Lettera aperta ad Enrico Peyretti

di Gloria Capuano

 

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Da: Gloria Capuano [gl.capuano@tin.it]
Inviato: lunedì 19 novembre 2001 22.44
A: direttore@ildialogo.org
Oggetto: lettera aperta

Rispondo solo ora, da pacifista a pacifisti, a una lettera di Enrico Peyretti che conservo dal 17/10/01, perché solo ora sono giunta alla conclusione che non attiene al privato e che anzi potrebbe essere utile parlarne in virtù del tanto auspicato dialogo, con la fiducia che si voglia coglierne l'intento di un linguaggio di reciprocità nel comune sforzo di capire.
1. Ecco la lettera a me indirizzata in qualità d'ideatrice in Italia del "Giornalismo di Pace"( il prof.Peyretti è in possesso da tempo di buona parte di questo Progetto) e Presidente dell'Associazione sorta a mio sostegno:

"Cara signora anche qui in novembre avremo un incontro su "sinistra e politica di pace" con qualche parlamentare del centro-sinistra, ma come équipe del nostro Centro Studi. Credo meglio, a parte le occasioni sempre da cogliere, fare incontri e discussioni del movimento organizzato e non solo di singole persone. Gasparri è di AN? Tutti possono avere evoluzioni, o rivoluzioni, ma fin quando è su quelle posizioni non so quale riconoscimento possa dare, che non sia tattico e strumentale, alla cultura di pace.
La ringrazio tanto dell'informazione (n.dell'a.: si allude al mio recente fuggevole incontro con il Ministro Gasparri, da me sollecitato, per segnalargli la necessità che in TV si dia spazio al Giornalismo di Pace).
La saluto di cuore
Enrico Peyretti

Questa la mia risposta:
Dopo aver letto quattro o più scritti del prof. Peyretti, quel che è lievitato in me potrebbe essere giusta traduzione della lettura o sua erronea interpretazione. A favore della prima ipotesi c'è il dato di fatto della gran varietà di tipologie pacifiste sulle quali non è il caso qui di soffermarsi residuandone però la convinzione ( anche questa discutibile) che l'irrinunciabile presupposto di tutti i pacifismi dovrebbe essere quello che ognuno sia sicuro consapevole di non albergare in se stesso alcuna forma di violenza. La fanno, tutti i pacifisti, questa autoanalisi?
Ora se l'ipotesi che l'appartenenza ad AN escluda ogni verosimiglianza di una convinta e sincera aspirazione alla Pace non fosse stata avanzata da Enrico Peyretti l'avrei considerata ai limiti del razzismo ideologico; trattandosi viceversa proprio di un Peyretti pacifista nel quale credo senza riserve la cosa mi ha vivamente sconcertata. Tuttavia non l'avrei segnalata se ad essa non avessi potuto aggiungere altre espressioni altrettanto sorprendenti che ho via via vagliato scrupolosamente ma sempre accantonate, poi che la mia visione della pace non mi permette di liquidare persone e idee in alcun modo, modo che in questo caso suonerebbe con un "è il solito pacifismo strumentale antiamericano di sinistra". Comunque sia vorrei che mi si aiutasse a capire, vorrei essere in errore e perciò mi è gradito farmi esca affinché da altri mi si dica "ti sei sbagliata" naturalmente con relative spiegazioni. In tutti i casi ho fiducia che a nessuno dispiaccia il confronto e lo preferisca alle taciute riserve mentali.

2. Poniamo la lettera circolare scritta dal prof. Peyretti al Presidente della Repubblica inoltrata il 13/09/01:

"Signor Presidente,
La supplico di agire perché alla strage disumana compiuta negli Stati Uniti nessuno risponda con la vendetta militare.
Proprio perché quel crimine colpisce tutta l'umanità, deve essere un tribunale che rappresenta l'intera comunità dei popoli umani a compiere le indagini ed emettere il giudizio con tutte le garanzie giuridiche.
Ad un crimine, per quanto grande, non si risponde con la guerra.
La guerra non sarebbe un giusto giudizio penale, nella luce della ragione, della morale e della legge, ma un nuovo crimine che spingerebbe ulteriormente il mondo nel buio mortale dell'odio e della distruzione.
In nome della vita e della civiltà, nell'ora del massimo pericolo, La supplico di scongiurare la guerra con l'impegnativa autorità che Le dà la nostra Costituzione pacifica.
Se l'Italia sarà in guerra, io non ci sarò. Lo giuro"
Firmato (nome, cognome, indirizzo)
----------------------
Enrico Peyretti
peyretti@tiscalinet.it
enrico.peyretti@tin.it

Come si può constatare nel corso della lettera ci si veste di speranzoso eccesso di sudditanza, mentre nella sua conclusione, in eccessivo paradossale contrasto, si annuncia categoricamente la decisione della disobbedienza.
Capisco la passione pacifista, ma è strumento espressivo che contesto, visto che nella lettera non si tenta neppure d'entrare in una dialettica al di fuori delle parti con l'apporto di forti e circostanziate motivazioni che non siano quelle generiche contro la guerra quale astrazione di un fatto invece quanto mai concreto (non basta dirsi pacifisti per chiamarsi fuori da certi frangenti, ho avuto confidenze da persone ai vertici militari e grande è stata la mia sorpresa nell'averne trovati di grande convinzione pacifista specificamente dichiaranti "nessuno come un militare è così tanto pacifista proprio per aver conosciuto e vissuto fino in fondo la guerra" e tuttavia pronti a rispettare le regole del Paese d'appartenenza) ed è questo il punto cruciale da dibattere.
Uno dei tanti argomenti dialettici su cui soffermarsi sarebbe dovuto essere, ad esempio, la triste constatazione che è stata "necessaria" la barbarie distruttiva delle torri gemelle affinché un'alleanza internazionale si accorgesse dell'urgenza di liberare le donne afghane dallo stato di schiavitù in cui versavano e ancora versano, di sottrarre i loro bambini sia all'educazione dell'odio contro "gli infedeli" sia alle mine disseminate dall'Unione Sovietica e da altri. Eppure non lo si è dichiarato se non in margine, né c'è stata una vera e propria dichiarazione di guerra tranne di quella generica contro il terrorismo, che personalmente non avrei mai pronunciato per la grande considerazione che nutro degli effetti controproducenti (in questo caso di sfida) che una inadatta terminologia può comportare; ma la scelta dei termini, la semantica, da calibrare alle differenze culturali, non sono purtroppo ancora acquisizione privilegiata né dei politici né dei media.
Le azioni militari sono state solo la messa in opera delle misure tradizionali della assurda civiltà umana (che non attiene solo all'occidente), anche se in occidente ha forse toccato la sua apoteosi tecnologica (quanto mai ambita e rincorsa dai non occidentali).
Se ci si vuole opporre a queste misure tristemente tradizionali, in qualità di pacifisti, bisogna partire con l' essere rigorosamente obiettivi e realisti.
L'Afghanistan è in regime di guerra permanente da più di un ventennio; era già semidistrutto prima dell'attuale interferenza militare; la popolazione ridotta a un livello miserrimo; di nuovo però c'è stato il non trascurabile dato d'essere diventato terreno di cultura del terrorismo e rifugio di Osama Bin Laden e dei suoi. Se vogliamo osservare freddamente la realtà vediamo che gli Americani hanno lasciato alle etnie locali oppresse dai Talebani il compito di regolare i loro contrasti limitandosi a coadiuvarli con (odiosi) bombardamenti tattici dei quali hanno fatto le spese anche civili. La quantificazione di queste vittime va fatta astraendosi da ogni tipo di faziosa e viscerale strumentalizzazione nella quale il sensazionalismo mediatico "ci inzuppa il biscotto". Ma qui entra in campo l'enorme ipocrisia del mondo della cultura, sin dall'epoca dell'abbrivio della ricerca scientifica, quando il cosiddetto progresso scientifico ha creduto di poter avanzare senza assumersi l'impegno di ferree anche se non facili cautele, senza cioè applicare misure ed indirizzi etici alla scienza. Se si consultano infatti i testi d'epoca in occasione - ad esempio quanto mai eloquente - dell'invenzione dell'aereo, già da allora si scrisse a chiare lettere che tale invenzione avrebbe trasformato la metodologia bellica, trasferendola dallo scontro sul campo tra soldati al coinvolgimento e logoramento della popolazione civile.
A queste chiare previsioni sono corse forse ai ripari le caste elitarie politiche e culturali? E si è forse sentita la voce di pacifisti? - Soltanto Bertrand Russel e Albert Einstein presero coscienza della distruttività della bomba atomica anch'essa utilizzata con il supporto aereo, e si precipitarono a invocare un fermo all'escalation degli armamenti.
Poi tutto si è adagiato a volte nella retorica, nel commemorazionismo anche più che legittimamente doloroso, nella perpetuazione di uno scontro politico frequentemente di assai corte vedute, bloccati e stregati comprensibilmente dalle mostruose aberrazioni dell'ultimo conflitto.
Se guardiamo al nostro paese possiamo facilmente osservare che per circa cinquant'anni, politica e media hanno impegnato l'attenzione e tutto lo spazio dell'Informazione sulla Resistenza e sull'antifascismo, mentre il resto del mondo veniva assolutamente ignorato con i suoi tragici problemi di fame, di sconfinamento demografico, di diritti umani disattesi, di stragi e di genocidi. Questa cecità politica, reificata e massificata dal cinismo e dall'immaturità mediatica ha una grande responsabilità nell'arresto dell'evoluzione della società, e nell'andamento dei fatti del mondo. Non avremmo dovuto attenderci la critica dell'occidente né dalla parte sana dei noglobal né dalla parte insana dell'islamismo se i media avessero testimoniato, come sarebbe stato loro compito, le voci non omogeneizzate, di solito le più avvertite (tra le quali anche la mia) ree di non aver bruciato cassonetti, né infranto vetrine o eseguite esecuzioni di massa.
Sono belle avvincenti, da me assolutamente condivise le teorizzazioni di Peyretti sull'infamia della guerra; ma non sono che un presupposto, scontato per chi riflette sulla pace da quando ha l'uso della ragione e si chiede ancora oggi perplesso come è accettabile che la Pace sia un lemma secondario, derivato da quello di Guerra.
Quel che dovrebbe più essere coltivato sono i progetti di largo respiro e il come di ogni specifico frangente (assai difficili da coniugare), e di pretendere con strumenti democratici quello spazio di pubblica informazione sulla progettualità concernente i diritti umani che fino ad ora è stato negato dal mondo mediatico, inerti e assenti i politici, fatta eccezione per i radicali e le associazioni non governative prive di potere.
Lo stesso Galtung, molto citato da Peyretti, in una lettera dove mi ragguaglia sulla sua posizione nei confronti della tragedia alla ribalta che riguarda tutto l'occidente, si dichiara contro la guerra e per il dialogo.
Se avesse potuto diffondere le sue idee avrebbe potuto forse spiegare in quale modo sarebbe stato possibile dialogare con un Bin Laden e con i suoi seguaci votati al "martirio", e come anche oggi sarebbe a nostra disposizione questa possibilità.
Personalmente ne dubito poi che non essendoci stato consentito - come ho detto -di coltivare la cultura del dialogo ne siamo anche attualmente lontanissimi, dipendenti volenti o nolenti ancora dalla cultura delle armi.
Ma non è la Pace al confronto della Guerra il problema, sarebbe facile, basterebbe dire no alla guerra, c'è ben altro, ben più complesso e ostico: sono le modalità "evolutive" dell'umanità. In una parola tra la Pace e la Guerra c'è tutta la cultura umana, ancora tutt'altro che messa in discussione se non in modo emotivo, o ideologico, o sempre d'emergenza legata a uno specifico contesto, senza ombra di verosimili parametri di confronto da tutti decifrabili, nel buio totale di conoscenza delle diverse realtà.

3. Altri passi che mi hanno provocato vere crisi d'angoscia li ho trovati nell'articolo dal titolo "La guerra è sempre un disonore" (anche questa lettera aperta al Presidente Ciampi del 1 agosto 2001).
La drastica veemenza con la quale in essa Peyretti ha tolto ogni dignità al soldato Italiano reo di non aver capito nella campagna d'Africa d'essere stato impegnato in una guerra ingiusta, l'accusa a Ciampi d'aver impropriamente commemorato i caduti di el Alamein con termini quali onore lealtà e patriottismo anziché deplorarne l'ignoranza e l'involontaria criminalità e limitarsi ad esprimere rammarico e pietà per non avere il soldato dell'epoca disobbedito, è preoccupante. Nelle parole di Peyretti "la loro morte non è umanamente onorevole" trovo non soltanto un assoluta mancanza di pietas, ma il rifiuto totale d'ogni comprensione storico sociale e di costume e un modo di sentire che per essere violento finisce per contraddire la tesi pacifista. Quindi una visione categorica, a tunnel, dimentica che la realtà non ha confini che possano essere colti dai nostri limitati occhi.
Convengo con Peyretti che l'ignoranza è certo forse il peggior male che affligge l'umanità, ma ho consapevolezza che la Conoscenza è una chimera assai difficile da catturare quasi alla pari della Verità quale valore valido per tutti. La difficoltà maggiore è nel comunicarsi tra le varie aree geopolitiche i diversi valori, per confrontarli, renderli vicendevolmente comprensibili, e quindi tentarne la compatibilità.

- "Può una disobbedienza civile che non sia supportata da ragioni inoppugnabili e che non abbia certezza di non provocare danni peggiori di quelli che si vorrebbero scongiurare, essere idonea vessillifera della conoscenza, della verità e della pace? "
- "Sono forse state fatte sfilate oceaniche contro la prigionia femminile nel burka, contro l'addestramento dei bambini alla guerra, contro la guerriglia incessante tra le etnie afghane?"
Io non ne ho notizia, salvo che di voci isolate senza potere. Solo oggi, il mondo cosiddetto civile, in risposta alla mostruosa performance terroristica delle torri gemelle, e il facile e comodo mondo protestatario, interviene o sfila. L'accadimentismo trionfa, il cervello umano sembra essere una superflua appendice.
Già l'assenza di valutazione dello squilibrio temporale in cui avvengono i fatti e le critiche degli stessi e quanto sia quindi poco agevole fare paragoni tra avvenimenti succedutisi in tempi diversi e in luoghi diversi avrebbero dovuto consigliare una maggiore cautela verbale, ma di questo Peyretti si è detto avvertito anche se solo come enunciato, ininfluente sulle sue stesse tesi.
L'attualità dimostra a iosa la mostruosa vicendevole ignoranza degli uni come degli altri della contesa, a causa della cecità di ambo le parti sul vero senso della politica reale, che non è di certo l'emergenza, l'attualità tanto cara al giornalismo comune, ma i relativi spesso lontanissimi presupposti e la dimensione mai affrontata, o scarsamente settorialmente e in sordina, delle effettive possibilità evolutive biologiche umane.
Il soldato commemorato aveva pienamente il diritto di vedersi riconosciuto il suo onore, la sua lealtà e il suo patriottismo poiché nello specifico contesto non era alla sua portata la decodificazione dell'incapacità evolutiva politica e culturale elitaria dell'epoca.
Oggi la situazione è tragicamente aggravata dal sempre più spietato ed irresponsabile maggiore potere dei media privi di una bussola di orientamento e del resto allo sbaraglio spesso a rischio della vita, anche quando trattasi di grande onestà professionale.
La negazione dell'onore quindi al soldato inconsapevole di stare dalla parte sbagliata, non so per quale alchimia psichica, mi ha subliminalmente evocato la distruzione delle statue del Budda da parte dei talebani, anche se nell'assunto di Enrico Peyretti io leggo soprattutto l'intenzione della provocazione e ne condivido la tesi e il fine. E' nella scelta del tragitto che divergo.
Convinzione o provocazione che sia a me pare che il processo vada intentato piuttosto a chi fa la storia, e non è affatto vero che la storia è fatta dai popoli essendone questi viceversa solo vittime e sicari. Ma quest'ultima è un'astrazione teorica che un soldato, soprattutto che non sia di leva, non può permettersi senza mettere in crisi l'essenza dello Stato.

4. Ma poi Peyretti cade in una pericolosa contraddizione: "Solo la Resistenza popolare contro il nazifascismo fu una guerra giusta." E' evidente che con questa eccezione e questa scelta terminologica nella cui critica preferisco non entrare, crolla tutto il contenuto assoluto della sua passione pacifista e gli si sostituisce la tradizionale passione politica con i suoi torti e le sue ragioni. In altre parole così sentenziando Peyretti perpetua non tanto e non solo lo scontro tra diversi modi di vedere fatti e significati ma la criminalizzazione di una parte a confronto dell'enfatizzazione opposta ciò che è in contrasto con il valore del dialogo. Aldilà della sostanza (o verità che dir si voglia) così facendo si è indotta una comprensibile forte reattività, a difesa della propria buonafede più che delle proprie ragioni, reattività che già da sola spiega come dopo circa cinquant'anni gli italiani persistano ad essere così divisi tra di loro, essendo del resto ancora oggi privi di una obiettività da tutti condivisa, tale da poter reggere storicamente nel tempo.
Se dunque critica ho l'obbligo di avanzare sulla passione pacifista di Peyretti è intanto d'essere più passione che sentimento, quindi di usare un mezzo dialettico improprio inefficace e dannoso perché agli antipodi dello stile necessario per ogni pacificazione.
Non c'è dubbio che urge immedesimarsi con molto coraggio e critica partecipazione in questa realtà che ci vede immersi in una cultura di guerra affatto neppure scalfita dalle grandi aspirazioni pacifiste e lavorarci dentro a tempo pieno poi che ha radici profondissime nella stratificazione temporale che contraddistingue tutta "l'evoluzione" umana.
Come sia possibile continuare a non prendere atto che non c'è stata una evoluzione etica pari (o almeno equilibratrice) a quella tecnoscientifica, che avrebbe aperto la strada a una ben diversa preparazione capace di programmare un' armonica visione planetaria della realtà dell'uomo, e illudersi di poter instaurare la pace intervenendo da disinvolti giocolieri, al sicuro dai luoghi, ignari o incuranti degli effetti strumentali a rinforzo e assoluzione di barbari tribalismi, non lo capisco.
Non si serve la causa della Pace, né sostenendo iterativamente i motivi di divisione, e neppure interferendo nelle decisionalità politiche democratiche per imperfette che siano. In una realtà ancora imperniata sul criterio della difesa della propria cultura e della sopravvivenza , esse sono almeno in grado di salvarci dalla barbarie anche se a prezzo di altra crudeltà istituzionalizzata che non ci siamo preoccupati d'imbrigliare nel tempo, con massiccia partecipazione culturale del tutto al di fuori della politica convenzionale. Quanto detto riguarda l'Occidente, ma analoga anche se diversa riflessione va fatta per il non occidente.
Ecco perché non mi sembra morale togliere legittimità all'abnegazione dell'umanità in divisa, senza averle sostituito in precedenza la scala di valori cui è stata educata. Ma per questa sostituzione non bastano una o più sfilate, occorre battersi dalla culla alla tomba.
Capisco che si vorrebbero bruciare le tappe, un po' come con le rivoluzioni; ma abbiamo visto con quali risultati a distanza.

La Pace dunque non può che essere una dura conquista, perseguita giorno per giorno ininterrottamente, specialmente quando o dove non ci sono guerre in atto, permeandone le strutture democratiche e favorendo la democrazia nel mondo. Ma la trasformazione della scala dei valori non può in alcun modo avere inizio se eguale trasformazione non la si affronta nell'ambito della Comunicazione che domina purtroppo incontrastata sulla formazione degli individui in Occidente, (anche se ha fatto scuola, e con la stessa negatività, anche in Oriente e in Medio-Oriente).

Ed è necessario decidersi sulla coerenza pacifista. Non aiuta la Pace il termine "memoria"; ne ho proposta la sostituzione con un altro, "conoscenza", che non è certo dimenticanza, ma consapevolezza a 360°, e punta più su una presa di coscienza olistica e conseguente maturazione interiore che su tragici ricordi settoriali.
Tanto più mi sembra incoerente - è bene ripeterlo - la pretesa di sostenere la pace ma al contempo le animosità di parte, anche se giuste. Se io dicessi, come in realtà sto dicendo, che nella seconda guerra mondiale alle sue dolorose conclusioni, gli italiani, per la più parte, erano divisi in buona misura soprattutto per motivi caratteriali, e non ideologici, so che sarei difficilmente capita.
La spiegazione la si cerchi nel nostro modo di essere, constatabile nella vita quotidiana: tra di noi c'è chi considera la parola data qualche cosa di vincolante senza possibilità di deroga, e c'è chi alla luce del passare del tempo scopre di avere il diritto (o comunque ritiene d'averlo), di sottrarsi all'impegno assunto non ritenendolo più vincolante o come tale precedentemente inteso (l'immagine ricorda un po' l'impostazione pro o contro l'indissolubilità del matrimonio).
Per questo in tanti sono andati a morte certa con la repubblica di Salò, mentre altri, parlo dei partigiani veri e non dei tanti fasulli, si sono dati alla macchia e si sono battuti rischiando anch'essi la vita ma con la certezza di un lieto fine, in nome dell'antifascismo, ma anche grazie agli "alleati" dei quali la quintessenza erano costituiti da soldati USA.
Si dirà che questo è un linguaggio insolito fuori dai binari abitudinari, forse un linguaggio femminile, in un certo senso inidoneo a trattare cose solitamente elaborate da uomini.
Non ho difficoltà ad assentire, ma, dati i risultati di tutto il pensato maschile, direi esattamente il contrario; parlerei cioè dell'inidoneità degli uomini a dirimere la situazione di stallo tra guerra e pace proprio per essere gli uomini letteralmente schiacciati dalla spessa stratificazione culturale guerresca. Le scienze politiche ed economiche, visto i comportamenti invariati nel tempo, per quanto dense di sapienza, ci portano alla deduzione di "pensato zero". Del resto basta guardare a qualsiasi programma di studio di una facoltà universitaria di Scienze Politiche; ebbene non esiste la materia "Strategia della Pace", mentre quella di strategie della guerra sì. E' incredibile, eppure non se ne sente parlare e nessuno del mondo accademico pone questa gravissima lacuna in discussione. Ne sono a conoscenza i pacifisti delle sfilate?
Lo stesso Peyretti l'ha scritto, che il futuro potrebbe essere nelle mani delle donne; io aggiungerei: delle donne che non seguano diligentemente le orme maschili, e che non siano imbavagliate.
Naturalmente questa impostazione non è tassativa, non esclude altre idee, ma è tutt'altro da sottovalutare poi che la politica, perfino quella democratica, è stata ed è tutt'oggi una palestra di violenza che con l'evoluzione non ha nulla da spartire.
A nessuno o ad assai pochi viene in mente ch'essa, la politica, sia pure nella forma più avanzata del pensiero, in gran parte continua a rappresentare il carattere etologico peculiare umano che a tutt'oggi non si è liberato affatto dalla sua primitiva impostazione di lotta per la sopravvivenza.. Anzi l'ha peggiorata grazie al prevalere del cattivo uso della sua intelligenza.
Si provi a considerare la politica come il portato specifico dei primati più evoluti, quindi della Specie Umana, a confronto degli altri primati antropomorfi, si scoprirebbero accostamenti molto interessanti. E se ce la sentiamo di affrontare operazioni di sintesi, e forse ammettessimo che gran parte della politica verte sulla codificazione dei rapporti tra uomo e donna ( anche se quasi sempre è sottaciuto), forse trarremmo la deduzione che le astrazioni teoriche attraverso la storia delle ideologie sono mutili perché prive d'attenzione e d'impegno finalizzato all'armonizzazione tra il principio maschile e quello femminile. Dal quale molto probabilmente deriva il grave deficit del senso della paternità soprattutto, ma fors'anche della maternità per certi versi.
Per tutto quel che ho detto e altro che non ho detto, considero un non senso un incontro titolato "Sinistra e politica della pace" come sarebbe un non senso il medesimo incontro organizzato esclusivamente dalla destra. Ciò che probabilmente avverrà per bilanciamento automatico dei comportamenti politici.

All'amico Peyretti del quale - tengo a ripeterlo - molto apprezzo la critica approfondita del folle disvalore rappresentato dalla guerra, ed ai pacifisti delle sfilate, esprimo la speranza d'essere riuscita a spiegare almeno che (e non escludo errori e lacune):

a) Che il pacifismo deve avere inizio prima di tutto a casa propria, solo dopo lo si può esportare; deve quindi dare strumenti di conoscenza e criteri evolutivi senza perseverare nell'aizzare passioni di parte;
b) Che se si sostiene l'illeceità di una guerra giusta non è poi lecito neppure avanzare distinguo di sorta e tanto meno esasperarlo fino al fanatismo;
c) Che la tematica della pace, che si sta finalmente sempre più imponendo, deve riempire con apporti di grande studio e progettualità il vuoto di cultura di pace ancora persistente;
d) Che il pacifismo dell'ultim'ora è credibile solo se si è disposti a pagarlo di persona andando a dimostrare nei luoghi;
e) Che non è pacifismo la criminalizzazione a scatola chiusa di tutto l'Occidente anzi che lavorare sodo per emendarlo dalle sue gravi carenze con serie alternative;
f) Che l'antiamericanismo sommario rafforza il terrorismo e da' credito ad altre forme di governo decisamente ancora più arretrate e inosservanti dei diritti umani;
g) Che il pacifismo è cosa troppo seria perché possa essere perseguito con movimenti di piazza estemporanei quando non sconsiderati. Si guardi al Vietnam; si sa tutto di quella infame guerra, ma si sa poco di quel che è accaduto in Vietnam dopo la cessazione della guerra. Quel che è peggio è che non si sono analizzate quasi affatto a livello d'opinione pubblica le cause di quella guerra, cosa che un pacifismo serio avrebbe dovuto o pretendere o effettuare.
h) Che il pacifismo dovrebbe tenere ben ferme le distanze dai luoghi comuni antiamericani e ricordarsi che l'America non esiste essendo plurietnica e transnazionale, che la cultura americana è erede della cultura europea la quale davvero è da rivedere nel bene e nel male, visto che ha partorito il Nazismo e il Comunismo (considero il Fascismo irrilevante), così come peraltro sono da rivedere nel bene e nel male sotto diversi profili tutte le altre culture del mondo.
i) Che il pacifismo serio dovrebbe avere coscienza che il problema numero uno del rispetto dei diritti umani riguarda la condizione femminile, e che quando si parla di tolleranza (così come di accoglienza) neanche per un istante dovrebbe scemare l'attenzione su questo fattore fondamentale che è il primo punto di divisione del mondo, punto tragico nel quale gli uomini occidentali non si sono sufficientemente immedesimati ma si astengono anche dal provarci, per tema di fratture insormontabili con le civiltà fallocratiche.
j) Che anche in Afghanistan, alla fine degli scontri tra le varie etnie, il problema si ripresenterà ed è lì che il pacifismo serio dovrebbe dimostrare la sua forza e la sua determinazione sempre che ne avranno capito l'effettiva portata, poiché solo dalla legittimazione di un pensiero femminile differenziato potrà forse scaturire un criterio civile di tutela dell'infanzia. I pacifisti interverranno, o se ne asterranno per una assai realistica paura?
Purtroppo dubito, temo e prevedo che si asterranno perché si tratta di una strada troppo difficile e rischiosa da percorrere per chi è sempre pronto a marciare sulle strade asfaltate dei paesi democratici, anche se avranno coscienza che un' Etica della politica può scaturire soltanto da lì.
Ed è da questo livello - a lettera finita - che dovrei iniziare a scrivere di questo tragico universale tema, che non attiene al femminismo (verso il quale nutro il massimo rispetto), ma alla civiltà umana.

Con cordiali saluti e augurio di buon lavoro per la Pace

Gloria Capuano


"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi

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