Dov'è la buona notizia?
L'ombra del Grande Inquisitore

Gianni Mula

Circa 2000 anni fa un carpentiere ebreo, praticamente sconosciuto al di fuori della sua cerchia familiare, decise di abbandonare la propria famiglia d'origine, il proprio lavoro e il proprio paese, Nazareth in Galilea, per andare in giro ad annunciare una buona notizia. La notizia era la venuta del regno di quel Dio che nel corso della storia aveva sempre soccorso il popolo ebreo nelle sue vicissitudini. Per tutti gli affaticati e gli oppressi era davvero una buona notizia: perché sarebbe stato un regno dal giogo soave e leggero, non duro e pesante come quello imposto da scribi e farisei, inflessibile sul rispetto del sabato e sul pagamento delle decime, e invece disattento sulle violazioni della giustizia e della misericordia.
Non ci si può stupire che scribi e farisei, l'élite culturale e religiosa del tempo, non giudicassero buona questa notizia. Infatti non l'accolsero. I romani, che dominavano l'intera Palestina dal tempo della conquista di Gerusalemme (63 a.C.) da parte di Pompeo, non si posero neanche il problema se la notizia fosse davvero buona o cattiva: la considerarono una minaccia politica per l'impero e crocifissero colui che l'annunciava. Una morte banale per un ebreo marginale, visto che nella Palestina del tempo bastava molto poco per finire crocifissi (si stima che nel primo secolo d.C. sia stato crocifisso qualche migliaio di persone).
Tuttavia oggi sappiamo che la crocifissione non fu l'ultima parola: la buona notizia sopravvisse a quella morte infamante e il nome del carpentiere rimane ancora, per tante donne e uomini del nostro tempo, un fondamentale punto di riferimento.
Quel carpentiere si chiamava Gesù, detto Cristo, cioè Unto dal Signore, cioè Messia. Dal secolo dei lumi in poi gli studi storici sulla sua vita e sul suo annuncio hanno riempito, e continuano a riempire, migliaia di volumi, come a suggerire che oggi l'interesse per la buona notizia sia addirittura più sentito che nei primi secoli del cristianesimo. Il che è un po' paradossale perché, come ha scritto Giovanni Sarubbi nel suo post iniziale, «il cristianesimo di oggi, in tutte le sue ramificazioni, è una religione che nel suo complesso è del tutto simile a quella contro cui si impegnò Gesù di Nazareth 2000 anni fa. È una religione oppressiva, con una casta sacerdotale oppressiva che fa da mediazione fra il semplice fedele e il Dio posto nel settimo cielo. Una religione legata fortemente al potere politico ed economico, un potere politico ed economico essa stessa, e ciò vale per tutte le chiese cristiane. I fedeli sono chiusi su se stessi schiacciati dai dogmi e dai peccati che il sangue di Cristo avrebbe cancellato».
Che cosa è successo? La gente è in attesa della buona notizia. Perché le chiese non sembrano più capaci di annunciarla?
Viene da chiedersi quanto le chiese cristiane nel loro insieme, e quella cattolica in particolare, siano rimaste fedeli all'annuncio originario. Uno storico agnostico potrebbe osservare, con più di qualche buona ragione, che, a furia di combattere un pensiero illuminista sentito come avversario mortale, di lottare contro la razionalità in nome della rigorosa adesione alla lettera del deposito della fede, le chiese abbiano finito col trasformarsi nell'avversario che dichiaravano di voler combattere. Perché quando si usano le stesse armi dell'avversario e ci si comporta come lui si finisce per essere indistinguibili da lui, anche sul piano dei valori, diversi nel nome ma uguali nella sostanza. La politica di questi giorni dello stato di Israele è in questo senso un esempio da manuale.
Un punto di vista differente, non antitetico al precedente ma certamente più profondo, è quello elaborato dal filosofo cattolico canadese Charles Taylor. In un monumentale (900 pagine) saggio (L'età secolare - Feltrinelli, 2009) Taylor si chiede come siamo passati da un tempo nel quale tutti davano per scontata l'esistenza di un qualche dio a un tempo nel quale tutti noi, credenti e non credenti, passiamo con disinvoltura, a seconda dell'occasione, da un quadro di riferimento compatibile con l'adesione formale a un dio a un quadro, del tutto differente, nel quale la fede non gioca alcun ruolo rilevante. Il fatto è, spiega Taylor, che nel 2000 aver fede in Dio non significa più ciò che significava nel 1500. È accaduto infatti che nella cristianità latina si è verificata una "mutazione". Un tempo si credeva in un Dio trascendente, ma presente e riconoscibile, magari anche solo nelle bestemmie, nelle relazioni quotidiane fra le persone. Oggi quel Dio è morto, ucciso dall'assenza di trascendenza che tutti sperimentiamo nella realtà di ogni giorno. Al suo posto c'è un Dio surrogato, quello del cristianesimo "ontologico" di cui parla Sarubbi o quello della mercificazione di tutte le cose, che comunque non vale più la pena neanche di bestemmiare.
Ivan Illich (1926-2002), straordinaria voce profetica, prete cattolico rimasto fedele alla vocazione per tutta la vita, concordava nella sostanza con l'impostazione di Taylor ma andava oltre (ad esempio in Ivan Illich - I fiumi a nord del futuro - Testamento raccolto da David Cayley - Quodlibet 2013). Per lui le difficoltà del cristianesimo contemporaneo non erano che l'esito finale del "brutale" sforzo della Chiesa cristiana occidentale, per quanto sincero e bene intenzionato, di ridurre la libertà implicita nella buona notizia a un insieme di dogmi e prescrizioni. Così, ad esempio, l'oggettiva follia dell'aiuto offerto spontaneamente dal samaritano (perché dalla compassione gli si torcevano le budella) a una persona che non gli era neanche connazionale diventa prima un dovere da desiderare, poi un dovere sancito da regole da rispettare. Fare di un gesto generoso e spontaneo un dovere, creare categorie di persone verso le quali a quel dovere si è obbligati, ha reso possibile servirsi del vangelo per compiere il male, raggiungere cioè il massimo della perversione. Corruptio optimi pessima, amava citare Illich, perché il massimo bene possibile, la Rivelazione, una volta resa obbligatoria per legge, da strumento di salvezza diventa strumento di perdizione.
In questo senso la modernità rappresenta sì il culmine del cristianesimo, ma di un cristianesimo non più buona notizia nel senso dell'annuncio di Gesù ma sua autentica perversione.
Se si ritiene quest'analisi di Illich anche solo un punto di partenza, allora chiedersi dov'è finita la buona notizia è porsi la domanda sbagliata, perché il vero problema è ricominciare a testimoniarla. Se invece si pensa che la posizione di Illich sia eccessiva o comunque infondata, per quanto motivata da ottime intenzioni, conviene rileggere I fratelli Karamazov, in particolare il confronto tra il Grande Inquisitore e un immaginario Gesù Cristo tornato sulla terra, nella Siviglia dell’Inquisizione, quando ogni giorno si bruciavano eretici a maggior gloria di Dio:
«Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto. Perché dunque sei venuto a disturbarci? ...
Tu non volesti privar l’uomo della libertà e respingesti l’invito [a mutare le pietre in pani], perché, così ragionasti, che libertà può mai esserci, se la ubbidienza è comprata coi pani? ... Invece d’impadronirti della libertà umana, Tu l’hai moltiplicata e hai per sempre gravato col peso dei suoi tormenti la vita morale dell’uomo. ... Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: “Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu”. Tu non scendesti, perché una volta di più non volesti asservire l’uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio. ...
Il Tuo grande profeta dice nella sua visione e nella sua parabola di aver visto tutti i partecipi della prima resurrezione e che ce n’erano dodicimila per ciascuna tribù. ... Ma erano in tutto appena alcune migliaia ... e i rimanenti? ... che colpa hanno gli altri, gli uomini deboli, di non aver potuto sopportare ciò che i forti poterono? ... Possibile che Tu sia venuto davvero solo agli eletti e per gli eletti? Ma se è così, ... se c’è un mistero, anche noi avevamo il diritto di predicarlo e di insegnare agli uomini che non è la libera decisione dei loro cuori quello che importa, né l’amore, ma un mistero, a cui essi debbono ciecamente inchinarsi, anche contro la loro coscienza. E così abbiamo fatto. Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. ...noi persuaderemo [gli uomini] che allora soltanto essi saranno liberi, quando rinunzieranno alla libertà loro in favore nostro e si sottometteranno a noi. ... Diremo che ogni peccato, se commesso col nostro consenso, sarà riscattato, che permettiamo loro di peccare perché li amiamo e che, in quanto al castigo per tali peccati, lo prenderemo su di noi. ...
Tutti, tutti i più tormentosi segreti della loro coscienza, li porteranno a noi, e noi risolveremo ogni caso, ed essi avranno nella nostra decisione una fede gioiosa, perché li libererà dal grave fastidio e dal terribile tormento odierno di dovere personalmente e liberamente decidere. ...
Sappi che io non Ti temo. Sappi che anch’io fui nel deserto, che anch’io mi nutrivo di cavallette e di radici, ... Ma mi ricredetti e non volli servire la causa della follia. Tornai indietro e mi unii alla schiera di quelli che hanno corretto l’opera Tua. ... Ciò che Ti dico si compirà e sorgerà il regno nostro. Ti ripeto che domani stesso Tu vedrai questo docile gregge gettarsi al primo mio cenno ad attizzare i carboni ardenti del rogo sul quale Ti brucerò per essere venuto a disturbarci. Perché se qualcuno più di tutti ha meritato il nostro rogo, sei Tu. Domani Ti arderò. Dixi”.
L'inquisitore, dopo aver taciuto, aspetta per qualche tempo che il suo Prigioniero gli risponda. Il Suo silenzio gli pesa. Ha visto che il Prigioniero l’ha sempre ascoltato, fissandolo negli occhi col suo sguardo calmo e penetrante e non volendo evidentemente obiettar nulla. Il vecchio vorrebbe che dicesse qualcosa, sia pure di amaro, di terribile. Ma Egli tutt’a un tratto si avvicina al vecchio in silenzio e lo bacia piano sulle esangui labbra novantenni. Ed ecco tutta la Sua risposta. Il vecchio sussulta. Gli angoli delle labbra hanno avuto un fremito; egli va verso la porta, la spalanca e Gli dice: “Vattene e non venir più... non venire mai più... mai più!”. E Lo lascia andare per “le vie oscure della città”. Il Prigioniero si allontana.
– E il vecchio?
– Il bacio gli arde nel cuore, ma il vecchio persiste nella sua idea.».
Ha scritto qualche anno fa (Repubblica del 10/1/2007) un laico come Gustavo Zagrebelsky, ex-presidente della Corte Costituzionale: «Postulare una morale esterna, dispensata da un'autorità, sia pure paterna come la Provvidenza divina, significa, nel grande colloquio sulla libertà che occupa un celeberrimo capitolo (II, 5, 5) dei Karamazov, dare ragione all'Inquisitore e torto al Cristo».
È forse anche questa un'analisi infondata e eccessiva dello snaturamento odierno della buona notizia?
Un riferimento significativo al romanzo di Dostoevskij era già stato fatto esplicitamente da Ivan Illich, sempre nell'opera citata, nel racconto del suo incontro del 1969 col cardinale Franz Seper, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Doveva consegnargli di persona la lettera nella quale, per non creare imbarazzi di alcun genere alla sua Chiesa, che lui continuava ad amare profondamente, dichiarava di rinunciare a difendersi dalle accuse che gli erano state mosse dalla Congregazione. Il cardinale lo ricevette con cortesia e poi lo congedò con le parole: «Vai pure, vai pure, e non tornare più». Fu solo scendendo le scale, racconta Illich, che si rese conto che Seper stava citando le parole con le quali, alla fine del racconto, il Grande Inquisitore congedava Gesù.
Vedere l'ombra del Grande Inquisitore dietro la condizione attuale della buona notizia annunciata dalle chiese è naturalmente solo un primo passo, per quanto necessario, per capire la mutazione avvenuta. Il discorso rimane aperto.



Sabato 19 Luglio,2014 Ore: 19:26