Lettera confidenziale a un’infermiera italiana e
musulmana che vuole salvare l’Italia dal Crocifisso in corsia.
di Gloria Capuano

 

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Gentile signora,
leggo (Corriere della Sera del 27/12/ 2001) che lei avrebbe deciso di astenersi dal lavoro finché non siano rimossi i Crocifissi dalle corsie (ospedale milanese di Niguarda) perché costituirebbero violazione e sfida della neutralità e laicità dello Stato.
La mia opinione è che sia quanto meno inopportuno e indelicato oltre che paradossale ( e
carente di senso umanitario) che sia una musulmana ad erigersi a difesa della neutralità e laicità dello Stato, e ne spiego i motivi.
Se lei è potuta intervenire è perché è italiana, ma ciò facendo ha trascurato di tenere nel dovuto conto in questo frangente, del suo essere anche una convertita all’Islam.
Anche se diamo per ineccepibile la Sua protesta è alquanto difficile ignorarne il profilo paradossale poi che è stata avanzata da chi per peculiarità musulmana è in genere di rigida osservanza teocratica, lontanissima dalla nostra evoluzione.
In altre parole, (peraltro dimentica che nell’Islam difficilmente avrebbe diritto d’opinione), fruendo della libertà che uno stato laico offre, usa strumenti legalitari come italiana, allo scopo di sopprimere un simbolo che le è divenuto presumibilmente estraneo come musulmana. ( E si sorvola sul debito di civiltà verso l’occidente quando altrove per abiura si rischia la pena di morte). Non le pare dunque un po’ troppo e che la Sua ingerenza non possa apparire tutt’altro che trasparente in fatto di legalità, o forse esibizionistica, se non
smaccatamente ingenua, sicuramente impietosa e inopportuna?
Impietosa perché gli ospedali sono sì posti pubblici ma di natura assolutamente unica e particolare e Lei come infermiera dovrebbe saperlo, e a nessun degente musulmano verrebbe impedito di tenersi il Corano sul comodino e di leggerselo tranquillamente con buona pace del crocifisso appiccato alla parete.
Il Suo legalitarismo avrebbe dovuto cedere il posto semmai a una professionalità se possibile ancora più attenta e amorevolmente rispettosa dei sentimenti e dei luoghi dove la cristianità non è da intendersi solo come religione e tanto meno da tempo come potere temporale della Chiesa Romana, ma come filosofia di vita, come antica, assai sofferta e combattuta dall’esterno e al suo interno, cultura dell’amore. Quell’amore di cui appunto Cristo ne è
simbolo esempio e ragione di conforto.
Se noi italiani praticanti o tiepidi o indifferenti ma di cultura cristiana cattolica usassimo il Suo stesso metro, dovremmo gridarlo lo stato d’allarme innescato dal ben più grave rischio cui è esposta la laicità del nostro Paese a causa di una presenza musulmana per sua natura e peculiarità incompatibile con le nostre leggi e i nostri costumi.
Incompatibilità non solo in senso assoluto, ma per la marcata sperequazione temporale (l’Islam è più recente del Cristianesimo) in fatto di evoluzione dei diritti umani e delle leggi che li regolano, ma si badi bene che non sto facendo paragoni d’insieme che abbisognerebbero di ben altra...calcolatrice.
E se poi aggiungiamo che ad un musulmano ortodosso difficilmente è concessa duttilità di sorta a correttivo di portamenti e comportamenti c’è da arguire che la loro possibilità di permanere in condizione d’incompatibilità può reggersi soltanto
attraverso la compensazione forse inconsapevole di una insidiosa e subdola erosione dei nostri "valori", tesa a minare le fondamenta giuridiche e morali conquistate attraverso i secoli dalla civiltà cristiana o comunque occidentale ( anche questa tutt’altro che perfetta, ma trattasi di discorso a parte).
Il tutto con l’aiuto e l’appoggio della predicazione, per l’appunto cristiana, della tolleranza, non so quanto incauta, visto che alla luce dei fatti a una promiscuità incompatibile sono preferibili rapporti di mutua conoscenza, insegnamento e solidarietà sul lungo cammino del criterio fisico dei vasi comunicanti per quanto attiene i diritti umani nel mondo, il rispetto
dei quali è l’unica garanzia di pace.
La prova del nove del resto dell’incompatibilità (spero storicamente transitoria)
e della rigidezza islamica la troviamo nel vuoto di reciprocità verso i cristiani a stento sopravviventi in troppe aree del mondo musulmano.
Per l’insieme di queste considerazioni, lasci signora che a rimuovere il
Crocifisso anche dalle corsie d’ospedale, siano i mangiapreti nostrani laici o atei o d’altre religioni, ma con esclusione proprio per quella musulmana che rispondendo, come detto, a regimi in genere di natura teocratica non avrebbero titolo d’ingerenza in questioni di difesa della laicità altrui, al lume del buon senso. Tra le righe Le dirò di confidare che anche i laici più assatanati forse glisserebbero sulla questione del Crocifisso negli ospedali per semplice e pura umanità o pietas, se non per cristiana carità, al sopra e aldilà di leggi e di chiese.
Concludo esortandola, Signora, a non dimenticare che la maggior parte dei degenti che trovano nel Crocifisso conforto alle loro pene sono gli stessi che si affidano con fiducia anche alle Sue cure di infermiera musulmana.

Gloria Capuano
gl.capuano@tin.it


"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi

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