L'arresto del boss e le responsabilitÓ della Chiesa

di Domenico Pizzuti

da Adista Segni Nuovi n. 96 del 24/12/2011


Le affermazioni dell’anziano parroco di Casapesenna (Ce), don Luigi Menditto, in seguito all’arresto, lo scorso 7 dicembre, del boss dei casalesi Michele Zagaria, nascosto in un bunker tecnologicamente sofisticato nel suo stesso paese, risultano fuori coro ma anche rivelatrici di un sentire diffuso nell’ambiente.
Il religioso ha affermato, con una formula stereotipata, che Zagaria era uno dei fedeli della sua parrocchia «a cui portare il Vangelo», «un parrocchiano come gli altri». Sorvoliamo sul particolare della conoscenza del latitante come appartenente alla sua parrocchia, in tutti i casi un buon pastore dovrebbe ammonire i suoi fedeli sui pascoli velenosi, sui pozzi inquinati, sugli agnelli vestiti da lupi o da benefattori e protettori. Per giustificare una certa omertà, il parroco adduce gli errori compiuti da uno Stato assente e incapace di proteggere il territorio («lo Stato qui ha sbagliato»), e l’ammissione che, «a Casapesenna, siamo nati senza legge», come a dire che l’illegalità è legittimata, socializzata e tollerata. Alla luce di ciò, l’accusa di Roberto Saviano al parlamentare del Pdl Nicola Cosentino – accusato dalla magistratura di essere il “referente politico” dei casalesi – di non aver contrastato apertamente le organizzazioni criminali può essere legittimamente rivolto non solo al parroco ma anche a tutta la comunità civile e religiosa.
Il problema riguarda l’atteggiamento di molti abitanti del territorio che nascono, vivono e talvolta prosperano in un regime di illegalità diffusa, dove si moltiplicano i traffici lucrativi dei clan criminali che inquinano le transazioni economiche e le amministrazioni locali per i loro affari, e poi distribuiscono le briciole ai loro “fedeli”. Non si tratta, quindi, solo di un impero temuto, di ricatti espliciti, di dominio del territorio manu militari, ma di molto di più: Zagaria si configura come una sorta di “sindaco sotterraneo” di Casapesenna. In tutti i casi, si manifesta una cappa iniqua di dominio, ma anche di sottomissione, se non di consenso e legittimazione sociale dei soggetti e delle attività dei clan criminali, cioè del loro potere e della loro “potenza” per la capacità di condizionamento delle attività economiche, amministrative e comunicative.
Per pareggiare i conti, bisogna richiamare altresì la chiara affermazione del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso che, dopo aver plaudito per la riuscita operazione di cattura di uno dei latitanti più ricercati d’Italia, dichiarava che non sarebbe stato contento finchè non sarebbe stato assicurato alla giustizia l’ingegnere che ha disegnato e realizzato il bunker tecnologicamente sofisticato per nascondere Zagaria. Perché questi criminali hanno bisogno della cooperazione di ingegneri e professionisti, cioè di quella «borghesia camorristica» raccontata e documentata dal sociologo napoletano Giacomo Di Gennaro in un volume del 2009 – curato anche da chi scrive –, Dire camorra oggi (Guida), che con un certo disappunto, non abbiamo trovato tra le letture preferite dal nostro nel suo bunker, dove invece c’erano i testi di Roberto Saviano e del magistrato Raffaele Cantone.
Lo Stato ha riaffermato con questo blitz la sua presenza, anche se si tratta ora di ricostruire un’economia liberata da inquinamenti. Anche la comunità cristiana del territorio, con i suoi sacerdoti ed il vescovo, sono chiamati ad un’intensa opera educativa alla civile convivenza ed al Vangelo della giustizia, memori della testimonianza di don Peppino Diana che, nel documento diffuso nel Natale del 1991, sosteneva: «La camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare una componente endemica della società campana». Dio ce ne liberi, ma anche i religiosi e i cittadini facciano la loro parte.

* Gesuita e sociologo (Scampia-Napoli)

Articolo tratto da
ADISTA
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