Testimoni  
 Josef Mayr-Nusser obiettore all’odio
Pasquale Pirone

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"Nel nostro secolo sono ritornati i martiri, spesso sconosciuti, quasi militi ignoti della grande causa di Dio"

Giovanni Paolo II, TMA 37

24 febbraio 1945. Una gelida mattina di inverno, su di un carro-bestiame diretto al campo di sterminio di Dachau. A terra, nel carro, distrutto dagli stenti e dalla dissenteria c’è un ragazzone biondo, condannato a morte per tradimento al Reich. A casa, a Bolzano, lo aspetta invano la giovane moglie e un bambino di un anno. Stringe tra le mani il rosario, il messale e il Nuovo Testamento; ma dal pavimento di ghiaccio non si rialzerà più. Il suo nome è Josef Mayr-Nusser, presidente della gioventù di Azione cattolica del Sud Tirolo/Alto Adige: "Non giurerò a questo Fuhrer" aveva detto, e le porte del carcere più nero gli si erano spalancate davanti. Un gesto senza ritorno: frutto non dell’incoscienza di un momento, ma di un lungo cammino di consapevolezza. Col suo amico e assistente di A.C., don Ferrari, Josef aveva letto Mein Kampf e Il mito del XX secolo di Rosenberg. Sa bene quale carica di odio contengano quei libri, quanto siano inconciliabili con i valori cristiani, che dittatore sanguinario stia trascinando la sua gente in una folle corsa senza ritorno. Quando nel 1939 Hitler e Mussolini firmano a Berlino l’accordo che prevede la migrazione nel Reich della popolazione altoatesina di lingua tedesca e l’italianizzazione forzata di chi voglia restare, Mayr Nusser fonda con altri l’associazione "Andreas Hofer-Bund", che si oppone all’esodo e alle lusinghe del nazi-fascismo. L’anno prima, sulla locale rivista di Azione Cattolica, aveva scritto: "Dare testimonianza è la nostra unica arma efficace. E’un fatto insolito. Né la spada, né la forza, né finanze, né capacità intellettuali, niente di tutto ciò ci è posto come condizione imprescindibile per erigere il regno di Cristo sulla terra. E’una cosa ben più modesta e allo stesso tempo ben più importante che il Signore ci richiede: dare testimonianza".

L’"Andreas Hofer-Bund" continua la sua opera per tutti i primi anni della guerra fin quando, nel 1943 la Germania hitleriana non occupa l’Italia. Per coloro che non hanno optato in precedenza per il trasferimento in Germania, scatta l’arruolamento forzato nelle SS benchè siano cittadini italiani. Josef è portato a Konitz, in Prussia, per addestrarsi e giurare. Appena giunto, fa a tempo a scrivere alla moglie una lettera tenerissima: "Carissima Hildegard, una preoccupazione affliggerà anche te da quando sai che presto servizio nelle SS… Non ho dubitato un attimo su come mi comporterei in una simile situazione e tu non saresti mia moglie se ti aspettassi qualcosa di diverso da me… Ciò che affligge di più il mio cuore è che la mia testimonianza nel momento decisivo possa causare a te, fedelissima compagna, disgrazia temporale. L’impellenza di tale testimonianza è ormai ineluttabile, due mondi si stanno scontrando. I miei superiori hanno mostrato troppo chiaramente di rifiutare e odiare quanto per noi cattolici vi è di più sacro e intangibile."

Josef era "ben conscio – scrive il suo biografo Francesco Comina – dell’enorme guado che separa l’etica cristiana dalla prospettiva politica del nazismo. Come Bonhoffer, Mayr-Nusser è convinto che la responsabilità del cristiano, nel momento supremo della scelta fra la prospettiva del bene e del male, debba essere testimoniata con particolare fermezza. Di più: ricollegandosi a Tommaso Moro, che egli considerava come maestro di fede, egli era profondamente convinto che un cristiano consapevole non può stare con un piede in due staffe: da una parte invocare il Dio della pace e della giustizia e dall’altra farsi complice di un sistema di violenza e di morte, in aperta sfida all’eterno e al divino".

Giunge l’ora della prova: in una squallida stanza un sottufficiale convoca le reclute perché pronuncino le parole del giuramento: "Giuro a te, Adolf Hitler, Fuhrer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te e ai superiori designati da te l’obbedienza fino alla morte; che Dio mi assista!" Josef ha da tempo ben chiara la sua scelta: "Signor maresciallo maggiore, io non posso prestare il giuramento; sono cristiano, la mia fede non mi permette di giurare per un uomo in nome di Dio!". Si aprono per Josef le porte dell’inferno terreno. Viene rinchiuso in una cella sotterranea. Ma non dispera. Scrive ancora a Hildegard: "Non posso ancora dirti quando si deciderà la mia sorte… Dio, il Padre che veglia su di noi pieno d’amore sempre e ovunque non ci abbandonerà". Come il Crocifisso, Josef deve invece bere il suo calice fino in fondo. E’ caricato su di un treno: destinazione la morte a Dachau. Le sue condizioni di salute sono talmente cattive che perfino gli aguzzini si commuovono e, approfittando di una sosta, decidono di farlo visitare; ma il medico che lo controlla decide per il prosieguo del viaggio. "Ci salutò con un cordiale "Grazie" ricorda la guardia nazista che l’aveva in custodia. Il mattino seguente lo trovammo morto…Capimmo che non poteva essere un traditore".


"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi

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