A proposito dell'uccisione della giornalista Maria Grazia Cutuli

Due volte vittima

di Gloria Capuano

 

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Era prevedibile l'ondata di celebrazioni per Maria Grazia Cutuli proposte o, se si preferisce, imposte al pubblico dai media, e, per dirla nel linguaggio corrente, "ci mancherebbe" che qualcuno ( me compresa) non si associasse e sinceramente, a una così mesta doglianza. Ferruccio De Bortoli direttore del Corriere della Sera, quotidiano del quale Maria Grazia era corrispondente, in prima fila a tesserne meritatissime lodi così come tanti altri hanno testimoniato. Il triste evento - assimilato al sacrificio di Ilaria Alpi anche se probabilmente i due casi divergono del tutto - ha offerto l'immagine di una professionalità ai limiti e oltre i limiti dell'eroismo.

Ettore Mo si è pronunciato secondo uno schema più contenuto; ha con semplicità affermato che Maria Grazia ha pagato con la vita l'aver fatto semplicemente il suo dovere di inviata di guerra.

Personalmente ho ragione di dolermene più degli altri, perché considero questo sacrificio frutto anche dell'inerzia di una irrisolta specificità del Giornalismo.

Essendo il mio assunto non facile da spiegare a chi non abbia mai sentito parlare di Giornalismo di Pace, la prendo un po' da lontano con alcune premesse.

1) Si noti intanto che se al Circo assistiamo ad un incidente mortale di un trapezista al quale si è consentito di eseguire i suoi numeri senza rete di protezione, non possiamo definirlo eroismo, ma piuttosto sacrificio, la cui responsabilità può essere addebitata a una eccessiva presunzione del trapezista ma soprattutto a una calcolata permissività della gestione del Circo. (Qui l'informazione sembra non entrarci, ma in comune c'è il maggiore coinvolgimento emotivo, con un pubblico che sembra essere - o trattato come se lo fosse - lo stesso pubblico di gran parte della storia passata e presente, da quello dei gladiatori fino a quello degli incontri di boxe e altri sport estremi).

2)Nel caso del giornalismo assistiamo forzatamente inerti ( perché allo stato attuale non ci sono altre vie praticabili) al costume dell'utilizzazione dell'inviato speciale nei luoghi di guerra per l'imperativo categorico della notizia (utile o superflua?), sapendo benissimo i rischi che ciò comporta anche se solo metta il naso fuori dall'albergo, luogo discretamente ma non del tutto protetto. Ma quando viceversa si vada allo sbaraglio vuoi per zelo e passione professionale vuoi per l'ambizione competitiva del settore, e accada l'incidente anche mortale, si tratterà a tutti gli effetti di morti annunciate e di servizi al costo di estremi sacrifici dei quali noi pubblico saremmo crudeli e cinici e assuefatti fruitori.

Ma non ci vengano a dire però che siamo noi a richiedere e ad attenderci se non a pretendere siffatti sacrifici.

3) Altra premessa è quella che le morti per incidenti sul lavoro (edilizia, industria chimica, lavoro manuale in genere) potrebbero essere omologati al rischio in oggetto e purtuttavia non riscuotere celebrazioni di sorta, come se l'infortunio sul lavoro fosse una condizione quasi prevedibile nella norma di una condizione di necessità del lavoro stesso (problema delle cautele a parte). Ma ecco che con la dizione "condizione di necessità" ci troviamo scaraventati nel cuore della riflessione sul giornalismo e sue condizioni di necessità.

La scaletta mentale allora potrebbe essere la seguente: quale il ruolo dell'inviato di guerra e del suo stato di necessità.

Se è quello di contabile della mietitura di vite umane tra le parti in conflitto, e delle modalità di questa lugubre mietitura, forse sarebbe pertinente porre in discussione lo stato di necessità presunto di questo ruolo.

Se trattasi invece di testimonianza che vada oltre questa contabilità e indaghi sulle ragioni e sulle responsabilità e soprattutto sul punto di consenso tra coloro disposti ad immolarsi alla falce bellica e chi con leve di potere provoca o motiva, produce dirige e conduce il conflitto, in tal caso la figura dell'inviato avrebbe ragione di essere. Di più, è urgentemente indispensabile, ma - e qui è il punto - sotto tutt'altra configurazione: non come inviato di guerra, ma come inviato di pace. Precisamente quale testimone ufficiale, dalla presenza ininterrotta nei luoghi, avendo il compito di cogliere con il maggiore anticipo possibile, i segni premonitori di una guerra.

Ed è di questo che si occupa il mio Giornalismo di Pace.

Finché questo nuovo tipo di giornalismo non troverà adeguati spazi per spiegarsi e adeguati supporti per concretizzarsi non potremo opporci in altro modo che non assecondando i movimenti d'opinione indotti da chi gestisce l'informatizzazione, e, come in questo caso specifico, limitarci a non sottoscrivere l'enfasi a mia opinione ambigua, intorno a una morte che nessuno di noi avrebbe voluta e che nessuno di noi considera lecitamente autorizzata, in nome dell'Informazione.

Se poi aggiungiamo lo scempio di vite umane che si sta verificando nella contesa interna all' Afghanistan, (vite che assolutamente nessuno celebra se non unilateralmente), replicanti monotone e puntuali di tutte le congiunture belliche (ovunque, presenti o assenti i giornalisti), allora ancora di più gli eccessi celebrativi ci paiono imbarazzanti. Imbarazzanti e controproducenti perché sembrano confermare la validità di questo sistema informazione, anzi che indurci a svegliarci dall'immobilismo e a convenire che, così come è tempo d'inaugurare una scienza della pace, è urgente inaugurare un nuovo giornalismo.

Sto parlando di un Giornalismo di Pace che per sua peculiare filosofia consideri gli accadimenti quasi "irrilevanti" a fronte delle cause lontanissime fisiche e mentali che li hanno determinati.

Se mi si oppone che il termine "giornalista" non può tradire la sua stessa semantica di raccontatore giornaliero di fatti, rispondo che l' ha abnormemente già tradita da tanto tempo con il dilatarsi mostruoso del suo potere e relativo effetto distorsivo della realtà, e ancora di più da quando il giornalista-divo ha assunto su di sé il ruolo di solenne e autorevole (spesso autoritario) officiante dall'altare TV.

Per questo e per l'intera tematica che propongo sul Giornalismo di Pace, considero due volte vittima Maria Grazia Cutuli, vittima della sua passione professionale e martire di un ruolo giornalistico che i vertici della casta cui apparteneva - per certi versi forse la più chiusa e la più retriva delle caste - non si sognano neppure di mettere in discussione o almeno di permettere che altri lo facciano.

E' più agevole e più facile da gestire una vasta partecipazione ai solenni funerali di rito.



"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi

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