Per un Giornalismo di Pace

 

«Perplessità su riflessioni o viceversa»

di Gloria Capuano

 

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Avevo letto dello scontro non proprio dialettico tra il Vescovo Nogaro di Caserta e Cossiga; me ne ero molto dispiaciuta; ho creduto aver accantonato la cosa, tuttavia trascurando di aggiungere la mia firma di solidarietà al Vescovo, a quella di tanti altri; invece la cosa mi ha lavorato dentro.
Intanto le firme; già esse non mi trovano sempre preparata. Ci conto persone in tutto dissimili tra di loro, che partono da presupposti spesso diametralmente opposti, insomma non riesco a chiarire a me stessa l'opportunità, o meglio la giustezza della mia condivisione, anche nel caso che per certi aspetti suppongo di poter condividere. Diffido dei trascinamenti da non approfondito contagio, sappiamo bene noi Europei a quali rischi espongono.
Ma a me succede, e penso anche agli altri, che quando un qualcosa mi si ripresenta più volte alla mente, e non accenna ad essere dimenticata, ciò vuol dire che almeno un tentativo di capirla lo devo fare.
La poco gradevole diatriba tra il Vescovo di Caserta e Cossiga mi pare che non verta sulla questione pace o guerra, ma piuttosto nella scelta dello strumento espressivo adottato a sostegno delle due tesi.
Il Vescovo di Caserta ha scelto l'opzione del giudizio e della condanna dei parlamentari che hanno votato per l'intervento armato; l'ex Presidente della Repubblica quella della coscienza umana e politica del ruolo istituzionale ingiuriata ma si è espresso con violenta reattività, scadendo anch'egli nel giudizio, in questo caso squalificante della figura del Vescovo. Un vero e proprio sconfinamento da ambo le parti.

Sembra cosa irrilevante, ma non lo è. Infatti non mi paiono attestati di volontà di pace nessuna delle due opzioni. Non si può accusare d'aver votato contro coscienza quei deputati che hanno sottoscritto la solidarietà agli USA nella guerra al terrore, perché questa scelta è dettata da necessità d'urgente intervento (definito - a mio parere compiendo un errore tattico e antipacifista - dagli USA "guerra al terrorismo") praticabile, ahimè ancora oggi, soltanto secondo le note risorse o misure istituzionali ancora in corso. In altre parole, anche chi preferisse dialogare con Bin Laden, realisticamente non saprebbe come fare per invitarlo ad un tavolo di trattative ai fini della pace essendo Bin Laden troppo occupato a fabbricare martiri per la sua "giusta causa", e non apparendo peraltro molto portato a rischiare di farsi martire lui stesso pur d'instaurare un dialogo con " l' infedele". Ma neppure era più ammissibile abbandonare a se stesso un Afghanistan oramai rivelatosi covo di terroristi e dittatura della violenza con annientamento dei diritti civili.
D'altro canto la reazione di Cossiga, come dicevo, a me è sembrata abnorme, legata forse alla soggettività ipertrofica forse tipica di chi ha stretto tra le mani a lungo leve di potere. Il Vescovo avrebbe potuto forse scegliere il linguaggio del rammarico, dell'invito a rivedere certe decisioni, ma non oltre, per non slittare, sia pure a fini di pace, quindi in senso inverso, nello stesso drastico comportamento dei mullah e delle madrasse. Ma l'ex Presidente della Repubblica avrebbe dovuto umanamente recepire la sincera partecipazione al dolore della guerra espressa dal Vescovo, e anche sapere che i pacifismi sono molti e diversi, e che tra essi esiste il pacifismo ascetico, quello cioè del tutto fuori della realtà, che non ammette eccezioni, e tanto meno calcola le eventuali ricadute distruttive di un pacifismo sconsiderato che possono essere peggiorative a confronto degli effetti già devastanti di una guerra. E a me pare quest'ultimo un tipo di pacifismo ai margini del fanatismo, anche se mi attira enormemente per il senso del giusto assoluto che contiene.
Sarebbe condivisibile anche il pacifismo fanatico se però fosse in grado di garantirci di potersi realizzare senza lasciare alla deriva fino alla dimenticanza totale le solite donne i soliti bambini, i soliti inermi. Mi duole dover ammettere che il mondo ha scoperto le condizioni subumane delle donne afghane grazie alla reazione purtroppo armata al terrorismo, e questo stesso mondo sarà messo alla prova nell'immediato incipiente dopoguerra nella misura in cui saprà affrontare i rischi, assai verosimili, che correrà nell'adempimento delle misure di tutela della pace e dei diritti umani.

Infine ancora sulle scelte terminologiche. Contrariamente all'assunto di altri, tornando alla dichiarazione di guerra sopra accennata, non sarebbe inutile eliminare l'uso del termine "Guerra" anche nel caso ch'essa sia in atto, non solo perché come in questo caso non si tratta di una vera e propria guerra, ma di programma di bonifica dal terrorismo mediante l'uso degli sciagurati portati (accettati e condivisi, perché mai messi radicalmente in discussione dalla nostra cultura) della tecnoscienza. Quindi di bonifica e di liberazione bisognava parlare e non di guerra. Ma purtroppo ai politici di tutto il mondo nessuno insegna una semiotica pacifista, al massimo, quando gli va bene, sanno essere diplomatici.
Spiego che l'eliminazione di un termine è importante perché si trascina dietro una ripulitura della mente dalla familiarità e dalla mitridatizzazione al concetto che esso sta ad indicare, quindi, qui, dal dato guerra. L'importanza della terminologia è di sicuro maggiore della nostra stessa consapevolezza; i termini traducono ma anche inducono i significati e trainano automaticamente i comportamenti. Se poi ci aggiungiamo che l'assetto istituzionale di tutti i paesi contemplano l'esistenza di eserciti e di armamenti, ancora di più è importante il rigetto della parola Guerra in attesa che le fondamenta etologiche dell'umanità gradualmente e sistematicamente cambino grazie al lento viraggio dalla cultura di guerra alla cultura di pace e graduale simultanea eliminazione delle armi e degli eserciti.
Ho il coraggio (con i limiti dovuti) di dire che non credo al pacifismo delle firme e delle sfilate se non come eloquenti segnali, a volte sinceri e convinti di una pressante aspirazione umana, anche se spesso squalificati dalle partecipazioni politiche.
Fintantoché non esisterà una comunicazione mondiale in grado di indurre e permettere e scegliere un confronto generalizzato e simultaneo sia a livello apicale che di base e una ricerca etico scientifica su i metodi idonei a tradurre in concretezze questa pressante aspirazione, ben vengano firme e sfilate, ma solo come segnali di richiesta di un tragitto che esiga e che offra ben altro impegno.
Si tratta di una grande utopia, ma non si risolverà mai nulla nel senso della pace, se non si offrirà all'attenzione mondiale una partecipazione chiarificatrice delle differenze tra le diverse civiltà, non per l'amalgamazione, anzi con l'intento dell'accentuazione delle differenze e relative difese delle stesse, ma ai fini di promuovere un trasferimento dall'una all'altra di quanto l'una può dare all'altra in senso migliorativo. Intendendosi per migliore, l'indiscutibilità dei diritti umani senza distinzioni di sorta insieme alla protezione dell' ambiente.
Questo nella fiducia di un' etica dell'intelligenza, di cui da vari segni, a volte anche sbagliati, appare emergere uno stato di necessità.

Veramente la terminologia è cartina di tornasole del livello d'evoluzione di un contesto. Prendiamo la parola "Giustizia". E' una parola andata totalmente in crisi. Tanto è vero che si sente troppo spesso ripetere "Giustizia giusta". E' un'aberrazione, quanto mai però spiegabile. La Giustizia, come termine laico è una semplice aspirazione ed è uno stato di necessità; ma è fatta da uomini; se ne traggano le delicatissime conseguenze.
Altra espressione affine alla precedente, che non ho mai condiviso e che considero avere una sua non indifferente quota di responsabilità nelle stragi in Palestina è la frase, (diventata quasi uno slogan) "Non c'è pace senza giustizia" specialmente quando e se pronunciata da gente di religione. E' mia opinione che l'intifada abbia preso forza e nutrimento da questa combinazione terminologica.
Mai e poi mai, il Patriarcato di Gerusalemme all'unisono con il Vaticano, avrebbe dovuto diffondere nel mondo questa locuzione. E' vero che il termine Giustizia è identificabile nell'invito ad essere praticata se si vuole essere con Dio, ma nella realtà, così come è inteso e usato comunemente, è un termine laico, profano, pedissequamente conforme all'assetto politico dei luoghi; con la conseguenza che ciò che è giusto in alcuni luoghi è ingiusto in altri. Sappiamo purtroppo molto bene che ogni forma di governo, anche la più iniqua, ha avuto la sua giustizia. Ora inserirsi con un termine così profanato in un contesto dove la giustizia risponde a drastiche violente contrastanti rivendicazioni mi sembrava e mi sembra inadeguato e ambiguo.
E' accaduto così che con il diffondersi dell'assioma "Non c'è pace senza giustizia" - pur non volendo, pur con incessanti accorati appelli alla pace - si è data la stura a una legittimazione della violenza.
Patriarcato e Vaticano avrebbero dovuto inondare e permeare il mondo esclusivamente dei termini amore, comprensione, rispetto, dialogo, fiducia, e magari anche "garanzie non solo morali ma politiche per realizzare e sostenere la reciprocità nella fiducia".
Viceversa, avendo invaso criteri troppo laici i sofferti inviti alla pace, questi sono risultati inefficaci, l'opinione mondiale è stata in questi termini così coinvolta da fare da cassa di risonanza ad animi già estremamente esacerbati con il risultato d'incentivare la tragica teatralizzazione dello scontro. Ovunque la gente ha ondeggiato visceralmente a seconda del martellamento dei media ora dall'una ora dall'altra parte, qualche volta in base a considerazioni del tutto estranee ai motivi del contendere, e , sempre, assolutamente dimentica delle altre gravissime sciagure presenti nel mondo.
Questo protagonismo sul palcoscenico mondiale, impostosi sin dal lontano suo inizio con azioni terroristiche sbattute in "prima pagina" dai media come ogni altra forma di violenza, ha svolto il tema delle contrapposte ragioni grazie a colpi di luoghi comuni (contabilità del numero delle vittime, l'uso dei mezzi, pietre contro proiettili, credito al mercato di patteggiamento di basso livello tra i leaders, tra di loro troppo somiglianti) e si è sempre più dilatato in virtù del vuoto culturale e mediatico mondiale in fatto di pace.
In una parola la malintesa tanto propagandata giustizia ha quindi finito per diventare sostegno di ragioni e di tematiche esterne al Medio Oriente, e per coagularsi sotto una sommaria irriducibile bandiera antioccidentale, esaltata e fatta propria dall'estremo fondamentalismo di Al Qaeda. Così a me è sembrato almeno in parte svolgersi il tragitto culminato al disumano traguardo dell'eccidio delle torri gemelle nell'illusione dei mandanti e dei sicari che il tragico vuoto di cultura che riguarda tutti non solo l'Occidente, potesse e possa essere colmato dall'inutile sacrificio di tanta gente inerme e innocente.
Forse non ci troveremmo a vivere con monotonia l'ennesima tragedia delle differenze umane, se una diversa comunicazione non avesse amplificato ed esasperato storia ed immagini della miccia palestinese, ne avesse al contrario offerto commenti calmieranti, ne avesse spiegati gli equivoci e le incomprensioni, non si fosse adeguata al linguaggio viscerale delle due parti, ne avesse piuttosto incoraggiato le progettualità, avesse messo in evidenza i comportamenti e i caratteri comuni, avesse privilegiato le voci equilibrate presenti in entrambi gli schieramenti, e molte altre possibilità più organiche a un'etica dell'Informazione.
Oggi tecnologicamente e culturalmente sarebbe possibile e auspicabile dare inizio a questa etica della Informazione per farne semina di un dialogo universale di pace, perché il mondo politico da solo non ce la può fare con l'aggravante di poter supplire all'impotenza con la guerra.
Mi rifiuto di pensare che oramai il contesto mondiale sia irrimediabilmente compromesso, è soltanto ancora del tutto statico, anzi, poiché siamo ancora lontanissimi dal conoscerci tra diverse aree geopolitiche, non dovremmo forse polarizzare l'attenzione solo sul rischio islamico, di rischi, nel contesto mondiale purtroppo non c'è che l'imbarazzo della scelta. Per quanta buona volontà possano impiegare i Governi del mondo, lo ripeto, da soli non sono in grado di dirimere i troppi e gravi contrasti esistenti.
Occorrono testimoni particolari che non lascino neppure per un istante i diversi luoghi e che colleghino e accelerino ogni disponibilità al confronto e promuovano progettualità economiche mondiali di grande intelligenza, finalizzato il tutto alla comprensione e alla reciproca disponibilità e volontà di pace.
Si tratta d' inaugurare una vera e propria scienza di pace dentro la Comunicazione, a lato ma a stretto contatto con il potere politico.
E' di questo che parla il mio Giornalismo di Pace, senza aver ancora trovato spazi sufficienti per spiegarsi e per diffondersi in Italia, a causa del troppo impegno dei politici, della perenne rissa politica casareccia tra destra e sinistra e della corta vista dei media.
Quanto alla TV, è usa tralasciare tutto ciò che crede non rientrare nel suo utile, e del resto in essa non ci sono porte accessibili alle voci non accreditate dalla facile notorietà.


"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi

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