Le
Biffate A cura di Domenico Manaresi |
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Bologna, 22 settembre 2001 Sconcerto, incredulità amarezza Questi i sentimenti che le dichiarazioni di Biffi hanno suscitato nel sottoscritto (e, so per certo, non solo nel sottoscritto!). Leggo e condivido in toto il breve articolo di commento che il Prof. Umberto Mazzone scrive su "Il domani" di ieri 21 settembre 2001. Lo trascrivo e lo sottopongo alla riflessione dei tanti amici, auspicando considerazioni e commenti. (le sottolineature sono mie). Non credo che "il popolo di Dio" possa tacere, né per pigrizia o pusillanime acquiescenza, né tanto meno per acritico e servile ossequio. Personalmente mi dissocio da questo tipo di magistero, non posso in coscienza accettarlo né rivolgere ad esso quel certo "ossequio dellintelletto" che il canone 752 del Codex Iuris Canonici attualmente in vigore nella Chiesa cattolica romana vorrebbe impormi. Resto pertanto in attesa di "giusta pena" come previsto dal canone 1371 del suddetto Codice di diritto canonico. Con grande serenità, shalom a tutti, ma proprio a tutti! Domenico Manaresi Mitt. Domenico Manaresi - via Gubellini, 6 - 40141 Bologna - tel&fax 051-6233923 e-mail: bon4084@iperbole.bologna.it Una Chiesa che esclude di Umberto Mazzone. *Professore di Storia della Chiesa all'Università di BolognaIl cardinale arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi ha colto l'occasione dell'apertura del convegno Multiculturalità e identità, promosso e organizzato dall'Istituto Veritatis Splendor per riprendere alcune tematiche che gli sono da tempo particolarmente care: la questione del dialogo tra cristiani non cristiani e tra credenti e non credenti e la questione dell'immigrazione. Personalmente rimango sempre alquanto interdetto dagli interventi del nostro cardinale. Vi è un tale spessore di sicurezze e di indiscutibilità nelle sue affermazioni che incute timore. Ne emerge una Chiesa che non sa essere madre, ma che si fa subito matrigna arcigna e pronta ad escludere. Una Chiesa la cui elaborazione teorica ruota preferibilmente intorno al pensiero della Congregazione per la dottrina della fede (ex Sant'Uffizio) piuttosto che al magistero di un pontefice prudente come Paolo Vl, la cui enciclica Ecclesia suam del 1964 diviene un po' l'origine della mancanza di chiarezza teologica sulla questione del dialogo interreligioso e di tutte le rilassatezze dottrinali successive. Il nostro Cardinale, nella sua insistenza su questi temi, coglie però dei problemi veri della nostra essere società, del nostro essere nel mondo. Mi permetto però di suggerire che la sua proposta vada ribaltata in maniera completamente speculare. Non temere che il dialogo interreligioso possa divenire causa di perdita di identità dl fede, ma riconoscere come il dialogo tra credenti e non credenti, tra cristiani e non cristiani, sia per se stesso espressione di fede e rimanga oggi, uno dei pochi spiragli aperti per una comunicazione di pace tra culture e tradizioni diverse. Non deve essere certo un dialogo "buonista" o che ricerca confusi sincretismi. Ma deve essere una relazione che permetta a partire dalle tre grandi religioni del libro, ebraica, cristiana e islamica, di svelare, qui e ora, la comune condizione umana e di evitare lingresso in una mentalità di guerra di religioni o di scontri di civiltà. Il dialogo, vero, forte, struggente, sofferto, diviene uno degli strumenti fondamentali per la convivenza tra gli uomini e una vita di speranza. È vera manifestazione di una fede profonda e non pasticciata. Se da tutte le Chiese, da tutte le fedi non si leva unitariamente un segnale di ribellione ad ipotesi di nuovi conflitti sempre più sanguinosi e segnati dalla differenza religiosa (ma la Chiesa cattolica già ha dato una indicazione in questa direzione con la dichiarazione di pochissimi giorni fa della Commissione degli episcopati europei che ricorda come "la nostra fede comune in un unico Dio deve condurci a perseguire il dialogo tra ebrei, musulmani e cristiani"). Nella tragica gravità del momento presente risultano quindi troppo passive e insufficienti le parole del cardinal Giacomo Biffi, che riconosce solo che "a priori non possiamo trascurare di ascoltare il non credente con qualche speranza". Credo che di ben altro spessore universale sia il dono che la fede cristiana può ancora dare ad un mondo in crisi. Infine la questione dell'immigrazione. Nulla di nuovo rispetto all'ampiamente noto, e assai discusso, intervento del 30 settembre 2000 al seminario della Fondazione Migrantes. Linvito del Cardinale ai pubblici reggitori di cercare criteri di "selezione" (ma anche la scelta del termine non pare delle più felici) basati sulla maggiore integrabilità degli immigranti, a meno di non volere sfidare "un futuro di lacrime e sangue per il nostro popolo", lascia apertamente intendere che questo criterio deve essere identificato con quello del riconoscersi nel cristianesimo. È una via che spero, per mera questione di civiltà, nessuno stato voglia perseguire. Unico elemento di distinzione che una collettività politicamente organizzata potrebbe porre è quello del riconoscersi nei fondamenti dei diritti dell'uomo così come internazionalmente definiti, ma non certo l'appartenenza ad una fede anziché ad un altra. Vedremo nei prossimi giorni se, e come, il convegno scientifico della Veritatis splendor, volutamente aperto solo a studiosi di orientamento cristiano, saprà sciogliere le rigidità del cardinale.
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