INTERVISTA A RENZO SALVI

(Direttore di Rai Educational)


di LAURA TUSSI

Come colloca la Sua storia di formazione e le esperienze in Rai, anche come rappresentante politico di un partito, ed in particolar modo in RAI educational, rispetto al Suo impegno sociale e culturale?

Ho fatto molta politica nel sociale e nelle ACLI, in quello che un tempo si chiamava il dissenso cattolico, negli anni del Post Concilio. Il mio arrivo in RAI, venticinque anni or sono, deriva da un bando di concorso come figura professionale completamente nuova di programmista regista, dall’impostazione vastissima, in cui si è presentata la possibilità di travasare tutta la storia personale precedente. Una storia anomala dal punto di vista della scrittura, in quanto mi trovai a scrivere come redazione sulle riviste Rocca, Testimonianze, Il Gallo, Il Tetto, per un insieme di riviste di un’area cattolica colta, a volte critica, creativa o di deciso dissenso e da lì abbiamo attraversato una serie di esperienze che spaziavano dall’aggiornamento conciliare, al dissenso postconciliare, dall’associazionismo cattolico tradizionale, alle ACLI, qualcuno più orientato ai cristiani per il socialismo e altro. Alla fine tutto quello che era stato accumulato attraverso questo tipo di attività, come grandi convegni internazionali con figure che andavano da Ingrao, a Bartolomeo Sorge, a Badget Bozzo, a Monsignor Clemente Riva…tutto questo è stato travasato anche dentro la logica dei programmi televisivi, ma non tanto perché ci si sentisse rappresentanti di una tendenza culturale o politica, perché, nei fatti, facendo comunicazione sociale e televisiva si portava dentro tutto quello che era l’esito della cultura e della rete di contatti. Questo tessuto culturale ha toccato in RAI una molteplicità di settori, da rubriche di carattere sociale e sindacale a programmi specifici di taglio inerente il mercato del lavoro, a programmi di ambito religioso. Tutto questo è accaduto perché sussisteva una possibilità di palinsesto, una disponibilità di ospitare un certo tipo di proposta, e l’acquisizione di una serie di professionalità esterne e interne che poi si componevano dentro i programmi. Non è mai stata l’occasione di una situazione caratterizzata in senso religioso o culturalmente schematico. L’atteggiamento era di dialogo, di apertura, di confronto, proprio perché provenivamo dagli anni del ’68, periodo del Paese rimescolato, dove le culture si contaminavano tra loro, anche qui in RAI, con molta apertura da parte di chi dirigeva allora questa azienda, sussisteva la possibilità di essere assolutamente ecumenici e magari su qualche particolarità di programma, di essere molto settari, ma si andava a prendere un contenuto molto particolare, pur sapendo che si presentava una particolare situazione con molti dettagli provenienti da una visione generale. Poi sussiste una modalità che proviene dall’insieme di questa formazione, facendo un programma per bambini, in quanto ci si sente debitori di una certa tendenza che è il cristianesimo di Papa Giovanni. Quando è nato l’Albero Azzurro siamo riusciti a costruire un gruppo molto eterogeneo al suo interno, ma molto mirato, volto tutto insieme, a proporre un progetto che fosse molto arricchente per i bambini, per le famiglie, di supporto alle scuole…le culture sussistevano e coesistevano tutte, con le attenzioni per l’infanzia. Tutti noi in realtà portiamo dentro una storia di vita quando ci troviamo dentro un quadro professionale. Poi la modalità con cui si interpreta il vissuto dipende dalle caratteristiche personali e dalle contingenze. In questo periodo sto scrivendo un libro che sia l’attraversamento della capacità di comunicazione di Padre David Maria Turoldo, attraverso tutto l’insieme dei sistemi comunicativi che ha utilizzato nella sua vita, dal cinema, al teatro, dalla poesia, alla televisione, dalla frequentazione della radio, al comizio, dalla predicazione da un pulpito reale ad uno televisivo. Dalle indagini sulle epoche degli anni ’60, negli archivi della radiofonia, si palesa che in realtà la RAI del tempo era estremamente aperta, non in senso tollerante, ma propositivo di apertura mentale, anche a voci come quella di Padre Turoldo, ai margini della stessa chiesa. Però evidentemente la RAI consentiva una cosa di questo genere perché cercava di rappresentare molto, eppure l’immagine che abbiamo della RAI di quel tempo risulta monoculturale, di una realtà molto schematica ed asservita al governo.

Come può il centro sinistra far fronte alle nuove ed incombenti sfide dettate da una società e da un mondo sempre più globalizzanti, segnati da diversità multiculturali e dalla coesistenza di variegate culture e differenti modi di essere e di pensare?

Il centrosinistra ha davanti dei compiti uguali alle altre forze politiche che stanno in un campo contrapposto a queste e ai grandi ambiti del diventare globale di un mondo già fortemente interconnesso, perché l’interconnessione, l’internazionalizzazione delle situazioni di crisi e dell’economia è succeduta ormai da 20 o 30 anni. Le sfide sono in primo luogo quelle che Kennedy, nel discorso di accettazione della Presidenza degli Stati Uniti davanti a una convention democratica, elencava in una sequenza di problemi eterni come la pace e la guerra, la miseria e il surplus. Sono problemi che si pongono quando qualche figura di grande leader si guarda intorno. I temi che emergono non sono nuovi. A livello planetario, il tema delle risorse che sono vastissime, ma non inesauribili, allocate secondo logiche di geografia e consumate secondo logiche di potere. Sussiste il problema di garantire quello che continuiamo a chiamare sottosviluppo che, in realtà, è mancato sviluppo, perché i paesi sottosviluppati non sono i paesi in via di sviluppo, perché se andiamo a visionare tutti i dati inerenti la questione, sussistono dei dislivelli che si aprono continuamente tra il centro del mondo, gli USA, L’Europa, alcune zone dell’Asia e tutta una serie di territori considerati sud del mondo, che chiaramente faticano a trovare una propria via al benessere per i propri cittadini, di decoro e di decenza per la sopravvivenza. Il centro sinistra e l’Ulivo, pensando a livello europeo, devono porsi il problema di cosa può fare un grande continente, come l’Europa che ha tante divisioni al suo interno, ma anche tante ricchezze, nel porsi come un interlocutore per molte di quelle parti del mondo che probabilmente possono essere aiutate a compiere una serie di passi in avanti, probabilmente giocando anche delle partite inattese, per certi versi, o quantomeno inusuali. Il discorso di cercare di aumentare e incrementare fortemente lo sviluppo economico e il progresso sociale in alcune zone del mondo, è vero, può aiutare a gestire anche diversamente i flussi migratori che si muovono sulle scacchiere intercontinentali. Da un certo punto di vista non è diverso da chi dice di aiutarli da casa loro. Ma il discorso nostro è un altro. Ossia facciamo in modo che tutto quello che può essere salvato, aiutato a crescere, fatto diventare importante positivo e di progresso globale avvenga nella maggior quantità possibile di territori vicini o lontani a noi, in modo tale che non ci sia bisogno di un grande movimento migratorio che anche quando dovesse avere esiti positivi, ha un esito negativo di partenza che consiste nello strappare certe radici, sfaldare certe famiglie, distruggere la comunità, rinunciare a una serie di competenze che potrebbero tornare utili. Giuliano Amato adesso è chiamato a scrivere il progetto dell’Ulivo, in vista delle elezioni europee che potrebbe davvero diventare una mappa di riferimento per tutto quel mondo che in Europa si può riconoscere in una logica come quella dell’Ulivo. Speriamo entri in Europa in una logica di visione grande, con passi indicati perché praticabili. Il problema non è solo scrivere una sequenza di buone intenzioni, ma la questione fondamentale è in qualche maniera dire quali sono i passi successivi praticabili e cominciare a praticarli. La multicultura non la conosciamo nella sua realtà globalizzante; poi cominciamo a riceverla nella situazione di realtà Europea che accoglie altre culture, altre etnie, altre fedi religiose. Nel momento in cui l’Europa diventa il ricettore di tutto questo, non può accadere niente di diverso dal fatto che in qualche maniera si sta manifestando una situazione: in Europa difficilmente si può mettere in discussione la sequenza dei principi della rivoluzione francese che vogliono affermare una certa modalità di apertura alle fedi altre e un’eguaglianza di fondo che deve riguardare anche la parità dei sessi, la diversità delle culture, ma anche tutelare quello che l’Europa è stato un duro e difficile avanzamento sulla crescita dei diritti civili per l’affermazione del concetto di persona che proviene da diversi filoni storici, quello ebraico, greco romano e illuminista, poi riassunti in modi strani da un flusso, quello del cristianesimo che in realtà ha unificato molto e ha generato dopo l’illuminismo, per certi versi, in una grande secolarizzazione della visione cristiana, il concetto per cui gli uomini sono tutti uguali.

La realtà multiculturale, non come risposta a qualcosa che arriva in "casa nostra", ma come una visione che guarda agli altri continenti, dove ci possono essere proposte di interscambi, dove le modalità di sviluppo differenziano dalle nostre, dove le modalità di pensiero delle culture non sono soltanto quelle che abbiamo praticato qui. Guardando altrove si può notare come tutta una serie di altre culture non sono poi così schematiche tanto che vediamo quando qualche scheggia della loro cultura arriva da noi. Il centrosinistra ha delle grandi possibilità in questo senso, proprio perché a sua volta, come elemento costitutivo è in realtà un reincrocio di culture che già nascono da reincroci. In questa Europa siamo tutti meticci e sapere che il problema di raccogliere il meglio che ci è stato tramandato superi i fili della storia e della cultura, da una parte salva noi dallo schematismo rispetto alle molteplicità multiculturali che giungono sui nostri territori, e d’altra parte altrove sussistono molte differenze e si tratta di dialogare con tutte. Questo concetto delle diversità permea l’attualità.

Le ultime guerre in medio oriente fanno intravedere due diverse tipologie di dittatura capitalista. Quali ne sono le caratteristiche e le negatività più salienti?

Sussistono alcuni termini che in questo momento sono consumati dalla storia.

E’ caduto il termine di socialismo reale e contemporaneamente anche altre visioni di capitalismo che man mano si è configurato come società a sviluppo industriale avanzato con tutta una serie di complessità che nascevano al loro interno e non erano previste da nessuna delle teorie che avevano fatto da base al capitalismo in quanto tale né dalle teorie che si contrapponevano (Marxismo, Socialismo ecc.). C’è stato un processo che in un primo tempo ha visto il capitalismo diventare strumento di stato all’Est (i paesi del socialismo reale). Quanti capitalismi esistono oggi? Almeno ci sono due modelli tendenziali. Uno a predominio Nord Americano, Statunitense, l’altro a predominio tipicamente europeo, laddove la massimizzazione del profitto è assoluta nel primo, un problema invece di calcolo di quali sono i costi che un profitto massimizzato fa pagare alla società, potrebbe essere una caratteristica che segna il capitalismo europeo. Anche l’organizzazione capitalistica in questo momento non può non pensare che la società in cui si sviluppa va oltre la specificità del capitalismo e che sussiste un problema di socialità, ossia un problema di condizioni di vita che non sono schematicamente finalizzate alla produzione di beni, di servizi e quindi alla produzione di denaro che genera altro denaro. Per un momento è parso che la via di fuga finanziaria fosse il tentativo di risolvere tutto. Per un decennio pareva che la finanziarizzazione imposta nella vita quotidiana potesse coinvolgere tutto ad un livello di soluzione di un’antica contraddizione. Ma in realtà si è visto che non solo è un problema di cattiva gestione. Quello che si sta marcando nel mondo mediorientale è il fatto che manca una proposta forte da parte di chi ha in mente uno sviluppo industriale avanzato ossia capitalistico, con molta attenzione alla socialità, alla crescita culturale delle masse e delle persone, allo sviluppo delle culture. D’altra parte un altro modello capitalistico ritiene una parte di queste cose inutili e un’altra parte può essere imposta. Questo è lo scontro tra i due modelli che non è tanto un conflitto tra dittature, ma proprio due modelli dell’unico sistema economico, ma non dell’unico sistema sociale che è sottostante questo tipo di sviluppo, che attualmente vince a livello storico. Questo vale per il medioriente, per l’estremo oriente, per i paesi arabi. Tutto ciò porta ad avere in quel quadro territoriale uno sviluppo capitalistico.

La Shoah ha precipitato l’umanità verso un abietto declino. Cosa occorre attualmente per esorcizzare ogni spettro di genocidio, stillicidio, di conflitto armato e di negazione di ogni tipologia di diversità all’interno della società? Esistono strategie politiche certe e determinate da parte dei partiti progressisti per far fronte a queste terribili evenienze?

In un momento centrale del 900, negli anni 30, fino alla fine degli anni 40, in una zona storicamente molto evoluta quale era l’Europa centrale, si è sviluppato un fenomeno culturale nei fatti, che ha consentito di ribaltare tutte quelle acquisizioni di due millenni precedenti che vertevano su un punto solo: le persone sono tali al dì la di tutte le loro caratterizzazioni. L’ideologia nazionalsocialista ha giocato fondamentalmente su questo elemento, in termini di radici. Questo perché in qualche maniera si è verificato un rigurgito di fondo di tutte le anticulture che sotto traccia avevano camminato continuamente, mentre si affermava la visione greco romana, il cristianesimo, mentre venivano attraversati i grandi imperi da Carlo Magno in poi, con tutte le loro tragedie, come le crociate, le guerre di supremazia in Europa. Ma un filone di fondo affermava che in realtà un uomo vale un uomo, una persona vale una persona. Sotto passavano minoritarie, ma anche altre affermazioni, contrarie a queste ultime, quali il settarismo, il superomismo, la volontà di potenza portata fino all’estremo contro l’individuo e la persona. Nel momento in cui il nazismo comincia ad affiorare, tutte queste contro culture trovano un modo per eruttare e diventano un sistema. Le tappe di affermazione reale del nazismo e i passaggi che determinano la sua ascesa al potere vedono affermato il principio che esistono persone che non sono persone e non sono degne di vivere: "ci sono situazioni che devono essere messe sotto controllo perché altrimenti faranno il male, in quanto attaccheranno quelle che noi consideriamo le nostre radici che devono rimanere immutabili perché altrimenti verremmo inquinati e contaminati". Non appena il nazismo arriva al potere emana una serie di leggi che prima ancora di essere contro i politici e contro il mondo ebraico sono contro tutti coloro che vengono considerati sottouomini, ossia contro gli handicappati, i minorati, quelli che vengono tenuti in condizioni di vita assistita, in qualche maniera e per tutti gli asociali. Lo sterminio con la grande componente della Shoah dell’olocausto ebraico ha dietro questo tipo di radice. Noi sappiamo che lo sterminio in Europa per mano nazista e delle situazioni alleate in Italia, in Francia e nel mondo slavo, arriva a toccare circa 12 milioni di persone di cui 6 milioni sono ebrei. Dall’Italia verso i campi di sterminio partono circa 44 mila persone di cui circa un quarto sono ebrei. Questo significa che sussiste ovviamente una concezione che va a colpire il mondo ebraico e quindi costituisce la Shoah, ma che è tanto più larga da consentire di colpire tutto quello che è considerato diverso e asociale. Da lì in avanti non si è aperta la via degli stermini al plurale, ma è stato dimostrato in modo eclatante che lo sterminio era storicamente ancora possibile, con metodi moderni, dentro un quadro che aveva rigettato la democrazia, la convivenza, l’eguaglianza, la libertà di espressione, di organizzazione e di pensiero, aveva tenuto del mondo moderno solo la tecnica proprio brutale: questo dimostra per esempio che dittatura e modernità possono convivere benissimo. Non è vero che la modernità cancella la dittatura, ma ciò che personalizza e riconosce l’individualità degli uomini e delle donne contrasta con la dittatura e a quel punto sono divenuti possibili nel corso del 900 molti altri stermini perpetrati non più nelle zone che noi europei consideriamo centrali nella storia, ma grandi genocidi sono avvenuti in Africa, in Asia, in Jugoslavia, focalizzati sul concetto di razza che è la negazione di tutta l’elaborazione scientifica moderna, anche anteriore alla scrittura della catena del genoma. Occorre un’espansione, un riconoscimento ed un modo di far procedere il concetto di persona dentro la storia come pensiero centrale. Spesso per raggiungere obiettivi superiori come il socialismo, l’affermazione del bene e del giusto ci si poteva anche sacrificare (questo è vero sul versante cristiano e marxista), ma forse bisogna dire che non è così. Non esiste nessun obiettivo per il quale valga la pena sacrificare soprattutto altri, ma forse anche se stessi, occorre commisurare i passi, gli obiettivi da raggiungere con quello che costa raggiungerli. E’ necessario un equilibrio nelle scelte. Il concetto di persona significa mettere in moto tutta una serie di procedure sociali, politiche sociali, di orientamenti culturali di ordine concreto. Il concetto di individuo e di persona sono due categorie diverse. La versione individualistica rispecchia un capitalismo bieco. Ma il concetto di persona è un’altra cosa. La categoria di persona tende dalla realtà individuale verso la socialità: è un’estensione tridimensionale del pensiero. Un pensatore minore francese, Manuel Mounier, morto nel 1950, è il fondatore del personalismo.

Quanto la Shoah è figlia del Cristianesimo? (Domanda di Giovanni Sarubbi, direttore della rivista telematica www.ildialogo.org )

Se per Shoah intendiamo quella parte dello sterminio dovuto alla mano del nazionalsocialismo, del nazismo tedesco e dobbiamo andare a cercare le radici in qualcosa che sta a monte di quella realtà nazista, ci sono filoni profondi che indicano come alle spalle della posizione della protezione di tutti i movimenti contrari alla presenza ebraica nel mondo, nella società, nella vita e nella storia vi è qualcosa che viene da molto più lontano del cristianesimo stesso, ma lo nega. Così come nega l’ecumenismo, l’illuminismo, la concezione dell’uomo nato dall’antica Grecia. E’ qualcosa che rimanda al magismo, alle religioni esoteriche e dell’ipoterreno, alle culture sotterranee. Altro punto il fatto che vi sono stati logiche e comportamenti, all’interno della Chiesa, che assumevano la pregiudiziale antiebraica, per il concetto di deicidio. Il discorso dei ghetti, della conversione forzosa, il battesimo imposto, da cui non è detto si sia sviluppata una tendenza che ha condotto agli esiti tragici del nazismo: è improbabile. Che il nazismo abbia utilizzato tutto ciò che ha trovato nella storia, quindi anche questo tipo di lettura storica è vera, ma nel senso che il nazismo ha voluto ordire un complotto del mondo ebraico, ma in realtà la molla che ha fatto scattare tutto il meccanismo dello sterminio, è qualcosa di più ampio.

Un’altra questione sono i cosiddetti silenzi della Chiesa. In realtà occorre andare a vedere i documenti che sono stati resi di pubblico dominio non molto tempo addietro, per cercare di comprendere come quello che è avvenuto consisteva in un forte lavoro diplomatico dietro le quinte per "salvare il salvabile": è una vecchia, forse discutibile, ma funzionante teoria della Chiesa, per cui si sceglie il male minore quando si è in condizioni di impossibilità ad ottenere il bene e invece si interpone il lungo silenzio ufficiale. Subentra anche l’annunziatura di Papa Pacelli a Berlino, la sua conoscenza della cultura tedesca e la percezione di quanto fosse difficile la partita in quegli anni passati, conoscendo il mondo tedesco e le radici culturali di quello che stava avvenendo. Se la Chiesa avesse accettato lo scontro duro contro il nazismo, insieme alla Francia, al Belgio, alla Danimarca con l’Inghilterra sotto attacco, avrebbe voluto dire il dirompere del nazismo in tutta l’Europa continentale. I tempi dello sterminio si sarebbero prolungati. Di fronte a un Vaticano occupato, gli Stati Uniti sarebbero intervenuti? Di fronte a un Papa sotto scacco, chi si sarebbe opposto?



Lunedì, 22 marzo 2004