![]() L'immagine di una celebrazione in Piazza S. Pietro |
Controcorrente |
GESÙ NON VOLEVA SACERDOTI |
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| UN SAGGIO CONTROCORRENTE DEL TEOLOGO CATTOLICO HERBERT HAAG | |
L'esistenza, nella Chiesa, dello stato clericale accanto a
quello laicale non corrisponde a ciò che Gesù ha fatto e insegnato, ed ancor meno vi
corrisponde il sacerdozio che, in contrasto con la prassi dei primi quattro secoli, la
Chiesa (cattolica) ha poi istituzionalizzato. È questa le tesi centrale che il teologo
cattolico Herbert Haag sostiene in Da Gesù al sacerdozio (ed. Claudiana, Torino 2001, pp. 128, L. 19.000), una tesi
che ha già sollevato contro il teologo aspre critiche da parte dell'episcopato svizzero,
anche se da Roma la Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf), forse in
considerazione dell'età dell'autore - oggi 86enne - sulla vicenda non si è ancora
pronunciata direttamente. Da Adista |
Premessa
ORDINAZIONE E CELIBATO: DUE
"INVENZIONI" ECCLESIASTICHE
CHE DANNEGGIANO LA CHIESA
La crisi del sacerdozio
cattolico romano è evidente. Tutto ciò che la chiesa ufficiale ha intrapreso finora per
fronteggiarla non ha sortito alcun effetto. Mancanza di sacerdoti, comunità senza
eucaristia, celibato, ordinazione delle donne sono i problemi che, accanto ad altri,
maggiormente caratterizzano l'attuale difficoltà della Chiesa cattolica. Accade sempre
più spesso che la conduzione delle comunità sia affidata a laici, i quali, tuttavia, non
essendo "ordinati", non possono celebrare l'eucaristia con la loro comunità,
anche se ciò dovrebbe propriamente far parte dei loro doveri. Nella Chiesa delle origini
ciò non costituiva un problema. La celebrazione dell'eucaristia era di esclusiva
competenza della comunità. Coloro i quali presiedevano l'eucaristia, con l'accordo della
comunità, non erano "ordinati". Erano semplici membri della comunità. Oggi li
definiremmo dei laici, uomini, ma anche donne, di regola sposati, ma anche non sposati.
L'elemento determinante era l'incarico affidato dalla comunità. Perché oggi non dovrebbe
essere realizzabile ciò che ieri era possibile?
Se Gesù, come si sostiene, ha istituito il sacerdozio della nuova alleanza, occorre
chiedersi come mai non se ne trovi traccia nei primi quattrocento anni di storia della
Chiesa. Si dice inoltre che i sette sacramenti che la Chiesa cattolica conosce siano stati
tutti istituiti da Gesù. In più di un caso risulta tuttavia difficile dimostrare che le
cose stiano davvero così. Nel caso del sacramento dell'ordinazione sacerdotale la
dimostrazione è del tutto impossibile. Gesù ha piuttosto indicato, con parole e gesti,
di non volere sacerdoti. Egli stesso non era un sacerdote, nessuno dei "dodici",
e nemmeno Paolo, lo erano.
Allo stesso modo il ministero episcopale non può essere fatto risalire a Gesù. L'ipotesi
secondo cui gli apostoli, allo scopo di garantire la successione del loro ministero,
avrebbero insediato dei vescovi quali loro successori, è indifendibile. Il ministero
episcopale, come ogni altro ministero ecclesiastico, è una creazione della Chiesa, il
prodotto di uno sviluppo storico. Stando così le cose, la Chiesa può disporre
liberamente, in ogni momento, dei ministeri del vescovo e del sacerdote. Essa può
decidere di mantenerli, modificarli o abolirli.
La crisi della Chiesa durerà fino a quando essa non si deciderà a darsi una nuova
costituzione. In questa nuova costituzione non ci potrà più essere posto per due classi
- sacerdoti e laici, consacrati e non consacrati - ed essa dovrà stabilire che un
incarico affidato dalla Chiesa è sufficiente per condurre una comunità e celebrare con
essa l'eucaristia. Questo incarico potrà essere affidato a uomini e donne, sposati e non
sposati. In questo modo sarebbero risolti due problemi in una volta sola, quello
dell'ordinazione delle donne e quello del celibato.
A chi sostiene che nella Chiesa non possono esserci due classi, si risponde spesso che
esistono altri esempi di sviluppi organici la cui origine può essere fatta risalire solo
indirettamente al Nuovo Testamento. Quale esempio si cita il battesimo dei bambini, che
non trova diretto riscontro nel Nuovo Testamento, ma che nemmeno lo contraddice. Il
richiamo ad altri sviluppi è però accettabile solo nella misura in cui quelli rispettino
i principi fondamentali dell'evangelo. Allorquando essi li contraddicono su questioni
decisive, sono illegittimi, inaccettabili e dannosi.
Tutto ciò si applica sicuramente alla Chiesa sacerdotale. Lo studio dei testimoni biblici
e delle origini cristiane rivela in modo chiaro e convincente che la gerarchia e il
sacerdozio si sono sviluppati, nella Chiesa, senza alcun rapporto con la Scrittura. Solo
in una fase successiva è stata data una giustificazione dogmatica alla loro esistenza.
Tutto indica che per la Chiesa è giunto il momento di recuperare la propria essenza
originale.
(...)
Dedico questo libro, in modo particolare, ai credenti delle diocesi nelle quali ho
prestato il mio servizio ecclesiastico: Coira, Basilea e Rottenburg-Stoccarda.
Lucerna, Capodanno 1997
Herbert Haag
IL DOGMA AL SERVIZIO DEL CREDENTE
di Martino Dotta
(frate cappuccino e teologo, Locarno)
Il vivace dibattito suscitato
dal presente volume di Herbert Haag, nasce da una situazione di crisi. La Chiesa cattolica
del dopo Concilio Vaticano II (1962-1965) si trova confrontata, in Svizzera come altrove,
con problemi pastorali e teologici di difficile soluzione: l'inculturazione della fede
cristiana nel mondo contemporaneo, le conseguenze del dialogo ecumenico, i movimenti
religiosi alternativi, la secolarizzazione, la perdita d'identità confessionale, il calo
della partecipazione alle celebrazioni liturgiche, l'invecchiamento del clero e dei membri
degli istituti religiosi, la carenza di nuovi preti o consacrati, il ruolo dei laici e in
particolare delle donne nelle comunità, la collaborazione tra teologi e magistero, le
relazioni tra chiese locali (nazionali, regionali) e Chiesa universale, i rapporti tra
Chiesa e Stato nelle società moderne.
Forse si tratta semplicemente di dare tempo al tempo? Oppure bisogna attendere i non
indolori passaggi di generazione, finché vengano individuate vie d'uscita alle
difficoltà sopraelencate? È un dato di fatto che la maggioranza degli attuali membri
della conferenza episcopale, del clero e dei consacrati, nonché dei fedeli svizzeri ha
conosciuto ancora la Chiesa degli anni di Pio XII e ha vissuto in prima persona
l'avventura conciliare. Ma questo non basta a spiegare le lentezze nel trarre le
conseguenze delle riforme promosse e attuate dal Concilio e, soprattutto, delle
prospettive da esso aperte. Herbert Haag non fa che intervenire su alcuni dei problemi
aperti nella Chiesa cattolica. Le sue "provocazioni" nascono dalla constatazione
di una necessità pratica (ovviare alla mancanza di preti e alla conseguente
impossibilità per numerose parrocchie di celebrare l'eucaristia), che ha tuttavia
puntuali risvolti teologici, pastorali, liturgici e canonici.
Nelle righe che seguono intendiamo collocare il contributo di Haag nel quadro del
dibattito in corso nelle diocesi svizzere di Basilea e Coira e riassumere le tappe
principali seguite alla pubblicazione del libro del Nostro. Le tensioni che tuttora
accompagnano la discussione e le problematiche sollevate mostrano quanto sia ancora
difficile avviare, nella Chiesa cattolica svizzera, un dialogo aperto e rispettoso.
La prima edizione tedesca del volume di Haag, Worauf es ankommt. Wollte Jesus eine
Zwei-Stände-Kirche? è uscita presso Herder nei primi mesi del 1997. L'autore motiva
sul piano biblico e storico la sua convinzione che la Chiesa cattolica contemporanea
necessita di una nuova struttura canonica per uscire dal vicolo cieco in cui si trova.
"La crisi del sacerdozio cattolico romano è evidente - scrive Haag - Mancanza di
sacerdoti, comunità senza eucaristia, celibato, ordinazione delle donne sono i problemi
che, accanto ad altri, maggiormente caratterizzano l'attuale difficoltà della Chiesa
cattolica". "Il ministero episcopale - prosegue Haag - come ogni altro ministero
ecclesiastico, è una creazione della Chiesa", sviluppatosi nel corso dei secoli.
Pertanto "la Chiesa può disporre liberamente, in ogni momento, dei ministeri del
vescovo e del sacerdote. Essa può decidere di mantenerli, modificarli o abolirli".
A prima vista, quest'ultima affermazione risulta avventata; non meno può apparirlo la
soluzione preconizzata da Haag: "La crisi della Chiesa durerà fino a quando essa non
si deciderà a darsi una nuova costituzione [Verfassung]. In questa nuova
costituzione non ci potrà più essere posto per due classi - sacerdoti e laici,
consacrati e non consacrati - ed essa dovrà stabilire che un incarico affidato dalla
Chiesa è sufficiente per condurre una comunità e celebrare con essa l'eucaristia. Questo
incarico potrà essere affidato a uomini e donne, sposati e non sposati. In questo modo
sarebbero risolti due problemi in una sola volta, quello dell'ordinazione delle donne e
quello del celibato".
Tali proposte hanno suscitato immediate reazioni: all'inizio di aprile 1997, il vescovo di
Basilea Kurt Koch (ordinato il 23 febbraio 1996, dopo essere stato per parecchi anni
docente di teologia dogmatica all'Università di Lucerna) scrive nella
"Schweizerische Kirchenzeitung" (15/1997), organo ufficiale delle diocesi
svizzere di lingua tedesca: Haag promuove "la messa in congedo del sacerdozio nella
Chiesa cattolica" e perciò "non si trova più, a tale proposito, all'interno
del suo consenso di fede". Koch contesta anche l'accettabilità ecumenica della
posizione di Haag: "Chi conosce l'odierna discussione ecumenica, non può designare
nemmeno come "riformata" la radicalità di una tale tesi. Le chiese riformate
prendono in ogni caso ben più sul serio l'ordinazione dei loro ministri come segno
dell'origine cristica del ministero di quanto non faccia Haag". Il vescovo basilese
sostiene inoltre che la contestazione di Haag del legame tra il sacerdozio ebraico e il
presbiterato cristiano, stabilito dalla teologia cattolica classica, contiene
"tendenze antigiudaiche". È la critica ripresa pure dal professore di Nuovo
Testamento dell'Università di Basilea Ekkehard Stegemann (cfr. "Reformierter
Pressedienst" 10.4.1997; 13.6.1997). Nel giugno 1997 Herbert Haag, prete della
diocesi di Basilea dal 23 marzo 1940, chiede pubblica riabilitazione da parte del vescovo
Koch, mentre precisa che per lui "non è in gioco in primo luogo l'abolizione del
presbiterato", bensì il fatto che "l'eucaristia può essere presieduta anche da
cosiddetti laici, come era il caso per secoli nella Chiesa primitiva" (cfr.
"Reformierter Pressedienst" 13.6.1997).
(...)
È dei primi giorni del 2000 un nuovo episodio della disputa attorno alle affermazioni di
Haag. Il 4 gennaio, Haag sintetizza le sue posizioni in un articolo pubblicato sulla
"Basler Zeitung" in cui contesta che il sacerdozio, quale si è sviluppato dopo
il III secolo, possa essere riferito a Gesù, che "si tratti di un dogma irrevocabile
che sia necessario un sacerdote per celebrare un'eucaristia "valida"" e che
il presbiterato sia un dato irrinunciabile, come ribadito invece dall'istruzione vaticana
del 15 agosto 1997 La collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti.
Haag chiede di nuovo "la rinuncia al celibato obbligatorio", il superamento
della "mistificazione della figura sacerdotale", mentre ricorda il principio
teologico fondamentale in base al quale "i sacramenti sono per gli uomini e non il
contrario". Precisa inoltre che "è incontestato che debbano esserci dei
ministeri nella Chiesa", ma essi devono essere "al servizio della comunità e
non viceversa". Haag sostiene infine che non solo il ministero ordinato è "a
libera disposizione della Chiesa", ma anche l'eucaristia, in quanto "non è
un'istituzione di Gesù", perciò la Chiesa può stabilire "a quali condizioni
debba essere celebrata". Anche questa volta le reazioni non si fanno attendere: il 12
gennaio mons. Amédée Grab, presidente della conferenza dei vescovi svizzeri, firma la Dichiarazione
sulle tesi del prof. Herbert Haag, in cui constata che Haag "non solo informa in
modo completamente sbagliato lettori e lettrici, ma soprattutto nega pubblicamente
l'insegnamento della Chiesa confermato dal Concilio Vaticano II"
("Schweizerische Kirchenzeitung" 3/2000). Nella loro dura presa di posizione, i
vescovi dicono pure di non potere restare indifferenti a "come il popolo di Dio venga
disinformato e indottrinato in un forma estremamente pericolosa", poiché "le
misure chieste dal prof. Haag non sono strade verso il futuro, bensì sono fatalmente
strade sbagliate"! Perciò si sentono costretti a "negargli la loro
fiducia", in quanto "un teologo che considera sbagliati i fondamenti della
comprensione cattolica della Chiesa, in queste questioni non può essere più considerato
un teologo cattolico serio sul piano scientifico".
Di fronte alle accuse d'eresia rivolte dai vescovi a Haag e alla durezza insolita della
loro Dichiarazione, si levano più voci per domandare il dialogo e il confronto
teologico piuttosto che la condanna di posizioni scomode. A tale proposito Thomas Gubler
commenta, sulle pagine della "Basler Zeitung", che "il modo in cui i
vescovi hanno reagito fa presumere che Herbert Haag non si sbaglia di molto, ma dovrebbe
per cortesia tacere" ("Basler Zeitung" 14.1.2000). Il professore
friburghese di teologia pastorale Leo Karrer, in riferimento alla diatriba vescovi-Haag,
deplora che "nella pratica, la cura d'anime soffra di ristagno decisionale, perché a
livello gerarchico il teologicamente possibile e il pastoralmente necessario non possono
nemmeno essere dibattuti" ("KIPA" 20.1.2000). In un'intervista rilasciata
in occasione della consegna del premio attribuitogli dalla Fondazione Herbert Haag, il
dogmatico lucernese Dietrich Widerkehr nota che "in fondo, Haag ha ricordato ai
vescovi solo quello che è loro possibile fare e la libertà di movimento di cui
dispongono" ("Neue Luzerner Zeitung" 21.1.2000). E in aprile una novantina
di teologi, biblisti, assistenti pastorali e collaboratori ecclesiali firmano una Dichiarazione
all'indirizzo della conferenza dei vescovi svizzeri. Nel loro testo, i firmatari
sostengono di non riconoscersi nelle accuse rivolte dai vescovi a Haag e ritengono, di
fronte alla "necessità di discutere e soprattutto agire nella questione dei
ministeri", che "avrebbero fatto meglio a rendere possibile e a stimolare il
dibattito", tenendo conto sia della capacità "del popolo di Dio e
rispettivamente di molti cristiani adulti" di farsene un'opinione, sia dell'urgenza
di affrontare la problematica ministeriale e pastorale (cfr. "Schweizerische
Kirchenzeitung" 18/2000).
(...)
Per ovviare in parte a una situazione sempre più insostenibile, da un paio di decenni,
sono stati designati come assistenti pastorali o responsabili della guida parrocchiale
teologi e teologhe laici, debitamente formati sul piano liturgico, pastorale e
catechistico, ma non abilitati alla celebrazione ordinaria dei sacramenti. Solo in casi
eccezionali, cioè dopo avere ottenuto l'esplicita autorizzazione del vescovo, possono
amministrare il battesimo, celebrare matrimoni e funerali (senza l'eucaristia) o l'unzione
degli infermi. Molti di questi operatori pastorali laici si trovano a lavorare in
condizioni tutt'altro che facili, anche perché con il tempo la gente fatica a capire
perché un assistente pastorale possa presiedere la liturgia domenicale della Parola,
predicare e distribuire la comunione, ma non può celebrare l'eucaristia. Essa è a volte
sostituita da un agape, sul modello della Chiesa primitiva, che non fa che aumentare la
confusione in parecchi credenti. Nell'estate del 1997, ha poi suscitato un certo
scompiglio e disorientamento l'istruzione intitolata La collaborazione dei fedeli laici
al ministero dei sacerdoti, a cui si è già accennato sopra. Tutto ciò contribuisce
ad aumentare tra fedeli e operatori pastorali laici il senso di frustrazione e
rassegnazione, spingendoli persino - a volte - a gesti provocatori o atteggiamenti
contestatori. È il caso dell'iniziativa lanciata da un gruppo di assistenti pastorali
della diocesi di Basilea nel 1995, denominata "Pentecoste '99". Essa chiedeva di
risolvere la "questione eucaristica" entro la Pentecoste del 1999 e minacciava,
in caso contrario, di celebrare l'eucaristia anche senza un prete presidente. La
provocazione è rientrata in seguito alle discussioni intavolate dal vescovo Koch con il
gruppo, che è stato ammonito di non suscitare movimenti secessionisti nella diocesi.
LO DICE LA TRADIZIONE: L'ORDINAZIONE
RISPONDE AD UNA ESIGENZA DI CLASSE
di Herbert Haag
C'è il sacerdote perché c'è il sacrificio
Non è un caso se l'istituzione
del sacerdozio nasce all'inizio del terzo secolo - "il termine "sacerdos",
sacerdote, appare, per la prima volta, per designare i vescovi e anche i presbiteri
cristiani, in Tertulliano (83).
Dall'inizio del terzo secolo la comprensione sacrificale dell'eucaristia è saldamente
radicata. Per arrivare a ciò occorsero circa cento anni. Fin dall'inizio, a cominciare
dai racconti neotestamentari dell'istituzione, l'originaria cena degli amici con il
Signore risorto subisce una reinterpretazione e viene celebrata come memoria, per
ricordare la passione di Gesù e richiamarla alla mente. A partire dal secondo secolo
troviamo indicazioni del fatto che la comunità offre al Padre il suo Figlio sacrificato
(84). Cristo diventa il sacrificio della Chiesa, uno sviluppo dovuto, come abbiamo visto
(pp. 103 ss.), all'accusa di ateismo mossa dallo Stato romano.
La prima lettera di Clemente riconosce che i presbiteri allontanati dal loro servizio (leiturgia)
"hanno servito (leiturgesantes) il gregge di Cristo umilmente e in modo
esemplare" (44,3) e "hanno offerto con devozione e in modo esemplare i sacrifici
(dora)" (44,4). È chiaro che il termine leiturgia non ha qui nessun
significato cultuale, ma indica genericamente l'esercizio di un ministero. Si discute
invece se "sacrificio" non indichi anche e in modo particolare l'eucaristia
(85).
Abbiamo già constatato (vedi pagina 81 ss.) che in Giustino si trovano espressioni che
solo difficilmente possono essere intese in modo diverso da come sono presentate nella
dottrina cattolica successiva. Ignazio di Antiochia non sostiene apertamente
il carattere sacrificale dell'eucaristia, ma "lo lascia certamente intendere".
Egli stesso desidera essere sacrificato a Dio finché c'è ancora un altare dei sacrifici
(thysiasterion), dando quindi per scontato che la comunità si riunisca intorno a
un simile altare (86). Clemente di Alessandria non elabora il tema dei sacramenti,
nemmeno quello dell'eucaristia. Da affermazioni occasionali emerge tuttavia che
l'eucaristia è, per lui, nel contempo, preghiera, pasto e sacrificio (87). "Rimane
['] da notare che anche Clemente collega l'idea del sacrificio all'eucaristia" (88).
Consideriamo infine i cartaginesi Tertulliano e Cipriano. Sorprende che Tertulliano
abbia scritto un trattato sul battesimo e uno sulla penitenza, ma non uno sull'eucaristia.
Tuttavia dobbiamo proprio a lui il più ricco vocabolario sull'eucaristia. A questo
appartengono per esempio la definizione dominica solemnia e in particolare
l'espressione, divenuta da allora classica nella Chiesa, "sacramento
dell'eucaristia" (eucharistiae sacramentum) (89). Presenza reale e sacramento
sono, per Tertulliano, i tratti essenziali dell'eucaristia (90). Da notare infine che, in
Tertulliano, gli "anziani che hanno dato buona prova di sé" (probati
seniores) presiedono l'eucaristia (91).
Di Cipriano di Cartagine dobbiamo occuparci un po' più dettagliatamente. Per
quanto riguarda l'eucaristia egli è conosciuto per averne sottolineato, più di ogni
altro, il carattere sacrificale. Su questo punto dobbiamo però procedere con cautela. In
particolare la sua sessantatreesima lettera, scritta nell'anno 253, dimostra infatti che
sebbene egli consideri l'eucaristia sacrificium, passio, oblatio, intenda tutto
ciò nel senso antico di memoria, commemoratio. Essa è dominicae passionis et
nostrae redemptionis sacramentum. E sacramentum indica, in questo caso, la
presenza sacramentale (92).
Detto questo, bisogna riconoscere che la comprensione eucaristica del terzo secolo è
dominata dal tema dell'offerta del sacrificio di Gesù e non da quello della
presenza. E dove si offre un sacrificio non può non esserci - stando al pensiero
dell'epoca - il sacerdote. "Dapprima si sviluppa il concetto di un culto e di un
particolare rito sacrificale cristiano, subito dopo sorge quello di un ministero e di uno
stato sacerdotale ['] L'idea del sacerdozio è, come detto, successiva al concetto del
sacrificio cultuale" (93). In questo periodo si tratta tuttavia sempre ancora del
sacerdozio inteso come ministero.
La svolta di Cipriano
Anche per Cipriano (metà del terzo secolo) l'ordinazione sacerdotale non è un sacramento (94). Il suo pensiero e quello del suo tempo - la metà del terzo secolo - contribuiscono tuttavia a modificare in modo significativo le strutture del clero. Queste cambiano sotto tre punti di vista.
1. Uffici come quello del dottore, che in origine erano posti accanto a quello dei vescovi e dei presbiteri, e dunque al di fuori del clero, vengono integrati nella gerarchia. In tal modo essi sottostanno alla sorveglianza e al controllo del vescovo (95).
2. D'ora in poi esiste la possibilità di salire da un ministero inferiore, come quello del lettore, che era finora permanente, a un ministero superiore, quale quello di presbitero o addirittura di vescovo. La temporanea assegnazione a un gradino inferiore poteva dipendere da vari fattori: giovane età (96), periodo di prova o retribuzione. Il presbitero occupava un'altra "fascia salariale" (97).
3. Con ciò siamo già al terzo punto: il ministero ecclesiastico diviene, d'ora in poi, un impiego a tempo pieno, dunque un mestiere che dà da vivere, mentre in epoche precedenti era un'occupazione accessoria (accanto a un'occupazione profana). La Chiesa divenne un'organizzazione simile allo Stato (98).
Non stupisce dunque di trovare in Cipriano, all'interno del clero come pure nei rapporti del clero con i laici, un quadro mutato. Nel clero l'ordine gerarchico vescovo-presbitero-diacono è divenuto ormai un istituto fisso. Rispetto alla "Traditio apostolica" si notano tuttavia due mutamenti gravidi di conseguenze:
1. La posizione del vescovo trova la sua massima esaltazione. Per Cipriano sacerdos è sempre il vescovo, egli è il sacerdos par excellence (99). Egli assume il ruolo di Cristo (sacerdos vice Christi) (100). In quanto tale, il vescovo deve rendere conto soltanto a Dio (101). I vescovi sono i successori degli apostoli, i primi vescovi (102). Nel contempo in Cipriano lo stato dei presbiteri acquista maggiore autonomia. Essi presiedono autonomamente l'eucaristia e impersonano, svolgendo questo ruolo, il sacerdozio levitico del tempio. I diritti del vescovo (elezione, possesso dello Spirito, assoluzione, eucaristia) sono da questo conferiti anche ai presbiteri. Il vescovo distribuisce le "parti" (kleroi) e i destinatari diventano, ricevendole, "clero" (103). Del clero non fanno parte soltanto i gradi più alti (vescovo, presbitero, diacono), ma anche quelli inferiori, tra cui gli accoliti e i lettori (104). L'appartenenza al clero non dipende più dalla liturgia. Chierico è semplicemente chi riveste un ministero ecclesiastico.
2. Di conseguenza la distanza tra clero e popolo aumenta. Clerus e plebs sono una coppia di parole ricorrente negli scritti di Cipriano (105). Chierici e laici sono chiaramente distinti. Quando il vescovo - o il presbitero - entra in Chiesa, il popolo deve alzarsi (106). Si può propriamente parlare del passaggio da un "popolo sacerdotale" a un "popolo dei sacerdoti" (107).
Tale sviluppo ha determinato la
relegazione dei laici in un ruolo sempre più passivo. Un'immagine eloquente, che esprime
tale situazione, la troviamo nelle Pseudo-Clementine, un romanzo cristiano - il primo
romanzo cristiano in assoluto - risalente alla prima metà del terzo secolo (108). In
quest'opera Pietro dà a Clemente, suo successore (!) indicazioni sull'esercizio del
proprio ministero e sui doveri dei presbiteri, dei diaconi, dei catechisti e dei fedeli.
La Chiesa è paragonata a una barca il cui timoniere è Cristo. Il vescovo è il secondo
timoniere, i presbiteri sono i marinai, i diaconi i capi della ciurma, i catechisti sono
gli ufficiali contabili. La "massa dei fratelli", cioè i fedeli, sono i
passeggeri. Essi non conducono la nave, ma sono trasportati e affidati, in tutto e per
tutto, alle capacità o incapacità dell'equipaggio: questa è l'immagine della Chiesa
clericale, mantenutasi, attraverso i secoli, fino a oggi.
L'immagine è completata dalla seguente raccomandazione: "I passeggeri stiano seduti
ai loro posti e non si muovano, affinché non provochino, con i loro spostamenti
disordinati, pericolosi movimenti e sbandamenti della nave".
Il carattere indelebile del sacerdote
È Agostino (354-430) a
provocare la svolta che porta al sacerdozio personale, "distinguendo tra la
grazia dello Spirito Santo, che può essere persa, dalla grazia del sacramento
dell'ordine, che non si cancella mai" (109). Il sacramento rimane valido anche per
chi perde il proprio ministero ecclesiastico. "Anche chi viene allontanato dal
ministero per avere commesso un grave errore conserva il sacramento del Signore ricevuto
una volta per tutte" (110).
Per questo motivo Agostino ritiene che l'ordinazione non possa essere ripetuta. Essa è
impressa indelebilmente nel sacerdote e appartiene al suo carattere. In altre parole essa
esprime, come il marchio (character) impresso sugli schiavi, sui soldati e sugli
animali, un rapporto incancellabile di proprietà (schiavo-padrone, soldato-imperatore,
gregge-pastore). "Il disertore non porta il marchio del disertore, ma quello del
condottiero. Così anche il battezzato porta in sé il sacramento del battesimo e
l'ordinato quello dell'ordine, e non se ne può disfare, anche se è separato dalla
Chiesa" (111).
Prima del quinto secolo non si può parlare di un sacerdozio inteso nel senso
attribuitogli oggi. "Nei Padri più antichi non si trova alcuna traccia di un character
indelebilis o di un "sacramento" dell'ordine sacerdotale e là dove si crede
di trovare qualcosa di simile si tratta di un fraintendimento ['] La svolta decisiva verso
una nuova, assoluta comprensione del concetto di sacerdote avviene al passaggio dal quarto
al quinto secolo" (112).
Questa carrellata ha mostrato che tutti gli uffici sono creazioni della Chiesa. Nessuno
di essi può essere fatto risalire a Gesù, nemmeno quello del vescovo e meno di ogni
altro quello del sacerdote. Ciò significa che anche oggi questi uffici sono a
disposizione della Chiesa. La più grande varietà di possibilità si riscontra nella
celebrazione dell'eucaristia. Essa era celebrata dall'intera comunità (113), dagli ospiti
delle comunità che si riunivano nelle case, da profeti, dottori, anziani, vescovi,
presbiteri e infine - a partire dal quinto secolo - da sacerdoti che hanno ricevuto il
sacramento dell'ordine. Per la durata di quasi quattrocento anni non è stata necessaria
la "consacrazione sacerdotale" per la celebrazione dell'eucaristia. Per quale
motivo essa dovrebbe essere oggi indispensabile? (114)
Risultato
Possiamo concludere:
1. Nella Chiesa cattolica ci sono due stati, clero e laicato, che hanno privilegi, diritti e obblighi diversi. Questa struttura ecclesiastica non corrisponde a ciò che Gesù ha fatto e insegnato. Nella storia della Chiesa questa struttura non ha dato frutti positivi.
2. Il Concilio Vaticano II ha cercato, in parte, di colmare il profondo divario esistente tra clero e laicato, ma non lo ha eliminato. Anche nei documenti del Concilio i laici appaiono come gli assistenti della gerarchia e non hanno possibilità di esigere il rispetto dei loro diritti.
3. Gesù ha rifiutato il sacerdozio giudaico e il culto sacrificale cruento del suo tempo. Con il tempio e con il culto celebrato dai sacerdoti nel tempio Gesù aveva un cattivo rapporto. Egli annunciò la distruzione del tempio e fece capire che al suo posto non sarebbe sorto alcun altro tempio. Per questo motivo il sacerdozio giudaico lasciò che morisse sulla croce.
4. Gesù non disse mai che tra i suoi discepoli dovessero sorgere un nuovo sacerdozio e un nuovo culto sacrificale. Egli stesso non era sacerdote e non lo erano neppure i "dodici", gli apostoli e Paolo. Nessuno degli scritti del Nuovo Testamento parla del sorgere di un nuovo sacerdozio.
5. Gesù non voleva che ci fossero, tra i suoi discepoli, classi o stati. "Voi siete tutti fratelli", è la sua indicazione (Matteo 23,8). Perciò i primi cristiani si consideravano e si definivano "fratelli" e "sorelle".
6. In contrasto con questa indicazione di Gesù si costituì però, nel terzo secolo, una "gerarchia", un'"autorità santa". Questo portò alla divisione dei credenti in due stati, clero e laicato, "ordinati" e "popolo". La gerarchia pretese per sé la guida delle comunità e soprattutto l'ambito liturgico. Essa estese sempre di più il proprio potere. Ai laici furono affidati ruoli di servizio e fu imposta l'obbedienza.
7. La diffusione della Chiesa su scala mondiale richiese la creazione di uffici. Questi potevano assumere, come mostra la storia, forme diverse. Tutti gli uffici, anche quello del vescovo, sono istituzioni della Chiesa. La Chiesa ha dunque, di volta in volta, secondo la situazione, la possibilità di mantenerli, modificarli o sopprimerli.
8. Dal quinto secolo la celebrazione dell'eucaristia richiede la partecipazione di un sacerdote che abbia ricevuto il sacramento dell'ordinazione. Dal quinto secolo si diffonde anche la concezione secondo cui l'ordinazione sacerdotale conferirebbe a chi la riceve un carattere indelebile. Questa dottrina, ulteriormente sviluppata dalla teologia medievale, è stata dichiarata dottrina di fede vincolante dal Concilio di Trento (sedicesimo secolo).
9. Per quattrocento anni l'eucaristia è stata presieduta da quelli che, nel nostro linguaggio, sono definiti "laici". Questo mostra che non occorre avere un sacerdote che abbia ricevuto il sacramento dell'ordinazione e che tale necessità non può essere dimostrata né biblicamente né dogmaticamente.
10. La condizione per la celebrazione dell'eucaristia non dovrebbe dunque essere un'"ordinazione", ma un "incarico". Questo può essere affidato a un uomo o a una donna, sposato o non sposato. Per entrambi, uomo e donna, deve essere richiesta la possibilità di accedere all'intero ministero ecclesiastico che comprende l'autorizzazione a celebrare l'eucaristia.
NOTE
83 h. von campenhausen, Die Anfänge des Priesterbegriffs, cit., p. 276.
84 Cfr. w. rordorf, Le sacrifice eucharistique, in Liturgie, cit., pp. 59-71.
85 Fischer risponde positivamente ("in particolare" l'eucaristia ) e in maniera ancora più esplicita g. blond, Clément de Rome, in L'eucharistie, cit., pp. 29-51, 37 s. Lindemann mette in dubbio che "ci troviamo qui di fronte alla prima dimostrazione della comprensione cattolica della cena".
86 j.a. fischer, Die Apostolischen Väter, cit., p. 131.
87 a. méhat, Clement d'Alexandrie, in L'eucharistie, cit., pp. 101-127, 111-113.
88 Johannes betz, Eucharistie. In der Schrift und Patristik, in "Handbuch der Dogmengeschichte", IV/4a, 1979, p. 47.
89 Vedi v. saxer, Tertullien, in L'eucharistie, cit., pp. 129-150.
90 "Presenza reale e vero sacrificio, in questi termini si potrebbe definire l'eucaristia di Tertulliano", op. cit., p. 149.
91 Ibidem, pp. 132-147.
92 r. johanny Cyprien de Carthage, in L'eucharistie, cit., pp. 151-175, 161-164; cfr. richard seagraves, Pascentes cum disciplina. A Lexical Stud' of the Clerg' in the C'prianic Correspondence, Friburgo, 1993, p. 260. B Cipriano è il più antico testimone della consuetudine di celebrare ogni giorno l'eucaristia.
93 h. von campenhausen, Die Anfänge des Priesterbegriffs, cit., pp. 174-176.
94 r. seagraves, Pascentes cum disciplina, cit., p. 105.
95 Esempi per tale sviluppo in
b. van damme, Bekenner und Lehrer. Bemerkungen zu zwei nichtordinierten Kirchenämtern
in der Traditio Apostolica, in Divitiae Aeg'pti. FS für Martin Krause,
Wiesbaden, 1995, pp. 321-330.
96 Van Damme parla di "confessori" (cristiani che hanno testimoniato, davanti al
giudice, la propria fede, sono stati di conseguenza puniti, ma non sono stati uccisi) che
Cipriano, a motivo della loro giovane età, nomina dapprima lettori, "in attesa che
diventino, più tardi, presbiteri" (p. 326). Anche agli ufficiali municipali civili
era richiesta un'età minima di 25 anni (e. herrmann, Ecclesia in Re Publica, cit.,
p. 46; cfr. più avanti nota 98). Un esempio particolarmente illuminante si trova nella
lettera di Cipriano 55,8, nella quale egli parla del suo confratello Cornelio: "Ciò
che rende del tutto degno presso Dio e Cristo e presso la sua Chiesa e tutti i sacerdoti
il nostro carissimo Cornelio è il fatto che egli non sia arrivato alla carica episcopale
direttamente", ma che vi sia giunto solo dopo aver salito tutta la trafila degli
uffici ("officia") ecclesiastici, rendendosi spesso benemerito nel servizio
divino, giungendo all'episcopato passando per tutti i gradini.
97 "Non è possibile stabilire a quanto ammonti lo stipendio. Sappiamo solamente che esso deve permettere di vivere. In modo esplicito Cipriano vieta ai sacerdoti di svolgere un altro lavoro" (b. van damme, Bekenner und Lehrer, cit., p. 327). Gli effetti negativi della scalata verso i vertici e dell'aumento dello stipendio sono (fino a oggi!) ben noti: ambizione, avidità di guadagno, carrierismo.
98 Fino a che punto la Chiesa, nelle sue strutture, abbia fatto proprie le forme costitutive romane è dimostrato in modo impressionante da e. herrmann, Ecclesia in Re Publica, cit., pp. 42-52 (Cipriano). Questo vale anche per la terminologia. Esempio: "ordinare" è il termine tecnico per l'insediamento al servizio dell'imperatore (p. 44). Lo stesso vale anche per Cipriano, riguardo alla gerarchia ecclesiastica. "Nelle opere di Cipriano il verbo "ordinare" e il corrispondente sostantivo "ordinatio" non equivalgono ai termini moderni, ordinare e ordinazione (r. seagraves, Pascentes cum disciplina, cit., p. 28), ovvero, essi non hanno nulla a che fare con "ordinazione" ["Weihe"].
99 h. von campenhausen, Kirchliches Amt, cit., p. 310; r. seagraves, Pascentes cum disciplina, cit., p. 68.
100 Ibidem, p. 68.
101 Ibidem, p. 3, secondo Seagraves Cipriano è "il primo autore a sostenere che il vescovo è responsabile solo di fronte a Dio".
102 Ibidem, p. 27.
103 a. faivre, Ordonner la fraternité, cit., pp. 80-82.
104 r. seagraves, Pascentes cum disciplina, cit., p. 18.
105 "Si trova spesso, negli scritti di Cipriano, il binomio clero-plebe. La plebe indica il popolo cristiano e il clero il gruppo dirigente della Chiesa" (a. vilela, La condition collégiale, cit., p. 295).
106 h. von campenhausen, Kirchliches Amt, cit., pp. 297-300.
107 "Da popolo di preti a popolo dei preti" (a. faivre, Ordonner la fraternité, cit., p. 83).
108 A partire da un unico testo originale si sono sviluppate due versioni che raccontano, in forma romanzata, i viaggi di Pietro in Palestina e Siria e la biografia di Clemente Romano. Il romanzo è preceduto da una lettera di Pietro e una lettera di Clemente a Giacomo, vescovo di Gerusalemme. La citazione precedente è tratta da questa seconda lettera. Da circa due secoli l'importanza delle Pseudo-Clementine per la nostra conoscenza della Chiesa antica è fuori discussione. La ricerca più recente è stata inaugurata da Oscar Cullmann, Le problème littéraire et historique du roman Pseudo-Clémentin, Parigi, 1930. Una panoramica sullo stato attuale della ricerca si trova in Georg Strecker, Das Judenchristentum in den Pseudoklementinen, Berlino, 19812; nuova trattazione: j. wehnert, Abriss der Entstehungsgeschichte des Pseudoklementinischen Romans, in "Apocrypha", 3 (1992), pp. 211-235. Traduzione tedesca di J. Irmscher e G. Strecker in: w. schneemelcher, Neutestamentliche Apokr'phen, Tubinga, 19895, pp. 439-488; traduzione francese: André siouville, Les homélies clémentines, Parigi, (1933) 1991.
109 Ludwig ott, Das Weihe-Sakrament, in "Handbuch der Dogmengeschichte", IV/5, Friburgo in B., 1969, p. 29.
110 Ibidem.
111 Ibidem, p. 30. Agostino parla solo raramente del carattere sacerdotale e invece molto spesso del carattere battesimale; gli elementi sono tuttavia presenti per essere applicati al sacerdozio (cfr. e. dassmann, Character, in: "Augustinus-Lexikon", I, 1986-1994, pp. 835-840). Quanto poco precise siano, in Agostino, le relative concezioni, è dimostrato dal fatto che egli usa indistintamente "sacramentum", "sanctitas", "consecratio", "baptismus" e "ordinatio" quali sinonimi di "character". In definitiva si tratta semplicemente di un rapporto di proprietà che viene stabilito, mediante il battesimo, una volta per tutte (per questo esso non può essere ripetuto). Per Agostino non si tratta di un carattere impresso nell'anima (cfr. g. bavaud, in: Oeuvres de Saint-Augustin, 29, Traités Anti-Donatistes, II, De Baptismo libri VII, Parigi, pp. 581 s.) e perciò si può dire che nella sua opera la dottrina del carattere sacerdotale è soltanto accennata ("Ce qui sera plus tard la théologie du caractère est seulement en germe dans la doctrine augustinienne", j. pintard, Le sacerdoce selon Saint Augustin, 1960, p. 128). La dottrina del character indelebilis, come la troviamo in Tommaso d'Aquino, è il prodotto della teologia medievale ed è stata trasmessa attraverso i secoli fino a noi. I dogmatici contemporanei faticano nel definire essenza ed effetto di questo "carattere incancellabile". "Nella tradizione della Chiesa, questa capacità (di agire al posto di Cristo), data mediante l'ordinazione, porta il nome di "character indelebilis". Esso è indelebile perché è fondato nella incrollabile promessa e nella volontà di Cristo, di voler continuare a compiere la sua opera salvifica mediante il servizio dell'ordinato" (g. greshake, Priester sein, Friburgo in B., 1982, p. 114 [ed edizioni successive]).
112 h. von campenhausen, Die Anfänge des Priesterbegriffs, cit., p. 280. Le prove a favore di una datazione anteriore, fornite da Joseph lécuyer, Le sacrement de l'ordination, Parigi, 1983, non sono convincenti. Solo i dogmatici possono spiegare come un sacramento, del quale nella Chiesa non c'è alcuna traccia per quattrocento anni, possa essere stato istituito da Gesù e debba addirittura essere considerato un "ministero fondamentale della Chiesa" (Kurt koch, Kirche der Laien?, p. 12). Per gli esegeti la questione è chiarita già da lungo tempo.
113 p. hoffmann, Priestertum und Amt im Neuen Testament, cit., p. 29, scrive, a proposito della presidenza in occasione della Cena del Signore: "In I Corinzi 11 la celebrazione sembra essere affidata all'intera comunità' Responsabile degli "atti sacramentali" è il "noi" della comunità". Questo legittima l'uso, che si sta diffondendo sempre di più nelle comunità rimaste senza sacerdote, di pronunciare, tutti insieme, le parole dell'istituzione.
114 Che ci sia una crescente presa di coscienza di fronte a questo problema lo ha dimostrato il recente convegno della "Arbeitsgemeinschaft der deutschsprachigen Liturgiker", svoltosi dal 23 al 27 settembre 1996 (cfr. "Herder-Korrespondenz", 50 (1996), pp. 641-644).
"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi Registrazione Tribunale di Avellino n.337 del 5.3.1996 |