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L'inchiesta

L'immigrazione in Irpinia
Extracomunitari: per i ventimila clandestini una vita d’inferno

GIOVANNI SARUBBI

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da Il Mattino di Avellino

Giovedì 10 Maggio 2001

 


C'è chi al solo sentir parlare di extracomunitari va in escandescenze chiedendo la loro espulsione "tout court". C'è chi inventa, di sana pianta, storie di violenza che vedono protagonisti disperati extracomunitari. Si tace, in genere, sulla realtà sociale ed economica da cui queste persone provengono. Per chi, nel proprio paese di origine, ha un reddito, se va bene di centomila lire al mese, anche l’Irpinia può essere una meta appetibile. Un nostro pensionato al minimo, tanto per intenderci, in Ucraina o in Marocco, sarebbe quasi un miliardario. Affrontare così la morte su una carretta del mare, per un curdo o un albanese, rappresenta la speranza rispetto alla morte certa per fame nel proprio paese.
Sono quasi duemila gli extracomunitari regolarmente censiti in Irpinia. Le comunità più grosse sono quelle albanesi (circa quattrocento unità); marocchina (circa trecento cinquanta unità); cinese, circa cento unità, concentrata in particolare nel solofrano. Pochi gli ucraini regolarmente registrati, meno di una cinquantina, eppure ce ne sono praticamente dappertutto, impegnate (sono soprattutto donne) nell'assistenza a persone anziane o nei lavori più umili.
Non è difficile trovare gente laureata impegnata a svolgere lavori che in Italia nessuno vuole fare. Le ucraine hanno sostituito, nel ruolo di collaboratrici domestiche, le polacche che, fino a non molti anni fa, imperversavano nel settore.
Come arrivano in Irpinia? C'è qualcuno, irpino doc, che gestisce questo traffico a livello provinciale? Quanti sono i clandestini nella nostra provincia?
È praticamente impossibile ottenere informazioni dai diretti interessati. C'è innanzitutto il problema della lingua; ma più che la lingua ciò che li frena è la paura di essere rimpatriati se si denuncia chi li costringe, mese per mese, a pagare dai due ai cinque milioni sia per il viaggio che li ha portati in Irpinia, sia per il lavoro che svolgono.
Il meccanismo di ingresso in Italia, soprattutto per chi proviene dall'ex blocco sovietico, sembra essere abbastanza collaudato e persino semplice. Ci si procura, a pagamento, un visto turistico. Ci sarebbero dei pullman gran turismo che, due volte la settimana, partono dall'Ucraina per giungere prima a Napoli e poi in Irpinia per scaricare quelli che sono, ufficialmente, turisti e quindi non perseguibili.
C'è chi poi, ad Avellino, si occupa di trovare loro una "sistemazione", dietro compenso, presso famiglie o piccole aziende in cerca di manodopera a basso costo. A giudicare dalla paura che traspare dal volto dei clandestini quando gli si chiede come sono giunti in Irpinia, non c'è dubbio che il traffico è gestito dalla delinquenza organizzata che opera alla luce del sole, sfruttando proprio il fatto che ci sono extracomunitari dappertutto. Una piazza, un bar, vanno bene per riscuotere tangenti o come ufficio di collocamento. Chi sgarra muore, magari in un "incidente". Chi fa caso ad un clandestino?
Non esistono, ovviamente, dati ufficiali sui clandestini. Gli specialisti dei fenomeni sommersi dicono che bisogna moltiplicare per 10 i dati in possesso degli enti pubblici. Sarebbero così ventimila i clandestini presenti in Irpinia. Vengono reclutati per lavorare in nero nelle concerie dell’«isola felice» di Solofra (nei giorni scorsi la Finanza ne ha scoperti una decina), nei cantieri edili della provincia, nei ristoranti e nei bar. Un unico comun denominatore: sfruttati e sottopagati. Poi licenziati senza alcun preavviso.
Sono persone innanzitutto da liberare dalla schiavitù che li opprime qui in Italia e dalla miseria nel loro paese.

 


"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi

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