Dialogo Ebraico Cristiano 17 gennaio 2001 Giornata per lapprofondimento e lo sviluppo del dialogo tra cristiani ed ebrei "Abramo ebbe fede in Dio" |
GIORNATA PER LAPPROFONDIMENTO E LO SVILUPPO DEL DIALOGO TRA CATTOLICI ED EBREI 17gennaio 2001 Abramo ebbe fede in Dio (Gen 15, 5-6) Intervento del pastore Hartmut Dieckmann della comunità luterana di Napoli, al convegno promosso dal Gruppo interconfessionale attività ecumeniche di Avellino il 17 gennaio 2001, sul tema della Giornata del dialogo ebraico cristiano. Cari amici, sorelle e fratelli, autorità, sua eccellenza, Siamo stati invitati per spiegare, approfondire sviluppare la storia, il senso e la realtà della amicizia ebraico cristiana a Napoli. Vi ringraziamo di cuore per questo invito e mi permetto di prendere linvito come un buon segno per una crescente riflessione di noi cristiani su noi stessi. Il DialogoIl dialogo tra ebrei e cristiani apre il campo per lincontro con laltro e con se stesso. La grandezza dellapertura, lampiezza del campo dipende dalla sincerità con la quale viene affrontato il dialogo stesso. Il dialogo mi pare possibile soltanto in caso che tutti e due partner partono dal presupposto che ognuno dei due sia portatore di verità. La verità è distribuita, altrimenti il nostro dialogo sarebbe un monologo in maschera di dialogo. Nellamicizia ebraico cristiana di Napoli vediamo il dialogo in questi termini. La fede cristiana e la fede ebraica, la sinagoga e la chiesa. Un dialogo che parte dalla ferma convinzione che la salvezza di Dio sia promessa agli ebrei e ai cristiani. Il fatto che nei due anni passati glincarichi del presidente e del vicepresidente vengono coperti da un luterano tedesco e da un ebreo di antica provenienza romana ci potrebbe riportare al fatto che lamicizia ebraico cristiana è stata determinata nel dopoguerra dal tentativo della Germania di cancellare la presenza ebrea in Europa per sempre. La Shoa Questo fatto mostruoso ha chiamato in causa la civiltà tedesca che dagli anni sessanta si sta interrogando del perché della Shoa del come questa azione abbia potuto nascere dalle viscere di una cultura apparentemente di altissimo livello. Le virtù di un popolo che aveva fatto carriera esercitandole con grande maestranza come lonestà, laffidabilità, la puntualità, lorganizzazione, il sistema del lavoro campo prussiano di liberazione hanno dovuto essere sottoposto a un esame di coscienza molto, ma molto approfondito. Se era possibile che un ministro e presidente di uno dei lander della Germania di dichiarare ancora negli anni 70 che un popolo che sa lavorare con una tale intensità ed energia, come sta facendo il popolo tedesco questo abbia guadagnatosi il diritto di non dover più sentire parlare di Auschwitz. Quando la stessa iscrizione sopra la porta del lager di Auschwitz, Buchenau e tanti altri lager "Arbeit macht frei il lavoro rende libero", se questa condanna a morte verso gli ebrei nella Germania del dopoguerra poteva ancora servire a svuotare la memoria allora non si potrebbe dire che il dialogo sia riuscito. La Shoa inoltre ha chiamato in causa sia la chiesa evangelica sia quella cattolica tedesca chiedendosi se lantisemitismo sia una parte integrante del cristianesimo. Una domanda che ha prodotto una marea di studi sulla chiesa primitiva, su momenti iniziali in cui la sinagoga e la chiesa si sono divise, sullantisemitismo di Lutero e della Riforma. La Chiesa in Germania prima delle altre dichiarazioni di cui oggi si parla molto ha detto pubblicamente dichiarandosi colpevole: "Noi come cristiani evangelici in Germania confessiamo per non aver testimoniato con più coraggio, per non aver pregato con più fedeltà, di non aver creduto in modo più allegro di non aver amato più ardentemente." La confessione di colpa di Stoccarda del 1945 ha mostrato come la chiesa evangelica di Germania ha voluto fare un inizio del tutto nuovo. Per riuscirci oltre alle dichiarazione della colpa la dove è un atto indispensabile ci vuole soprattutto lautointerrogazione senza paura. E questa autointerrogazione non è possibile solo in familia. Noi abbiamo bisogno dellaltro per capire meglio chi siamo, in questo caso abbiamo bisogno degli ebrei. Sono profondamente convinto che come cristiani cattolici, ortodossi, evangelici nella riflessione su noi stessi dipendiamo dagli ebrei. La MemoriaLa Shoa fu unazione al contrario: Una vita senza dialogo, un futuro senza autoriflessione. La Shoa è stato un attacco contro la memoria dellEuropa. La Shoa fu la feroce visione di un Europa senza memoria. Lespressione americana del dopoguerra "forget it" scordatelo era il motivo profondo della Shoa. LEuropa tedesca che andava anche oltre i confini della Germania non voleva saperne più delle proprie radici nelloriente, della provenienza del suo cristianesimo dal popolo ebreo, sognava una vita senza ricordi che oggi come oggi si presenta di nuovo. Franz Rosenzweig nella sua Stella di Redenzione partendo dalla Torre di Babele sottolineava come il popolo ebraico da allora in poi era lunico popolo a non conoscere né patria e madre lingua. Un popolo ospite esemplare, che ovunque viveva imparava la lingue dellospite e spesso la parlava meglio di lui, seguendo la strada che leterno gli aveva assegnato diventò portatore di tutte le culture nazionali dEuropa, il suo tesoro linguistico, listituzione della memoria esemplare. Vi cito dal salmo 78, che da testimonianza di tale insegnamento al ricordarsi: "Quel che noi abbiamo udito e conosciuto, e che i nostri padri ci hanno raccontato non lo celeremo ai loro figliuoli; diremo alla generazione avvenire le lodi dellEterno, e la sua potenza e le meraviglie chegli ha operato." Di questo cammino Abramo è il primo testimone, il primo oggetto ed il primo soggetto di fede. il primo che non ebbe la grazia di entrare in una tradizione già esistente. Per questo è stato nominato il bancarottiere della fede, uno che metteva tutti i suoi beni su una unica carta, senza assicurazioni, senza garanzie. Leterno non si è presentato davanti ad Abramo con le parole: sono io che ti ho condotto dallEgitto. Una fede nuda, che non si vestiva di chiesa, una fede avventurosa, che era disposto a mettere fiducia nelleterno anche nel momento più assurdo della sua vita: il sacrificio dellunico figlio sul quale giaceva la promessa di tutte le generazioni. La figura di Abramo è solo biblica. Di lui non cè traccia fuori dei testi sacri della bibbia ebraica, linizio della fede, inizio del cammino, la A e la B, come in Abramo. Abramo un grande mistero. Alcuni hanno duramente attaccato lubbidienza cagnesca di Abramo come il filosofo Ernst Bloch per esempio, ebreo anche lui. Vorrei invece mettere davanti ai vostri occhi un duplice episodio che a Kierkegaard era tanto caro, dal quale evince la fede di Abramo ma anche il cammino nostro, dellamicizia ebraico cristiana. E con questo concludo: Abramo ed Isacco stanno camminando verso il luogo che il signore aveva detto ad Abramo. Il terzo giorno Abramo prese le legna e la mette sulle spalle di Isacco e prese il fuoco e il coltello e tutti e due sincamminarono assieme. E quando Isacco chiese: "dovè lagnello", Abramo rispose al figlio: "il signore provvederà lagnello per lolocausto", subito dopo leggiamo: "E tutti e due sincamminarono assieme". Questa dublette ha un senso enorme. Non è una svista dellautore. Anzi, lautore ci dice: Il rapporto tra padre e figlio non è stato toccato dallimmediato futuro. Abramo, dice Kierkegaard, non ha mai cercato di esprimere al figlio le ragioni del signore. Si era semplicemente affidato al signore e alla sua saggezza. Mi auguro che anche, cristiani ed ebrei, padre e figlio, possiamo camminare assieme nella fiducia che il signore abbia scelto bene sia per luno sia per laltro così che le sue scelte distinte e diverse non ci impediscano di camminare assieme. |
GIORNATA PER LAPPROFONDIMENTO E LO SVILUPPO DEL DIALOGO TRA CATTOLICI ED EBREI 17gennaio 2001 Abramo ebbe fede in Dio (Gen 15, 5-6) Contributo di P. Innocenzo Gargano Nessun credente in Gesù che senta declamare questo versetto del libro della Genesi riesce a fare a meno di pensare a Paolo che, nel capitolo 4 della Lettera ai Romani, fa di questa affermazione riferita ad Abramo, la chiave di volta di tutto il suo insegnamento sulla "giustificazione per sola fede", come ripeterebbero volentieri i nostri amici evangelici. Laffermazione di Paolo, compiuta allinterno di un ragionamento polemico molto serrato, tende a rivendicare lassoluta sovranità di Dio che rende "beato i uomo a cui Dio accredita la giustizia indipendentemente dalle opere" (Rm 4,6). Unaffermazione di portata ecumenica straordinaria, perché relativizza, alla radice, qualunque pretesa di legare lazione di Dio alle "opere" delluomo. E, si noti bene, anche a quelle "opere" rivendicate come esecuzione di un comando ricevuto espressamente da Dio. Le "opere" non sono infatti una precondizione per lappartenenza a Dio, ma semmai un sigillo di riconoscimento dellessere stati scelti da Lui. Scrive Paolo: "Noi diciamo infatti che la fede fu accreditata ad Abramo come giustizia. Come dunque gli fu accreditata? Quando era circonciso o quando non lo era? Non certo dopo la circoncisione, ma prima. Infatti egli ricevette il segno della circoncisione quale sigillo della giustizia derivante dalla fede che aveva già ottenuta quando non era ancora circonciso" (Rm 4,9b- 11 a). Questa assoluta gratuità del dono dellelezione da parte di Dio implica anche un avvertimento nei confronti di chi pensa di poter disporre a suo piacimento del dono ricevuto da Dio o comunque di sentirsi autorizzato a definire i confini entro i quali circoscrivere lazione di Dio. Nella sua sovrana libertà Dio può infatti estendere il suo dono anche oltre i confini intravisti o posti dalluomo senza che, con questo suo modo di comportarsi, si riveli ingiusto nei confronti di chi è stato gratificato prima da Lui, o contradditorio con ciò che Lui stesso ha promesso alluomo. Spiegando ulteriormente il suo pensiero Paolo afferma, per esempio, nello stesso testo citato, che Dio si comportò nel modo appena descritto con Abramo, "perché fosse padre di tutti i non circoncisi che credono" (Rm 4,llb). E che il pensiero di Paolo sia leco, su questo punto, del pensiero stesso di Gesù, lo potremmo verificare dalla finale della parabola degli operai chiamati a lavorare nella vigna. Là dove il padrone risponde agli operai chiamati alla prima ora del giorno che protestano per aver ricevuto lo stesso salario dato ai chiamati allultima ora: "Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a questultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?" (Mt 20,13-15). Su questa base, e solo su questa, si fonda la convinzione di tutti i cristiani di essere stati inseriti nella stessa benedizione promessa da Dio ad Abramo quando in Genesi 12,2-3 dichiarò: "Io farò di te un popolo grande, ti benedirò, renderò grande il tuo nome e tu sarai benedizione. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò quelli che ti malediranno: in te saranno benedette tutte le famiglie della terra". Da tutto ciò che abbiamo appena cercato di dire si può ricavare anzitutto che è assolutamente inconcepibile la sostituzione di una elezione ad unaltra. Paolo è chiarissimo su questo punto: "Essi sono Israeliti e possiedono ladozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen". (Rm 9,1-5). Conseguenza ovvia di questo dovrebbe essere un estremo rispetto, almeno altrettanto grande quanto quello di Paolo, nei confronti dei nostri fratelli maggiori. Inoltre bisognerebbe che i cristiani si interrogassero con maggiore profondità sul significato ultimo del pensiero di Paolo quando afferma che "da essi proviene Cristo secondo la carne". E cioé: cosa significa tenere presente fino in fondo, nella nostra teologia e nella nostra vita, che Cristo è indissolubilmente legato alla "carne" degli Israeliti? Non si dovrebbe trattare infatti solo del necessario legame con la storia di Israele, ma anche della connessione strettissima che Paolo vede fra i "lombi" di Abramo e la natura umana di Cristo "che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli". Lincorporazione a Cristo, che i cristiani ricevono con limmersione battesimale, comporta un vero e proprio innesto, attraverso Gesù, nel tronco che proviene dalla radice santa identificata con Abramo. Dice infatti Paolo: "Se le primizie sono sante, lo sarà anche tutta la pasta; se è santa la radice, lo saranno anche i rami. Se però alcuni rami sono stati tagliati e tu, essendo oleastro, sei stato innestato al loro posto, diventando così partecipe della radice e della linfa dellulivo, non menar vanto contro i rami" (Rm 11,16-18). Dovremmo dedurne che, grazie alla nostra incorporazione allebreo Gesù, noi "Gentili" siamo stati ammessi a far parte di un albero che è già santo a causa della sua radice. Ma dovremmo anche chiederci con maggiore profondità quale sia il rapporto che intercorre fra la "radice santa" e colui che, provenendo da essa "secondo la carne", "è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli". Sarà più possibile, una volta capito meglio questo, che si possa fare autentica Cristologia cristiana senza chiedersi che cosa comporti il fatto che "egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli", sia nato da una radice già santa prima della sua venuta nella storia, dal momento che "Se le primizie sono sante, lo sarà anche tutta la pasta"? E cosa comporterebbe questo per i rapporti che noi cristiani siamo chiamati a stabilire con i rami di questo albero che rimane "santo", a prescindere dal riconoscimento o meno, da parte di alcuni suoi rami, dellidentità ultima di Gesù di Nazaret? Cosa dire infine della osservazione misteriosissima di Paolo che dice: "Se ti vuoi proprio vantare, sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te"? Garantire la comunione con Israele "secondo la carne", perché santo comunque, a prescindere dalla sua scelta nei confronti di Gesù di Nazaret, sembra appartenere, per i cristiani, a quelle realtà misteriose, che abitualmente si chiamano "sacramenti", nelle quali Dio agisce comunque con la sua presenza senza necessario riferimento alla fedeltà pratica del ministro umano investito da Lui. Cè dunque una sacramentalità permanente di Israele nella Historia salutis? |
GIORNATA PER LAPPROFONDIMENTO E LO SVILUPPO DEL DIALOGO TRA CATTOLICI ED EBREI 17gennaio 2001 Abramo ebbe fede in Dio (Gen 15, 5-6) Contributo di Abramo Alberto Piattelli Rabbino - Roma Uno dei punti di riferimento più importanti nel dialogo interreligioso tra Chiesa cattolica e Comunità ebraica è costituito dalla centralità nelle due fedi della figura del patriarca Abramo. Senza dubbio ciò è dovuto in primo luogo al fatto che nella Scrittura Abramo viene considerato come padre di una moltitudine di gente colui cioè che sentì su di sé e sulla propria discendenza il significato di un certo messaggio e la missione di condurre con amore e benevolenza tutte le genti verso la protezione delle ali della divina Provvidenza. Questa propensione al significato universale della figura di Abramo, è messa in evidenza da unulteriore considerazione. Secondo il testo biblico, Abramo ebbe tre mogli: Sara, Hagar e Kenturà, da ognuna delle quali ebbe dei figli. Gli esegeti del Midrash mettono in evidenza lorigine diversa di ciascuna delle mogli: Sara sarebbe discendente di Sem, Hagar, legiziana, di Cam, mentre Kenturà di Jafet, da cui discenderebbe la stirpe indoeuropea. Dato che secondo la Bibbia, i figli di Noè costituirebbero i capostipiti del genere umano, Abramo sarebbe, dal punto di vista genealogico, capostipite di una discendenza universale. Ma per ebrei Abramo costituisce innanzi tutto il patriarca del popolo ebraico, colui che lascia la proprio patria per poter portare avanti in maniera autonoma e senza influenze spurie lintuizione di un Dio unico, trascendente e provvidenziale, creatore di ogni realtà. In risposta a questa obbedienza Dio gli promise che da lui sarebbe discesa una nuova nazione, la quale avrebbe recato una qualità spirituale al mondo del tutto speciale. La promessa di Dio ad Abramo appartiene allintera umanità. Nella Scrittura interviene, però, un patto tra Dio e Abramo, che serve a definire la relazione particolare esistente tra Dio e la sua discendenza. Dio dovrà essere considerato come divinità specifica del popolo ebraico, mentre la discendenza dovrà tenere fede al patto particolare stipulato con Dio. In questa occasione, momento cruciale del futuro popolo dIsraele, la terra dIsraele viene promessa ai discendenti del Patriarca. Nelle figura di Abramo, così come viene presentata nel libro della Genesi, si fondono insieme due valenze: il carattere universale da una parte e quello nazionale dallaltra. Nella teologia ebraica la stretta correlazione tra queste due valenze è la prospettiva fondamentale della storia dellumanità. Caratteristica della figura di Abramo, è quella di essere, a differenza di Isacco e di Giacobbe, il simbolo della virtù del hesed, dellamore e dellaltruismo verso il proprio prossimo. Dallesame delle storie bibliche riguardanti Abramo, i Maestri ebrei con perspicacia midrascica hanno trovato diversi esempi di hesed da parte di Abramo, che viene intesa addirittura come forma di imitatio dei. Per esempio, la Scrittura racconta che la divinità apparve ad Abramo presso i querceti di Mamrè senza spiegare il motivo ditale apparizione. Rabbì Ammà bar Hanina insegna che Dio apparve ad Abramo allo scopo di fare visita al malato. Da poco, infatti, Abramo si era sottoposto alla circoncisione. Ad un certo punto però, continua la Scrittura, Abramo interruppe la comunione con la divinità per andare incontro a tre viandanti sconosciuti che provenivano dal deserto. Proprio come Dio eseguì un atto cli amore nel visitare "il malato" Abramo, così questi interruppe la comunione con Dio e corse, nonostante la sua convalescenza, incontro ai viandanti, per offrire a loro ospitalità. Abramo preferì offrire agli essere umani un atto di amore piuttosto che riceverne uno da parte di Dio. La lezione che emerge da questa esegesi midrascica è chiara: la imitatio dei deve avere lassoluta precedenza, addirittura sul godimento della rivelazione divina. Insomma letica viene prima del misticismo e come afferma il Talmud il sentimento di ospitalità ha la precedenza sullaccoglimento della Presenza divina. La vera religiosità trova espressione in atti di benevolenza e di altruismo che costituiscono lespressione più alta della conoscenza di Dio da parte delluomo. Non soltanto Abramo ha compiuto atti di hesed, ma ha impegnato i suoi discendenti a compiere tali atti, come afferma la Scrittura: "Io lo prediligo affinché raccomandi ai suoi figli ed alla sua progenie a venire, di osservare la via del Signore operando carità e giustizia". Abramo è presentato nella scrittura come il prototipo delluomo di fede, tanto che il testo afferma: "Ebbe fede nellEterno e questo gli fu ascritto come merito". Tale sentimento trova la sua applicazione più alta nel momento del sacrificio del figlio Isacco, come pure in tanti altri episodi in cui prevale la sottomissione e la fiducia nel volere dellEterno. Ma come va intesa questa fede? "Nellebraismo la fede non è altro che la vivente coscienza dellEterno, il senso della vicinanza di Dio, della sua rivelazione e della sua potenza creatrice che si manifesta in tutte le cose. E la capacità dellanima di percepire il permanente nel transitorio, il Segreto del Creato. La parola biblica che indica fede designa lintima saldezza e linteriore pace, la forza e la costanza dellanima umana" (Baeck). Ma lEbraismo non ammette che la fede da sola sia garanzia di salvezza; ad essa vanno accompagnate le opere, le azioni concrete che Dio indica nella sua Legge morale. Lazione deve essere conseguenza della fede, così come affermano i Maestri ebrei "la cosa essenziale non è la teoria, bensì lazione". |
"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi
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