosofo Paul Ricoeur chiamava una "una seconda natività". Questo implica un movimento che attraverso il criticismo ci muove verso la voglia di conoscere la sacra tradizione dalla quale discendiamo, anche se implica che viviamo i suoi concetti in modo differente. Papa Benedetto sta tentando di restaurare, certamente, la prima natività di "una chiesa". In un’era di pluralismo globale, questo non sta in piedi.
Il Concilio di Trento, la cui Messa e teologia (incluso il concetto anti-giudaico) Benedetto vuole ristabilire, fu superata già ai tempi di Copernico quando pubblicò "Sulla Rivoluzione dei Corpi Celesti" - l’inizio dell’era della scienza. La chiesa cattolica romana ha commesso un terribile errore nel rigettare la teoria di Copernico, che poi in seguito ha dovuto riconsiderare. Papa Benedetto sta ripetendo lo stesso errore, come la pensano Dawkins & Co., al quale i credenti sono purtroppo legati. I credenti hanno bisogno di essere seguaci della verità. Quindi, molti di noi, inclusi i cattolici, sono andati oltre questo modo di pensare, sempre ammesso che possa chiamarsi così.
James Carroll’s column appears regularly in the Globe.


Testo Originale


Pope Benedict’s mistake
By James Carroll | July 16, 2007
WHEN THE likes of Richard Dawkins, Sam Harris, or Christopher Hitchens, citing insights of science or the rise of sectarian violence, denounce the very idea of God, fundamentalists strike back by attacking pillars on which such modern criticism stands. In this mode, Pope Benedict XVI last week issued two unexpected decrees, restoring the atavistic Mass of the Council of Trent and resuscitating an outmoded Catholic exclusivism -- the notion of a pope-centered Catholicism as the only authentic way to God.
In these reactionary initiatives, Pope Benedict inadvertently shows that he shares a basic conviction with Dawkins et al. -- that religion is a primitive impulse, unable to withstand the challenge of contemporary thought.
Yet, instead of feeling intimidated by secular or "scientific" criticisms of religion, a believer can insist that faith in God is a fulfillment of all that fully modern people affirm when they assent to science -- or object to violence. At the same time, a believer can advance the Dawkins-Harris-Hitchens critique to say that most articulations of traditional religion of all stripes fall far short of doing "God" justice.
The God whom atheists aggressively deny (the all-powerful, all-knowing, unmoved Mover; the God of damnation, supernatural intervention, salvation-through-appeasement, patriarchy, puritanism, war, etc.) is indeed the God enshrined in propositions of the Council of Trent, and in its liturgy. But this God is also one whom more and more believers, including Catholics, simply do not recognize as the God we worship.
Such people regard the fact that God is unknowable as the most important thing to know about God. Traditional propositions of the creed, therefore, must be affirmed neither rigidly nor as if they are meaningless, but with thoughtful modesty about all religious language, allowing for doubt, as well as respect for different creeds -- and for no creed.
This is not an entirely new way of being religious. One sees hints of it in the wisdom of many thinkers, from Augustine in ancient times to Nicholas of Cusa in the Renaissance to Kierkegaard in the modern era. But, in fact, the contemporary religious imagination has been transformed by understanding born of science. Once a believer has learned to think historically and critically, it is impossible any longer to think mythically.
Pope Benedict, in last week’s denigration of Christian traditions that lack the unbroken "apostolic succession" of Catholicism, for example, was seeking to protect the "deposit of faith," those core beliefs that were established by the Apostles themselves. But such literalist reading of apostolic succession goes out the window when one learns that none of the actual Apostles thought that they themselves were establishing a "church" in our sense, independent of Judaism. Similarly, the New Testament is "inspired," but what does that mean for appeals to "apostolic" authority when one learns that its 27 books were not "canonized" until three centuries after Jesus?
Once we realize that doctrines of orthodoxy evolved over time, we stop treating them as timeless. Indeed, once we understand ourselves as belonging to one religious tradition among many, we lose the innocent ability to regard it as absolute. Once our internal geography recognizes that, however much we are a center, we are not the only one, we have no choice but to affirm the positions of others not as "marginal to our centers," in a phrase of theologian David Tracy, "but as centers of their own."
Faced with such difficult recognitions, religious people can retreat into fundamentalism or throw out religious faith altogether. Or we can quite deliberately embrace what the philosopher Paul Ricoeur called a "second naivetÚ." This implies a movement through criticism to a renewed appetite for the sacred tradition out of which we come, even while implying that we are alive to its meaning in a radically different way. Pope Benedict is attempting to restore, by fiat, the first naivetÚ of "one true church." In an age of global pluralism, this is simply not tenable.
The Council of Trent, whose Mass and theology (including its anti-Judaism) Benedict wants to re establish, was summoned about the time Copernicus published his "On the Revolutions of Heavenly Bodies" -- the beginning of the scientific age. The Roman Catholic Church made a terrible mistake in rejecting Copernicus, one from which it has only lately been recovering. Pope Benedict is repeating that mistake, as Dawkins and company think religious people are bound to do. But believers need not follow. Indeed, many of us, including Catholics, have moved on from such thinking, if you can call it thinking.
James Carroll’s column appears regularly in the Globe.
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Martedý, 17 luglio 2007