Per un Giornalismo di Pace |
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«I media, passive masse trainate dal carro delle sciagure» di Gloria Capuano |
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| A "Diario di guerra" de La 7 si
è inaugurata una nuova formula di comunicazione. In essa non tanto contano i fatti quanto
le soluzioni e in parte le ragioni dei fatti. Ci sono sì come è costume televisivo gli
invitati ma non sembrano come sono in genere gli abituali ospiti dei Santoro o dei Vespa o
dei Costanzo. A "Diario" si invita chi è addentro alle cose ad un livello
particolare, si cerca di ascoltarli, di stimolarli a capire le ragioni degli altri e di
porle a confronto al di là dei luoghi comuni, ci si sforza di non imporre una propria
tesi, e, grazie a Dio, senza intenti d'intrattenimento. Quindi una buona formula, da
ampliare però secondo criteri comunicativi più evoluti; dizione sibillina per chi non
vuole capire, ma questo è il mio auspicio. (Ovviamente è inevitabile il rischio - di assai subordinata importanza rispetto al rilievo precedente - di dare spazio ad ambigue e assurde testimonianze come ad esempio è accaduto in tema di "turismo sessuale"; ma questo è il costo dell'aspirazione alla libertà d'espressione).
Siamo in tema di guerra e in conformità al criterio purtroppo settoriale del comune giornalismo, giocano solo l' Afghanistan e il Medio Oriente. Prendiamo il Medio Oriente. Nell'incontro di Mercoledì 5 dicembre, i due conduttori del diario, si confrontavano con un congruo numero di palestinesi (non posso essere precisa, suppongo una decina). Ho apprezzato la perseveranza di Ferrara e di Lerner, appunto i due conduttori, nel tentativo di cavare dai palestinesi presenti un segno di costruttiva realistica ragionevolezza ai fini di far cessare lo scialo di sangue oramai da tanti mesi in atto. Ho seguito con attenzione e ho dovuto prendere atto che contrariamente a quanto in superficie appare, la legittimazione alla violenza addotta dai palestinesi non è soltanto o solo legata ai fatti (il loro territorio occupato e conseguente guerra di liberazione), ma alla concettualità che permea certi comportamenti (il terrorismo fino al martirio). Per quel che mi riguarda la cosa mi ha riconfermato su quanto vado pensando e dicendo da anni, molti anni. Come è possibile coltivare la più lontana idea di una costruzione di pace nel mondo quando a tutt'oggi forse nessuno si è messo a tavolino per analizzare il necessario distinguo tra lemmi quali : irredentismo, nazionalismo, rivoluzione, insurrezione, sabotaggio, terrorismo, resistenza, guerre di liberazione, rappresaglia, eccidio, criminalità comune o non, guerre dichiarate e non, occupazioni di fatto con la forza (o con la "dolcezza"), e la più grave: l'inesistenza mediatica a testimonianza delle stragi sconosciute o dimenticate; e di certo altro ancora. I palestinesi presenti infatti rivendicavano la nobiltà del terrorismo configurandolo alla stessa stregua di una guerra istituzionalizzata, a sua volta configurabile come terrorismo. Il riferimento implicito alla nostra Resistenza era quanto mai palese, così come a qualsiasi altra azione di riscatto nazionalistico nei confronti di un invasore. Tra gli astanti c'era però una voce dissonante, (tra l'altro autorevole) - di cui mi dolgo di non ricordare il nome e mi scuso - che viceversa stigmatizzava il ricorso al terrorismo, essendo però del tutto inascoltato. Ebbene se lo squilibrio quantitativo tra le idee è, come dev'essere, irrilevante, i due conduttori ne avrebbero dovuto approfittare per prodursi in argomentazioni idonee a scalzare l'idoneità e la legittimità dei mezzi considerati da quella maggioranza non solo leciti ma doverosi e degni di lode - sempre che per i palestinesi corrisponda al vero la priorità della pace, perché di ciò si parlava. Ma l'occasione non è stata colta. Mi chiedo se questo vuoto o intoppo dialettico non sia dipeso proprio da quelle difficoltà oggettive di ordine culturale sopra accennate. A me pare infatti che la forza morale dei giovani palestinesi alla base della loro luttuosa metodologia di lotta (che tra l'altro mi pare abbia perso di mordente per la sua lugubre monotonia), per metà provenga dall'incitamento di un Islam intransigente ed esasperato, ma per l'altra metà dalla acritica dipendenza dal disordine semantico di gran parte della cultura politica forse mondiale, di sicuro occidentale. Da una cultura politica insomma, che possiamo agevolmente definire fossile. L'insieme della puntata, interessante, purtroppo breve in rapporto a quel che ci sarebbe da pensare e da dire, per me è significativa segnalazione di come la concettualità e quindi la storia dei comportamenti politico sociali, siano di gran lunga più importanti dei fatti, e che se si giungesse a uno stadio superiore di ricerca politica insieme alla identificazione dei contenziosi o delle condizioni di vita più aberranti e al contempo dei relativi strumenti di ben decifrata e lecita correzione (in tempi utili ), forse i fatti potrebbero assumere una veste più attenuata, o non avere più ragione d'essere. Ma per questo occorre una nuova scienza. In una parola una rinascita della teoria o pensiero o ricerca, non elitaria, di totale diffusione, quale unica salvezza dal precipitare distruttivo degli accadimenti. Ovviamente non è cosa che davvero si possa improvvisare, ma bisognerà pure provare a parlarne. Che ne parli io non mi pare rilevante, non riconoscendomi una preparazione adeguata, tuttavia tenterò di farlo egualmente, per dovere e per diritto, in qualità di persona che ha la ventura di vivere questi tempi (e con non poca sofferente partecipazione), come più o meno tutti. . Roma - 7 dicembre 2001 |
"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi
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