Testimoni  

Giuseppe Lazzati

di Anna Carfora


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Giuseppe Lazzati (1909-1986) potrebbe essere ricordato per molte ragioni: per i suoi contributi di studioso del cristianesimo antico, per l’impegno in Azione Cattolica che lo porta ad anticipare di trent’anni quella che sarà poi chiamata la "scelta religiosa" dell’AC, per la stagione di partecipazione diretta alla politica come deputato alla Costituente e poi al Parlamento, per il ruolo svolto come Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ho scelto, invece, di ricordare due aspetti della sua figura di laico e credente: la sua concezione del laicato e il suo modo di pensare l’impegno politico. Si tratta, in questo modo, di fare memoria attiva di Lazzati, di richiamare l’attenzione su scelte e concezioni che, sebbene siano mutati notevolmente i tempi, non hanno perso la loro attualità, anzi, sono particolarmente in grado di inquietare convinzioni e atteggiamenti che vanno largamente prendendo piede tra i cattolici.

Il laicato

Pur non essendo un teologo, Lazzati ha elaborato una sorta di via laicale alla santità. Che muove dal riconoscimento del compito laicale di santificare le realtà temporali. "E’ tutta la realtà che va consacrata a Dio – tutta! affinché, ricondotta a Cristo, attraverso Cristo canti il suo inno di gloria al Padre che l’ha creata". Tutta la realtà comprende "il cielo e la terra, gli spazi infiniti; vuol dire l’erba del campo, il grano, tutti gli animali, le cose animate e inanimate, tutto ciò che è stato creato da Dio; vuol dire tutti gli strumenti che l’uomo ha scoperto per dominare la terra secondo il comando divino, tutte le scienze, tutte le arti, tutte le tecniche; vuol dire tutte le attività umane dalla più umile alla più alta, da quella del manovale a quella speculativa; vuol dire tutte le attività attraverso le quali l’uomo realizza la comunità familiare, l’attività sindacale". Si trova qui molto bene espressa una teologia delle realtà penultime e della terrestrità, una vera e propria "teologia della materia".

Il laico, dunque, non si santifica nonostante il suo coinvolgimento nelle cose temporali, ma proprio attraverso di esso.

Il fedele laico non è, per Lazzati, un semplice emissario, l’anello terminale di una catena clericale, ma colui che si assume, in piena responsabilità e autonomamente, la sua vocazione di essere sale e lievito, di stare nel mondo e in mezzo agli altri con atteggiamento accogliente e dialogante, senza orgogli di appartenenza e chiusure preconcette. Già nel 1936, egli intende l’apostolato di AC come robustamente radicato nella realtà storica: si tratta di "portare Cristo alle masse", non bisogna chiudersi nel bacino d’utenza tradizionale, quello dei fedeli praticanti, ma aprirsi "agli uomini di campagna e di città, abitatori delle umili case e di grandi palazzi, lavoratori dei campi e operai, uomini di studio e di commercio, infelici per i quali non brillò la luce della verità, schiavi delle tenebre pagane"

Il pensiero politico

Per quanto la sua partecipazione alla vita politica attiva sia stata breve, Lazzati elabora nel corso degli anni un suo pensiero politico. Egli riflette sul rapporto tra fede e politica e afferma la laicità e l’autonomia della politica. La politica ha come scopo " la costruzione della città dell’uomo" ed è perciò "la più alta attività umana: quella che dovrebbe realizzare quel bene comune che è da intendere quale condizione per il massimo sviluppo possibile di ogni persona, questa è la politica in se stessa".

Per queste ragioni secondo Lazzati è indispensabile imparare a "pensare politicamente" e la pratica politica del cristiano non deve avvenire in quanto credente, ma perché credente. In altri termini, il cristiano non si impegna in politica da cristiano ma spinto dalla sua motivazione cristiana (fuori quindi da ogni integralismo politico-religioso, lontano da ogni orientamento teocratico), dunque capace di concorrere al bene di tutti e di collaborare per questo fine con tutti.

Alla formazione politica dei cristiani è dedicata l’Associazione "Città dell’Uomo" che Lazzati fonda nel 1985.

Nei momenti più difficili della storia civile e politica dell’Italia degli ultimi decenni, Lazzati non si lascia mai trascinare nelle contrapposizioni laici-cattolici, non abbraccia alcuna crociata. A proposito del referendum abrogativo del divorzio che era stato introdotto in Italia nel 1970 con la legge Fortuna-Baslini, Lazzati scrive a Paolo IV: " Non posso infatti nascondere, la mia viva preoccupazione che per la difesa di un principio e valore di tanta elevatezza e di tanta delicatezza ad un tempo quale è quello dell’indissolubilità del matrimonio, si scelgano modi che potrebbero, a mio modesto avviso e al di là delle intenzioni di chi sembra volerli, aggravare un male che solo modi suggeriti da superiore sapienza potranno contenere.

Alludo al referendum […]. La via, a mio modesto parere, è un’altra […]. Con il coraggio richiesto a chi sa irrinunciabile il rischio della libertà urge che tutti ci impegnamo in un’opera di evangelizzazione che, nella scia luminosa del Concilio, ci guidi nella profondità del mistero cristiano, là dove la fede risvegliata veda le ragioni profonde di ciò che richiede il vivere da cristiani e attinga la forza per farlo. Solo così si potranno aprire nuove strade per le quali la parola di Dio possa, libera, penetrare nel mondo".

Il 18 maggio del 1994, in occasione di una commemorazione di Giuseppe Lazzati, Giuseppe Dossetti, altro grande testimone del nostro tempo, intitolò la sua riflessione con le parole di Isaia: "Sentinella, quanto resta della notte?" (Is 21, 11).

Lazzati fu una sentinella, soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita si rese lucidamente conto "di ciò che si stava preparando per la cristianità italiana. Chi ha potuto avvicinarlo allora, avvertiva che la sua coscienza esprimeva un giudizio duro, lucido, su ciò che stava maturando per il nostro Paese […]: non tanto lo sbandamento elettorale elettorale dei cattolici, ma le sue cause profonde, oltre gli scandali finanziari e oltre le collusioni tra mafia e potere politico, soprattutto l’incapacità di ‘pensare politicamente’, la mancanza di grandi punti di riferimento e l’esaurimento intrinseco di tutta una cultura politica e di un’etica conseguente" (G. Dossetti).

Come ogni sentinella che si rispetti, Lazzati ha avuto il coraggio di guardare nel buio e perciò di precorrere l’aurora e il suo modo di pensare politicamente e laicamente conserva tutta la sua valenza profetica perché non mira ad edificare una sorta di nuova cristianità ma prepara ad una convivenza pacificamente aperta e costruttiva, disegna un modello di società praticabile, non concorrenziale, non conflittuale, nel nostro attuale contesto multirazziale, multireligioso, multiculturale.


"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi

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