Testimoni : Papa Luciani
UN PONTIFICATO PROFETICO
 di Lorenzo Tommaselli

Testimoni   Il Dialogo Home PageScrivici

Anche se sono passati più di vent’anni dalla sua scomparsa, non si è spento nel cuore di moltissimi, credenti e non, il ricordo di Giovanni Paolo I,  papa Albino Luciani.

Pur nel suo brevissimo servizio apostolico, magis ostensus quam datus, ha lasciato, soprattutto tra la gente semplice, un ricordo ed una nostalgia intensi non solo per il suo accattivante sorriso, ma anche per il clima di fraternità umana e cristiana che aveva saputo creare nella Chiesa in quei 33 giorni di pontificato.

Tra gli altri dom Hélder Câmara, il grande vescovo-profeta brasiliano scomparso, all’elezione di papa Luciani esclamò esultante: «La Chiesa che elegge papa il figlio di una domestica e di un muratore! Il figlio di un socialista! Un bambino che ha sofferto la fame! Un vescovo che amava andare in bicicletta! Ha conquistato il mondo in due tempi. Il suo sorriso di bimbo, la sua totale naturalezza, un papa che è uno di noi, in carne ed ossa! Deliziosa l’intervista con i giornalisti! La semplicità incantevole con cui si è messo a raccontare i segreti del Conclave…!»

Ed, a fronte di un ricordo così profondo nel cuore di tutti, permane ancora incomprensibile la rimozione del suo pontificato, ed in definitiva della sua esistenza, operata dal Vaticano e dal suo sistema informativo (tranne poche eccezioni) da sempre, ed in particolare nel ventesimo anniversario dell’elezione e poi della repentina morte.

Ma, al di là del ritratto, riduttivo ed oleografico, del “ papa del sorriso”, Giovanni Paolo I fornisce alla comunità ecclesiale indicazioni lungimiranti almeno su tre temi, fondamentali per il suo futuro: l’esercizio del magistero papale sul modello del beato Giovanni XXIII (Papa dicitur quasi amabilis pater!), la conseguente ed effettiva valorizzazione della collegialità episcopale, l’irreversibilità del cammino ecumenico.

Le sue intenzioni a riguardo, dichiarate pubblicamente o solo confidate, sono state eloquenti e risultano oggi in netta controtendenza rispetto alla prassi che stanno portando avanti Giovanni Paolo II, oramai declinante, e la curia romana, che di fatto è diventata un terzo organismo che si frappone tra il papa ed i vescovi nel governo della chiesa.

Nel bel libro di Camillo BASSOTTO  “Il mio cuore è ancora a Venezia” (ed. 1990) sono riportate ampie tracce dei colloqui che Giovanni Paolo I ebbe con don Germano Pattaro e con il card. Villot, il primo teologo veneziano di notevole valore e stimato ecumenista, il secondo segretario di stato riconfermato nell’incarico da papa Luciani.

Secondo queste confidenze fatte a cuore aperto, Giovanni Paolo I si preparava, con un’ispirazione profondamente evangelica e nello spirito del Vaticano II, ad affrontare e rinnovare il suo ministero pastorale.

Aveva un senso profondo della collegialità episcopale, che voleva veder applicata nella vita della Chiesa: infatti da presidente della Conferenza episcopale veneta aveva spesso letto le nomine dei vescovi sull’«Osservatore romano», senza una consultazione previa.

Fin dalla prima udienza affermò: «Alla mia destra i miei fratelli vescovi. Io sono solo il loro fratello maggiore». Si sentiva strettamente legato al collegio episcopale, perché - diceva - il papa da solo può solo dire le preghiere. La collegialità tra il papa ed i vescovi, resa viva ed operante, diventa - secondo Luciani -  la prova e il sigillo della cattolicità e si esprime attraverso il sinodo dei vescovi.

Si riconosceva pubblicamente novizio nel fare il papa, ma la volontà e la profonda ispirazione che lo muovevano erano saldissime. Significativi i titoli, confidati a don Pattaro e riportati da Bassotto, di alcune delle lettere encicliche che intendeva scrivere: “L’Unità della Chiesa”, “La collegialità dei vescovi con il papa”, “La donna nella società civile e nella vita ecclesiale”, “I poveri e la povertà nel mondo”.

Leggendo tutti i titoli di cui è insignito il papa sull’Annuario pontificio, li giudicava “un retaggio del potere temporale”, proponendo quelli più veri e più ecumenici: eletto vescovo di Roma e per questo successore dell’apostolo Pietro e per questo servo dei servi di Dio. E giustamente si chiedeva: “Come può il papa presentarsi e dialogare, da fratello e padre in Cristo, con le Chiese sorelle, investito di tutti quei titoli ?”

Sin dall’inizio del suo pontificato aveva coltivato una preoccupazione: “Ho l’impressione che la figura del papa sia troppo lodata. C’è qualche rischio di cadere nel culto della personalità, che io non voglio assolutamente. Il centro di tutto è Cristo, è la Chiesa. La Chiesa non è del papa, è di Cristo……Il papa è un umile servitore di Cristo, della Chiesa, dell’uomo e del mondo”.

Al card. Villot aveva fatto chiaramente capire che non intendeva fare vita d’ufficio, passando molto del suo tempo ad esaminare valigie di carte e di documenti che gli recapitavano quotidianamente dalla Segreteria di Stato.

Pur non amando viaggiare, non intendeva chiudersi in Vaticano, lontano da tutti. Pensava ai suoi futuri viaggi come a quelli di un pastore e di un fratello che si sarebbe recato dovunque lo avrebbero voluto, specialmente nei paesi poveri: “io voglio essere il padre, l’amico, il fratello che va pellegrino e missionario a trovare tutti, che viene a portare la pace, a confermare figli e fratelli nella fede, a chiedere giustizia, a difendere i deboli, abbracciare i poveri, i perseguitati, a confortare i carcerati, gli esuli, i senza patria e gli ammalati”.

Deciso assertore (e non solo in teoria) della povertà della Chiesa (“la Chiesa non deve avere potere, né deve possedere ricchezze”), sullo spinoso caso IOR-Marcinkus aveva maturato idee chiarissime e, se la morte non glielo avesse impedito, aveva già comunicato al card. Villot la sua volontà di sostituire mons. Marcinkus alla guida della IOR (pare che mancasse solo la firma del papa): “Dovrà essere fatto nei giusti modi e nel rispetto della persona. Un vescovo non può presiedere e governare una banca. Quella che è chiamata la sede di Pietro, e che si dice anche santa, non può degradarsi a tal punto da mescolare le sue attività finanziarie, per i quali l’unica legge che vale è il profitto dove viene esercitata l’usura, permessa e accettata, ma sempre usura è……..Lo IOR deve essere integralmente riformato”.

E che la Chiesa avesse molto da farsi perdonare, era profonda convinzione di Giovanni Paolo I, il quale aveva pensato di “convocare una rappresentanza di vescovi di tutto il mondo per un atto di penitenza, di umiltà, di riparazione, di pace e di amore della Chiesa universale, da ripetersi ogni anno dal papa e dai vescovi nelle chiese locali, il venerdì santo”. Un gesto che, durante il Giubileo, avrebbe compiuto, da solo, il suo successore, imponendo ad una Curia riottosa quella liturgia di perdono svoltasi in S. Pietro il 12 marzo 2000. Quella Curia (o ampi settori di essa) che non risparmiarono a Giovanni Paolo I incomprensioni e sofferenze schernendolo, tra l’altro, per lo stile eccessivamente dimesso ed umile ( deridetur simplicitas iusti !) e boicottando continuamente le proposte del papa per il suo successore a Venezia.

Anche se per breve tempo, Giovanni Paolo I ci ha testimoniato che, come in questi ultimi anni si augurava p. Häring in un suo bel volumetto, si può fare diversamente nella vita ecclesiale. Visse infatti il ministero papale con quella semplicità di cuore ed umiltà che lo portarono, al Laterano, a dire ai romani: “Posso assicurarvi che vi amo, che desidero solo entrare al vostro servizio e mettere a disposizione di tutti le mie povere forze, quel poco che ho e che sono”.

E da una Chiesa che si è sforzata di incarnare l’evangelo nella scelta preferenziale dei poveri, quella Chiesa latino americana, tanto amata da Giovanni Paolo I, citiamo due significative testimonianze su papa Luciani. La prima è del vescovo martire Oscar Arnulfo Romero, per tutti (tranne che per il Vaticano!) san Romero d’America, il quale, in un’omelia del 22 ottobre 1978, disse tra l’altro: «Nel suo breve pontificato, ci sembra che Giovanni Paolo I ebbe solo il tempo di dare al mondo la risposta breve ma intensa che Dio dà al mondo attuale. […] Tu sei la pietra salda nella quale trova unità e forma la Chiesa che io, Cristo, costruisco. Non la costruisce il Papa, né i vescovi: non siamo altro che gli umili manovali del grande artefice della Chiesa.[…] La sua proverbiale umiltà, che divenne addirittura il motto del suo stemma (“humilitas”) e che lo rese così profondamente familiare ai bambini, […] suggeriva al mondo ciò che anche Cristo dice, che è necessario diventare come bambini per entrare nel regno dei cieli».

Ed il card. Lorscheider, brasiliano, uno degli ultimi grandi vescovi conciliari ancora viventi, così si espresse riguardo a Giovanni Paolo I: «Credo che il suo breve pontificato sia stato come un grande respiro nella vita della Chiesa. Come l’aprirsi di una limpida giornata…Abbiamo nostalgia di quel sorriso».


"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi

Registrazione Tribunale di Avellino n.337 del 5.3.1996