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ISSN 2420-997X

www.ildialogo.org In Italia la povertà cresce, causata da una politica ingiusta e che utilizza male il denaro pubblico,a cura di Giuliano Ciampolini

In Italia la povertà cresce, causata da una politica ingiusta e che utilizza male il denaro pubblico

a cura di Giuliano Ciampolini

DOSSIER CARITAS 2017 - Diocesi di Pistoia:
AIUTARE CON UMANITA CHI RIMANE AI MARGINI
LEGGI SU:
Rapporto sulle povertà in Toscana,
realizzato dalla Delegazione Caritas con il sostegno e la collaborazione dell'amministrazione regionale:

Caritas Italiana pubblica interamente on-line la quarta edizione del
Rapporto sulle politiche contro la povertà in Italia,
17 gennaio 2017
Nasce "Numeri pari":
Nasce, dalla precedente esperienza della campagna contro la povertà del Gruppo Abele e Libera "Miseria Ladra", il Movimento "Numeri Pari", una rete contro le disuguaglianze, per la giustizia sociale e la dignità. L'aggregazione di associazioni ed enti è stata presentata oggi a Roma; nel servizio del Tg3 le interviste a don Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera, e don Zappolini, presidente del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA).
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5 dicembre 2017 - il manifesto
Povertà, la beffa del potere
di Marco Revelli
Grottesca e crudele. La vicenda del Reddito di inclusione (Rei) sta raggiungendo vette di insipienza inimmaginabili anche per chi è da tempo abituato a commentare le imprese di una classe di governo difficile da qualificare. Che la marea dei poveri fosse in Italia in tumultuosa crescita era cosa conosciuta da chi si occupa professionalmente del fenomeno, anche se mascherata nel racconto pubblico da una buona dose di ottimismo a buon mercato.
I 4.742.000 «poveri assoluti» certificati dall’Istat nel suo ultimo rapporto parlano di una vera e propria emergenza sociale. Ma oggi sappiamo che quella marea montante, sollecitata dalla promessa di un pur parzialissimo sollievo alla propria condizione costituito dalla annunziata e strombazzata possibilità di accesso a un frammento di reddito, si è messa in movimento. Ha invaso le sedi comunali, poi – non trovandovi risposte adeguate- è trabordata verso i Caf (Centri di assistenza fiscale). Ne ha travolto le deboli strutture, è dilagata verso l’Inps, alla ricerca disperata di un ufficio, un funzionario, un responsabile che sapesse dar loro risposte che nessuno sapeva articolare per la semplice, atroce ragione che nessuno sapeva che fare, che cosa suggerire. Nessuno aveva indicazioni «dall’alto», strutture attive o attivabili, linee di comportamento definite…
Secondo un copione troppe volte ripetuto, la «politica» (i partiti di governo, i ministri e le ministre che ne elaborano i provvedimenti, gli uomini e le donne che siedono in parlamento e votano le leggi) ne aveva elaborato il testo curandone la funzione-annuncio ma si era del tutto disinteressata delle procedure e delle strutture necessarie per renderlo operante. E quando l’esercito dolente dei poveri tra i poveri si è presentato agli sportelli, cercando di indovinare quale potesse essere quello giusto, si è assistito all’ennesimo 8 settembre della nostra burocrazia.
I Comuni – i primi a esser presi d’assalto – hanno dovuto ammettere di «non essere attrezzati a dar risposte ai cittadini», in particolare di non avere «gli strumenti per strutturare il percorso di inserimento al Rei», e ciò nonostante che la legge istitutiva del Rei stanzi il 15% delle (già miserrime) risorse disponibili proprio per l’istituzione degli sportelli comunali. Ma, come dovrebbe essere noto ai decisori pubblici, buona parte dei Comuni italiani sono paralizzati sul versante degli organici dalle regole sul pareggio di bilancio, per cui anche se ricevessero quei fondi non li potrebbero spendere.
Così in molte realtà i questuanti sono stati reindirizzati ai Caf (come accade in rete quando un sito è «andato giù»), che però stentano già a star dietro alla domanda ordinaria, figurarsi a un’onda di piena, e poi hanno un contenzioso aperto con lo Stato per i fondi loro promessi per le dichiarazioni Isee (l’Indicatore della situazione economica equivalente, necessario anche per accedere al Rei). E considerano i compensi attualmente previsti dalla convenzione con l’ Inps drammaticamente insufficienti, tanto che sollecitano un’integrazione in Legge di Bilancio.
Così quel passo a suo tempo definito «epocale», che avrebbe dovuto dare anche all’Italia un brandello di reddito di emergenza (come chiamarlo altrimenti), si è trasformato in un’altra atroce beffa ai danni dei poveri. Beffa burocratica, questa volta. Inescusabile, perché se già appare intollerabile l’inefficienza amministrativa in generale, quando questa si rivela una forma di vessazione verso la parte più fragile del Paese la cosa assume tutti i caratteri del sadismo sociale, da autocrazia d’altri tempi.
Un racconto crudele – di ordinaria crudeltà burocratica – degno di Gogol che anticipò il diluvio che spazzò via la dinastia degli zar. Forse non vedremo nascere un’opposizione sociale forte almeno quanto è grande l’oltraggio che il privilegio compie ai danni degli ultimi, ma magari – chissà -, potrebbe comparire, tra le nebbie del tempo, un altro padre Gapon, il prete ortodosso che nel gennaio del 1905 organizzò la celebre marcia dei poveri passata alla storia come il punto culminante dell’anteprima della rivoluzione russa. Allora la marea dei poveri di Pietroburgo giunse fino alle porte dei palazzi del potere con le croci di Cristo e i cappelli in mano, chiedendo «giustizia e protezione» a nome di «un popolo intero lasciato all’arbitrio del governo dei funzionari, formato da dilapidatori e saccheggiatori».
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24 novembre 2017 - Pubblicato su il manifesto del 25 novembre 2017
I CONTI SOCIALI NON TORNANO
FIRMA LA PETIZIONE: http:debt 2.jpgpfiscalcompact.i t
di Marco Bersani

"Il debito inizierà a scendere perché la nostra politica di bilancio è virtuosa” ha dichiarato il ministro Padoan alla presentazione del rapporto Ocse sull'Italia. Un'affermazione decisamente coraggiosa da parte dell'inossidabile ministro, soprattutto se teniamo conto dei numeri prodotti da quando occupa il dicastero dell'Economia: durante i governi Renzi e Gentiloni, infatti, il debito è aumentato di oltre 176 miliardi, mentre sono scesi al minimo storico gli investimenti pubblici.

Cosa ci sia di virtuoso in questo percorso resta materia oscura, ma, di fronte al fondamentalismo dell'Unione Europea, che ha di nuovo segnalato il rischio di tenuta dei conti pubblici, imponendo di fatto una manovra aggiuntiva al governo che uscirà dalle urne di primavera, anche Padoan cerca di ricavarsi la sua piccola parte nel copione della farsa neoliberale. 

Già, perché in questo balletto di cifre sul deficit strutturale - dovremmo garantirne la riduzione del 0,6%, la “flessibile” Ue ci ha concesso lo 0,3% e i soliti furbetti italiani propongono lo 0,1% - ciò che in realtà continuano a non tornare sono i conti sociali, ovvero le conseguenze concrete nelle vite delle persone di una democrazia appaltata agli algoritmi monetari.

L'ultima ricerca del Centro Studi di Unimpresa dice che, tra il 2015 e il 2016, altre 105mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia, portando la popolazione a rischio povertà alla enorme cifra di 9 milioni e 347mila persone. Alla tradizionale platea dei disoccupati, si sono nel tempo unite ampie fasce di lavoratori che, pur avendo un impiego, lo svolgono nella più totale precarietà di reddito e di diritti (6,27 milioni, secondo Unimpresa).

Un'Italia povera che si estende a macchia d'olio e lentamente sega il ramo sul quale il Paese è seduto, se è vero - come scrive l'Istat nel rapporto 2017 - che sono i più giovani ad essere i più poveri: dal 2012 ad oggi, sul totale delle famiglie in povertà assoluta, sono il 3,9% quelle con persona di riferimento over 64 anni, mentre arrivano al 10,4% quelle con persona di riferimento sotto i 35 anni. 

Ma l'austerità liberista, non contenta dei rami, ha preso di mira anche le radici: sono 3,5 milioni i bambini che vivono in povertà in Italia, con drammatiche conseguenze a livello di abbandono scolastico, esclusione sociale, alimentazione, attività fisica e salute (Atlante dell’infanzia a rischio 2016 di Save the Children). E' d'altronde il normale risultato di investimenti per l'infanzia che vedono l'Italia al terz'ultimo posto in Europa, con una quota di spesa sociale per infanzia e famiglie pari al 4,1%, contro l’8,5% della media europea, e con fondi per fronteggiare l’esclusione sociale pari allo 0,7%, contro l’1,9% della media europea.

Si vive male dal punto di vista sociale, ma anche a perenne rischio ambientale. E' l'ultimo rapporto di Legambiente e ricordarci che 7,5 milioni di persone vivono o lavorano in aree a forte rischio idrogeologico, con danni che, solo nell'ultimo triennio, ammontano a 7,6 miliardi.

Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che oltre un terzo degli italiani ha rinunciato - in tutto o in parte - a curarsi e che l'abbandono scolastico è fra i più alti in Europa, il quadro è più che definito: la cosiddetta stabilità finanziaria - peraltro mai realmente perseguita - serve a produrre la destabilizzazione sociale, così come la trappola del debito ha l'unico scopo di proseguire le politiche di espropriazione sociale di diritti, beni comuni e democrazia.

Un enorme castello di carta tenuto in piedi solo dalla nostra paura e rassegnazione.
Così quando il sole muore fiore perdi il tuo colore, le qualità che ti hanno reso vero, ma chi lo dice che il fiore è nero” cantavano i Nomadi e forse dovremmo tornare a farlo anche noi. ....................
19 novembre 2017
Il rapporto Caritas: unesercito di poverida brividi.
di Franco Bianco
Esce il Rapporto della Caritas (1), e colpisce come una martellata. Poi parlano di “gufi“, di “rosiconi“, di “piagnoni“, perfino di “disfattisti“. Questo Rapporto – della Caritas , non di un Centro per la rivoluzione anticapitalista – dà i brividi: con quale coraggio ci si gloria dei risultati” raggiunti? “Hai voglia a dire che il Pil è aumentato dello zero virgola… finché un giovane non sa dove andare a lavoro, finché non si arriva a percepire una possibilità reale, con tutto il rispetto, quegli annunci hanno il sapore della beffa“, ha detto Mons. Galantino, il segretario della Conferenza dei Vescovi: perciò almeno si abbia il pudore di tacere, se la vergogna non aiuta a riconoscere gli errori.
Discontinuità, ma forte, ecco quello che occorre: anche da questi dati – come da molti altri – si desume che non solo non basta ciò che è stato fatto, ma che è stato sbagliato (“L’Italia è seconda solamente alla Spagna nel numero di persone che dal 2010 al 2015 hanno peggiorato la loro condizione economica…..vi sono invece paesi europei dove il numero di persone a rischio di povertà è diminuito, –262mila in Germania Il miglioramento della situazione in alcuni Paesi potrebbe anche essere stato influenzato da un migliore utilizzo delle risorse e dei fondi messi a disposizione dall’’Unione Europea…”, pag. 8, Tav. 2: nel 2015 c’erano stati già due anni di Governo Renzi. Chiamiamo le cose e le persone per nome).
Infatti: secondo la Caritas, che utilizza dati Eurostat, gli italiania rischio o in situazione di povertà ed esclusione sociale” che, nel 2010, erano 14.891.000 e che l’Italia dovrebbe ridurre a 12.557.000 entro il 2020 (secondo la “Strategia Europa 2020“), alla fine del 2015 erano 17.469.000 (pag. 7, Tav. 1) – segnando un aumento, assoluto e relativo, addirittura superiore a quello registrato nell’intera UE -, e la Caritas giustamente li definisce “un esercito di poveri“: non solo non sono diminuiti, ma sono addirittura aumentati di oltre 2,5 milioni, più del il 17% (contro l’1,3%, in assoluto circa 1,5 milioni, nell’intera UE). Inoltre, a fine 2016 in Italia ben 7.209.000 persone si trovavano in stato di “grave deprivazione materiale“, con un aumento (record europeo) di oltre 2,8 milioni (+64% !) rispetto al 2010 (pag. 9, Tav. 3/4), laddove in UE quell’indicatore è diminuito di oltre 2,5 milioni (quando si dice che la crisi c’è stata per tutti, ma non è stata uguale per tutti). Chi a quel tempo aveva governato già per due/tre anni non può non riconoscersene il “merito”. Un risultato che non può non dirsi disastroso e che toglie spazio, già da solo, ad ogni indefinibile (se non con l’aggettivo “cinica”) vanteria.
Perciò servono programmi nuovi, con un forte impegno sociale, e persone diverse per gestirli, che non siano quelle a cui questi dati sono imputabili, come si evince con assoluta chiarezza dal Rapporto citato.
(1) Il Rapporto della Caritas, intitolato “Futuro anteriore” (su povertà giovanili ed esclusione sociale in Italia), è accessibile a
settimananews.it
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18 novembre 2017 - il manifesto
RAPPORTO CARITAS "FUTURO ANTERIORE"
(LEGGI SU: futuro anteriore - Caritas Italiana - Rapporto Caritas 2017 )
Più sei giovane, più sei povero
L'Italia nel 2017, in poche parole. "Futuro anteriore": è il rapporto Caritas sulla povertà giovanile e l'esclusione sociale. Aumentano le famiglie e single under 34 che fanno ricorso ai «Centri di ascolto». La crisi non è finita mentre ai piani alti si parla di «crescita» che aumenta le diseguaglianze.
di Roberto Ciccarelli
I figli stanno peggio dei genitori e i nipoti peggio dei nonni. Ad ogni passaggio di testimone tra le generazioni la disuguaglianza aumenta, mentre la povertà cresce al diminuire dell’età. Più sei giovane, più sei precario. Negli anni corrispondenti alle politiche dell’austerità – gli ultimi cinque – questo dato strutturale prodotto dalla crisi finanziaria è esploso, colpendo più i giovani tra i 15 e i 34 anni rispetto agli over 65. Lo sostiene il rapporto su povertà giovanile ed esclusione sociale 2017 «Futuro anteriore», presentato ieri al circolo della Stampa Estera di Roma dalla Caritas italiana.
UN GIOVANE su dieci vive in uno stato di povertà assoluta in Italia. Nel 2007 la proporzione era completamente diversa: era solo uno su cinquanta. Nei dieci anni successivi sono diminuiti i poveri tra gli over 65 (da 4,8% a 3,9%). Tornando indietro nel tempo, rispetto al 1995 il divario di ricchezza tra giovani e anziani si è ampliato: la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia di 18-34 anni oggi è meno della metà, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno 65 anni è aumentata di circa il 60%. Si presuppone allora che il capofamiglia ultra-sessantenne sia il padre, o comunque un parente, di quello con meno di 34 anni. Questo significa che il primo sostiene il secondo, condividendo risorse e rendite necessarie per proteggere il nucleo ostaggio dei ricatti della precarietà: dall’affitto alla rata dell’asilo, dal sostegno economico in caso di lavori intermittenti o di spese per la nascita di un figlio. È il «welfare parentale» che sostituisce quello «sociale» esploso a causa delle riforme, dei tagli e della negazione dei diritti universali. L’Italia del 2017, in poche parole.
LA CARITAS osserva la situazione dai «Centri di ascolto in rete». Nel 2016 sono state 205.090 le persone che hanno chiesto qui ciò che non trovano sul «mercato» e non ottengono dallo Stato: un reddito e una tutela. Il 22,7% ha meno di 34 anni. Le richieste sono maggiori a Nord (46%), dove vivono più stranieri, il 33,7% nel Centro, il 20,2% al Sud. Oltre il 43% si è rivolto ai centri per la prima volta. La crisi per loro non è finita, moltiplica silenziosamente i suoi effetti mentre ai piani alti continuano a parlare di una «crescita» che non produce né occupazione fissa, né un’oncia di redistribuzione.
LO STATUS familiare degli under 34 va compreso meglio. Per la Caritas prevalgono le famiglie «tradizionali» con coniugi e figli (35%), seguite da quelle «uni-personali» (25,7%), in netto aumento rispetto al 2015. Formula macchinosa, e involontariamente parodistica, che significa: persona sola, single, disaffiliato. Persona che potrebbe vivere in coppia, ma si presenta come un individuo e non rientra nel welfare statale, né nelle statistiche. È ragionevole pensare che questa condizione – di «apolide» – sia quella più ricorrente in un paese come il nostro dove non si ha il coraggio di considerare il «precario» come soggetto di diritto, preferendo identificarlo con la «famiglia». Per queste «famiglie di se stessi» non è previsto un sostegno. Nemmeno il miserabile «reddito di inclusione» che il ministro del lavoro Poletti si è affrettato a garantire dal primo dicembre. Stando ai dati della Caritas non andrà nemmeno a gran parte delle famiglie «tradizionali», salvo che non abbiano fino a cinque figli e siano povere «assolute»
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Mercoledì 06 Dicembre,2017 Ore: 16:39
 
 
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Osservatorio sulla poverta'


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