A proposito del crocifisso nelle corsie di ospedale

CROCEFISSI? DOVE?

di Viola Strasbourg

 

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Cara Gloria Capuano,
ti dirò subito qual è la mia fede, in modo da permetterti di decidere immediatamente se io abbia o no il diritto di esprimere la mia opinione in merito ai crocifissi: sono cristiana evangelica.
Spero che il "tu" non ti infastidisca; lo uso per semplicità, perché le formule cosiddette di cortesia rendono la forma scritta pesante e involuta, aumentando i rischi per la nostra sintassi - ohimè - sempre vacillante. Sono protestante, cittadina italiana, figlia e nipote e pro-pro-pro-nipote di italiani. Ripeto: ti preciso tutto questo perché tu possa fare le tue valutazioni e decidere se riconoscermi il diritto ad avere ed esprimere opinioni.

Ti dirò, per me tutti hanno diritto ad avere ed esprimere, privatamente e pubblicamente, le loro opinioni. Ne hanno diritto indipendentemente da nazionalità, razza, lingua, opzione religiosa o irreligiosa o di fede. Ne hanno diritto semplicemente perché sono esseri umani. Quindi dissento completamente da te, già su questo punto, quando tu ritieni una opinione "inopportuna" solo perché espressa da una mussulmana.

Ma il punto fondamentale su cui dissento da te è la presenza dei crocefissi negli ospedali. I crocefissi sono statue (o statuette), sono cose. So bene che per i cattolici romani queste cose sono importanti oggetti di culto e proprio per questo auspico vivamente che i cattolici romani si tengano i crocefissi nei loro luoghi di culto. Appenderli in ospedale, o nelle scuole, o nei tribunali, ecc. equivale senza ombra di dubbio ad un tentativo di trasformare tutti questi luoghi, dove si dovrebbe trovare solo la laica e civile convivenza, in luoghi del culto cattolico romano. Prova ne siano le preghiere cattolico-romane urlate quotidianamente nei corridoi degli ospedali dagli addetti ai "servizi religiosi", preghiere cui un degente (o visitatore o medico o infermiere) non cattolico romano non ha modo di sottrarsi. I crocefissi in posti che sono proprietà pubblica offendono la laicità dello stato, e ciò è vero in sé, e resterebbe vero anche se lo affermasse Bin Laden in persona.

C'è poi un altro punto importante da sottolineare. I cattolici romani vivono sempre tanto costantemente circondati da queste statue o statuette (alcuni le portano - addirittura - appese al collo, realizzate in metalli preziosi!) che non le vedono più. Sono, di solito, incapaci di prestare attenzione a questi oggetti; ma se provassero a guardarli veramente, forse prima o poi vedrebbero anche loro ciò che appare a prima vista ad ogni altro essere umano. Vedrebbero un'immagine orribile: l'immagine di un uomo seminudo inchiodato al legno, morente tra spasimi atroci.

Chi si stupisce che i crocefissi destino orrore dovrebbe cominciare a riflettere, a farsi qualche domanda sulla propria insensibilità e incapacità a comprendere una reazione che è veramente e pienamente umana: l'orrore per la morte, per la condanna a morte; l'orrore per il supplizio cui un essere umano viene sottoposto da altri esseri umani; l'orrore per la crocifissione.

Notiamo poi che questa forma di esecuzione di una condanna a morte, la croce, pare essere proprio un'invenzione di quella civiltà romana di cui ci vantiamo di essere eredi. Il "diritto" romano ha inventato la croce; ma ovviamente era riservata ai non romani, ai non cittadini! Per i cittadini romani c'era il giusto processo e la garanzia di non essere sottoposti, neppure in caso di condanna, a sevizie degradanti. Una morte rapida e pulita per il cives colpevole, torture e croce per schiavi e stranieri.

Gesù Cristo, Parola di Dio fatta carne, fatta uomo, è stato sottoposto a questa morte orribile, e vi è stato sottoposto, lui, semita come gli arabi, da soldati romani. Anche su questo, cara Gloria, dissento da te. So che per molti, oggi, Gesù ha l'irrealtà di un "simbolo ed esempio"; ma per me Gesù è realmente uomo, ha realmente sofferto sulla croce ed è realmente morto tra spasimi atroci. Per questo non posso guardare le vostre statuette di Gesù morto o morente senza orrore. E per questo depreco che così spesso (lo fai anche tu nel tuo scritto) la persona di Gesù venga confusa con oggetti del culto cattolico romano.

Grazie a Dio la mia chiesa si riunisce di fronte ad una croce vuota, da cui il corpo di Gesù è già stato staccato, e che non è affatto oggetto di culto. Quella croce vuota mi ricorda costantemente che Gesù non è più morto: gli angosciosi legami della morte non l'hanno potuto trattenere! È risorto! È asceso al cielo! Siede alla destra del Padre! Gesù regna, vincitore della morte! Ma non vorrei mai che questo segnale, questa croce vuota disegnata sul muro, venisse utilizzata per "marcare il territorio" in luoghi diversi da quello, di nostra proprietà e di cui noi stessi paghiamo le spese, in cui ci riuniamo per il culto al Signore risorto.

L'unica croce con un valore reale è quella che fu eretta duemila anni fa sul Golgota; la nostra unica possibilità di salvezza dall'orrore della morte è passata per l'orrore di quell'unica morte. Care sorelle e fratelli cristiani di ogni confessione, non mediteremo mai abbastanza sull'altissimo prezzo del nostro riscatto: dobbiamo gratitudine a coloro che ci ricordano, col loro orrore pienamente umano, di quale orribile morte il nostro peccato ha gravato l'Uomo/Dio. Dio ci guardi dall'abituarci all'immagine, anche mentale, del Signore crocifisso! Dio ci guardi dal fare, di una immagine del tormento inflitto al nostro Signore, un oggetto dell'arredamento normale dei nostri ambienti di vita e lavoro!

Spero e confido che a tutti quelli che si dicono cristiani lo Spirito tracci (spiritualmente) una croce (spirituale) sul cuore (non sul petto o sul muscolo cardiaco, ma sulla sede della loro volontà cosciente, sul luogo dove vengono prese le decisioni).

E spero - umanamente, ma spero - che tutti i cittadini e le cittadine italiane imparino a praticare la laicità nel quotidiano, invece di predicarla agli integralisti islamici.


"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi

Registrazione Tribunale di Avellino n.337 del 5.3.1996