C'è chi al solo sentir parlare di extracomunitari va in escandescenze chiedendo la loro
espulsione "tout court". C'è chi inventa, di sana pianta, storie di violenza
che vedono protagonisti disperati extracomunitari. Si tace, in genere, sulla realtà
sociale ed economica da cui queste persone provengono. Per chi, nel proprio paese di
origine, ha un reddito, se va bene di centomila lire al mese, anche lIrpinia può
essere una meta appetibile. Un nostro pensionato al minimo, tanto per intenderci, in
Ucraina o in Marocco, sarebbe quasi un miliardario. Affrontare così la morte su una
carretta del mare, per un curdo o un albanese, rappresenta la speranza rispetto alla morte
certa per fame nel proprio paese.
Sono quasi duemila gli extracomunitari regolarmente censiti in Irpinia. Le comunità più
grosse sono quelle albanesi (circa quattrocento unità); marocchina (circa trecento
cinquanta unità); cinese, circa cento unità, concentrata in particolare nel solofrano.
Pochi gli ucraini regolarmente registrati, meno di una cinquantina, eppure ce ne sono
praticamente dappertutto, impegnate (sono soprattutto donne) nell'assistenza a persone
anziane o nei lavori più umili.
Non è difficile trovare gente laureata impegnata a svolgere lavori che in Italia nessuno
vuole fare. Le ucraine hanno sostituito, nel ruolo di collaboratrici domestiche, le
polacche che, fino a non molti anni fa, imperversavano nel settore.
Come arrivano in Irpinia? C'è qualcuno, irpino doc, che gestisce questo traffico a
livello provinciale? Quanti sono i clandestini nella nostra provincia?
È praticamente impossibile ottenere informazioni dai diretti interessati. C'è
innanzitutto il problema della lingua; ma più che la lingua ciò che li frena è la paura
di essere rimpatriati se si denuncia chi li costringe, mese per mese, a pagare dai due ai
cinque milioni sia per il viaggio che li ha portati in Irpinia, sia per il lavoro che
svolgono.
Il meccanismo di ingresso in Italia, soprattutto per chi proviene dall'ex blocco
sovietico, sembra essere abbastanza collaudato e persino semplice. Ci si procura, a
pagamento, un visto turistico. Ci sarebbero dei pullman gran turismo che, due volte la
settimana, partono dall'Ucraina per giungere prima a Napoli e poi in Irpinia per scaricare
quelli che sono, ufficialmente, turisti e quindi non perseguibili.
C'è chi poi, ad Avellino, si occupa di trovare loro una "sistemazione", dietro
compenso, presso famiglie o piccole aziende in cerca di manodopera a basso costo. A
giudicare dalla paura che traspare dal volto dei clandestini quando gli si chiede come
sono giunti in Irpinia, non c'è dubbio che il traffico è gestito dalla delinquenza
organizzata che opera alla luce del sole, sfruttando proprio il fatto che ci sono
extracomunitari dappertutto. Una piazza, un bar, vanno bene per riscuotere tangenti o come
ufficio di collocamento. Chi sgarra muore, magari in un "incidente". Chi fa caso
ad un clandestino?
Non esistono, ovviamente, dati ufficiali sui clandestini. Gli specialisti dei fenomeni
sommersi dicono che bisogna moltiplicare per 10 i dati in possesso degli enti pubblici.
Sarebbero così ventimila i clandestini presenti in Irpinia. Vengono reclutati per
lavorare in nero nelle concerie dell«isola felice» di Solofra (nei giorni scorsi
la Finanza ne ha scoperti una decina), nei cantieri edili della provincia, nei ristoranti
e nei bar. Un unico comun denominatore: sfruttati e sottopagati. Poi licenziati senza
alcun preavviso.
Sono persone innanzitutto da liberare dalla schiavitù che li opprime qui in Italia e
dalla miseria nel loro paese.
|