Controcorrente : Il risveglio degli orgogli confessionali

Lo spettro  dell’ecumenismo

Comprendere le ragioni di chi non è d’accordo

Giovanni Sarubbi

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«Uno spettro s'aggira per l'Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate in una santa battuta di caccia contro questo spettro: papa e zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi» (da "Il Manifesto del Partito Comunista" di Karl Marx e Friedrich Engels).

 

In questo inizio di anno 2001, sembra che il nemico principale da battere sia l’ecumenismo, proprio come nel 1848, il nemico di tutte le potenze europee era il comunismo. Quando la Dominus Jesus se la prende con il cosiddetto "relativismo religioso", il suo obbiettivo in realtà è proprio l'ecumenismo, che ha alla sua base il riconoscimento dell'altro fratello per quello che è, come c'insegna nostro Signore Gesù Cristo: "Amatevi come io vi ho amato. Da questo riconosceranno che siete miei discepoli".

Ecumenismo racchiude in se concetti quali l'accoglienza, l'apprezzamento per i sentimenti e la pratica religiosa di chi si richiama all'esperienza di Cristo, l'apertura alla comprensione delle altre religioni dell'umanità che, in ogni caso, sono l'espressione dell'eterno Dio o, meglio ancora, della sua continua ricerca da parte dell'uomo.

Trentacinque anni di pratica ecumenica, dopo il Concilio Vaticano Secondo, non sono bastati per annullare o quanto meno ridurre le spinte antiecumeniche presenti dappertutto, nella Chiesa di Roma, in quelle nate dalla riforma del XVI° secolo, nell’ortodossia, nei nuovi movimenti carismatici. Trentacinque anni, del resto, sono ben poca cosa rispetto ai secoli di divisione e di scontri feroci che non stanno solo alle nostre spalle ma sono una drammatica realtà del presente.

E' un dato di fatto da cui, credo, sia necessario partire per rilanciare un segnale di speranza non solo ai cristiani delle future generazioni ma alla stessa umanità.

C’è oggi una voglia di far prevalere il proprio io su quello degli altri, la propria specifica confessione di fede su quella degli altri, il proprio “orgoglio confessionale” su quello degli altri. In questo senso va sia la Dominus Jesus della Chiesa di Roma, sia l'analogo documento delle chiese ortodosse russe.

Molti vivono il proprio essere cristiani non come conversione al Cristo, al suo messaggio che se non s'incarna nella vita di ognuno diventa vuoto parlare, ma a questa o quella confessione, a questa o quella organizzazione ecclesiastica, che, in quanto tale, è completamente terrena, limitata, peccatrice, sempre riformabile nelle sue istituzioni. E' alla chiesa celeste invece quella a cui bisogna tendere.

La legge dell’amore è, nei fatti, messa da parte, relegata  all'ultimo posto dei doveri di un cristiano. Dovrebbe far riflettere il fatto che i fratelli apertamente antiecumenici dicono tutti la stessa cosa, in qualunque chiesa essi vivano.

Addirittura la Bibbia viene presa a riferimento per opporsi a qualsiasi possibilità di dialogo ecumenico.  "Trovatemi nella Bibbia dove si dice ai cristiani che bisogna dialogare ed io sarò d'accordo con voi", mi ha detto un prete cattolico dichiaratemente antiecumenico. “Lo scontro fra Pietro e Paolo descritto negli Atti e nella lettera ai Galati, dimostra che l’unità è un’utopia e non c’è mai stata”, mi ha detto, a distanza di pochi giorni, un pastore protestante anch’egli contrario ai dialoghi ecumenici. Entrambi, senza conoscersi, uniti pur nella diversità della confessione.

Certo fra i due c'è una differenza: il cattolico, interrogato in pubblico, farà professione di fede per l'ecumenismo, mentre in privato ne dirà peste e corna; il protestante, e non è una differenza da poco, dirà in pubblico ed in privato quello che pensa, soprattutto se non ha vincoli economici che gli impongano "l'obbedisco."

Entrambi questi fratelli con cui ho parlato, hanno messo l'accento, come elemento fondante del proprio essere cristiano, sul concetto dell'invio in "missione" a convertire, alla propria specifica chiesa, gli infedeli.

"Sono protestante perché sono contro il cattolicesimo", mi ha detto il protestante; "Sono cattolico romano perché questa è la vera chiesa", mi ha detto il cattolico romano. «E’ un orgoglio per me essere cattolico e non è peccato»; «I protestanti non fanno più i protestanti e non sono d’accordo». Entrambi esprimono un bisogno di sentirsi al sicuro, protetti nella propria casa, cosa che è indubbiamente in contrasto con “l’invio in missione in terre straniere”, dove ci si può rimettere anche la pelle.

Quello della "missione", credo si tratti di uno dei classici esempi di interpretazione letterale di un passo biblico, attraverso il quale si da un valore assoluto ad un aspetto specifico dell'essere cristiano. Ma, chiedo, può esistere una "missione" in terra straniera (tali sono gli "infedeli" da convertire) senza l'attitudine al dialogo, senza la comprensione degli usi e costumi di chi si vuole convertire? E allora il dialogo, l'ascoltare gli altri prima di proporgli la propria visione del mondo, è il tratto caratteristico del cristiano, che non impone nulla, non converte con la forza, né della spada né della parola, ma solo con la testimonianza della propria vita, della propria profonda conversione, cioè della propria personale accettazione, minuto per minuto della propria vita, degli insegnamenti di Gesù, compreso la croce, se è necessario. «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Mt. 8:20), altro che sicurezze!

La storia, anche recente, è piena di ordini religiosi o chiese nate da un tale meccanismo di interpretazione biblica che può durare lo spazio di una generazione o magari prolungarsi per qualche tempo prima di andare in crisi. Ma è questo essere cristiani? Può esistere un cristianesimo vissuto come contrapposizione ad una qualsiasi altra religione, o ad un'altra confessione cristiana? 

Beninteso, nulla di male se si vive intensamente anche un solo passo della scrittura, ma guai a perdersi nel particolare e soprattutto guai a voler imporre la propria personale interpretazione a chicchessia.

L'amarsi gli uni gli altri significa, ancora, applicare un principio di cui si è discusso molto nell'ecumenismo, quello dell'unità nella diversità o attraverso la diversità, come dice Oscar Cullmann. Si tratta di un principio di cui è impregnata la Scrittura e il cui rifiuto ha come esito immediato l'apertura di un conflitto, con tutto ciò che un conflitto comporta in termini di morti, odi, vendette infinite e nuove guerre. Un principio, quello dell'unità nella diversità, che le singole chiese applicano, al proprio interno, da secoli, perché altrimenti morirebbero. Basti pensare, per esempio, alla molteplicità di ordini religiosi della Chiesa di Roma, ma esempi simili si possono fare anche per quelle nate dalla riforma del XVI° secolo.

Accettarsi per quello che si è, e quindi amarsi, è una regola senza alternativa per chi vuole essere cristiano. Da qui bisogna ripartire se si vuole far ripartire l'ecumenismo cristiano ed il dialogo interreligioso come elementi fondanti di una nuova umanità che segua la via della vita e non quella della morte.

 

 


"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi

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