La Giornata della Memoria

A scuola di Antifascismo

Il discorso del presidente Nicola Mancino ad Avellino, la lettera di Elisa Springer ai giovani di avellino e la cronaca della manifestazione conclusiva della iniziativa del comune per l'intitolazione del Parco della Pace a Giovanni Palatucci


Sommario Ebraismo IL DIALOGO HOME PAGE Scrivici


Da Il Mattino - Edizione di Avellino del 28-01-2001

IL DIBATTITO
«È stato un martire, un giusto tra i giusti»

Forte tensione emotiva all'incontro conclusivo delle cinque "Giornate della memoria" volute dall'amministrazione comunale di Avellino per ricordare la figura di Giovanni Palatucci. Sul palco, Pasquale Napoletano, viceprefetto vicario; Silvio Sammarco, presidente dell'associazione Springer accompagnato da Ottavio Di Grazia dell'Istituto Universitario Suor Orsola Benicasa; Pino Rinaldi, regista, autore del documentario "Il Questore di Fiume"; Fabrizio Gallotti, questore di Avellino e l'onorevole Alberta De Simone. L'incontro è stato presieduto da Bruno Fierro, sindaco di Montella, paese dove Palatucci è nato. In sala, oltre alle autorità che poco prima avevano inaugurato poco più in là il parco intitolato a Palatucci, tantissimi giovani, che hanno seguito con grande attenzione e commozione gli interventi dei vari oratori. Presente, e non poteva mancare, anche Mariella Barra, vicesindaco di Avellino, ed assessore alla cultura, colei che, discretamente e senza mai troppo apparire, è stata la vera artefice di tutta la kermesse. Particolarmente applaudito e sentito l'intervento di Silvio Sammarco (di cui riferiamo a parte) che non è riuscito a trattenere le lacrime, lui figlio di Elisa Springer, un'ebrea sopravvissuta alla Shoa. Un commosso Bruno Fierro ha ricordato che la riscoperta di Palatucci, figlio della Montella di cui egli è sindaco, è stata dovuta all'opera instancabile del mai abbastanza compianto Goffredo Raimo, di cui è stato recentemente ristampato il libro su Palatucci. Un altrettanto commosso Pasquale Napolitano ha ricordato come la definizione di eroe sia riduttiva per una figura come quella di Palatucci. Tutti, ha argomentato Napolitano, potremmo diventare eroi sotto la spinta di una forte tensione emotiva. L'eroismo si manifesta in un'unica azione scatenata da una forte emozione. In Palatucci, invece, spicca la profonda convinzione in quello che faceva, e la reiterazione della sua azione, che fa di lui un vero martire della libertà, "un giusto fra i giusti", come è stato definito dagli israeliani.
Grande commozione ha suscitato la lettura in aula di una lettera di Elisa Springer ai giovani di Avellino, letta dalla scrittrice, nonché insegnante Gaetana Aufiero, autrice del libro "La Memoria Rimossa". Lettera, quella di Elisa Springer, che è un appello accorato ai giovani affinché essi non dimentichino «di quali crimini orrendi si è macchiato l'uomo di questo secolo». Ricordare perché gli altri non dimentichino, per consentire alle giovani generazioni «di costruire ciò che l'uomo ha voluto distruggere: la speranza, la pace, la fratellanza, un mondo migliore». L'onorevole Alberta De Simone, anche lei montellese, ha invece messo l'accento sul lato umano di Palatucci, sul suo grande amore per la sua compagna ebrea. Un uomo che sapeva amare profondamente, e che ha pagato questo sua amore con la vita.

 

Giovanni Sarubbi

La lettera di

Elisa Springer

ai giovani si Avellino

C’è un dolore: il dolore di coloro che hanno sofferto e soffrono, che hanno subito e subiscono le atrocità della guerra, di coloro che muoiono e di quelli che, invece, vivono con la morte nel cuore.

Ed esiste un silenzio. Il nostro silenzio che ci ha accompagnato, dolorosamente e tragicamente in questi 50 anni.

Noi, oggi, proviamo a dare voce a questo silenzio, in un mondo dove tutti gridano.

E’ necessario riflettere, meditare per riconoscere il dolore della Memoria e della vita offesa.

Perché non si dimentichi di quali crimini orrendi si è macchiato l’uomo di questo secolo, l’uomo dei miei giorni con i suoi silenzi senza pietà, senza amore, senza parola, senza memoria.

Noi fummo testimoni e vittime!

Allora io, Voce della Memoria, ricordo agli altri il dovere di non tacere, ricordo perché gli altri non dimentichino. E ai ragazzi dico “cercate Voi di costruire ciò che l’uomo ha voluto distruggere: la Speranza, la Pace, la fratellanza, un Mondo Migliore”!

E’ questa la Memoria. E’ questo il significato del 27 gennaio, Giornata della Memoria!

Shalom!

Elisa Springer

Il discorso del presidente del Senato della Repubblica

Nicola Mancino

Autorità, Signore e Signori,

 

nel rivolgere a tutti i presenti il mio più cordiale saluto, desidero innanzitutto esprimere il mio compiacimento per l’iniziativa, assunta dall’Amministrazione Comunale di Avellino, di ricordare Giovanni Palatucci anche attraverso l’intestazione di un parco alla Sua memoria.

 

Mi è particolarmente caro che la nostra città, che già sentì il bisogno - ormai più di un decennio addietro - di intitolargli una strada cittadina, abbia voluto rievocare degnamente Giovanni Palatucci, figura di uomo e di funzionario il cui ruolo, consapevolmente svolto fino alle estreme conseguenze, è stato fondamentale nel salvataggio di migliaia di ebrei perseguitati.

 

Questa occasione permette, insieme alle tappe della vita di Palatucci - così bene illustrate negli altri interventi - di ripercorrere anche le delicate e terribili vicende di uno dei periodi più bui della nostra storia civile. Gli anni del suo impegno come giovane funzionario della pubblica amministrazione coincidono, infatti, con la parabola di un regime destinato ad un epilogo tragico per sé e per il popolo italiano: un itinerario di efferatezze e di sofferenze, quale nessuna epoca del mondo ha mai conosciuto, che diventò sempre più stridente con la coscienza di chi credeva fino in fondo nei valori dell’uguaglianza e dell’umanità.

 

***

Se nessun eroismo o sacrificio individuale poté impedire una tragica deriva morale e civile, resta - deve restare nella memoria collettiva - la percezione della portata e del valore di testimonianze alte, come quella del Commissario dell’Ufficio Stranieri e poi reggente della Questura di Fiume, che permisero non solo a tantissime persone di salvarsi ma, come è stato scritto, anche di assistere e curare “lo spirito e l’animo di uomini che in quel periodo storico non venivano più considerati individui, ma esseri inferiori da eliminare”.

 

Con il passare del tempo, diventa forte la preoccupazione che sulle vicende del razzismo europeo e dell’Olocausto possa cadere il velo dell’oblio. Questa preoccupazione è resa più acuta dalle punte avanzate di un revisionismo, che non sempre tende alla ricerca di nuove fonti e alla loro interpretazione, quanto piuttosto ad affermazioni improbabili, che conducono oggettivamente all’annebbiamento e all’indebolimento delle radici stesse della nostra convivenza collettiva. Perciò ricordare è ancora più importante: “Il futuro di un popolo - ha ammonito Schlegel - è frutto sempre della memoria del passato. Più grande sarà questa, più sicuro sarà il suo futuro”.

***

Solo poco più di sessant’anni fa, come in un incubo che abbiamo ancora difficoltà a spiegarci, l’odio religioso, razziale ed etnico, cominciava a trasformare le basi di società avanzate per le loro conquiste economiche e le loro tradizioni culturali.

Nessuno avrebbe pensato all’Italia come a un paese antisemita, visto che da noi il razzismo non era così diffuso come in alcuni altri paesi d’Europa. Molti, tuttavia, ne avevano sottovalutato i sintomi, pensando di trovarsi di fronte a piccoli incidenti di percorso, a minacce destinate a cadere nel vuoto.

A partire dagli anni ‘20, l’antisemitismo aveva cominciato ad attraversare la società italiana mantenendosi, tuttavia, fino alla metà degli anni ‘30, a livello di una propaganda giornalistica che presentava sempre più l’ebreo come ultima trincea dell’antifascismo, quindi come elemento antinazionale. Il crescendo continuo fino alla promulgazione delle leggi razziali fece sì che prevalessero alcune correnti ideologiche, già presenti nella nostra storia, mentre la debolezza della reazione della società civile italiana facilitava l’approvazione di una legislazione ingiusta ed estranea alla tradizione giuridica del nostro paese.

 

La politica razzista fu senza dubbio eterogenea e contraddittoria, fondata, come apparve, su elementi di razzismo biologico mescolati a quelli di un razzismo nazionale basato sulla identità italiana. Ne scaturì, tuttavia, come in una tragica sequenza, quel percorso a tappe che avrebbe conosciuto il suo traguardo nelle camere a gas dei lager: innanzi tutto la definizione dei soggetti da perseguitare, in secondo luogo l’espropriazione, ossia la perdita progressiva di diritti civili e di beni, poi la concentrazione con l’arresto e il trasferimento in ghetti o in campi di prigionia; quindi la deportazione nei campi di sterminio europei; infine, la distruzione fisica e la morte.

 

Un itinerario destinato a culminare nell’unico modo ritenuto possibile dalle parole ammonitrici di Heine, il grande poeta ebreo tedesco: “chi brucia i libri finisce presto o tardi per bruciare gli uomini”.

 

Quando si accetta che un determinato gruppo di persone venga privato dei suoi diritti e della sua stessa dignità umana, si apre la strada a conseguenze terribili.

 

Le norme contenute nelle leggi razziali erano lo sbocco obbligato verso la radicalizzazione di un sistema politico totalitario: non erano ancora il punto finale del pensiero e dell’azione razzista, ma non erano più, certamente, neanche il punto di partenza - a questo molti non avevano saputo o voluto vedere.

***

Mentre Giovanni Palatucci era da pochi mesi a Fiume come commissario, il 14 luglio 1938, con la pubblicazione sul Giornale d’Italia del Manifesto della razza, venivano poste le basi teoriche, pseudo­scientifiche, della successiva persecuzione: agli italiani di razza europea-ariana si contrapponevano gli ebrei, di numero infinitamente minore, da discriminare.

 

In pochi mesi, mentre l’orizzonte individuale e familiare per molti diventava più buio, l’Italia conosceva alcuni dei punti più bassi della sua storia morale e civile, segnati da date tristemente impresse nella nostra coscienza collettiva: settembre 1938, provvedimenti legislativi di espulsione degli ebrei dalle scuole e di espulsione degli ebrei considerati stranieri; 6 ottobre, dichiarazione sulla razza che stabiliva i criteri di segregazione degli ebrei dalla società civile e la loro identificazione sul piano razzista e religioso; 17 novembre, provvedimenti per la difesa della razza italiana con cui gli ebrei erano definitivamente esclusi dalle scuole e dalle università, dagli impieghi nella pubblica amministrazione, nelle banche, nelle assicurazioni e nell’esercito, i matrimoni misti e ogni forma di commistione con il resto della popolazione vietati.

 

Tra le conseguenze della legislazione antiebraica, pesanti e durature, anche l’esodo dall’Italia di molte personalità del mondo della cultura e della scienza.

 

Quella persecuzione violentava uomini e donne, identità e coscienze, rapporti sociali e affetti, spezzando ogni legame con la società circostante e rinchiudendo persone e famiglie in una sorta di nuovo, insopportabile ghetto. La conversione in legge dei provvedimenti “per la difesa della razza” da parte della Camera con voto segreto e all’unanimità e da parte del Senato sempre a scrutinio segreto, ma con dieci voti contrari, segnò la rottura, per la prima volta, dell’unità nazionale circa il valore della cittadinanza.

 

Nel mondo della scuola, già alcuni mesi prima, provvedimenti di natura amministrativa avevano decretato il divieto di iscrizione alle scuole di ogni ordine e grado degli studenti ebrei stranieri; era stato sanzionato il divieto di conferimento di incarichi o supplenze a insegnanti ebrei e di adozione di libri di testo di autori ebrei. Una discriminazione particolarmente odiosa cominciava così a investire il campo della cultura e dell’istruzione.

 

I successivi provvedimenti legislativi, con l’esclusione di tutti gli studenti e gli insegnanti “di razza ebraica” dalle scuole elementari e medie e dalle università, sancirono l’abisso creato tra la libera circolazione delle idee e la scuola italiana (da notare che, relativamente all’esclusione degli studenti ebrei dalle scuole pubbliche, l’Italia fascista addirittura precedette la stessa Germania nazista). Proprio oggi, significativamente, a Modena, una donna riceverà, dopo sessanta anni, il diploma di ammissione alle scuole medie che allora non le fu consegnato perché ebrea.

 

Allora, l’espulsione di 96 professori universitari ordinari e straordinari, di più di 100 aiuti e assistenti universitari, di oltre 200 liberi docenti, di 279 presidi e professori di scuola media, di molti maestri elementari avrebbe segnato non solo la fine di una consolidata, plurisecolare tradizione culturale ma anche la prosecuzione di un inarrestabile, doloroso itinerario.

L’allontanamento degli ebrei dal territorio nazionale o il loro internamento in campi di lavoro obbligatorio, le retate a cominciare da quelle nel ghetto di Roma, gli eccidi come quelli delle Fosse Ardeatine scandirono l’epilogo di un regime rifiutato nei suoi presupposti e contrastato nelle sue scelte da chi ne avvertiva l’inconciliabilità con i principi di libertà e di umanità.

Nel clima fosco di quegli anni, la testimonianza di Giovanni Palatucci rimane esemplare, a dimostrazione della straordinaria forza di un uomo mite che avrebbe potuto - come molti fecero - imboccare la facile strada del compromesso, ma scelse, invece, quella della coerenza e del coraggio. Egli, come ha scritto l’ebrea austriaca Rozsi Neumann, da lui salvata, “in tempi tanto difficili..., è andato oltre il comandamento Ama il prossimo tuo come te stesso”. La sorte cui Palatucci andò incontro, ignorando perfino le insistenti, riservate sollecitazioni del Comitato di Liberazione Nazionale, è stata il coronamento di una vera e propria missione civile.

Nei giorni convulsi della liberazione, il giornale del Comitato toscano di liberazione “La nazione del Popolo”, avrebbe scritto: “La politica razziale non fu un episodio occasionale, e le sue presenti rovine hanno travolto non i soli perseguitati, ma la vita intera del nostro Paese... il razzismo è la base stessa del nazismo, un suo momento necessario, un suo sinonimo; e non potremo dirci veramente liberati dall’ombra funesta del fascismo fino a che non avremo spazzato dalle nostre anime e dai nostri costumi fin l’ultimo ricordo della distinzione razziale. Il problema coinvolge tutta la nostra civiltà e non deve, oggi, essere taciuto..

Il secolo scorso è stato quello delle più grandi speranze e delle più cocenti delusioni. Ha visto la nascita e la fine di alcune democrazie, l’affermarsi di feroci dittature di destra e di sinistra, i crimini più terribili, fino al genocidio di milioni di innocenti, uomini, donne e bambini.

I campi di concentramento - come del resto i gulag - rimangono il simbolo più eloquente delle conseguenze di una volontà di dominio portata ai suoi estremi, che diventa persecuzione e sterminio e annienta vita e dignità, come ci ricordano le immortali parole di Primo Levi:

“Considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no”.

La nascita dell’Italia democratica, con le sue irrinunciabili libertà, con le sue conquiste civili, con il rifiuto di ogni forma di nazionalismo, con la sua costante tensione europea ha segnato, insieme alla fine della follia di ogni pretesa supremazia di razza, la riappropriazione dei valori umani, la coscienza rinnovata dei diritti fondamentali della persona, il risorgere, nel sentimento popolare della tolleranza, del rispetto di tutte le fedi, del confronto tra le diverse posizioni come condizioni per la pacifica convivenza civile.

***

La “giornata della memoria”, che per la prima volta viene celebrata proprio oggi, è estremamente importante: per misurare i progressi compiuti lungo la strada della democrazia, ma anche per rievocare molti episodi del nostro passato recente e contribuire a mantenere e rafforzare la memoria storica contro ogni oblio e rimozione.

Oggi, un po’ dovunque, le libertà fondamentali ed il rispetto della dignità individuale tendono ad imporsi, insieme ai valori democratici. Troppo spesso, tuttavia, la persona umana è calpestata e degli uomini si uccidono perché non hanno la stessa origine etnica o le medesime convinzioni religiose.

Anche nelle nostre democrazie, dove il rispetto della dignità e dei diritti umani ci sembrano fatti scontati, il pericolo permane. Dobbiamo vigilare affinché le difficoltà e i problemi, che pure esistono, non aprano la strada a nuove intolleranze.

Le mine oggi esplosive della xenofobia e del razzismo - mi scuserete per l’autocitazione, peraltro inevitabile - dimostrano quanto sia stata preveggente, anni fa, la legge che porta il mio nome. Questi fenomeni attraversano un’Europa resa inquieta da quanto accade dentro e fuori i suoi confini, a causa delle ondate migratorie, del ritorno dei nazionalismi locali, dei contrasti tra le etnie e i credi religiosi.

Di fronte a tutto ciò, dobbiamo riflettere sul fatto che la civiltà democratica e le libertà non sono dati acquisiti per sempre: quando il rispetto dei diritti dell’uomo e dei popoli non sono posti al centro delle regole e dei comportamenti collettivi, vi possono essere rischi di nuove cadute. E la storia ci ha mostrato quali conseguenze disastrose questo possa avere.

 

“È l’impegno civile quotidiano e tollerante - afferma George Mosse - l’antidoto vincente contro il razzismo”. Il nostro compito, perciò, è evitare il ripetersi delle vicende del passato. Questo sarà possibile, però, solo se non sottovaluteremo quei sintomi spesso nascosti dietro episodi minori, talvolta perfino banali. La solidità delle nostre istituzioni e il consenso democratico di cui esse sono circondate non ci devono far chiudere gli occhi davanti al riaffacciarsi di simboli, di slogan e di atteggiamenti razzisti o nazisti e alle manifestazioni inneggianti alla violenza.

Oggi, come ieri, l’impegno individuale e collettivo di quanti credono nei valori della democrazia e della libertà deve essere in direzione della diffusione di un messaggio di tolleranza contro le terribili conseguenze della crescita di tutte le intolleranze.

Di recente, anche il Santo Padre ha chiesto che “si intensifichino gli sforzi per costruire una comunità nazionale improntata al dialogo, alla collaborazione, all’accoglienza e alla fraterna solidarietà”.

 

Il richiamo alla lotta contro ogni forma di discriminazione è oggi più che mai attuale per costruire quella convivenza tra razze, nazioni, popoli diversi che sarà alla base della futura società multietnica.

Silvia Forti Lombroso, una signora veronese la cui famiglia ha conosciuto discriminazioni e persecuzioni, ha scritto: “Noi siamo della gente che per lunghi anni è stata ferita, calpestata, calunniata, e ha dovuto trovare in sé ed in sé sola, la forza di non soccombere. Questo martirio che noi abbiamo sofferto, ancora più nell’anima che nel corpo, questi nostri morti dilaniati, queste madri torturate, questi bimbi trucidati, e tutte le lacrime sparse, e le gioie perdute, e i focolari violati, tutta questa marea di furore e di sangue, tutto questo cumulo di rovine e di stragi che fu in Europa la persecuzione razziale, servirà a qualche cosa, servirà a una causa comune?”

Oggi possiamo dire, con serenità, che il sacrificio di quanti si sono battuti per difendere la vita e la dignità altrui non è stato inutile, perché èservito alla causa della libertà e della democrazia nel nostro Paese.

La Scheda: Chi è Giovanni Palatucci.

La scheda che riportiamo è tratta dal sito

http://web.tiscalinet.it/gliebreiacampagna

Che contiene un'importante documentazione su tutta l'attività di Palatucci.

Ci sembra importante sottolineare la seguente frase che sbugiarda le affermazioni del responsabile di Alleanza Nazionale di Avellino sull'essere Palatucci "l'eroe del fascismo dal volto umano":

"Prende contatto con i partigiani italiani e, sotto il nome di Danieli, concorda con loro un progetto, da far giungere agli alleati, per la creazione, a guerra finita, di uno Stato libero di Fiume".

Palatucci, dunque, ha fatto parte, a pieno titolo, della resistenza italiana al fascismo e al nazismo.

La Scheda


"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi

Registrazione Tribunale di Avellino n.337 del 5.3.1996