L'inchiesta

Interviste a parroci, vescovi e "masti di festa" dell'Irpinia

La religiosità popolare in Irpinia

Viaggio in un fenomeno che al sud non è affatto in via di estinzione e dove si mischiamo sacro e profano.

Giovanni Sarubbi

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Don Sergio Melillo – Vice Parroco della Cattedrale

Netta separazione fra festa civile e celebrazioni religiose. Questa la caratteristica fondamentale della festa dell'Assunta che ogni anno, il 15 agosto, si celebra nella cattedrale di Avellino.

"E' oltre un secolo - dice il viceparroco don Sergio Melillo - che il comune organizza i festeggiamenti civili in modo autonomo rispetto alla Cattedrale. Noi, invece, ci occupiamo esclusivamente della parte religiosa attraverso l'Arciconfraternita dell'Immacolata".

Nessun "comitato festa", dunque, con sacro e profano mischiati insieme. Nessuna raccolta di fondi destinati a finanziare musica, fuochi artificiali o quant'altro caratterizza le feste patronali e che spesso sono fonti di polemiche fra sacerdoti e comitati festa.

"La festa - precisa don Sergio - risale al 1700 quando fu costituita l'Arciconfraternita. A quel periodo risale la statua che ancora oggi viene portata in processione. Fino a quel periodo la statua dell'Assunta, che era più piccola e più antica dell'attuale, era situata nella chiesa di San Francesco in piazza Libertà, che ora non c'è più. Dal 1700 in poi l'assunta è stata poi spostata nella Ccattedrale, una struttura che risale al 1166".

Religiosità, quella attorno alla festa dell'Assunta, molto pacata, che si estrinseca in una grande devozione alla Madonna attraverso la partecipazione alla processione del 15 Agosto che si snoda per tutte le principali strade cittadine.

"La Processione - continua don Sergio - è caratterizzata esclusivamente dalla forte partecipazione popolare. Nessuna gara a portare in spalla la statua della Madonna, che da trent'anni viene trasportata su un carro, ma una religiosità più profonda"

Religiosità che quest'anno, per esplicito volere di Don Mario Famiglietti, parroco della Cattedrale, si è caratterizzata in modo particolare, attraverso alcune settimane di preparazione alla festa, con celebrazioni specifiche su vari argomenti, dal lavoro, alla carità, alle vocazioni. Il risultato è stato molto positivo, con la Cattedrale sempre piena di fedeli attenti alle prediche e alla recita del Rosario.

"La festa - conclude don Sergio - viene vissuta da tutte le parrocchie della città che, in quell'occasione, diventano un'unica grande parrocchia attorno alla Cattedrale. Ma la festa è anche un momento di unità fra la città e gli altri paesi della diocesi perché sono moltissimi i fedeli che vengono ad Avellino da tutti i paesi della provincia. In quei giorni si può dire veramente che la Cattedrale riacquista il suo ruolo centrale di Tempio di tutta la Diocesi, confermata dalle celebrazioni presiedute dal Vescovo a cui non viene mai meno la partecipazione anche di tutte le autorità civili della città".

 

Don Enzo Spagnuolo

Parroco della Santissima Trinità dei Poveri di Avellino

Ad ogni parrocchia la sua festa patronale. Di solito, poi, gli edifici di culto cattolici sono pieni di cappelle votive o di statue senza alcun valore artistico. Non è così nella parrocchia della S.S. Trinità dei poveri, a Via Morelli e Silvati. Struttura moderna, con un tetto in legno che sembra fatto apposto per orientare lo sguardo verso la lettera A (l'alfa) che campeggia sopra l'altare. Tutt'intorno all'altare tre grandi pareti bianche che sembrano fatte apposta per ospitare altrettanti affreschi che, soprattutto in epoca medioevale, erano indicati come la "bibbia dei poveri". Nella nostra fantasia vediamo da un lato la rappresentazione della nascita di Gesù, dall'altro lato la sua crocifissione e al centro la sua resurrezione e ascensione al cielo. Chissà se qualche artista vorrà interpretare in senso moderno i tre momenti fondamentali della vita di Gesù. Ma questa è un'altra storia. Per ora parliamo con il parroco, don Enzo, di questa sua particolare esperienza di prete cattolico senza festa patronale. Esperienza di cui lui sembra molto contento.

"La nostra - esordisce don Enzo - è una parrocchia sviluppatasi dopo il terremoto. In quel periodo, la diocesi fece la scelta di sviluppare parrocchie nella periferia della città dove si realizzarono gli insediamenti dei prefabbricati leggeri e pesanti e la costruzione di case in cooperativa. Solo il nome lo abbiamo ereditato dalla vecchia confraternita che aveva la sua sede in Via Luigi Amabile. Ancora oggi quella chiesa è inagibile. Molti degli abitanti del centro, si sono trasferiti proprio qui attorno e noi abbiamo ereditato anche l'attività che la confraternita svolgeva in origine quando fu fondata nel 1700."

A cosa ti riferisci?

"Presso la parrocchia della S.S. Trinità dei Poveri sta per sorgere la mensa dei poveri. E' la stessa attività - prosegue don Enzo - che ha caratterizzato la confraternita fin dalla sua fondazione. Le confraternite, prima di diventare gli organizzatori delle feste, facevano quello che oggi viene svolto dalla Caritas. Un esempio sono le Misericordie che si chiamano in realtà "Fraternite di Misericordia". Inoltre già oggi, attraverso le suore Figlie della Carità, svolgiamo un'azione assistenziale."

C'è chi ti ha chiesto di realizzare anche da voi la classica festa?

"La parrocchia è dedicata alla SS Trinità. La nostra festa ecclesiale, è solo di tipo religioso e si realizza il giorno della Santissima Trinità che è una festa mobile che si celebra dopo la Pentecoste. In quell'occasione celebriamo la ricorrenza in modo solenne con le cresime e la presenza del Vescovo. Ho sempre rifiutato - continua don Enzo - di associare a quell'occasione una festa, pur avendo avuto qualche richiesta in tal senso. Qui da noi non esiste alcuna tradizione consolidata di cui tenere conto. Nei paesi magari è diverso perché in occasione delle feste c'è una comunità che si ritrova, c'è chi ritorna dall'estero proprio in quell'occasione. Anche in quel caso, però, le feste vanno purificate dagli elementi di distorsione o dalle manifestazioni che hanno poco o nulla di religioso. L'importante è recuperare il valore dello stare insieme e la crescita della comunità cristiana."

C'è chi sostiene che la religiosità popolare sia l'altra faccia di una religione, quale quella cristiana, troppo complicata, con precetti a volte difficili da digerire. C'è allora chi preferisce le scorciatoie. Tu cosa pensi?

"Sono anche io d'accordo. La devozione ad un santo è certo molto semplice da praticare. Nelle feste ci sono riti semplici e si registrano vaste disponibilità delle persone ad aderire perché in genere partecipare non richiede alcuna conversione interiore e alcun cambiamento del proprio modo di vivere che invece è fondamentale per dirsi cristiani".

Qual è la realtà sociale della parrocchia e quali le attività che realizzate?

"Nella parrocchia vi è sia una realtà impiegatizia sia popolare, concentrata quest'ultima nei prefabbricati e nelle case popolari. Anche da noi molto forte è la disoccupazione. Molte famiglie vivono uno stato di grave disagio sociale. Molte sono quelle che vivono il dramma della disgregazione. Sono molte, purtroppo, le famiglie separate. Nella nostra parrocchia, grazie alla presenza delle Suore "Figlie della Carità", riusciamo ad assistere un'ottantina di famiglie bisognose. Tutta la comunità si fa carico del problema, sia durante la messa, sia in modo anonimo molti portano il loro contributo alle Suore che distribuiscono soprattutto viveri e vestiario per bambini. Realizziamo poi un'attività di doposcuola per i bambini bisognosi o con disagio scolastico che è realizzata gratuitamente grazie all'aiuto volontario di numerosi insegnanti. La mensa dei poveri, poi, proietta la parrocchia ad un livello di impegno ancora più ampio del suo ambito territoriale. E' un compito impegnativo ma sono sicuro che, con l'aiuto di Dio, c'è la faremo".

 

Don Ferdinando Renzulli - Parroco di Cesinali

"Lasciare spazio a che la gente si esprima. Gli steccati non hanno mai costruito nulla di buono".

Questo il pensiero principale di Don Ferdinando Renzulli, parroco di Cesinali, sulla questione della religiosità popolare di cui abbiamo cominciato a parlare nello scorso numero, pigliando spunto dall'intervista di Mons. Salvatore Nunnari vescovo di S. Angelo dei Lombardi.

Da poco a Cesinali si è svolta la festa del santo patrono che è San Rocco di Montpelier, sul quale la parrocchia ha realizzato un opuscolo che illustra la sua vita. Si tratta di un esempio di recupero di storie e tradizioni popolari che altrimenti andrebbero persi.

Anche per don Ferdinando, che dichiara di avere un ottimo rapporto con il comitato festa di San Rocco, la questione principale è quella del dialogo con la gente: "Se si parla si riesce a farsi comprendere. Se si assume invece l'atteggiamento di proibizione non si produce nulla di buono. "

C'è chi considera del tutto negativamente le manifestazioni di religiosità popolare.

"La religiosità popolare è un dono di Dio ed è qualcosa da preservare. Non bisogna cancellare nulla di quanto abbiamo - prosegue don Ferdinando - senza prima averlo sostituito con qualcosa di altrettanto valido. Certo se il sacerdote si trova di fronte, per esempio, a dei camorristi che si appropriano delle feste dei santi, allora egli ha il dovere della testimonianza. In tutti gli altri casi egli ha il dovere di essere un educatore che, nella sua missione, deve procedere necessariamente con calma, senza strappi". Mai rompere più di quello che si riesce a costruire, direbbe il nostro Vescovo Mons. Forte.

L'aspetto delle feste più contestate è quello degli spari e delle feste cosiddette civili.

"E' sbagliato mettere la parte civile delle feste patronali contro la parte religiosa. Essere un popolo di Dio significa avere una diversità da esprimere. Diversità che va rispettata e aiutata a crescere nella gioia, che è uno degli aspetti trascurati del nostro essere cristiani. Il monachesimo, con tutto il rispetto per chi fa questa scelta, è un'altra cosa. Non possiamo poi essere noi ad esprimere giudizi sulle feste civili perché potremmo dare l'impressione di avere qualche interesse di parte da difendere. La gente, fra l'altro, è capace di giudicare, molto di più di quanto si può immaginare. Se uno spettacolo è mediocre, non c'è bisogno che lo dica il parroco o che egli lo proibisca".

E' sbagliato, in sostanza, cercare di omologare tutto ad un unico modello religioso.

"Certo è la cosa peggiore. Dobbiamo piuttosto fare le cose che ci competono bene. Se, per esempio, in una processione mettiamo a cantare uno che è stonato o che canta inni che nessuno capisce, sbagliamo".

Qual è la cosa che più ti ha colpito alla festa di San Rocco di quest'anno?

"E' stato quando una trentina di giovani mamme, sono entrate nella processione con i loro bambini nelle carrozzine. Sono cose che fanno bene al cuore. E poi voglio ricordare il miracolo del documento comune dei sindaci contro il dilagare della delinquenza stilato quando è giunto in paese la reliquia di San Rocco".

Articoli Scritti per "Il Ponte- Settinale cattolico dell'Irpinia nel settembre-ottobre 1999

La religiosità popolare in Irpinia (2)

Documento dei vescovi della Metropolia beneventana sulle feste religiose

Sintesi del documento – interviste ai comitati feste – intervista al vescovo Salvatore Nunnari

Sciogliere i comitati festa!

Le feste patronali cambiano. Lo hanno deciso congiuntamente i sei vescovi della "metropolia beneventana", di cui fanno parte le quattro diocesi dell’Irpina. Sei firme, quelle di Mons. Serafino Sprovieri, Arcivescovo di Benevento; di Mons. Salvatore Nunnari, Arcivescovo di S. Angelo dei Lombardi Conza-Nusco-Bisaccia; di Mons. Antonio Forte, Vescovo di Avellino; di Mons. Gennaro Pascarella, Vescovo di Ariano Irpino-Lacedonia; di Dom Tarcisio Giovanni Nazzaro, Abate ordinario di Montevergine, su un documento firmato l’8 marzo scorso ma solo ora in distribuzione. Documento che farà discutere perché detta con precisione norme per lo svolgimento delle feste patronali.

Scopo del documento quello di "purificare la memoria anche in questo campo, per restituire alle feste il significato originario e per celebrarle in uno stile gioioso nuovo, come autentico evento di vita". "La religiosità popolare – rileva il documento dei sei Vescovi – si presenta oggi inaridita nelle sue migliori energie ed inquinata da non poche incrostazioni". Riscoperta, quindi, del valore religioso delle feste su quello "ludico-esterno".

E le norme più importanti riguardano proprio l’aspetto cosiddetto civile delle feste ed in particolare i cosiddetti "comitati festa". Da oggi queste organizzazioni non saranno più permanenti. Si dovranno costituire e sciogliere, sotto la direzione dei rispettivi parroci, poco prima della festa. Entro un mese dalla sua conclusione dovranno redigere il bilancio consuntivo della festa, rispettando "le norme vigenti, sia canoniche che civili", con riferimento esplicito alla Siae e a tutte le altre tasse connesse con lo svolgimento di momenti di festa pubblici. "Qualora i festeggiamenti civili fossero organizzati da comitati cittadini capeggiati dal Sindaco, è doveroso - scrivono i vescovi – che di questi facciano parte alcuni rappresentanti della Parrocchia, perché sia salvaguardata l’identità sacra della festa". Particolarmente severe sono, a tale proposito, le indicazioni sul tipo di spettacoli da realizzare. "Sono rigorosamente vietati – affermano i Vescovi – spettacoli leggeri o di altro tipo, che non diano garanzia nei contenuti, nel linguaggio, nell’abbigliamento, nell’organizzazione per il rispetto del decoro e della dignità che una festa religiosa richiede. Si preferiscano invece spettacoli folk, di musica seria, di gruppi teatrali (meritevoli di riscoperta e di riproposta sono le "drammatizzazioni" tradizionali della vita del Santo), di giochi popolari che coinvolgano la gente del luogo e ne promuovano una migliore integrazione sociale". Bisognerà impedire, scrivono i Vescovi, che una festa religiosa "si riduca poi a manifestazioni paganeggianti, con sperpero di danaro pitoccato dal Santo e bruciato in onore dell’idolo del momento", cioè il cantante famoso.

Norme altrettanto severe per le processioni. Non sarà più possibile "attaccare denari alla sacra icona", né i "Comitati possono interferire in nessun modo nella processione", e ciò significa l’abolizione della raccolta dei fondi durante queste iniziative che dovranno ritornare ad essere momento per "favorire il raccoglimento e la preghiera". Riconfermata poi "la proibizione di ogni forma di "licita" per mettere all’asta il trasporto in processione delle statue sacre, come pure la disposizione di custodire gli ori votivi".

Infine, i sei Vescovi dichiarano sciolti tutti i Comitati che a tempo indeterminato gestivano organizzazioni di feste religiose con relative manifestazioni esterne. Questi comitati dovranno, entro tre mesi, "consegnare al Parroco quanto in loro eventuale possesso (registri, denaro residuo, oggetti votivi)". Raccomandazione finale, inoltre, ad "uno stile più sobrio senza sperperi affinché parte dei fondi raccolti per le feste religiose sia devoluta in questo Anno santo" alla campagna promossa dalla CEI sul debito dei paesi in via di sviluppo.

 

Feste patronali, è rivolta contro i vescovi
Contestato l’ordine di scioglimento dei comitati: adiremo le vie legali

Congreghe da sciogliere. Dopo il documento dei sei vescovi, i comitati inalberano il "pannetto" della protesta. Atripalda e Montella i primi luoghi del dissenso. Reazioni emotive ma anche posizioni motivate con dovizia di elementi. I responsabili dei Comitati-festa sono ancora increduli. Hanno tradizioni e impegni decennali in favore delle rispettive parrocchie, per valorizzare la figura del Santo patrono. Gennaro Marena, noto componente del Comitato festa di Atripalda, di cui è animatore da decenni, replica con una frase sintetica: "Iniziativa controproducente". Qui il Comitato, uno di quelli avviato allo scioglimento dal decreto dei vescovi, ha addirittura una sua sede.
"Spero che il tutto si risolva in una bolla di sapone - esordisce il signor Marena - il parroco o chi per esso, ci penserà due volte prima di chiudere chi ha garantito trasparenza e sostegno economico alle attività della chiesa, oltre a realizzare feste di qualità, le uniche in grado di convincere la gente a dare contributi". La gente, secondo Marena, viene invitata dalla chiesa a dare contributi per le cose più disparate, dalle più semplici alle più grandi, come i debiti per il Terzo Mondo.
"A questi debiti - afferma Marena riportando il pensiero della gente - ci sta pensando il Governo. I soldi vengono elargiti spontaneamente dalla gente quando si tratta della ricorrenza patronale". La festa, dunque, è un’occasione per finanziare l’attività stessa della chiesa, non certo per fini affaristici. Ad Atripalda c’è la tradizione del "Pannetto", che il Comitato espone per presentare alla gente il programma per la festa di quel determinato anno.

"Se il Comitato propone cose valide la gente si mostra disponibile, altrimenti oppone un rifiuto. La festa è tale - continua il signor Marena - non solo per l’aspetto religioso ma anche per le iniziative dello sport e dello spettacolo, quelle che consentono all’intera comunità di ritrovarsi insieme nel nome del Santo patrono". Una "miscela" di sacro e profano, dunque, non certo una promiscuità a danno del senso religioso o della spiritualità. Anche a Montella acque agitate. Qui hanno addirittura impegnato un legale per capire se il documento dei sei presuli ha un fondamento giuridico. "D’accordo col diritto canonico e quant’altro - fanno sapere - ma qui non si tratta solo di raccolte di fondi e programmi patronali. Abbiamo instaurato una tradizione lunga tre secoli. I componenti della congrega si tramandano il ruolo di padre in figlio. La domenica tutti i componenti dell’associazione raggiungono la sede di Montella dai comuni di residenza. Che senso ha, quale fondamento etico può giustificare uno scioglimento per decreto?"

E la protesta promette di allargarsi a macchia d’olio. Ogni parrocchia in piedi nella provincia conta su un comitato organizzatore dei festeggiamenti patronali. Organismi che, in massima parte, si sono distinti anche per il ruolo di raccordo fra luoghi di culto e comunità di fedeli. Difficile immaginare che possano sparire da un momento all’altro. Chi vi subentrerà? Il documento sottoscritto dai vescovi Forte, Nunnari, Pascarella, Sprovieri, Pierro e dall’abate di Montevergine Nazzaro, prevede lo scioglimento dei comitati entro tre mesi e il passaggio di consegne, di beni e valori, alle rispettive parrocchie. Potranno essere costituiti gruppi di festeggiamenti del Santo patrono, ma solo di di volta in volta.

 

FESTE PATRONALI
Mercogliano e Monteforte "bocciano" i vescovi

Divampa la protesta per lo scioglimento dei Comitati patronali annunciato dai vescovi irpini. Dopo Atripalda e Montella, è la volta della congrega di Monteforte Irpino. "Devono capire che in queste associazioni abbiamo speso soldi e tempo" È il commento ricorrente, che circola nella piazza centrale di Monteforte. La gente legge la notizia dello scioglimento dei comitati festa permanenti e reagisce d’istinto. Quello che colpisce la sensibilità comune non sono i richiami alla moderazione, alla solidarietà, a una religiosità "liberata" dal neo-paganesimo o a spettacoli confacenti al tono religioso delle feste, ma gli aspetti concreti, quelli legati tanto alla gestione dei fondi delle feste, quanto alle iniziative. A sostenerlo, tra gli altri, è Antonio Della Bella, decano dei quattro comitati festa in vita a Monteforte irpino. Da trent’anni si occupa del comitato festa di Sant’Anna.

"Se la gente vuole donare i soldi alla statua - chiede - che facciamo, impediamo che si possano fare offerte al santo?". Nessuno ha però ancora comunicato nulla di ufficiale ai comitati. "Al momento le uniche notizie - afferma Della Bella - le abbiamo apprese dal giornale. Il nostro parroco non ci ha comunicato nulla e siamo in attesa di chiarimenti". Il comitato non naviga certo nell’oro. "La congrega di Sant’Anna non ha mai superato la cifra dei venti milioni - afferma Della Bella - compresi i fondi derivanti dal "libro". A Monteforte, infatti, i quattro comitati festa usano, per incrementare la disponibilità finanziaria, ricorrere al meccanismo noto anche come "la banca di Sant’Antonio". In pratica i comitati raccolgono i risparmi dei fedeli del santo durante tutto l’anno, settimana per settimana, tenendo per ognuno di essi una vera e propria contabilità, da cui il nome di "libro". Poco prima della festa questi fondi, depositati in banca o alla Posta, vengono restituiti ai fedeli, che versano al comitato la parte che ritengono opportuna. Una sorta di salvadanaio, dunque, per contribuire alle spese della festa.

Più consistente è invece la raccolta di fondi realizzata a Torelli di Mercogliano. Ammonta a sessanta milioni il bilancio del comitato festa di Torelli, composto da una ventina di persone che fanno capo ad Antonio Criscitiello. Anche qui posizioni contrarie alle decisioni dei vescovi. "Non è vero - afferma il signor Criscitiello - che i comitati non danno soldi in beneficenza. L’anno scorso noi abbiamo dato 800mila lire per il Kosovo. Qualche anno fa abbiamo dato un milione per un ragazzo che doveva essere operato al cuore". Ma il signor Criscitiello, che annuncia di aver convocato una riunione del comitato per i prossimi giorni, non intende seguire l’esempio del comitato festa di Montella. "Se la decisione è quella di sciogliere i comitati non andremo certo dall’avvocato - afferma - ma toglieremo tutto da mezzo".

 

"Nelle feste torni la Fede"
Il vescovo Nunnari: ecco perché i comitati vanno sciolti

Non accenna a placarsi la diatriba sullo scioglimento dei comitati permanenti per le feste patronali. Nei giorni scorsi si sono susseguite polemiche prese di posizione in risposta al documento emanato in materia dalle varie diocesi. È il caso, dunque, di ascoltare l’opinione dei vescovi, per conoscere nel dettaglio le ragioni e le finalità del provvedimento. Sulla questione ci ha concesso un’intervista monsignor Salvatore Nunnari, vescovo di Sant’Angelo dei Lombardi.

I fedeli dei santi patroni considerano una ingerenza il documento dei vescovi sulla gestione dei fondi, sui comitati festa, sulle processioni, o su quello che molti chiamano "parte pagana della festa".

"Bisogna subito precisare che i Vescovi non sono dei burocrati ma dei pastori che Dio ha posto per guidare il suo popolo. Guidare significa anche camminare insieme ma in maniera ordinata, sui sentieri di Dio. C'è una contraddizione in chi parla di "parte pagana della festa". Nel documento affermiamo che: "La festa cristiana si qualifica non solo per la radice religiosa ma anche per i valori evangelici che riesce ad esprimere in gesti di coerenza e non di controtestimonianza". In ogni festa c'è un momento liturgico e un momento ludico. Riconosciamolo con serena franchezza: è in questo secondo momento che si inseriscono i faccendieri per scopi di lucro. Il Santo diviene così utile appannaggio per motivi che con la festa la devozione e la cultura del nostro popolo non hanno niente da condividere. Noi non vogliamo smontare le feste religiose, sarebbe un errore. Vogliamo invece purificarle, consolidarle, elevarle. Pensiamo per la nostra Irpinia a una chiesa libera e liberante".

Si tratta di una posizione dei soli vescovi irpini o è condivisa da tutti i vescovi italiani?

"Fin dal 1970 i vescovi italiani così si esprimevano:"Una religiosità disancorata da una fede autentica può degenerare in forme puramente esteriori, prive di significato per l'uomo d'oggi e tale da ostacolare, per molti il vero incontro con Dio"

Molti pensano che tutto resterà come prima. Manterrete ferma la decisione di sciogliere i comitati festa permanenti o rinnoverete il mandato anche a chi svolge tale attività da decenni?

"Nella fermezza troviamo la forza della pazienza. Gli obiettivi da raggiungere devono essere chiari e sempre presenti, la gradualità nel raggiungerli è antica sapienza della Chiesa, che è Madre. Nella gestazione del tempo fa crescere i suoi figli. Indietro non si torna. La nostra è Chiesa in cammino, il cammino si proietta in avanti. Ogni parrocchia ha il suo Consiglio Pastorale, ogni Congrega il suo Direttivo, sono loro che devono, con l'aiuto di esperti, organizzare la festa e amministrare le offerte. Sempre sotto la direzione del Parroco che è il rappresentante legale della Comunità".

Non vi preoccupa che molti possano abbandonare del tutto qualsiasi rapporto con la fede, seppure a livello di semplice "religiosità popolare"? Oppure e proprio ciò che volete, puntando su una religiosità più matura, facendo leva soprattutto sui giovani?

"Non dobbiamo certamente spegnere il lucignolo dalla fiamma smorta, ma la lampada va alimentata con l'olio. La pietà popolare è via alla fede. Ho presente quello che scrisse Lisi: "In Italia tutti nascono cattolici, pochi muoiono cristiani". Certe devozioni fine a se stesse mortificano la fede. Compito della Chiesa è alimentarla e farla crescere. Qui in Irpinia c'è urgente bisogno di cristiani adulti nella fede. Ho già scritto, a propostio della condizione giovanile, che dà ancora speranza la diffusione sul nostro territorio di una sentita religiosità popolare che merita molta attenzione come terreno fertile per seminare e fruttificare la pienezza dell'annuncio cristiano".

Nel vostro documento condannate il paganesimo presente in alcune feste. Ma non è altrettanto pagana la campagna di edificazione di statue di Padre Pio attualmente in corso?

"Non mi sento di sottoscrivere così semplicemente l'affermazione che dà del pagano alla massiccia campagna di edificazione di statue a Padre Pio. La gente semplice si è legata a un uomo di Dio che ha seminato in tanti cuori la speranza. Ma comprendo che questa devozione è strumentalizzata da chi coglie ogni occasione per aprire bottega. Dò la mia solidarietà al beato Padre Pio che rifuggiva in vita da tutto quanto sapeva di mercenario e indirizzava ogni atto di generosità verso le necessità degli ultimi e dei diseredati. Il più bel monumento che i cristiani possano elevargli è anche oggi l'attenzione ai poveri. E poi ritorniamo a mettere Cristo al centro della nostra fede e del nostro amore. I Santi modelli di vita sono via a Dio".

Riscoprire i valori veri delle feste. Come intendete realizzare concretamente questo obiettivo?

"La vera festa che noi vorremmo fosse riscoperta è anzitutto l'interiorità. Essa non è primariamente svago, superficialità, evasione. E', invece, celebrazione dell'uomo interiore. Per questo non è sinonimo di rumore, di confusione. Infatti come folla non significa comunione, così frastuono non indica linguaggio. Non può esserci festa senza ascolto della Parola, per una vera ricarica interiore. La festa nasce dentro, dalla libertà che ci dona la Parola di Dio. Le nostre feste per essere vere devono celebrare Dio nel tutto della vita e nella vita di tutti, soprattutto dei poveri. Mi lasci dire infine che "Dio è la festa dell'uomo e l'uomo è la festa di Dio"."

 

Articoli scritti dal 28 marzo al 2 aprile e pubblicati su Il Mattino edizione di Avellino

 

"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi

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