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Scheda del libro Le ultime due parti del libro corrispondono luna allaltra e si intitolano rispettivamente "La prima missione" e "La seconda missione". Mohamed Taha enumera innanzi tutto un certo numero di fatti sociali che, ai suoi occhi, non fanno parte integrante dellislam: sono la jihad, intesa nel senso di guerra santa, la schiavitù, il capitalismo, la disuguaglianza tra luomo e la donna, la poligamia, il ripudio, il velo, la separazione dei sessi... altrettante realtà transitorie legate ad unepoca. In confronto la seconda missione dellislam esalta luguaglianza in tutti i campi: - uguaglianza economica, ed è il socialismo; - uguaglianza politica, ed è la democrazia; - uguaglianza sociale infine, con la soppressione di ogni discriminazione di classe, razza, religione, sesso.
Questo stesso testo è stato tradotto in inglese dalla Syracuse University Press con il titolo The Second Message of Islam (Syracuse, USA, 1987). La traduzione, fatta direttamente dal testo arabo è stata realizzata da Celeste Intartaglia con supervisione del PISAI (Pontificio Istituto di Studi Arabi).
USCITA : OTTOBRE 2002 Per prenotazioni visitare il sito delle Edizioni Emi
JIHAD DI PACE “LISLAM HA DUE MISSIONI: UNA PRIMA FONDATA SULLE APPLICAZIONI DEL COSANO, E UNA SECONDA, FONDATA SUI PRINIPI. LA SECONDA MISSIONE NON È STATA ANCORA SPIEGATA NEL DETTAGLIO”. SARÀ UNA MISSIONE DI PACE, E SARÀ RIVELATA QUANDO DIO VORRÀ. COSÍ PREDICAVA MAHMOUD MOHAMED TAHA, IMPICCATO A KHARTOUM NEL 1985 CON LACCUSA DI ERESIA E BLASFEMIA.
“Ciò che esprimono coloro che hanno ricevuto il sapere è che la strada della nuova era, la strada dei musulmani sulla terra, è tracciata dai versetti dei principi: i versetti meccani, gli stessi che nellera antica sono stati abrogati dai versetti delle applicazioni (i versetti medinesi) — abrogazione dovuta solo allepoca storica. I versetti dei principi si indirizzano alla comunità dei musulmani, la quale non esisteva ancora in quei tempi. I versetti dei principi sono stati abrogati nel senso che sono stati solamente rimandati a più tardi; il loro ruolo nella legislazione è stato semplicemente sospeso, fino a che non fosse tornato il loro tempo; ed ecco che il loro tempo è venuto, è lepoca in cui noi viviamo oggi. Una sola è la nostra cura: ci siamo dati il compito di annunciare la seconda missione”. E quella profetica, escatologica, dei primi tempi della predicazione del profeta Mohamed, ci dice Mahmud Mohamed Taha. Una predicazione incentrata sul monoteismo, la relazione con Dio, e sulla tolleranza e il rispetto tra i popoli. È in questa prima fase che alcuni riconoscono lossatura di un islam non violento e pacifico. Ed è ad essa che, secondo una parte dei pacifisti musulmani, bisogna ritornare. Per Taha esistono anche differenti modelli di sharia, di legge religiosa, a seconda dellepoca storica e del contesto culturale di appartenenza: “Non ci soffermeremo e a lungo sul fatto che la sharia dei diversi profeti differisce in funzione delle rispettive comunità (...) Questa enorme diversità fra i due tipi di sharii è da attribuire alla differenza del livello della comunità, e su ciò non vi è il minimo dubbio. Quale abominevole errore sarebbe pensare che la sharia islamica del secolo settimo possa essere applicata validamente, fin nei dettagli, nel ventesimo secolo!”. Può, allora, il concetto di non violenza essere meno estraneo allislam? Ghaiwar Sarha-Anand, docente di scienze politiche alluniversità di Bangkok, in Thailandia, pacifista musulmano seguace di Gandhi e ricercatore sulla pace e la nonviolenza nellislam, esamina nel suo libro Islam e non violenza (Ega, Torino, 1997) i concetti di salam (pace) e di jihad, dando a questultimo il significato di “lotta contro loppressione, il despotismo, lingiustizia. In questo senso jihad indica uno “sforzo , una tensione verso la giustizia e la verità, che non necessariamente implica violenza”. Esistono tre tipi di jihad: del cuore, della lingua, del braccio. “Il jihad— continua Sarha-Anand — si distingue in base allorientamento (verso linteriorità o verso lesterno) e al metodo (violento o nonviolento) (...) È il comando di Allah onnipotente e gli insegnamenti del profeta Mohamed, i quali impongono al credente una continua verifica della propria idoneità a combattere la tirannia e loppressione — il continuo adeguamento dei mezzi allobiettivo di realizzare la pace e inculcare la responsabilità etica”. Allinterno del discorso sul jihad, dunque, violenza e guerra, per un musulmano, devono essere eticamente orientate. La violenza indiscriminata che colpisce bambini, donne, vecchi, case, campi, luoghi atti alla produzione di risorse vitali, la vendetta, lo stupro, è assolutamente vietata dal Corano: “Combattete sulla via di Dio coloro che vi combattono, ma non oltrepassate i limiti, ché Dio non ama gli eccessivi” (2,190). Lo stesso vale per il terrorismo, i dirottamenti aerei, i bombardamenti. Qualunque società o governo islamico, sottolinea il pacifista thailandese, contravvenga a tali precetti, non agisce alla luce dellislam. Guerra di difesa, quindi, e non di offesa. Contro oppressione e ingiustizia. In questo contesto non ha più senso neanche la lotta contro gli infedeli, perché, come ricorda il Corano: “Non vi sia alcuna coercizione in fatto di religione”. La sua conclusione non lascia ombra a dubbi: i musulmani, se non vogliono violare i principi coranici che condannano le violenze di massa, per difendersi possono soltanto ricorrere alla nonviolenza.
NONVIOLENZA, FORMA ISLAMICA DI LOTTA
Per motivare una scelta così distante dallislam militante o popolare, SathaAnand ricorre ad un ragionamento interessante: la totale sottomissione ad Allah mal sadatta alla sottomissione a tiranni e oppressori. Fa dunque parte dei “doveri” del musulmano sottomettersi solo a Dio, rifiutando il comando degli uomini, soprattutto se malvagi e violatori dei precetti divini. E se si è troppo deboli per ribellarsi al tiranno, come i primi musulmani si può lasciare il luogo doppressione: “Non era la terra di Dio vasta abbastanza perché voi emigraste?” (4,97). I casi di azioni nonviolente nellislam sono numerosi: la rivoluzione iraniana; il movimento dei Khudai Khidmargar di Abdullah Jaffar Khan nella provincia tra Pakistan e Afghanistan contro i colonialisti britannici; il caso Pattani nel 1975 in Thailandia; la prima Intifada palestinese... La sfida, secondo Sarha-Anand, che espone il suo pensiero nelle famose “Otto tesi” per gli intellettuali musulmani contemporanei sta nellandare controcorrente rispetto allintegralismo violento e intollerante, e a cercare nellislam le radici della nonviolenza. Allinterno della strategia nonviolenta è importante il concetto del perdono. Nellislam è una virtù incoraggiata dallo stesso Mohamed: afw (latto del perdonare), safaha (non tenere in conto), jafara (attributo di Dio). <Perdonare — puntualizza Sarha-Anand — non vuol dire dimenticare. Anzi, le ingiustizie non vanno affatto dimenticate. Imparare, con il tempo, ad accettare la sofferenza come una componente della vita, senza tentare di rimuoverla, di soffocarla, e cogliere le nuove occasioni di vita. Il ricordo fossilizzato del dolore impedisce alla vita di rigenerarsi. Il perdono, inoltre, può aver luogo solo dopo che, attraverso azioni nonviolente da parte della vittima, i rapporti di forza tra essa e loppressore sì siano riequilibrati e parificati. Nessun perdono avrebbe altrimenti senso”. Esistono anche altre voci islamiche che cercano vie alternative (Nigrizia, 2/99, dossier); una categoria è costituita dai musulmani cresciuti in occidente o da quelli che hanno avuto modo di riflettere sulla propria cultura (per esempio, scrittori come legiziano Nagib Mahfuz e il marocchino Tabar Ben Jelloun). Questi hanno acquisito unidea di pace che va oltre il dettato coranico. Sono soprattutto le minoranze di musulmani propensi allinterpretazione letteraria del Corano che affrontano con più impegno le tematiche della pace. Molte organizzazioni e gruppi si rifanno ad un islam nonviolento e pacifista, soprattutto in America e in Europa, in India e in alcune regioni del sud-est asiatico. Rilevante, a questo proposito, è lislam non arabo: in particolare quello indiano, thailandese, indonesiano. In Indonesia la costituzione è fondata sulla Pankashila, che riconosce su un piano di parità i credenti di tutte le religioni presenti nel paese e si sforza di farli convivere armoniosamente. AllUniversità di Washington, nel 1996 è stata istituita la cattedra “Mohammad Said Farsi per la pace nellislam”, il cui titolare, il professor Abdul Aziz Said, è direttore del programma sulla “Pace e la risoluzione dei conflitti”: “Lislam è forse la religione più fraintesa del mondo, sia da parte dei non musulmani sia dai musulmani stessi”. Said individua quattro elementi islamici essenziali relativi al concetto di pace e riconciliazione: fitrah (la natura fondamentalmente buona dellessere umano); persuasione (enfasi sullinnata capacità di usare lintelligenza per comprendere la rivelazione, e sullattitudine a ponderare le situazioni); afw (il perdono); raccomandazioni contro la fitnah (la discordia, che si crea quando il perseguire i propri egoistici scopi produce distruzione e violenza). “Dobbiamo invocare la principale dottrina dellislam, il tawhid, lunità: di Dio, dellUmanità, dellUniverso e della Verità — conclude Said—. Il tawhid esprime lideale islamico della fondamentale unità di tutto il genere umano e rigetta la visione di una comunità esclusiva, di una separazione, una distinzione, cioè, tra musulmani e non, tra i membri di un gruppo e tutti gli altri”. (da NIGRIZIA, n. 9/2002)
MAHMUD TAHA E IL SECONDO MESSAGGIO DELLISLAM Il 18 gennaio 1985 il settantacinquenne Mahmûd Taha, noto come il Gandhi sudanese, veniva impiccato a Khartoum (Sudan) per aver manifestato il suo dissenso allintroduzione della legge islamica nel paese.
Il suo pensiero è stato sintetizzato ne "Il Secondo Messaggio dellIslam", la sua opera principale pubblicata per la prima volta nel 1967 e divulgata - anche al di fuori del Sudan - dai Fratelli Repubblicani, la comunità di uomini e donne riuniti intorno a colui che chiamavano affettuosamente ustêdh, il maestro. Nel libro - considerato eretico ed eversivo negli ambienti islamici ortodossi - M. Taha afferma che nella rivelazione musulmana originaria sono individuabili due momenti distinti: in una prima fase, alla Mecca, la predicazione di Maometto fu un appello alluguaglianza ed alla libertà individuale responsabilmente esercitata; in un secondo tempo, a Medina, quando si trattò di fondare una comunità incarnata nello spazio e nel tempo, i principi fondamentali espressi in precedenza dovettero esser adattati alle concrete condizioni locali. Così il messaggio del periodo medinese, che pure si situava ad un livello inferiore, oscurò e sostituì il messaggio originale del periodo meccano, perché questo era innegabilmente necessario per la diffusione e il radicamento dellIslam nei primi tempi. Nella nostra epoca tuttavia la sua funzione pedagogica è ormai venuta meno ed è ormai giunto il momento - secondo M. Taha - di ridare valore ai precetti fondamentali originari. La guerra santa, il velo, la schiavitù, la disuguaglianza tra luomo e la donna, la poligamia, il ripudio, la separazione dei sessi e molti altri precetti della sharia costituivano delle regole transitorie, ormai del tutto anacronistiche, per favorire lelevazione spirituale della comunità dei musulmani nei primi secoli dalla predicazione di Maometto. In confronto, Il Secondo Messaggio dellIslam, quello del periodo medinese e dei principi universali ed immutabili, esaltava luguaglianza in tutti i campi: uguaglianza economica, politica e sociale. Il Secondo Messaggio, cioè i precetti morali e i principi interiori, vanno oltre lobbligo legale - il Primo Messaggio - per giungere alla coscienza e allimpegno volontario di ciascuno. Il richiamo connaturato al Secondo Messaggio è un appello mai raggiunto, unincessante tensione individuale e collettiva verso la perfezione. Non si tratta più di cercare e di imporre un ritorno ad unetà delloro, i tempi del Profeta, perché questa è ormai superata. Non ha senso guardare continuamente al passato ma bisogna concentrarsi sul futuro, certi che il progresso materiale avanza di pari passo con il progresso spirituale.
Il lettore resterà colpito dalla incessante ricerca della verità da parte dellautore e dalla sua visione tollerante dellIslam. Questi elementi, valorizzati dalla coerenza della sua vita, costituiranno certamente un elemento di incitamento e di speranza per chiunque creda nel dialogo interreligioso tra cristiani e musulmani. Matteo Perotti
Lunedì, 07 ottobre 2002
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