Testimoni   Oscar Romero
Per amore del mio popolo non tacerò
 
Pasquale Pirone

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A vent'anni dal martirio, il 24 marzo 1980, un ricordo dell'arcivescovo di San Salvador

 

"La civiltà dell'amore non è un sentimentalismo, è la giustizia e la verità… Una civiltà dell'amore che non esige la giustizia degli uomini, non sarebbe una vera civiltà ma una caricatura dell'amore, in cui si vuole dare sotto forma di elemosina ciò che si deve già per giustizia"

Oscar Romero

 

Avevo quasi diciott'anni quando Romero è morto. Sapevo del suo Paese piccolo e poverissimo, fertile e verde, dai cento vulcani e dagli altrettanti terremoti. Sapevo di lui, di Romero: di un arcivescovo che interpretava il suo popolo e ne denunciava la miseria e lo sfruttamento, la repressione e le vittime. Un giorno, era marzo, ci afferrò il gelo: Romero era morto in chiesa, ucciso a fucilate mentre celebrava l'Eucarestia.

Ho imparato con gli anni a conoscerlo meglio. Oggi mi sono familiari i suoi occhiali all'antica, il suo sorriso schietto, le sue parole di mitezza risoluta e da tempo è nell'altare del mio cuore, testimone e fratello credibile di una fede incarnata e vissuta. Oggi, a vent'anni  dalla sua morte, l'arcivescovo dei poveri non è ancora sugli altari della Chiesa.

A Ciudad Barrios, Oscar Arnulfo Romero Galdamez era nato il 15 agosto 1917 in una famiglia di contadini. Fu lui stesso a confessare in un'intervista:

"Ognuno ha le sue radici. Io sono nato in una famiglia molto povera. Ho sofferto la fame, so cosa significa lavorare da bambino. Da quando entrai in seminario e iniziai i miei studi, fino a quando mi mandarono a Roma a finirli, passai anni e anni tra i libri, dimenticandomi delle mie origini. Mi feci un altro mondo. Poi tornai in El Salvador e mi diedero l'incarico di segretario del vescovo di San Miguel. Ventitré anni di parroco lì, ancora immerso nelle carte. E quando mi portarono a San Salvador come vescovo ausiliare, caddi nelle mani dell'Opus Dei e lì rimasi... Poi mi mandarono a Santiago de Maria e lì mi scontrai di nuovo con la miseria: con quei bambini che morivano solo per l'acqua che bevevano, con quei contadini che faticavano duramente per ore e ore... Sa, il carbone che è stato bragia, un piccolo soffio e prende fuoco! E non fu roba da poco quello che successe quando arrivò all'arcivescovado Padre Grande. Lei sa quanto io lo stimassi. Quando io vidi Rutilio morto pensai: se lo hanno ammazzato per quello che faceva, tocca a me camminare per la sua stessa strada... Cambiai, sì, però fu anche un ritorno."

"Romero - ha detto di lui don Tonino Bello - era (in origine) un professore della fede, non un confessore. Era così sospettoso nei confronti di quei preti che si facevano carico dei problemi d'ingiustizia e di oppressione vissuti dal popolo, che la sua nomina ad arcivescovo di San Salvador, nel febbraio 1977, venne salutata con entusiasmo da tutti i quadri del potere costituito.Un mese dopo, la via di Damasco. Quando, sotto le raffiche delle armi cadde padre Rutilio, in ultima analisi fu lui a cadere sotto l'urto della Parola di Dio. Forse, a determinare il suo passaggio deciso dalla solidarietà col potere all'intransigente opposizione fu proprio la telefonata del presidente Molina che, ritenendo di fargli cosa gradita, gli annunziò per primo l'avvenuta esecuzione di padre Rutilio. Gli si aprirono allora gli occhi e le orecchie e intuì tutta la portata delle parole dell'Esodo: "Ho osservato la miseria del mio popolo... ho udito il suo grido... e sono sceso per liberarlo".

I tre anni di lotta che seguirono, fino alla sua morte, sono legati a queste risonanze bibliche. Basta leggere le sue omelie per rendersi conto di come, alla radice del suo cambiamento, ci sia solo la Parola di Dio e non la smania di chi si serve degli oppressi per emergere e trovare consensi. E' ora di finirla con le ingenerose speculazioni che fanno di Romero un eroe ma non un martire; che presentano quest'uomo come travolto dall'ideologia ma non afferrato dallo Spirito; e che, delle quattro virtù cardinali, gli accreditano la giustizia ma non la prudenza, gli riconoscono la fortezza ma non la temperanza!

Un mese prima della sua morte, sul quaderno degli esercizi spirituali, annotò: "Il nunzio di Costa Rica mi ha messo in guardia da un pericolo imminente proprio in questa settimana... Le circostanze impreviste si affronteranno con la grazia di Dio. Gesù Cristo aiutò i martiri e, se ce ne sarà bisogno, lo sentirò molto vicino quando gli affiderò il mio ultimo respiro. Ma, più dell'ultimo istante di vita, conta dargli tutta la vita e vivere per lui... Accetto con fede la mia morte per quanto difficile essa sia. Né voglio darle un'intenzione, come vorrei, per la pace del mio paese e per la crescita della nostra chiesa... Perché il cuore di Cristo saprà darle il destino che vuole… In lui è la mia vita e la mia morte… In lui ho riposto la mia fiducia, e non resterò confuso, e altri proseguiranno con più saggezza e santità il lavoro per la chiesa e per la patria".

Forse non c'è nessuna parola così frequente del vocabolario di Romero come la parola speranza. Anzi,  fu l'ultima parola da lui pronunciata quella domenica del 24 marzo 1980 alle ore 18,25, nella chiesa dell'ospedale della Divina Provvidenza mentre celebrava l'offertorio: "In questo calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio darci il coraggio di offrire il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo. Questo momento di preghiera ci trovi saldamente uniti nella fede e nella speranza".

Un colpo di fucile lo introdusse nella cena del Signore."

 

Per saperne di più:

A. Levi, O.A. Romero, un vescovo fatto popolo, Morcelliana

E. Masina, L'arcivescovo deve morire, ed. Gruppo Abele

O.A. Romero, Diario, ed. la meridiana

http://www.peacelink.it/users/romero/2romero

 


"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi

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