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Si sono viste immagini di donne prese a
calci e scacciate con la minaccia della frusta o del bastone, quelle chiuse nel burka, ree
di aver tentato, così mi è sembrato, di parlare con i giornalisti.
Il mio ricordo è andato a quando appena adolescente (siamo al 1934 circa), affacciata
alla finestra (poi che all'epoca non era ammesso uscire di casa se non accompagnate,
mentre ai fratelli sì), stavo guardando un'elegante coppia sui trent'anni di assai
gradevole aspetto incedere lungo il marciapiedi.
L'uomo era nel pieno di un accesso d'ira, scaricato un pacchetto di sigarette a terra le
calpestò con rabbia, poi, avvicinatosi alla compagna contrita silenziosa e a capo chino,
la picchiò sotto la nuca sul lungo bianco collo la mano a dritta e a rovescio con
rabbiosa alterigia ma senza effetto violento. In pubblico, senza in lei alcuna reazione e
tanto meno negli imbarazzati astanti.
E ora parliamo di tolleranza e di accoglienza a poco meno di 70 anni di distanza.
Io, come tutti i pacifisti e come tutti quelli che predicano l'amore tra la gente, ero per
la tolleranza e per l'accoglienza. Ora lo sono ancora ma a precise condizioni. Ma non è
precisamente di questo che volevo parlare.
Dopo aver sentito tanto dibattere l'argomento mi è risultato non essere riuscita a
trovare espresse con precisione e senza veli l'entità reale del problema nonostante che a
favore della tolleranza si trovi - come di norma - sia gente di sinistra che del mondo
confessionale.
Anche in più scuole se n'è parlato tanto, al punto che in alcune è stato tolto il
crocifisso e non si è allestito il presepe per "non urtare la sensibilità" dei
non cristiani, in nome della tolleranza e della libertà di religione.
Sarà suppongo comprensibile un certo mio senso di irritante o depresso disagio quando mi
trovo di fronte alle questioni della tolleranza, perché le condivido, in linea teorica,
ma non riesco a vederne delineati nettamente i contorni. Mi appare come una cosa, una
massa informe, ingombrante senza una precisa identificazione, a colpo d'occhio come
dovrebbe.
Questa massa inizialmente infatti appare composta da umanità in cerca di sostentamento
occidente-dipendente dal punto di vista della possibilità di acquisire un benessere o un
diritto di sopravvivenza negato al paese d'origine. Poi però, una volta incasellate le
persone in una più o meno riconosciuta presenza ci si accorge che alla dimensione umana
subentra la dimensione giuridica nazionalistica e di costume e nel caso dei musulmani
religiosa e politica insieme.
Tutto questo, salvo eccezioni, non ha bloccato il nostro tanto biasimato (in certi campi a
ragione) occidente; si continua a parlare di tolleranza di multietnicità di rispetto
della religione e degli usi e costumi degli immigrati, ma sempre in una dimensione etico
sentimentale, più sentimentale che etica.
Poi un giorno ho visto e sentito alla TV un musulmano bello aitante e barbuto dire senza
mezzi termini "sono italiano, e sono musulmano, ho diritto a praticare la poligamia
perché la mia religione me lo permette".
E' chiaro che questa dichiarazione come ha turbato me avrebbe dovuto turbare tutti coloro
che fanno opinione (del tutto arbitrariamente), i tuttologhi, e indurli a una reazione
quindi anche in fatto di tolleranza, immigrazione, multietnicità, ecumenismo e altro. MA
non ho constatato questo turbamento; neppure ho trovato, o saputo trovare, una seria
disamina sull'argomento, ma solo luoghi comuni.
Allora mi sono chiesta, "chi fa opinione sono per la più parte uomini o non c'è
distinzione di sesso"? La risposta è stata: in maggior parte uomini.
Analizziamo allora, alla luce di questa distinzione, quel che pochissimo, almeno io, sono
riuscita a quagliare sui costumi islamici (nonostante l'impegno a conoscere e a capire).
1) La poligamia ( pare non sia una norma assoluta, ma molto diffusa come diritto
maschile). Introdotta in Italia per coerente encomiabile liberale disponibilità
all'accoglienza con il rispetto dell'immigrato, imporrebbe - sono d'accordo con Cossiga -
di modificare la nostra Costituzione per reintrodurre il criterio della superiorità del
maschio sulla femmina. Ebbene un evento di questo tipo "non darebbe alcun fastidio
agli uomini", anzi qualcuno lo potrebbe guardare con personale interesse sotto molti
punti di vista, l'unico elemento contrario potrebbe esserne il costo, anche se la variante
occidentale potrebbe consistere nello sfruttamento delle mogli, anzi che il loro
imparziale equo mantenimento dettato dal Corano.
2) Il ripudio. Anche questo istituto potrebbe essere guardato con interessata tolleranza
perché più "sparagnino" o forse del tutto gratuito a fronte di un divorzio;
3) L'adulterio; se reintrodotto come reato esclusivamente femminile ( pagato a volte dalle
donne ancora oggi con la vita, indifferente e connivente la magistratura), potrebbe
anch'esso essere guardato con interesse e con indifferenza quale elemento facilitante il
ripudio stesso;
4) Le delizie della clitoridectomia, dell'infibulazione, della mancanza di documenti
d'identificazione, l' obbligo di una divisa di occultamento delle forme e del capo se non
anche del viso; la proibizione all'accesso di lavori o professioni, la separatezza totale
dagli uomini nelle cose politiche e di fede, la non equiparazione dei diritti nei
confronti dei figli, insomma, in questa insalata mista nella quale occorrerebbero numerosi
distinguo tra paese e paese musulmano e paesi non musulmani, in tutto questo comunque sono
soltanto le donne a ballare.
Giusto ieri sera in una trasmissione TV, un autorevole personaggio politico italiano a
proposito dell'idea di far entrare nel futuro governo Afghano almeno una donna, ha detto
con sorridente scetticismo che "sì, va bene, a lato del grave problema democratico,
ma che in fondo si sarebbe trattato di puro folklore". Intanto, è di questi giorni
Safya nigeriana, sta allattando il suo bambino avuto da una illecita relazione, tra un
mese sarà seppellita fino al seno per essere quindi lapidata a morte perché questo
prevede la legge fondamentalista islamica; e i mondi istituzionali tacciono? E i media? *
Insomma il sospetto che si parli tanto di tolleranza e accoglienza soltanto perché questa
tolleranza non toccherebbe affatto gli uomini nonostante costituiscano gravi attentati ai
diritti umani è in me assai forte. (C'è dell'altro, ovviamente, in cui gli uomini sono
più partecipi, che riguardano altri importanti e determinanti problemi).
Purtroppo però questo sospetto si fonda su di una base granitica dalla quale
difficilmente è amovibile. Sulla consapevolezza cioè che anche gli uomini più avvertiti
e più illuminati (estranei cioè a maschilisti tornaconti) sanno benissimo quanto sia
pericoloso giocare con queste cose, essendo le donne in realtà ostaggi degli uomini, più
o meno in tutto il mondo. E ben sappiamo quanto sia delicata la pressione dialettica e
qualsiasi patteggiamento con i sequestratori; si rischia di peggiorare la condizione
dell'ostaggio fino alla sua eliminazione
Ecco il perché o almeno uno dei motivi di una specifica , se vogliamo settoriale,
superiorità dell'occidente, quello che come conquista codificata, è stata riconosciuta
almeno in teoria la parità tra uomo e donna, guadagnata passo dopo passo dalle donne e
dagli uomini di buona volontà.
Porre quindi dei limiti di chiarezza all'atto dell'accoglienza non ha nulla da spartire
con il razzismo e neppure con l'accusa di egoismo dei "privilegiati" a fronte
dei diseredati, ma risponde a un doveroso criterio di difesa dei costumi occidentali
conquistati con fatica intellettuale spirituale e fisica, ripeto, almeno secondo una
maggiore, comunque diversa, evoluzione giuridica (che in genere o interpreta o fa da guida
al costume)
.
Detti limiti peraltro non solo non escludono il dialogo ma anzi ne impongono una sempre
maggiore necessità per evitare un futuro simile al passato quello che ha costretto ad una
quotidianità a contatto di gomito persone dal linguaggio totalmente estraneo e contrario
senza alcuna preparazione su i reciproci confini di compatibilità. E nulla osta che la
coscienza di tali argini non stimoli maggiormente l'occidente ad aiutare il prossimo meno
fortunato nei loro paesi di origine (come da molti è stato ripetutamente detto).
Allora i termini della questione a me appaiono così.
Abbiamo i globalisti... della fratellanza, quelli che predicano l'amore e l'eguaglianza
tra tutti gli esseri umani e il superamento dei limiti nazionalisti, che rispondono cioè
a un criterio giusto e nobile che condivido ma che giudico altresì astratto incauto e
lesivo per la crescita dei diritti umani quali sono intesi dal mondo occidentale (con
tutte le riserve concepibili, già accennate).
Abbiamo poi coloro che eccedono forse su un fronte opposto; che intendono cioè difendere
ad oltranza un benessere conquistato faticosamente e gli usi e costumi che vorrebbero non
fossero minimamente contaminati, ma che forse vogliono mano d'opera a più buon mercato
senza accordare i relativi diritti. (E' ovvio che tale contrasto sia da dirimere con
generosità, con giustizia e con prudenza, allo scopo di favorire una integrazione
rispettosa del paese ospitante oltre che dell'immigrato)..
Sia gli uni sia gli altri però non hanno messo a fuoco il centro del problema che ai miei
occhi comprende due netti profili; quello della condizione femminile e quello di una vera
e propria occupazione del nostro territorio (imparagonabile agli USA) nell'attuale
variante "dolce", delle storiche invasioni manu militari.
Ebbene quanto alla prima connotazione già da noi la parità tra uomo e donna (non
eguaglianza che non esiste né è desiderabile) nella vita corrente è ancora molto di là
da venire essendone primo ostacolo la difficoltà femminile a differenziarsi culturalmente
dagli uomini dovendo partire da zero. ( Ogni sforzo infatti si esaurisce limitatamente
nell'idea delle pari opportunità secondo modelli maschili e vede le donne
disordinatamente impegnate a coltivare il loro particulare giocando su di un doppio
binario, quello dell'emancipazione e quello della protezione maschile, ancora la più
praticata).
Ma se in questa situazione, già di per sé contraddittoria e precaria, si viene ad
inserire una massiccia immigrazione per noi regressiva quanto a modello femminile, non è
difficile paventare una vanificazione della evoluzione storica peculiare dell'occidente in
fatto di parità e dignità umana.
E' da rimarcare il contraccolpo fortemente frustrante anche solo della vista di donne con
il capo fasciato e il corpo occultato da lunghe palandrane; se poi si passa ad osservarne
lo sguardo si rimane basiti. Il loro sguardo corre tra due estremi, tra quello della
"tanto gentile e tanto onesta appare la donna mia quand'ella altrui saluta..."
o, più spesso, a quello della sfida, a volte venata d'ironia, di chi si ritiene dalla
parte giusta. In ambo le espressioni, si tratta sempre e comunque di donne del tutto
ignare della loro totale soggiacenza al potere fisico e dottrinario maschile. ( Quanto sia
di danno in tutto questo, l'assenza della libertà della cultura e di una comunicazione
dalla preparazione olistica, ne abbiamo, tutti al mondo, triste storica esperienza).
La gravissima condizione d'ostaggio senza speranza della donna improtetta giuridicamente
deriva dall'essere ostaggio del suo stesso partner, quindi dell"essere umano"
cui lei con i suoi figli, è intimamente legata. Da ciò una obbiettiva inesistenza di
percorsi realistici da seguire per un risveglio di dignità e di autonomia femminile
finché non si sarà udito il primo vagito di una cultura di Pace.
Naturalmente non mi è estranea l'idea d'essere in errore e che se conoscessi
profondamente l'Islam potrei cambiare diametralmente le mie convinzioni; ma so di dirlo
per puro obbligo dialettico, dato che una intera vita di riflessione su questo problema
vissutissimo ovunque nel mondo, dei rapporti tra uomo e donna, offre una capacità di
diagnosi difficilmente svalutabile.
Cito ancora tra tanti segni rivelatori il seguente, più volte offertomi da donne
musulmane: "noi siamo coperte non per obbligo ma per indicazione coranica in quanto
siamo considerati gioielli preziosi da proteggere e tutelare e rispettare e preservare
dalla profanazione di altri uomini che non siano quelli della nostra famiglia". Le
parole pronunciate non sono alla lettera ma il senso è questo.
La donna ridotta ad oggetto, prezioso quanto si vuole, ma oggetto, e loro non ne sono
coscienti.
Anche noi occidentali riduciamo la donna ad oggetto sia con la svendita della nudità sia
con la prostituzione, ma ecco che anche in questo risvolto negativo c'è un ben diverso
senso di libertà. L'eccessiva esibizione del nudo ammiccante e provocatorio della TV,
accanto all'incidenza marcatamente negativa, ha tuttavia il benefico effetto di
sdrammatizzare l'idea della sessualità come fruizione esclusiva cui è legata una certa
supremazia e onorabilità maschile, come è nei paesi musulmani (e come lo era non
moltissimo tempo fa anche da noi) e che ancora oggi giustifica e perfino premia, in certi
luoghi, l'uxoricidio per giusta causa d'onore. Quanto alla prostituzione - che qui non si
contempla - essa costituisce la risposta obbligata alla negatività di canoni subordinati
al maschile.
Sempre in tema di costume, un altro elemento calmierante la passionalità possessiva che
vorrebbe giustificare i delitti per adulterio è l'esibizione della nudità maschile
sempre più presente in occidente. Anche in questo caso, accanto al rilievo critico, trovo
l'idea confortante di un senso di fratellanza e di reciproca festosa accettazione della
naturalità.
La segregatezza del corpo femminile imposta nel mondo musulmano toglie ossigeno materiale
e spirituale e sconvolge profondamente perché fa precipitare di nuovo la donna nel nero
pozzo medioevale...Ho soggettiva certezza, sedimentata dall'intera mia vita, che senza
libertà fisica non sia possibile neppure la libertà mentale e spirituale. (C'è però
un'altra ricerca da fare in proposito, ancora più ostica, che attiene alla pura biologia;
ne parleremo spero in un secondo tempo).
Mi è stato detto, le suore: appunto, le suore sono suore, rinunciano perché si votano ad
una vita in cui si rinnega totalmente il corpo a favore di un'aristocrazia spirituale;
(anche se qualche segno è in via di trasformazione). Ma qui si entra in un problema
filosofico (oltre che religioso) di vasta portata e cioè sulla liceità che il corpo
possa essere considerato separato dallo spirito, e derivante concetto della volgarità
corporea a fronte della nobiltà spirituale. Ma anche questo punto è da rimandare.
A conclusione rivado all'episodio iniziale che all'epoca impressionò
fortemente la mia incipiente adolescenza inducendo in me una sorta di profonda e
tutt'altro che decifrata mortificazione. Da lì iniziò il tipico percorso di genere
femminile, nel quale si scorge svolgersi giorno per giorno il tema della violenza sulla
donna finché l'ho ritrovato tragicamente riconfermato dalle immagini tutt'altro che
episodiche dello stato di vergognosa soggezione in cui sono tenute le donne afghane per
una interpretazione non so quanto peggiorativa dell'Islam.
Certamente l' Islam moderato è lontanissimo da quello fondamentalista, ma egualmente non
mi appare convincente ed accattivante per tutti i rilievi qui esposti.
Lo stato di deprimente e mortificante reificazione della donna vi sussiste e che sia dalle
stesse accettato non ne cambia la sostanza, e come da ciò derivino i relativi principali
problemi dell'immigrazione musulmana è incontestabile.
Dall'insieme emerge desolante la visione di una quasi impossibilità naturale (tassativa
nel mondo musulmano) dell'umanità maschile anche illuminata, di farsi sorella per
crescere insieme a quella metà del cielo che a tutti gli effetti è ostaggio di
"civiltà" patriarcali diverse, in differenti modi e modalità, orbe di una
visione libera da catene e bavagli di sorta.
Ma è l'uomo, non la donna, a doversi, lui per primo, liberare dai suoi troppo antichi
condizionamenti (e certamente non sono solo io ad affermarlo).
Gloria Capuano
* Per salvare la vita alla nigeriana Safya scrivere a " Ministro
degli Esteri Renato Ruggiero- Piazzale della Farnesina, 1 - 00184 Roma chiedendogli un
intervento umanitario del Governo Italiano. |